IL PIÙ GRANDE SFREGIO A BERLUSCONI

Parliamo della risatina mostrata da Sarkozy e Merkel nei confronti del Primo Ministro italiano. Più che sarcasmo sembrava ironia. Di Carmine Cimmino

È stato un giorno colmo di perplessità. Mi chiede un tale quali siano i temi “fondanti“, dice proprio così, “fondanti“, delle mie letture. Gli rispondo: il linguaggio del comico. E il linguaggio del crimine. Aggiungo: Ci ho capito poco. Ma mi accontento. Nella vita è importante tentare. Il tizio se ne va perplesso. Ho incominciato a scrivere un libro che progettai molti anni fa: sul diasyrmòs, che è l’arte degli oratori antichi di “fare a pezzi“ l’avversario, nei tribunali e nei luoghi della politica, declinando le parole e le immagini secondo tutti i casi del comico e dell’umorismo: il motto di spirito, l’ironia, la satira, la caricatura, la parodia, il sarcasmo.

Le orazioni e le lettere di Cicerone sono una favolosa galleria di personaggi comici che potremmo battezzare con nomi e cognomi di oggi. Gli studiosi del complicato argomento concordano su un solo punto: che è impossibile dare, delle funzioni del ridere e delle categorie del comico, una definizione che accontenti tutti: una larga intesa è stata raggiunta solo sulla definizione del sarcasmo. Nella rubrica “La parola della settimana“ (Io donna, 5/11) Aldo Grasso classifica come sarcasmo il largo sorriso che, durante la conferenza di chiusura del vertice europeo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno dedicato all’on. Berlusconi, “il più grande sfregio“ che gli sia stato inflitto fino ad oggi.

La parola sarcasmo deriva da un termine greco il cui campo semantico comprende il “lacerare le carni“ e “il mordersi le labbra per la rabbia.”. È, scrive Grasso, “quella forma di ironia pungente, ispirata da animosità e quindi intesa a umiliare”. Resto perplesso. Il sarcasmo è un genere comico non –umoristico. Il sarcastico non ride, ghigna: il suo è “il ghigno amaro dei cattivi e degli incattiviti, di coloro che sono colmi d’ira e di risentimento per torti patiti, reali o immaginari“. Così scrive Paolo Santarcangeli, riassumendo le idee degli studiosi più importanti, e ricordando che il sarcasmo è anche la poco nobile vendetta consumata contro il tiranno, ma dopo che il tiranno è stato abbattuto.

Lo stesso Grasso ricorda che per Dostoevskij il sarcasmo è l’ultimo rifugio dei mediocri, di tutti quelli che soffrono la terribile tortura del risentimento. E onestamente la Merkel e Sarkozy non mi sembrano né ghignanti, né risentiti “per torti patiti“. La fotografia che correda la nota di Grasso è chiara, inequivocabile: il loro largo sorriso è l’incipit di un ridere: è un riso di superiorità, un ridere ironico, a cui non servono parole: l’uditorio non ha bisogno di indicazioni. C’è, tra l’oratore (muto, in questo caso) e il pubblico quell’accordo totale, che Perelman e Olbrechts- Tyteca ritengono condizione indispensabile perché si colga pienamente il senso dell’ ironia. Tutti sanno di chi ridono, i due. Tutti sanno perché ridono.

Ma il risentimento non è solo la rivalsa del mediocre umiliato, del vigliacco che non osa ribellarsi al tiranno. C’è un altro tipo di risentimento, che mette radici nelle democrazie, e non si alimenta di viltà, ma di impotenza, e individua l’oppressore non in un tiranno in carne ed ossa, ma in una figura astratta: la maggioranza: con il peso delle sue idee, dei suoi valori, dei suoi voti. È il risentimento di chi accetta il gioco della democrazia, ma non si riconosce – è un suo diritto – nelle idee e nei valori della maggioranza: anzi, vede, crede di vedere, che la maggioranza sbaglia, e allora cerca di salvarsi l’anima protestando: e protesta tanto più aspramente, tanto più ferocemente quanto più dure gli sembrano la sordità e l’indifferenza degli altri.

È il risentimento degli indignati. Ma cosa sia questo secondo tipo di risentimento, questo risentimento democratico, noi italiani lo sappiamo bene, l’abbiamo appreso non dai libri, ma dall’esperienza. Dobbiamo dire un grazie al nostro Presidente del Consiglio, quando, per esempio, nega che ci sia la crisi, perché i ristoranti sono pieni, e dobbiamo dire un altro grazie alla maggioranza dei parlamentari, che condivide le sue parole e le sue idee.
Mario Melloni, il terribile “Fortebraccio“, corsivista del giornale “l’Unità“, quando questo era organo ufficiale del P.C.I., forgiò mirabili esempi di sarcasmo democratico. Così scrisse del ministro Nicolazzi:

“Ci è capitato l’altro giorno di vedere capitare un ministro (il ministro dell’Industria nientemeno) a Montecitorio. Eravamo fermi sui gradini del portone maggiore del palazzo, quando arrivò, fermandosi davanti all’entrata, una grossa macchina blu. L’autista, rapidamente, corse a spalancare la portiera posteriore di destra. Non ne scese nessuno. Era Nicolazzi“.

È un sarcasmo “democratico“, anche perché è di stoffa buona, e si adatta ancora, e senza una grinza, a molti utenti delle auto blu di oggi. “La maggioranza tiene“ fu un’espressione inventata dalla D.C. di Forlani. Scrisse una volta Fortebraccio: “La maggioranza tiene, e la si vede sempre alla Camera, nella persona del Presidente o di qualche ministro, tutti a capo chino: come se, vivendo senza ombrello, stessero in ogni momento per prendersi una secchiata d’acqua addosso. Il trasporto di Forlani, il suo entierro, come direbbero gli spagnoli, dipende soltanto dal fatto che non se ne trova un altro. La maggioranza tiene. Sì, ma all’obitorio: e quando il Presidente del Consiglio promette che mercoledì si presenterà alla Camera, sorprendetevi soltanto di una cosa: che ci voglia tanto ad arrivare dal Verano”. Che è il cimitero di Roma. Amen.

Alcuni anni fa mi fu chiesto di fornire al Comune un elenco di persone illustri che in un modo o nell’altro erano legate alla storia di Ottaviano. Bisognava battezzare alcune strade che non avevano ancora un nome. Nella Chiesa di San Michele è custodito un notevole “tondo“, un “San Giovannino“, che di recente è stato attribuito a Guido Reni, ma che all’inizio del sec.XX gli esperti della Soprintendenza avevano assegnato alla scuola di Annibale Caracci, confortati da elementi tecnici e dal fatto che disegni e quadri dei Caracci si trovavano nella quadreria dei Medici. Dunque una strada fu intitolata al pittore, e sulla targa il nome venne scritto con una sola “ r”. Una gentile signora, che abita in quella strada, mi ha chiesto lumi sulla forma adottata: perché “Caracci“, mentre tutti i libri portano “Carracci“?

Nel 1642 Giovanni Baglione, pittore e scrittore, pubblicò “Le Vite de’ pittori, scultori et architetti“, in cui scrive sempre “Caracci” , con una sola “ r”. Nel 1909 Giuseppe Albini tenne all’ Accademia di San Luca un discorso sui “Caracci“, e “I Caracci“ fu intitolata la pubblicazione a stampa del discorso. Sempre e solo con una sola “r“.

Ho scelto, a corredo dell’articolo, la “bottega del macellaio“ che Annibale Caracci (o Carracci) dipinse a 23 anni, nel 1583, perché le carni macellate c’entrano col sarcasmo, e per rispondere alla gentile signora. Perché suggerii Caracci, con una sola “r”, che è la forma meno usata? Confesso la mia viltà: preparai l’amo per un tale che si piccava di sapere di tutto. Era, ed è, un pedante. E i pedanti, dice Propp, sono i bersagli comici perfetti. Ma non tutte le trappole comiche riescono col buco. Il pedante non abboccò. Allora. Ma abboccherà, abboccherà.. E’ il destino dei pedanti, abboccare all’amo.
(Foto: Quadro di Annibale Carracci, La bottega del macellaio, 1583).

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LA LEGALITÁ É PARTECIPAZIONE: LEG<B>ALI</B> AL SUD

Si conclude con una manifestazione pubblica, il percorso di apprendimento della legalità dalla pratica dei servizi organizzato dai docenti del Liceo “Mazzini” di Napoli. Tra gli ospiti, il sindaco De Magistris. Di Annamaria Franzoni

Alle ore 16.00 del prossimo giovedì 10 novembre2011, presso il Liceo Mazzini, si terrà la manifestazione di chiusura del PON C3 “Apprendere la legalità dalla pratica dei servizi”, che ha visto impegnati gli allievi nel corso del precedente anno scolastico per la prima parte di un progetto di durata biennale.

Il contributo che ho avuto l’opportunità di offrire al gruppo di lavoro in qualità di esperto esterno, ha costituito per me occasione di grande interesse e arricchimento, tanto che ho seguito l’evoluzione del percorso durante i mesi primaverili, attraverso report e immagini che ho raccontato in questa mia rubrica “Osservatorio adolescenti”. Ho così dedicando diversi articoli alle “trasferte” che di volta in volta hanno consentito di apprendere la legalità dalla pratica dei servizi: tra gli obiettivi che il progetto ha messo in cantiere, infatti, è stato inseguito principalmente quello di formare giovani/studenti/cittadini che siano facilitatori delle modalità d’accesso ai servizi, della compilazione di moduli e di ogni altro mezzo, per rendere più vicina ai cittadini l’organizzazione del territorio stesso.

Alla manifestazione saranno presenti in Via Solimena , al Vomero, il Preside, prof. Pasquale Malva, la Dirigente delle Politiche Sociali, dott.ssa Chieffo, il Sindaco, dott. Luigi de Magistris, il dott. Mario Coppeto, presidente della Municipalità Vomero-Arenella e i tutor del progetto, proff. Tescione e Nolli per il Mazzini, il dott. Prato per il Comune di Napoli. Sarà l’occasione per far conoscere la prova d’opera finale del progetto, un agile e pratico manuale d’uso curato dai tutor del Liceo Mazzini , coadiuvati dal dott. Italo Prato, tutor del Comune di Napoli, che documenta e testimonia l’alacre lavoro svolto nel corso del primo anno e che costituisce altresì un utile e prezioso vademecum per quanti volessero addentrarsi nel “cuore “dei servizi sociali presenti nella nostra città.

Mi sembra opportuno riportare testualmente l’introduzione di tale libello perché credo che meglio di tante parole, possa fotografare il senso profondo di un’attività realizzata d’intesa con il Comune di Napoli con la finalità di sviluppare un rapporto di collaborazione in materia di educazione alla convivenza civile e promozione alla solidarietà, con particolare riferimento alla diffusione della cultura della legalità attraverso la conoscenza dei servizi e delle procedure esistenti sul territorio cittadino.

Educare alla legalità non significa soltanto educare al rispetto delle leggi, ma soprattutto educare i cittadini di domani a sentire le leggi come l’emanazione diretta di quel patto sociale di cui tutti siamo parte e che tutti ci lega. Per ottenere questo obiettivo abbiamo deciso di partire dai servizi sociali perché, in una città dove spesso ognuno di noi ha la percezione che i bisogni vengano ignorati e i diritti calpestati, è importante capire che i bisogni dei singoli possano essere intercettati e, a volte, trovare risposta all’interno di servizi offerti dalla comunità all’interno di regole certe e condivise, pertanto non è indispensabile percorrere la strada della “soluzione individuale”, del favore, del clientelismo che spesso sfociano nell’illegalità diffusa che tutti lamentiamo. Il primo gradino per ottenere questa consapevolezza è senza dubbio la conoscenza: quanti di noi, soprattutto i giovani (ma spesso anche i loro genitori) non sanno “a chi rivolgersi”, non sanno “dove andare o che fare?”.

Per questo abbiamo pensato che poteva essere importante per i nostri ragazzi conoscere i servizi sociali che il Comune di Napoli mette a disposizione di tutti i cittadini, conoscerli dall’interno, “agirli” uscendo dalla scuola e dalla teoria attraverso una pratica di incontri con le strutture, con gli amministratori, con gli operatori, spesso anche con i fruitori. Attraverso simulazioni, role playing, brainstorming, incontri e a volte scontri, “vivendo i servizi sociali” insomma come luoghi dove il bisogno di ognuno si trasforma in diritto collettivo: diritto alla salute, diritto all’accoglienza, diritto al gioco, diritto ad un’ infanzia serena, a dei rapporti senza violenza. All’interno della famiglia e della società abbiamo maturato la convinzione che solo la conoscenza porta alla partecipazione e quindi a un’effettiva democrazia e che, nella sua essenza appunto, la legalità è anzitutto, come ha detto una corsista nel nostro primo incontro, libertà e partecipazione. (MLuisa Nolli, GF Tescione, Italo Prato, tutor del progetto)”.

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I DIVERSAMENTE ABILI NELLA SCUOLA

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La situazione degli alunni diversamente abili nella Scuola attuale è drammatica, quanto e più della scuola in genere. Di Ciro Raia

A ripensarci oggi, quanti ne ho conosciuti di ragazzi così! Raimondo scappava dalla scuola appena coglieva una minima distrazione dell’insegnante; Ugo tirava calci in ogni momento e a tutti quelli che aveva a tiro; Rosa, soggetto autistico, inseguiva solo i fantasmi della sua vita interiore ma appariva sempre molto calma; Vittorio, invece, con gli anni, dava qualche segnale di schizofrenia.

Se si fossero chiamati Marianna Ucrìa (Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 2000), Esajas (Peter Hoeg, Il senso di Smilla per la neve, Mondadori, 1994), Fausto (Vito Piazza, Atte’ ti picchia Luigi?, Baldini&Castoldi, 1992) o Monica (Maria Giovanna Farina, Nessuno nasce imparato, Il Diario, 2004) avrebbero avuto -come di fatto hanno avuto- almeno un riferimento letterario, perché il loro nome avrebbe riportato a un romanzo, a un autore, al disegno di una copertina. Invece, Raimondo, Ugo e Rosa sono stati sfortunati anche in questo: non sono entrati in un libro o in un titolo e non sono diventati famosi.

Per rientrare, poi, nella cronaca di quest’anno, devo dire che Leonardo si è calmato, non so se è per effetto dei farmaci o per altro; l’anno scorso era incontenibile; stracciava libri e quaderni, tentava di infilare le mani nelle scollature delle professoresse, anche quelle meno generose; in presidenza, in un sol colpo, mi aveva distrutto un timbro e mi aveva deformato una delle pale del ventilatore. Quest’anno incontenibile è, però, un altro alunno diversamente abile. Si chiama Enzino, ha gli occhi azzurri, un viso dall’espressione dolcissima, sta bene in carne e se ti incontra dieci volte al giorno, per dieci volte ti deve toccare, ti deve accarezzare e ti deve dire, pur nella difficoltà della pronuncia, che ti vuole bene.

Dopo i primi giorni di scuola, c’eravamo accordati con i genitori, che sarebbero venuti a prenderlo un’ora prima della fine delle lezioni; non si poteva, infatti, garantire la copertura di tutte le ore con l’insegnante di sostegno e tenerlo in classe, da solo, diventava un pericolo per sé e per i suoi compagni. Enzino, però, dopo qualche giorno, si è rifiutato di uscire prima; quando arrivava la mamma, scappava per tutta l’istituto, si nascondeva, piangeva, si buttava per terra e faceva capire che voleva restare lì dov’era, con i suoi compagni, nella sua classe, nella sua scuola.

La settimana scorsa, intanto, proprio per lui sono stato chiamato dai carabinieri, che, in caserma, stavano cercando di capire le ragioni di alcuni genitori, preoccupati per l’incolumità dei propri figli. Il giorno prima, infatti, all’uscita della scuola, Enzino, volendo salutare in modo affettuoso la sua compagna di banco, le aveva portato le mani al collo per tirarla a sé e baciarla. La ragazza si era spaventata e aveva tentato di sottrarsi all’abbraccio, procurandosi, così, una quasi invisibile abrasione al collo. Io, che ero a due passi (faccio sempre il possibile, per essere in cortile sia all’entrata che all’uscita dei ragazzi da scuola), ero andato in soccorso della ragazzina piangente, l’avevo calmata, l’avevo rassicurata mentre lo stesso Enzino piangeva e tentava di dire, con le sue parole incomprensibili, che lui voleva bene alla sua compagna e il suo era stato solo un gesto d’affetto e niente di più.

Pochi minuti dopo questo episodio, erano arrivati due o tre genitori, molto agitati, e mi avevano chiesto il nulla osta per il trasferimento dei propri figli in altra scuola o, in alternativa, l’allontanamento di Enzino dalla classe. Ovviamente, avevo risposto che nessuna delle due strade era perseguibile.
Con i tempi di magra imposti alla scuola, la conferma dell’iscrizione di un diversamente abile è considerata una manna dal cielo (lo so, è vergognoso, ma non trovo espressione più realistica), perché, consentendo di avere una classe non superiore a 20 alunni, concorre a preservare l’organico (un eufemismo per dire: mantenimento di posti di lavoro!) dalle sforbiciate ministeriali.
L’avvio effettivo dell’anno scolastico con la presenza di alunni diversamente abili condiziona, invece, enormemente le attività educativo-didattiche.

E i motivi sono molteplici: carenza di strutture (ambienti, servizi, sussidi), personale inadeguato nella maggioranza dei casi presenti (docenti specializzati e non, collaboratori scolastici), trionfo dell’egoismo (genitori di alunni che chiedono di evitare classi con disabili; genitori di alunni diversamente abili, che, esasperati, arrivano a chiedersi: perché il disagio deve essere solo nostro?); confusione delle Istituzioni nella gestione di una situazione complessa (La Costituzione [art. 38], che sancisce il principio fondamentale dell’uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini; la Sanità, che deve accertare le minorazioni;

la Scuola, che, con interventi di carattere pedagogico [insieme ad altre agenzie], deve assicurare l’inserimento e l’integrazione sociale; il MIUR, che, tagliando posti [nell’unica logica di un malinteso senso delle economie], non garantisce risorse; gli Uffici Territoriali, che eseguono le indicazioni ministeriali con pura logica ragionieristica; gli Enti Locali, che, per i mancati trasferimenti di fondi, abbattono la loro scure anche (o soprattutto?) sull’universo delle politiche sociali).

Gli alunni diversamente abili presenti nelle scuole statali italiane (dati riferiti al all’a.s. 2007/2008) sono oltre 174mila, di cui quasi 13mila iscritti alla scuola dell’infanzia, 65mila alla scuola primaria, 54mila alla secondaria di I grado e oltre 42mila alla secondaria di II grado. Gli insegnanti sui posti di sostegno sono mediamente oltre 70mila, dei quali 30mila supplenti: l’assegnazione – secondo le ultime disposizioni ministeriali e senza tener conto alcuno della gravità delle diagnosi funzionali- avviene col rapporto di un insegnante ogni due alunni disabili. La maggioranza dei docenti di sostegno, secondo recenti stime, proviene dal settore delle scienze motorie (25,56%) mentre la restante parte proviene dall’ambito linguistico-letterario (15,13%), dalle lingue straniere (10,58%), dal settore artistico (9,2%), dall’ambito tecnico (8,99%).

Paradossalmente, dopo anni di lotte e di conquiste, l’integrazione (forse, è meglio dire la mancata integrazione) degli alunni diversamente abili nella scuola italiana sembra essere ritornata ai nastri di partenza. Si fa ancora fatica, infatti, a far passare il concetto (non certo lessicografico, ma culturale e civile) – a tutti i livelli- che non si è in presenza di una “diversità della persona” ma di una “diversità delle prestazioni di cui essa è capace”. I disabili (crudamente definiti handicappati) non hanno mai avuto vita facile nella scuola. Per decenni interi, l’istruzione ai disabili è stata impartita solo ai sordomuti e ai ciechi.

Quando, nel 1962, fu varata la legge istitutiva della scuola media unica, furono previste, quasi un fiore all’occhiello, le classi differenziali, per poter accogliere quegli alunni difficili, bollati come disadattati, un termine onnicomprensivo per indicare i ragazzi con funzioni normali appena ridotte, quelli con lievi disturbi psichici, gli handicappati, i discoli, i deviati per situazioni sociali e/o familiari, i meridionali (come gli extracomunitari di oggi!) saliti al nord al seguito dei genitori operai alla Fiat o nelle altre grandi industrie. È vero, la legge 517/1977 (son passati 35 anni!) abolì le classi ghetto; è vero anche che nell’ultimo decennio sono state scritte pagine di progressi per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili nonché norme per il diritto allo studio e per la valutazione degli apprendimenti (L.104/1992, L. 169/2008, DPR 122/2009).

Ma, alla luce della realtà e senza voler essere spigolosi, sono state pagine di progresso, di sogni o solo di buone intenzioni? La situazione degli alunni diversamente abili, oggi, è drammatica, molto di più di quanto non sia altrettanto drammatica la stessa situazione della scuola in genere. Non si garantisce, per questi figli di un dio minore, l’integrazione; si garantisce solo il sostegno, che, quasi sempre, è sinonimo di accompagnamento, di vigilanza, di gioco, di distrazione, di esercizio di copia o di uso di pennarelli colorati. Lo so bene, adesso si scateneranno le ire di molti operatori scolastici, ma la realtà è questa! L’integrazione, infatti, è un valore e, come tale, presuppone un paziente riconoscimento dell’identità dell’Altro, richiede un’ampiezza di orizzonti culturali ed un continuo affinamento delle strategie didattiche, necessita di una fornita e capiente “cassetta degli attrezzi”.

La responsabilità principale, come sempre, ricade sul preside, che, nell’esercitare la sua leadership (questa volta nella capacità di promuovere buone pratiche professionali e prassi collegiali), “deve garantire un’offerta formativa, progettata e attuata dall’istituzione scolastica e che riguarda la globalità dei soggetti e, dunque, anche degli alunni con disabilità, (Linee guida sull’integrazione scolastica, 4 agosto 2009). Ma gli intoppi giornalieri, purtroppo, aumentano (ritardi nelle nomine, sentenze Tar, burocrazia elefantiaca, tagli ai bilanci); i genitori protestano e minacciano denunce; spesso, i docenti di sostegno, per penuria di fondi, sono chiamati a sostituire i colleghi delle altre materie assenti; i sussidi scarseggiano o sono proprio inesistenti.

Intanto, tutti i Raimondo, le Rosa e gli Enzino soffrono, stanno male, si integrano poco o niente, piangono e si tirano i capelli di notte mentre, di giorno, scorazzano nei corridoi delle scuole o inseguono i compagni nei bagni o tentano di infilare le mani nelle scollature delle professoresse. Passeranno così i loro giorni, passeranno i loro anni e, poi, andranno via da scuola. Per loro, purtroppo, alla fine del percorso non sarà cambiato niente; le favole dal bel finale, infatti, si vedono solo al cinema e nessuno di loro veste i panni di un Raymond Babbit, (il protagonista autistico di Rain Man, 1988), di un Forrest Gump (il disabile dell’omonimo film, 1994), di un Daniel Day-Lewis (il pittore e scrittore paraplegico de Il mio piede sinistro, 1989) o di un semplice Eugenio (il down di Ti voglio bene Eugenio, 2002).
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’IMPRENDITORIA NEI TERRITORI CON ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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In che modo le imprese rispondono al fenomeno criminale e quali sono le ripercussioni sul mondo del lavoro.

Nei precedenti articoli abbiamo esplorato gli effetti di «Sistema» della criminalità organizzata, esponendo varie alterazioni (negative) che la presenza del soggetto criminale esercita sulle condizioni di produzione e di equilibrio di un sistema locale:

• riduzione del livello di attività economica con conseguenze di riduzione nell’attivazione delle risorse presenti rispetto al potenziale;
• alterazione del sistema dei prezzi e perdita della sua efficacia in termini di indicatore corretto delle «scarsità» di beni e risorse e delle preferenze dei consumatori;
• riduzione del gettito fiscale e della potenziale dimensione del bilancio pubblico.

Si è detto inoltre che gran parte degli effetti economici del crimine organizzato «passa» per il tramite della reazione di adattamento che il sistema delle imprese (ed ancor più delle piccole imprese) produce rispetto all’azione del sistema criminale. E che questa reazione è tutt’altro che univoca, presentandosi con tipologie molto differenti che difficilmente si prestano a facili schematizzazioni. Malgrado ciò è possibile analizzarlo con le differenti modalità di risposta delle imprese al fenomeno criminale.

Che la criminalità organizzata influenzi le scelte localizzative ed il comportamento operativo delle imprese è un dato di fatto difficilmente discutibile. Molto c’è invece da scoprire sui termini e sull’estensione in cui questo tipo di influenza si esprime in concreto. Non tutte le imprese infatti reagiscono in modo uguale alla presenza delle organizzazioni criminali:

• chi chiude l’attività;
• chi continua lavorare e produrre, eventualmente crescendo ed incrementando la propria produzione.

Resta dunque questa apparente contraddizione: sebbene la criminalità organizzata sia da molti percepita come ostacolo allo sviluppo ed agisca da freno alla mobilità dei fattori, gli imprenditori che operano in zone con una qualche presenza di organizzazioni criminali hanno imparato a convivere con esse, trovando spinte, canali, comportamenti che consentono alle loro imprese di perseguire l’obiettivo della massimizzazione del profitto pur in contesti di non piena «agibilità legale».

In relazione alle interferenze della criminalità organizzata sul funzionamento del mercato del lavoro, si può citare il modello proposto da L. Costabile e A. Giannola, che evidenzia l’esistenza di un circolo vizioso tra disoccupazione e corruzione.

L’interesse della criminalità organizzata in relazione al controllo del mercato del lavoro, fa sì che il crimine organizzato, deprimendo le opportunità di impiego “regolare” e condizionando fortemente il funzionamento del mercato del lavoro amplifica automaticamente le tendenze degenerative della società verso comportamenti di prevaricazione delle norme sociali e di corruzione diffusa.

La criminalità associata si è fatta imprenditore illecito non per avere sfruttato le debolezze del sistema economico dominante, ma al contrario avendo utilizzando il naturale modo d’essere dell’imprenditore capitalistico idealtipico.

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CERTI DOCUMENTI, ANCHE SE CONTENGONO DATI SENSIBILI, POSSONO ESSERE LETTI E FOTOCOPIATI

Sussiste un diritto di accesso ai documenti e rilascio di copia anche per la certificazione prodotta ai fini della legge 104/92.

Il caso
Una docente ha proposto ricorso al Tar della Puglia contro il parziale diniego di accesso ai documenti relativi al procedimento preordinato al trasferimento dei docenti “soprannumerari”.
La docente aveva chiesto l’accesso alla certificazione medica esibita da altra docente riguardante la figlia minore, per poter fruire dei benefici previsti dalla legge 104 /92.
La docente aveva chiesto che la copia del certificato in questione fosse rilasciato previo oscuramento del nome della minore e della relativa diagnosi , ritenendo sufficiente, ai fini della tutela delle sue ragioni in sede giudiziaria, acquisire il dato relativo allo stato di gravità della minore

Pertanto, sebbene la documentazione richiesta contenesse potenzialmente dati sensibilissimi, poiché idonei a rivelare lo stato di salute di una minore, in considerazione delle modalità con le quali l’interessata chiedeva di accedervi, non rilevava in concreto alcuna compromissione al diritto della riservatezza. L’accesso ai documenti poteva essere consentito alla ricorrente sia per prenderne visione sia per avere una copia degli stessi; invece l’amministrazione aveva concesso la sola visione della certificazione.

Il Tribunale Amministrativo regionale per la Puglia , Bari, Sez. II, con la sentenza del 22-10- 2010 n. 3789, accoglie il ricorso e ordina all’ Amministrazione resistente l’esibizione della documentazione richiesta, consentendone l’estrazione di copia previo oscuramento del nominativo della minore e della relativa diagnosi.
La sentenza in questione chiarisce un punto molto controverso nella realtà amministrativa superando le originarie previsioni dell’art. 24 della legge 241/90 circa l’accesso limitato alla sola visione della certificazione quando si tratta di dati sensibili.

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TROVARE I SOLDI DEL PANE. LA PENA DEL VIVERE E QUELLA DEL MORIRE DEGLI EROI TRAGICI

La pena quotidiana del vivere, per molti, è la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo. Di Carmine CimminoIl 150° anno dell’Italia unita si chiude con pallide commemorazioni del 4 novembre, e di una guerra che fu, con i suoi orrori, il solo momento in cui gli Italiani si siano sentiti una nazione. Anche in questa contraddizione c’è una logica: l’amaro presente occupa tutti gli spazi della mente e del cuore. Carlo Emilio Gadda ha scritto pagine profonde sulla guerra del 15-’18, in cui egli combatté con l’orgoglio di combattere per l’Italia: le sue parole hanno il peso e il suono della verità, la verità del coraggio e quella della paura, sono forgiate col metallo delle passioni nette e chiare che la guerra ha il merito di svelare.

“Ho visto i finti martiri piagnucolare il finto destino…Certo che la stanchezza, la fatica, l’ebetudine, la macerante attesa, e poi le atroci esperienze, l’odore di interi reggimenti accatastati ad aspettare il destino, e quei volti destinati allo spasimo, di quegli uomini che sbranavano del manzo malvagio nell’ultimo sole della loro vita, e inutilmente deglutivano l’ultimo pane, certo tutto questo non era fanfara d’orgoglio.”.

E quando lui, ufficiale del 5° reggimento alpini, vede un caporalmaggiore accovacciato nel buio del terrore, con gli occhi colorati dell’arancio dell’itterizia, che, rosario tra le mani, “e baffoni disfatti“, biascica interminabili avemarie, lo schernisce e gli “augura“ che lo colpisca in pieno “una cannonata diabolica“. Ma poi confessa: “mi accovacciai anch’io più di una volta.“
“Conobbi i forti e i bravi: conobbi quelli che della loro umanità si disumanarono per voler essere soldati d’Italia.”. Gadda disegna la figura straordinaria di un giovane aiutante maggiore, che vuole andare oltre i limiti dell’umano, e si aiuta tracannando bicchieri di liquore Strega, perché “vuole asciugarsi le ossa in onore di Benevento.”

Poi, quando dalle creste dell’Altopiano di Asiago incominciano a piovere le cannonate austriache, “pompose matrone dalla dignità sistematica“, il ragazzo si lancia all’aperto, con la velocità del bersagliere “irrefrenabile“, e si diverte a schivare i colpi, a saltare tra i proiettili che l’inseguono “come cagne furenti“. Nel 1849, nelle ultime ore della Repubblica Romana, Garibaldi e Bixio, seduti sul punto più alto e più esposto della scalea di Trinità dei Monti, in camicia rossa, il sigaro in bocca, si sfidarono nella gara a chi resistesse più a lungo, immobile bersaglio, alle fucilate degli zuavi francesi che avanzavano verso Piazza di Spagna. Vinse Bixio.

“Ricordo un altro, quasi un fanciullo, – racconta Gadda-, che sedette sul sedile scheggiato della roccia, un attimo, una preghiera, prima di imboccare il camminamento del suo destino, a quota 309 “del monte Faiti. Nella mano stringeva una pistola pronta, “nuova come un regalo che gli avessero fatto per i vent’anni. Sedutosi, appoggiò il capo sul palmo sinistro, la mano armata la lasciò sul ginocchio, pareva un poeta tra le rovine.”, Tra i “fumi nitrici“, tra le “atroci esplosioni“ che “atterrivano le anime“, egli provava “l’angoscia di un bimbo” abbandonato, un’angoscia muta davanti alla solitudine. “Una desolata certezza era nel suo volto pallido, italianissimo: una compostezza italiana in tutto il suo atteggiamento, pieno di semplicità e di dignitoso decoro. Non posso dire come né dove, dopo alcuni minuti, rividi il suo volto.”.

Nella vecchia sede del Liceo Diaz di Ottaviano, in piazza Rosario, c’era un’aula intitolata a Vittorio Giordano, di Terzigno, che era stato alunno dell’Istituto, ed era studente di Medicina e Chirurgia all’Università di Napoli, quando nel 1917 – egli aveva allora 19 anni- fu chiamato alle armi, e chiese, e ottenne, di essere assegnato al 23° reparto dei Bersaglieri d’ Assalto. Nel giugno del 1918 Vittorio Giordano meritò la medaglia di bronzo al valor militare combattendo da eroe a Bocca di Collalta. Morì il 30 ottobre, a pochi giorni dalla fine della guerra, sul ponte di San Donà di Piave: aveva il comando di un plotone di arditi, una mitragliatrice nemica, piazzata a metà del ponte, bloccava l’avanzata dei nostri, e allora il giovane si lanciò sulla mitragliatrice e sui mitraglieri austriaci. “Incontrava morte gloriosa sul campo“ recita la motivazione della medaglia d’argento che gli fu assegnata.

“Ho visto – scrive Gadda – la volontà sommersa dal caso, come una barca dalla risacca“. Ma l’epos degli eroi di guerra prevede che la loro volontà, sommersa, resista, risalga alla superficie, tenti di sovrastare il caso, di dargli un senso e una ragione. Gli eroi dell’epos non aspettano il colpo accovacciati nel terrore in cui il caso li ha portati: si lanciano sulla bocca della mitragliatrice, si divertono a scansare le cannonate, e il più giovane cerca di capire il senso delle cose, prima di addentrarsi nel camminamento fatale, incontro alla morte che l’aspetta al varco opposto. Ai giovani è consentito giocare con il fato. Ai padri è sottratta tale voluttà.

La pena quotidiana del vivere, che per alcuni è una pena filosofica ed è, per altri, la fatica di trovare, ogni giorno, i soldi del pane: questa sofferenza feroce, che è effetto di molte e chiare cause, porta due uomini a morire in fondo a un pozzo, dove cercavano di “guadagnarsi la giornata“: che non è un’ espressione qualsiasi: è, da sola, un vangelo intero, se ho capito il senso dei vangeli. Sono morti insieme: non c’è amicizia più terribile di quella che si stringe tra due uomini che ogni giorno vanno a misurare, insieme, quanto sia assurdo, eppure vero, vero sul loro capo, vero sugli occhi, vero sulle mani il peso della pena di vivere. È un’amicizia necessaria: serve a dare l’illusione che si possa resistere a quel peso. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso non erano eroi epici: volevano vivere: non solo per sé, ma soprattutto per chi alla fine della giornata guadagnata li aspettava a casa.

Nel cunicolo della pena del vivere certe parole, “moglie“, “figli“, hanno un suono terribile, da tromba del Giorno del Giudizio: dicono che i giorni sono quasi sempre brandelli di un disegno che ci illudiamo di ricomporre, ma che non è mai esistito. Il caso, sospettava Anatole France, è forse lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare. Antonio Annunziata e Alfonso Peluso sono eroi tragici, e perciò non avranno manifesti con gli stemmi dello Stato, non avranno bandiere, né sbattere di tacchi. È giusto che sia così. La morte dell’eroe tragico appartiene solo ai suoi: solo essi sanno leggerla e capirla.

Gli eroi tragici non vogliono le lacrime solenni, ad occhi asciutti, dell’enfasi diluita in chiacchiere. Chiedono solo un segreto e breve pensiero sulla viltà della vita e sulla vigliaccheria del caso.
(Foto: E. Delacroix, “Cavallo assalito da una tigre”, acquerello, 1825)

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PER UNA RILETTURA DELLA GRAVE CRISI IN CUI SIAMO IMMERSI

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Per una nota sulla riforma del sistema monetario e finanziario, la Santa Sede è stata messa sullo stesso piano degli indignados. Il dato certo è che nuove ideologie stanno distorcendo le istituzioni democratiche. Di Don Aniello Tortora

Ultimamente ha suscitato molto stupore e meraviglia nella pubblica opinione una Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema del giorno: ”Riforma del sistema monetario e finanziario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica a competenza universale”. La Santa Sede, per i contenuti della Nota, è stata addirittura messa sullo stesso piano degli indignados.

Questa Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sulla Riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’Autorità pubblica competenza universale intende proporre una riflessione sulle possibili vie da percorrere, per giungere a politiche ed istituzioni finanziarie e monetarie efficaci e rappresentative a livello mondiale e orientate ad uno sviluppo autenticamente umano di tutte le persone e i popoli.

È noto che la Chiesa, allorché interviene a parlare sulla questione sociale, si muove sul piano della sua competenza etica e religiosa. Pertanto, se essa affronta l’attuale crisi del sistema monetario e finanziario non intende addentrarsi in questioni prettamente tecniche, pur non ignorandole.
In particolare, nelle riflessioni del Pontificio Consiglio viene offerta una rilettura della grave crisi economica e finanziaria in cui ancora siamo immersi, segnalando, tra le altre cause, non solo quelle etiche, ma più specificamente quelle ideologiche. Le vecchie ideologie sono tramontate. Ma ne sono sorte di nuove, non meno pericolose per lo sviluppo integrale della famiglia umana.

Esse hanno inciso negativamente sul sistema monetario e finanziario internazionale e globalizzato, provocando diseguaglianze sul piano dello sviluppo economico sostenibile, nonché gravi problemi di giustizia sociale, mettendo a dura prova soprattutto i popoli più deboli. Si tratta di ideologie neoliberiste, neoutilitariste e tecnocratiche che, mentre appiattiscono il bene comune su dimensioni economiche, finanziarie e tecniche assolutizzate, mettono a repentaglio il futuro delle stesse istituzioni democratiche.

Come superare tali visioni e prassi distorte? Muovendo da un nuovo pensiero, da un nuovo umanesimo globale, secondo cui il primato dell’essere sull’avere comanda un’etica più «amica della persona», ossia un’etica della fraternità e della solidarietà, nonché la subordinazione dell’economia e della finanza alla politica, responsabile del bene comune. Solo così si possono vincere le idolatrie di mercati aventi come unica regola obiettivi e prospettive meramente tecnici e performativi, ignorando quell’etica che li dovrebbe permeare intimamente. Infatti, i mercati, essendo creati dall’uomo, recano inscritto un codice etico naturale, che non può essere ignorato, pena la loro disumanizzazione.

Per quanto concerne l’aspetto progettuale, ossia l’indicazione di vie di soluzione, la Nota del Pontificio Consiglio, suggerisce che la globalizzazione sia governata mediante la costituzione di un’autorità pubblica a competenza universale. Le riflessioni del Pontificio Consiglio intendono dare suggerimenti per la riforma delle attuali istituzioni internazionali, perché siano più autorevoli e democratiche. Queste devono essere espressione di un accordo libero e condiviso tra i popoli; più rappresentative; più partecipate; più legittimate; più coinvolgenti tutte le società politiche e civili. Devono essere super partes, al servizio del bene di tutti, in grado di offrire una guida efficace e, al tempo stesso, di permettere a ciascun Paese di esprimere e di perseguire il proprio bene comune, secondo il principio di sussidiarietà, nel contesto del bene comune mondiale.

L’Autorità mondiale non dovrà schiacciare o sfruttare i Governi nazionali o regionali. Essa dovrà intendere la sua facoltà di orientare e di decidere, nonché di sanzionare sulla base del diritto, come un mettersi al servizio dei vari Paesi membri, affinché crescano e posseggano mercati efficienti ed efficaci, ossia mercati non iperprotetti da politiche nazionali paternalistiche, non indeboliti da deficit sistematici delle finanze pubbliche e dei Prodotti nazionali, che di fatto impediscono ai mercati stessi di operare in un contesto mondiale come istituzioni aperte e concorrenziali.

È da sottolineare che le riflessioni presentate dal Pontificio Consiglio non demonizzano affatto i mercati monetari e finanziari, bensì li considerano un «bene pubblico»: bene fondamentale quindi, ma non bene o fine ultimo. Proprio per questo, essi devono essere funzionali alla realizzazione del bene comune universale della famiglia umana.
In secondo luogo, propone un netto salto di qualità rispetto alle istituzioni esistenti. Occorre innovare rispetto ad esse, all’ONU, alle fallimentari istituzioni di tipo G8, G20, od altro ancora. Occorre, in particolare, il passaggio deciso da un sistema di governance – ossia di coordinamento orizzontale tra Stati senza un’Autorità super partes – ad un sistema che, oltre al coordinamento orizzontale, disponga di un’Autorità super partes, con potestà di decidere con metodo democratico e di sanzionare in conformità al diritto.

Secondo le riflessioni del Pontificio Consiglio, gli Stati che compongono il G20 non possono considerarsi rappresentativi di tutti i popoli. Allo stato attuale delle cose, il G20 manca di una legittimazione e di un mandato politico da parte della comunità internazionale. A ciò si deve aggiungere che, non mutando la situazione, rischia di delegittimare o di sostituirsi di fatto alle istituzioni internazionali – come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale – che, sebbene necessitino di profonde riforme, appaiono in grado di rappresentare in maniera istituzionale tutti i Paesi e non un loro numero ristretto.

Preliminare a ciò è soprattutto il recupero del primato della politica sull’economia e sulla finanza. «Occorre – si legge nella Nota – recuperare il primato dello spirituale e dell’etica e, con essi, il primato della politica – responsabile del bene comune – sull’economia e sulla finanza. Occorre ricondurre i mercati e le istituzioni finanziarie ad essere effettivamente a servizio della persona, capaci, cioè, di rispondere alle esigenze del bene comune e della fratellanza universale».
A me pare proprio che questa Nota dia tanta luce al buio dell’attuale momento critico che stiamo vivendo. Mi auguro solo che chi di dovere si lasci “accecare” da tanta luce, per ridare speranza a tanta gente che soffre.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA SALVAGUARDIA DEL MINORE: IN PARTICOLARE, L’AFFIDO INTRAFAMILIARE

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Ci sono casi (rari) in cui è lo stesso genitore naturale del minore a chiedere l”intervento degli assistenti sociali, per far fronte alle difficoltà di sostentamento. Il caso di oggi. Di Simona Carandente

Numerosi e variegati sono gli istituti, sia del diritto sostanziale che processuale, volti alla salvaguardia dei diritti del minore, specie se questi si trova a vivere momenti di difficoltà all’interno del nucleo familiare di origine, o al di fuori qualora ne sia privo.

Scopo principale di tali istituti è quello di sostenere il minore nel proprio, delicato, percorso di crescita psicofisico, cercando di non allontanarlo dalla propria famiglia naturale, favorendo anzi il graduale reinserimento al proprio interno, contenendo al contempo i danni derivanti dalla momentanea perdita delle figure genitoriali di riferimento. In alcuni, rari casi, è il genitore naturale del minore che può chiedere l’intervento dell’autorità giudiziaria, o per meglio dire degli assistenti sociali, specie laddove si trovi a doversi misurare con condizioni di vita non facili, se non addirittura di particolare allarme sociale, incapace di gestire da solo ed in prima persona.

Nel caso di specie, la sig.ra A. si è rivolta al legale in quanto raggiunta, pochi giorni prima, da un provvedimento di decadenza dalla potestà genitoriale in relazione ai due propri figli minori, uno dei quali con gravi problemi di autismo, che ella stessa aveva collocato in Casa Famiglia qualche mese addietro, trovandosi nell’impossibilità materiale di poterli accudire e provvedere al loro sostentamento. Nonostante l’impugnazione ritualmente proposta, il Tribunale rigettava il ricorso della sig.ra A., dichiarando la stessa decaduta dall’esercizio della potestà genitoriale assieme al padre naturale dei minori, conducendo i minori stessi verso un provvedimento di adozione da parte di una famiglia esterna al nucleo familiare.

Tuttavia, su consiglio del legale la sig.ra A, consapevole della propria inidoneità rispetto al ruolo di madre, specie in relazione ai gravi problemi di salute di uno dei minori, prospettava la possibilità che la propria sorella C., sposata e madre di due bambini, onesta lavoratrice ed avulsa da ogni contiguità con ambienti criminali, prendesse in affido i propri figli.
Attraverso l’istituto dell’affido intrafamiliare i parenti dei minori, entro il quarto grado, possono dichiararsi disponibili ad accogliere gli stessi nel proprio nucleo, senza che questo comporti l’uscita di questi dalla famiglia di origine, con il sostegno e l’accordo del Servizio Sociale competente per territorio, chiamato a pronunciarsi sull’idoneità della famiglia affidataria e a stilare un progetto socio- educativo del tutto individualizzato.

La procedura intrapresa dalla sig.ra C, potenziale affidataria, è allo stato ancora in corso, essendo all’attenzione del Giudice tutte la valutazioni sull’idoneità, affettiva ed economica, ad accogliere i due minori in casa; l’augurio è quello che il Tribunale, in ossequio ad un principio di salvaguardia dei valori familiari, affidi i minori agli zii materni, evitando la complessa via dell’adozione etero familiare, con ulteriore trauma per il già delicato equilibrio psicofisico dei due piccoli. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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LUCA GIORDANO, IL PRODIGIO DEL BAROCCO PARTENOPEO

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Tra il Seicento e il Settecento troneggia a Napoli la “maniera dorata” di Luca Giordano, l”artista che falsificando i grandi maestri del tempo divenne un “virtuoso del pennello”.

Napoli, negli ultimi anni, ha sempre più legato il suo nome al fenomeno dei prodotti contraffatti. Per le strade della città è possibile trovare ogni genere di merce “falsificata”. C’è persino chi ha elogiato l’abilità di certi napoletani nell’imitare alla perfezione i prodotti più svariati.

In effetti, nel capoluogo campano, “l’arte della contraffazione” pare vantare, per così dire, una tradizione antichissima. In anni in cui il concetto di “diritto d’autore” non era stato ancora concepito, infatti, un artista partenopeo diveniva celebre per la sua capacità di imitare le opere dei grandi maestri del tempo, sia italiani che stranieri: Luca Giordano, il “falsario” che dominò il Barocco napoletano. Conosciuto anche come Luca “Fapresto” o “Fai Presto”, soprannome che sembra gli abbia dato il padre, un modesto pittore, incitandolo a completare velocemente alcuni dipinti, il Giordano è, come lo definisce Argan, uno dei primi “virtuosi del pennello”.

Uno dei primi artisti, cioè, a meravigliare gli osservatori delle sue opere non tanto per la scelta o per il realismo dei soggetti ritratti, ma per la straordinaria abilità tecnica sfoderata nei suoi dipinti. Nato a Napoli nell’ottobre del 1634, Luca Giordano è, agli inizi, allievo del Ribera. Giovanissimo viene mandato dal padre a Roma, a studiare i grandi maestri del Rinascimento e del Barocco. Conosce e frequenta Pietro da Cortona e si avvicina ad una pittura ben lontana da quella “caravaggesca” del Ribera. Fu in Lombardia e, si dice, anche in Veneto, dove poté ammirare le opere di Paolo Veronese. A quest’ultimo si ispirerà buona parte della sua produzione artistica successiva. Prima di partire per Firenze e per la Spagna è, per lungo tempo, a Napoli, dove lavora tantissimo.

Gode di fama internazionale. È capace di realizzare dipinti di ogni genere. Sa imitare le opere di Caravaggio, Rembrandt, Rubens, e persino quelle di Raffaello. Diviene famoso anche, ma non solo, per questo. Bernardo de Dominici racconta che, stanco di sentire i consigli di un negoziante fiammingo, tal Gasparo Romer, che lo trattava da principiante, Luca volle prendersi gioco di lui. Chiese al padre di vendere alcune sue opere al Romer, dipinte sullo stile di Bassano, di Tiziano e di Tintoretto, spacciandole per dipinti originali di questi ultimi. Quando fu dal ricco negoziante, per consegnargli un “Sansone e Dalila” che aveva richiesto, il Giordano gli fece notare che le tele che il Romer aveva acquistato e ben pagato dal padre, credendole eccellenti lavori di grandi maestri, erano opera sua, come si poteva vedere dalla firma occultata sul retro di ognuna di essa.

Al negoziante fiammingo non rimase che riconoscere il talento del giovane pittore. Da allora, anzi, ne divenne protettore. La grandezza di Luca Giordano non sta solo nella capacità di spaziare dalle tinte “scure” di Caravaggio a quelle “chiare” di Veronese, ma nella straordinaria padronanza della tecnica pittorica e nella velocità d’esecuzione. L’appellativo di Luca “Fapresto” testimonia proprio questa sua abilità. In pochi giorni, o addirittura in poche ore, era in grado di portare a termine opere incredibilmente complesse. Sua è quella “maniera dorata”, quel colorismo vivace, frutto di un attento gioco di luci brillanti, vivide, che lo discosta molto dalla “maniera annerita con tinte cacciate nel nero fumo” che fu, invece, come scrive il de Dominici, di Mattia Preti.

Luca Giordano è un artista consapevole del proprio talento e nei suoi dipinti fa sfoggio delle sue capacità. Quasi un’autocelebrazione potrebbe apparire l’affresco, alla Galleria di Palazzo Medici Riccardi di Firenze, con “Minerva che porge una chiave e un martello a Ingegno e Artificio” (foto), due virtù che certo non gli mancarono. Le tinte, chiare e luminose, sono quelle del Veronese. È da lui che Luca “Fai Presto” impara a fare musica attraverso i colori. Del Giordano Argan dirà: “È un fenomeno, ha del prodigioso; è lo straordinario tecnico della comunicazione visiva”…“la sua pittura mette in moto il meccanismo dell’immaginazione”. Come “falsario” imparò a padroneggiare il mestiere pittorico, come maestro insegnò a sbalordire il mondo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA INTERNA DEI PARTITI

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Siamo immersi in un modello elitistico e plebiscitario di democrazia e gli stessi partiti si ispirano a questa logica. Bisogna puntare ad un”altra via, per rifondare in primis la vita interna dei partiti. Di Amato Lamberti

Per i partiti quale alternativa? Prospettare modelli alternativi di partito rispetto a quello che appare oggi affermarsi come un modello largamente egemone, può sembrare anche velleitario, specie per chi ritiene che sia ormai irreversibile l’affermazione di una visione “elitistica” di democrazia e che vede in un partito, secondo la classica definizione di Schumpeter, null’altro che un team di politici tesi alla conquista di cariche pubbliche attraverso la competizione elettorale.

D’altra parte, sono in molti ormai a ritenere assodata l’affermazione di Down, secondo la quale “i partiti formulano proposte politiche per vincere le elezioni, non cercano di vincere le elezioni per realizzare proposte politiche.” Se questo è lo scenario più plausibile, allora le forme di “democrazia immediata” che si sono diffuse in molti partiti nel nostro Paese, sono quelle più funzionali e coerenti ad un tale stato di cose: ossia, forme di democrazia, tendenzialmente plebiscitarie, che assumono come un fatto la dimensione atomizzata e individualistica della società contemporanea, che assumono la cittadinanza come una somma di individui dissociati, che non hanno bisogno di corpi e strutture intermedie e che tendono ad instaurare un rapporto diretto tra la leadership e la “base”.

Una base, a sua volta, non organizzata e non strutturata, caratterizzata da una bassa propensione partecipativa e tutt’al più da coinvolgere solo in alcuni momenti elettorali, quali, ad esempio, le “primarie”. Si può, invece, ritenere che, pure in un contesto di “società liquida”, sia possibile una linea di ricerca alternativa che attinga ad una rinnovata concezione della democrazia rappresentativa, integrandola e arricchendola con le acquisizioni teoriche e pratiche che provengono dal filone del pensiero politico democratico più interessante: quello della democrazia deliberativa.

La democrazia deliberativa si pone come un modello normativo e offre, proprio per questa sua natura, un quadro teorico di riferimento per l’analisi dei concreti processi democratici di decision-making e, nello stesso tempo, per la progettazione e la sperimentazione di pratiche partecipative innovative rispetto ad una tradizionale concezione della partecipazione democratica. Come scrive Jon Elster, “democrazia deliberativa è un processo decisionale condotto per mezzo di una discussione tra cittadini liberi ed eguali, alla cui base vi è l’assunzione secondo cui la democrazia si fonda sulla trasformazione più che sulla mera aggregazione delle preferenze”.

Il luogo in cui le preferenze si trasformano è la discussione pubblica, ovvero, come dice ancora Elster, “un processo di “collettive decision-making” che è democratico in quanto prevede la partecipazione di tutti coloro che sono coinvolti in una decisione o dei loro rappresentanti; e che è deliberativo in quanto si svolge attraverso argomenti offerti da, e a, partecipanti che siano orientati da valori di razionalità e imparzialità”. Gli aspetti cruciali del modello normativo sono, perciò:
l’idea che le preferenze (i valori, gli interessi, le opinioni) dei cittadini non possano e non debbano solo essere contate o aggregate attraverso procedure di voto, ma possano e debbano formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica che si svolga su basi di imparzialità, parità e eguaglianza;

l’idea che una decisione collettiva possa essere assunta sulla base di argomenti razionali, sulla base della forza del miglior argomento e sulla base di informazioni e conoscenze condivise (e non necessariamente sulla base di un negoziato tra interessi contrapposti e/o di un conflitto che veda una tesi prevalere sull’altra); l’idea che una decisione collettiva debba essere assunta sulla base della partecipazione di tutti coloro che sono, in varia misura, coinvolti nella decisione stessa, ovvero sulla base di un principio di massima inclusività. Ciò che conta è che tutti coloro che abbiano qualcosa da dire su una decisione che, in varia misura, li tocca direttamente, abbiano la possibilità di farlo e che possano riconoscere il fatto che, comunque, della loro opinione si sia discusso e che, in qualche misura, essa sia stata presa in considerazione.

Il problema vero di cui si continua a discutere riguarda la possibilità di assumere il modello della democrazia deliberativa come paradigma normativo anche per la democrazia interna dei partiti. In pratica, la questione è se, a fronte di un modello elitistico di democrazia e a modelli di partito che si ispirano a questa logica, sia possibile e realistica una alternativa, teorica e pratica, che punti a rifondare nella vita interna dei partiti un modello di democrazia rappresentativa e ad integrarlo e arricchirlo con le acquisizioni che provengono dalla democrazia deliberativa.

Una alternativa possibile ad un modello elitistico di partito, secondo molti autori, si fonda tutto su un presupposto: ricostruire la dimensione associativa dei partiti, non come mero presupposto organizzativo, ma come elemento costitutivo di un organismo collettivo in cui la discussione pubblica, il confronto delle idee e delle opinioni, i processi di apprendimento collettivo, svolgano un ruolo essenziale anche nella costruzione di rinnovati legami sociali.

In altri termini, essere un partito con una larga membership, in cui si discute e si decide attraverso procedure democratiche che prevedano un coinvolgimento quanto più largo possibile di iscritti e sostenitori, non è soltanto un richiamo ad una tradizionale risorsa organizzativa dei partiti di massa, ma la valorizzazione di un antidoto, oggi, importante, all’affermarsi di una dimensione elitistica e plebiscitaria della democrazia.
(Fonte foto: Rete Internet)

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