A metà strada tra Goethe e Mann, Alexsandr Sokurov rilegge il mito del Faust con il suo stile inconfondibile fatto di lunghe carrellate e immagini deformate, per chiudere con un personaggio della letteratura il suo discorso sul potere.
Oltre ad essere uno dei più importanti registi contemporanei, a Sokurov non manca certo l’ambizione. Dopo aver girato un intero film con un unico piano-sequenza (Arca Russa) ed essersi lanciato nella biografia rivisitata di tre grandi personaggi del Novecento (Hitler, Lenin, Hirohito), il regista russo chiude la sua tetralogia sul potere con una trasposizione libera del Faust di Goethe.
Il risultato – premiato con il Leone d’Oro a Venezia – è un’opera affascinante e morbosa, la cui forza quasi inaccessibile si sprigiona ad ogni inquadratura, misteriosa ma potente.
Nelle precedenti opere della trilogia Sokurov aveva letto la grandezza tragica del potere scegliendo di metterne in luce alcuni aspetti particolari. Dalla chiave grottesca per l’Hitler di Moloch alla solennità dell’imperatore giapponese ne Il sole, passando dal degrado cui porta l’esercizio del potere (Stalin e Lenin in Taurus), il filo conduttore era sempre rappresentato da un ribaltamento dei canoni classici associati al potere, cercandone invece il dettaglio ridicolo, pietoso, sofferente.
Attraverso le vicende del dottor Faust, Sokurov arriva all’ultimo tassello del suo discorso, il più complesso. L’uomo di scienza, affascinato dal potere della conoscenza, rimane inquieto perché l’essenza della vita, il piacere, la carne, il denaro, si sottrae al suo dominio, rimanendo comunque una fonte di desiderio inevitabile.
Sokurov sceglie di concentrarsi su alcuni passaggi dell’immensa costruzione di Goethe, mettendo al centro della scena l’idea che il potere – inteso come dominio – sia un assillo dell’uomo e che la strada per la piena conoscenza passi – qui è il tragico – dalla discesa nell’inferno della carne.
La grandezza di questo film sta nelle scelte stilistiche di Sokurov, capaci di creare un perfetto equilibrio tra il testo classico e la rappresentazione. Pur prevedendo gli stacchi del montaggio, il Faust ricorda l’idea che è alla base dell’Arca russa: lunghe sequenze che riprendono i personaggi in continuo movimento, frenetici e spesso accatastati gli uni sugli altri nelle inquadrature. In questo fluire continuo, le scene memorabili sono tante, costellate da simboli e trovate di regia mai inutili. Accanto alle lunghe sequenze, Sokurov prende dai suoi precedenti film anche l’espediente delle lenti deformate, dipingendo in modo espressionista, nei momenti di maggiore intensità, i volti dei suoi personaggi.
Il Faust di Sokurov è un uomo che non conosce la quiete. La ricerca degli aspetti sconosciuti della vita – centro del film – porta alla completa assenza di staticità, ad un nevrotico spostarsi da un ambiente all’altro, con personaggi che irrompono nell’inquadratura spesso soffocando il protagonista, costringendolo al contatto con la materialità dell’esistenza. Volti brutti, sporchi, alternati alle carni piacevoli e bianche di donne nude, accompagnano l’errare instancabile di Faust, sottoposto ad un baccanale dei sensi orchestrato da un Mefistofele ripugnante e sofferente perché condannato alla solitudine.
La simmetria della composizione è straordinaria. Il film si apre sull’immagine dell’organo maschile di un cadavere sezionato da Faust, tra carni putride, in un ambiente sporco e sgradevole. Nel momento di massimo piacere, a contatto finalmente con la bellezza pura di Margarethe, la camera indugerà sulla luce del corpo femminile nudo. Il cammino tormentato di Faust lo porterà da un corpo all’altro (dalla conoscenza lineare della ragione a quella ingestibile dei sensi), in un percorso di formazione dove la logica del potere si ritrova nella capacità di affrontare tutte le esperienze umane. Stravolto alla fine di un viaggio onirico e surreale, il dottor Faust potrà gridare al mondo di essere l’unico trionfatore, perché in possesso della conoscenza completa.
Tuttavia, i borbottii fuoricampo di Mefistofele ricordano il prezzo da pagare per arrivare a questa forma di potere. La completezza dell’esperienza umana richiede la debolezza del piacere. Dietro il trionfo rimane come un’ombra l’aspetto sgradevole di un’icona alla quale abbiamo trasferito quanto di più basso e malevolo risiede nell’animo umano.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Alexsandr Sokurov, con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky, Isolda Dychauk, Hanna Schygulla.
Durata: 135 minuti
Uscita nelle sale: 26 ottobre 2011-11-10
Voto 8/10







