Frank è un extracomunitario arrestato qualche giorno fa. Ignora il suo passato, è certo di non avere un buon futuro, vive un triste presente. Di Simona Carandente
L’approccio con il complicato mondo del diritto penale, sia dal punto di vista sostanziale che processuale, non può prescindere da un dato: l’attenzione che l’operatore deve riservare, sempre e comunque, all’aspetto umano dei casi che viene chiamato a trattare. Nelle pur variegate situazioni che si prospettano, accanto ad individui che scelgono di improntare la propria esistenza al crimine, ovvero a scelte di vita moralmente e giuridicamente opinabili, può accadere di imbattersi in situazioni e persone pressoché drammatiche, con un vissuto a dir poco raccapricciante e nessuna, o quasi, prospettiva di recupero di un’esistenza normale.
Ancor più delicati sono i casi in cui i soggetti deboli sono stranieri, con minime possibilità di comprendere la lingua italiana, senza alcuna fissa dimora e senza che nessuno, parente o amico, manifesti il benché minimo interesse al proprio stato di detenzione. Qualche giorno fa, un giovane extracomunitario veniva tratto in arresto in un noto comune dell’area flegrea, per aver posto in essere una condotta di atti osceni sulla pubblica via, dopo aver palpeggiato una giovane donna di passaggio, nello sconcerto generale della piccola comunità in cui viveva da pochi giorni. Il tutto avveniva pubblicamente, in pieno giorno, con una dinamica che lasciava presagire una ricostruzione dei fatti non propriamente convincente.
Nei tempi di rito, il giovane veniva poi sottoposto ad udienza di convalida dell’arresto, alla presenza del giudice, del difensore e dell’interprete di lingua inglese. Tuttavia, agli operatori appariva evidente lo stato di confusione in cui versava il giovane, che però all’apparenza non dava segni evidenti di squilibrio ed appariva pressoché normale. La situazione ricreatasi all’udienza era al limite tra lo sconcerto ed il paradosso: il giovane, frastornato, non era neanche in grado di riferire come si chiamasse e la sua data di nascita, limitandosi ad osservare i suoi interlocutori con fare interrogativo. Addirittura, non era in grado neanche di fornire il proprio domicilio, o l’indirizzo di qualcuno presso il quale essere collocato in regime di arresti domiciliari.
Per il giudice, pertanto, non rimaneva che disporre la custodia cautelare in carcere del giovane extracomunitario, in attesa della celebrazione del processo di merito: la decisione del giudicante, tuttavia, non poteva che apparire sofferta. Nello scenario che si era posto allo sguardo degli operatori, una cosa appariva certa: a parte il penitenziario, nessun altro tetto avrebbe atteso il giovane straniero, né probabilmente un piatto caldo. Addirittura, si poteva paventare l’ipotesi che questi avesse architettato l’ ”anomala” violenza proprio per sfuggire ad un destino di miseria e strada.
Dal punto di vista processuale, la questione della capacità di intendere e di volere del soggetto verrà rimessa al giudice, che attraverso la nomina di un perito stabilirà se confermare i dubbi di cui sopra, ovvero propendere per l’evidente incapacità del soggetto di rendersi conto di quanto avesse posto in essere. (mail: simonacara@libero.it)
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