Nolano: Pasqua e lunedì di Pasqua dedicati dall’Arma ai controlli

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Denunce e decine di contravvenzioni al codice della strada. In tutto il territorio della Compagnia nolana è stato coordinato un servizio a largo raggio a tutela della disciplina nella circolazione su strada e contro le forme più varie di illegalità. Sono state denunciate 5 persone ai sensi del codice penale, delle leggi speciali e del codice della strada. Le denunce hanno colpito: Un ucraino di San Gennaro Vesuviano, agli arresti domiciliari per maltrattamenti in famiglia. All’atto del controllo dei carabinieri è risultato assente. L’uomo dall’inizio dell’anno, per evasione, è stato arrestato in flagranza 4 volte e denunciato in s.l. 3 volte. Un cittadino bengalese residente a San Giuseppe Vesuviano perché non in possesso di permesso di soggiorno. Un 59enne di San Gennaro Vesuviano per possesso ingiustificato di arma da punta e taglio, perché, controllato su strada, in auto aveva un coltello a serramanico lungo 24 cm, sottoposto a sequestro. Un uomo classe ’52 di Nola per accensioni ed esplosioni pericolose, che nel cortile di casa aveva esploso 2 colpi d fucile per allontanare un cane. Un giovane per guida senza patente (mai conseguita). Marcati i controlli alla circolazione stradale. I carabinieri hanno scoperto e sanzionato 40 contravvenzioni: si tratta di  mancata revisione, mancanza di documenti, inosservanza obblighi divieti, patente scaduta, circolazione con veicolo sequestrato e mancanza di copertura assicurativa; 6 i veicoli sequestrati. (Fonte foto: rete internet)

Somma Vesuviana, la dinamica dell’incidente che ha spezzato la vita di Antonio Tufano nella ricostruzione dei carabinieri

Tufano non ha frenato, la Opel Corsa con Alessandro Pepe alla guida e due bambini a bordo gli è arrivata addosso come un bolide. L’uomo al quale era stata ritirata la patente l’aveva richiesta una seconda volta ma la Prefettura gliela aveva rifiutata per “mancanza di requisiti morali”.
Antonio Tufano, la vittima
Antonio Tufano, la vittima
Una frenata lunga più di 34 metri. Alessandro Pepe, attualmente agli arresti domiciliari in ospedale accusato dei reati di omicidio stradale e lesioni, ha provato a rallentare prima dell’impatto contro la Yaris con alla guida Antonio Tufano, unica vittima dell’incidente. L’auto di Antonio, per la quale non ci sono invece segni di frenata, è stata investita in maniera violentissima dalla vettura proveniente dalla carreggiata opposta. Le parti anteriori delle due vetture si sono accartocciate e Antonio Tufano ha sbattuto la testa contro il vetro della sua Yaris.
Alessandro Pepe
Alessandro Pepe
È quanto risulta dai rilievi effettuati dai carabinieri sul luogo dell’incidente, via San Sossio. Alessandro Pepe è il primo arrestato in flagranza di reato per il nuovo reato di omicidio stradale. Sottolineiamo «in flagranza di reato» perché nei cinque giorni dai quali la legge è in vigore c’è stato anche un altro caso, a Roma, dove una donna alla guida di un Suv ha investito dei ciclisti in via Aurelia e poi è fuggita per poi costituirsi successivamente. Il «triste» primato spetta dunque a Somma Vesuviana. Il paradosso, il lato più triste di questa storia che è costata la vita ad un giovane di 28 anni e che avrebbe potuto diventare una tragedia ancor più grande per la presenza nell’auto killer di due bambini, è che Pepe al volante non doveva e non poteva esserci. La patente gli era stata ritirata, l’aveva richiesta una seconda volta ancora e la Prefettura gliel’aveva negata per “mancanza di requisiti morali”. Ma lui se n’era infischiato, addirittura assumendosi la responsabilità di trasportare in auto i nipotini. Adesso è ai domiciliari, piantonato dai carabinieri in ospedale e si attende che il gip convalidi l’arresto.

La morte di Antonio Tufano, la comunità di San Sossio lo ricorda come esempio di figlio e innamorato

«È morto nel giorno del Sabato Santo, ora sua madre Gina è come Maria ai piedi della Croce: deve continuare a credere». È sabato Santo, il sabato dell’attesa… «tra poco il buio cederà posto alla luce, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga» (don T. Bello) ma il suono acuto dell’ambulanza incalza più forte, sino a stravolgere l’attesa di quanti amano Antonio. Era buono Antonio, amava la vita e la musica, era gioviale e generoso, sempre sorridente, un’anima sola con la sua dolce Maria, affetto e devozione verso la sua cara mamma Gina; ad entrambe, con il suo vivere, gridava “riconoscenza” e “condivisione” e con entrambe aveva costituito un’intesa tale per cui ogni cosa la si decideva in armonioso accordo. Sì, perché da quando erano partiti per il cielo Pietro, fratello e figlio, e poi Michele, padre e marito, Antonio e Gina andavano ricostruendosi insieme un futuro di vera speranza nell’autentico “Nonostante tutto”, mentre Antonio e Maria progettavano la loro famiglia. Mai mancava Antonio di restituire l’amore ricevuto da Gina, con frasi e lettere in occasioni particolari o leggere e profonde attenzioni come un cornetto il giorno della festa del papà o la mimosa alla festa della donna, un bigliettino alla festa della mamma o un semplice “ti accompagno “o “non ti preoccupare …lo faccio io …! “ . Di Maria era un innamorato fresco, giocoso ed armonioso, con lei e per lei tenero punto di riferimento. Ispirato dall’esempio di Gina sapeva donare a tutti il suo cuore e non solo, con affetto e semplicità, in piena sintonia con l’insegnamento evangelico tanto caro alla sua mamma: “Fa del bene anche a chi ti fa del male”. In questo dolore rimane la nostra Gina, come Maria ai piedi della Croce, e le sue parole: “Dobbiamo continuare a credere, altrimenti che cristiani siamo? “ . la comunità di San Sossio

Marigliano, istallato ripetitore in via San Vito: la protesta dei cittadini

I cittadini mariglianesi non si piegano all’ennesimo “attentato” alla loro salute. L’istallazione del ripetitore in via San Vito suscita le preoccupazione della popolazione, che ha sottoscritto una richiesta di accesso agli atti. Una vera e propria settimana della Passione  quella che hanno vissuto gli abitanti mariglianesi della zona San Vito. Mercoledì 23 marzo è stato istallato come un fulmine a ciel sereno, nell’arco di due ore,  un ripetitore in via Padre Michelangelo Longo, nei pressi del convento dei Frati Minori di San Vito, a ridosso di molte abitazioni e di centri di aggregazioni quali campi di calcetto e ludoteche. Nelle immediate ore successive 77 vicini, quali portatori di interessi, hanno sottoscritto una richiesta di accesso agli atti: “La richiesta di accesso è motivata dalle legittime preoccupazioni per la tutela della salute pubblica e privata, attesa la ridotta distanza della suddetta installazione dalle abitazioni e proprietà degli scriventi oltre che la vicinanza ad aree sensibili quali spazi ricreativi e ludici per bambini, luoghi di culto, chiese e palestre disciplinate in materia dal DPCM 8 Luglio 2003”. Ora oltre al quartiere  molti sono i concittadini preoccupati per una terra sin troppo martoriata che detiene diversi record al negativo: “…Terra dei Fuochi, delle Ecoballe, Triangolo della Morte ora anche quello delle antenne?!? Chiediamo a tutte le Forze Politiche ed alle Autorità competenti la massima attenzione, collaborazione e soprattutto compartecipazione nell’interesse della salute di tutti”.

Somma Vesuviana, arrestato per omicidio stradale Alessandro Pepe, l’uomo coinvolto nell’incidente in cui ha perso la vita Antonio Tufano.

alessandro pepe1Andava a velocità doppia di quella consentita e gli era stata ritirata la patente nel 2011. Ha 37 anni, era senza patente e la Opel che guidava con a bordo due bambini era sprovvista di revisione. È stato arrestato, mentre ancora si trova in ospedale, Alessandro P., l’uomo alla guida della Opel Corsa coinvolta nell’incidente che sabato sera – sotto il ponte della ss 268 in via San Sossio, è costato la vita ad Antonio Tufano, 28 anni. Già noto alle forze dell’ordine, ad Alessandro Pepe era stata revocata la patente più di cinque anni fa, inoltre la sua auto era sprovvista di revisione e, come è stato accertato, andava a 100 km/h, il doppio della velocità consentita su quella strada. Aveva inoltre oltrepassato la propria carreggiata, finendo in quella opposta.  Le indagini dei carabinieri si sono concluse con l’arresto alla luce dell’entrata in vigore della nuova legge: Pepe è ritenuto responsabile di omicidio stradale e lesioni personali. È agli arresti domiciliari in ospedale dove è ancora ricoverato.  Il pm della Procura di Nola, come è evidenziato nel comunicato a firma del Procuratore Paolo Mancuso, ha chiesto anche la convalida dell’arresto al gip. Quello effettuato dai carabinieri di Somma Vesuviana al comando del maresciallo Raimondo Semprevivo, sarebbe il primo arresto per omicidio stradale in flagranza di reato in Italia.  

Somma Vesuviana, Il borgo antico si mobilita per padre Costanzo

La comunità parrocchiale del borgo antico non si rassegna al trasferimento di Padre Costanzo che a giugno, così come stabilito dall’Ordine Trinitario Provinciale, dovrà lasciare la Chiesa Collegiata. In programma una fiaccolata e la raccolta firme. Mobilitazione anche sulla piazza virtuale.   Lacrime, amarezza, rabbia. La domenica di Resurrezione sul borgo antico Casamale è stata tutt’altro che gioiosa e la messa, in una chiesa Collegiata traboccante di fedeli, si è trascinata in modo palesemente malinconico. Dopo diversi giorni di mormorii, di sussurri e di chiacchiere la comunità parrocchiale ha avuto la conferma che Padre Costanzo Nganga, che da quattro anni è parroco della Chiesa Collegiata, luogo privilegiato dei più antichi riti religiosi della cultura sommese, ha ricevuto dall’Ordine Trinitario Provinciale la comunicazione di fine mandato e il trasferimento in Congo. Una vera e propria mazzata, del tutto inaspettata, per la comunità del borgo antico che ha trovato in Padre Costanzo, giovane sacerdote di colore, un importante punto di riferimento. Sempre sorridente, disponibile, aperto con tutte le forze associative del luogo, Padre Costanzo è riuscito in questi ultimi quattro anni ad annullare l’enorme distanza creatasi tra la comunità e la Chiesa. Pastore e guida con la musica , l’allegria e i colori della sua terra nel cuore, padre Costanzo si è occupato principalmente di riportare i giovani, che da qualche anno se ne erano allontanati, nella chiesa Collegiata . E’ stato lui che ha voluto e creato, curandolo e formandolo personalmente, il gruppo dei giovani ministranti, che oggi conta decine di adolescenti impegnati in modo entusiastico nella e per la parrocchia. Nel mentre ricuciva i fragili rapporti tra i diversi gruppi di collaboratori e collaboratrici, ha ridato importanza alla catechesi e alla formazione dei bambini, pretendendo ed ottenendo la partecipazione costante e spontanea dei genitori, che oggi accompagnano con piacere i loro figli in chiesa e lungo il cammino della loro crescita spirituale e morale. Più difficile è stato per il parroco del borgo, e lo è tutt’ora, far comprendere a certi membri della comunità che nella parrocchia non esistono “comandanti” o “generali”, che ci si confronta, si divide e si condivide tutto con tutti per il bene dell’intera comunità. Di fronte a una comunità vivace e laborioso ma pur sempre litigiosa e spesso affetta dalla mania di protagonismo, Padre Costanzo ha cercato fin dall’inizio di riportare ordine ed equilibrio nel rispetto di tutti e di ognuno. Non sono mancati scontri ed ammutinamenti di una piccola frangia della comunità particolarmente restia al rispetto delle regole comunitarie e dalla miope mentalità e arroganza di pensare la Chiesa come centro di affari e di potere, ma Padre Costanzo è andato avanti sostenuto e supportato da una buona e importante parte della comunità giovane, competente, disponibile. Con pazienza e garbo, il parroco ha saputo tessere la rete delle relazioni necessarie alla comunità   e lo ha fatto dando spazio ai diversi gruppi culturali e musicali, alle antiche e nuove paranze, agli imprenditori locali, a tutti quelli che con le proprie risorse e competenze si sono messi poi a disposizione del quartiere per valorizzarlo e migliorarlo. Quando è arrivato il momento, improcrastinabile, di chiudere la Chiesa per lavori di sicurezza del tetto, padre Costanzo ha chiesto l’aiuto di tutti, tant’è che ha preferito che i contributi fossero gestiti direttamente dal consiglio pastorale e che la contabilità la curassero due professionisti del consiglio stesso . Tutto documentato, tutto verificabile, tutto trasparente. Giorno dopo giorno, con un entusiasmo contagioso e disarmante, Padre Costanzo è riuscito a far nascere e crescere una vera e propria famiglia parrocchiale, la vera comunità. Ha aperto le porte del convento , da sempre chiuso ai residenti, ha cantato, ha pregato, ha festeggiato con i giovani ma ha anche sofferto e pianto con e per i suoi parrocchiani colpiti da lutti e drammi familiari. Ha imparato il dialetto sommese, è rimasto affascinato dalla musica e dalle tradizioni popolari fino a sentirsi parte delle antiche paranze, a scalare insieme a loro la vetta della nostra montagna per officiare la messa in onore di Mamma Schiavona in occasione della festa della montagna. E proprio ora, nel bel mezzo della costituzione di questa nuova e giovane comunità, arriva la notizia del trasferimento. Perché ? Questa è la domanda che da giorni sta logorando i giovani e non solo del borgo. Voci, ormai sempre più insistenti, parlerebbero di un vero e proprio complotto architettato ad hoc contro il parroco da un piccolissimo gruppo della comunità che avrebbe, il condizionale ovviamente è d’obbligo in questa fase,   presentato all’Ordine Trinitario Provinciale alcuni elementi che metterebbero in serio dubbio l’opera pastorale di Padre Costanzo. Una vera e propria macchina  del  fango per discreditare il parroco del borgo e per invitare l’Ordine a prendere seri provvedimenti, dunque. Fatto sta che Padre Costanzo ha ricevuto la comunicazione di trasferimento definitivo nel Congo.  Di che cosa sarebbe colpevole Padre Costanzo? Quali misteri si nascondono dietro questo improvviso trasferimento? Perché non ci può essere possibilità di confronto ? Chi ha potuto “spingere” e volere così fortemente l’allontanamento del parroco ? Queste ed altre le domande che attendono risposte. Ma la comunità parrocchiale non è disposta a perdere il suo amato parroco e già si sta mobilitando a tutto campo. Il primo segnale è stato dato venerdì santo, quando di fronte alla chiesa, visibile a centinaia di confratelli delle diverse congreghe e migliaia di fedeli giunti sul borgo per la suggestiva processione del Cristo Morto, è apparso uno striscione bianco con la scritta: “Padre Costanzo, uno di noi” . Intanto, il Consiglio pastorale ha provato a contattare l’Ordine Provinciale per un incontro ma, al momento, dall’altra parte c’è stato solo silenzio. In attesa, la comunità parrocchiale si sta organizzando anche per una fiaccolata che si terrà l’8 aprile prossimo e i cui dettagli saranno divulgati a breve sui social network, su cui già si è aperta una pagina di solidarietà e di sostegno per Padre Costanzo. Se i vertici dell’Ordine Trinitario si sono chiusi nel silenzio, la comunità, ieri durante la messa di Resurrezione , ha elevato direttamente a Dio il suo grido di dolore. Tre le lacrime dei giovani e dei bambini, una voce si è levata alta, commossa , e ha letto una breve e intensa preghiera a nome di tutta la comunità: “ Signore Gesù, nel mirabile sacramento della tua Pasqua di Resurrezione fa che il nostro Padre Costanzo possa ancora restare nella nostra comunità parrocchiale perché abbiamo ancora tanto bisogno dei suoi insegnamenti, della sua serietà, della sua bontà e del suo carisma. Uno come lui, Signore, lo abbiamo tanto atteso e tu ce l’hai donato. Adesso ti preghiamo con tutto il nostro cuore, fa che il nostro Padre Costanzo rimanga qui nel borgo del Casamale perché , se tu vuoi , puoi”. Una preghiera accompagnata da un lunghissimo e forte applauso che ha portato Padre Costanzo ad andare verso alcuni presenti per abbracciarli. “Vi ringrazio di cuore per l’affetto che mi state dimostrando. Ma noi siamo tutti di passaggio- ha detto dall’altare il parroco con voce rotta dall’emozione- e quando ci arriva la chiamata dobbiamo lasciare e andare. Purtroppo il male c’è e si insinua facilmente tra noi ma oggi, vi assicuro, ha vinto il bene” . Prendendo per mano i bambini, con il solito sorriso, ha portato a termine la messa. Ma nessuno si è sentito di andare via e in sacrestia ognuno ha voluto abbracciare forte il suo parroco. Il nostro pastore, la nostra guida, la nostra speranza. Uno di noi.

Lavoro, bonifica ambientale e onestà: le speranze di Pasqua che non muiono mai. Forse

Dalla Fiat ai call center, alla disoccupazione imperante. Dalle terre dei fuochi a Bagnoli. I pensieri pasquali del popolo napoletano racchiusi in poche righe.      Il chiodo fisso è sempre lo stesso per il popolo partenopeo: il lavoro, come riuscire a sopravvivere, come poter andare avanti, migliorare la propria condizione. Anche a Pasqua ovviamente. Anzi, in tante famiglie sono proprio le festività ad acuire l’ansia scaturita dai problemi derivanti dalla continua mancanza, o insufficienza, di danaro. Problemi come quelli che stanno affliggendo da anni i cassintegrati della Fiat di Pomigliano e del polo logistico di Nola, fabbrica, la prima, rimasta al palo di una monoproduzione Panda e progetto industriale mai decollato nel secondo caso. Oppure problemi che diventano paure molto forti, come per i lavoratori dei call center napoletani Almaviva e Gepin, dove sono stati annunciati 620 licenziamenti: è l’allarme occupazionale più grave scattato in questo periodo nel Napoletano. Sullo sfondo c’è la tragedia del Consorzio Unico di Bacino: mille persone del servizio regionale di raccolta dei rifiuti rimaste senza salario e senza incarichi da quattro anni. Alcuni di  questi operai si trovano asserragliati da più di una settimana, giorno e notte, sul tetto del castello di Acerra. Nell’indifferenza generale. E che dire delle centinaia di migliaia di persone che si arrangiano con questo o con quel mestiere di “fortuna”, precario, al nero ? Intanto oltre al lavoro a Napoli e provincia un’altra preoccupazione costante è il timore derivante dal vivere in territori pesantemente inquinati. Nella Terra dei Fuochi le bonifiche tanto strombazzate dal governo Renzi restano una chimera rafforzata dal fallimento di un decreto che poco o niente ha fatto. Ad Acerra, Pomigliano, Casalnuovo, Nola, Marigliano, Brusciano, Mariglianella, Giugliano, Casoria, Afragola, Caivano, Torre Annunziata, Pozzuoli e in tanti altri comuni della provincia si spera ancora ( ma non più tanto ) in un’opera di risanamento ambientale assolutamente indispensabile. Come del resto nei quartieri della periferia di Napoli. Napoli orientale ( Ponticelli, Barra, San Giovanni, Poggioreale e zona Industriale ) attende un rilancio che pare non voler arrivare mai. Come del resto Bagnoli, dove la contrapposizione sul suo destino tra il sindaco De Magistris, che vuole impedire speculazioni edilizie, e il presidente del Consiglio Renzi, che non si sa bene dove voglia andare a parare con il commissariamento, sta aggiungendo ritardi a ritardi. Dulcis in fundo restano le piaghe della camorra, anche politica. E della corruzione. Il rapporto del prefetto Pantalone alla commissione antimafia ( 27 comuni monitorati in provincia di Napoli ) appare un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Nel frattempo proprio gli organismi che dovrebbero bloccare e punire i rapporti tra politica, camorra e corruzione non fanno nulla. Stanno a guardare. Come sempre. Ogni tanto qualche operazione: ma nessuna che sia mai in grado di incidere davvero sulla sostanza del problema.  

La guerra al demonio nel culto della Madonna dell’ Arco: tarantolati, esorcismi, ossessi

  Le forme della religiosità popolare. Il “tarantolismo” vesuviano e il santuario di Madonna dell’ Arco. Le tavolette votive degli ossessi esorcizzati. Lo strano caso di Giovanni Vassallo, sacerdote napoletano, esorcista e “mago”.   I riti del lunedì in albis e i cortei dei fujenti aprono, nel Vesuviano e nella Campania Felice, una lunga stagione della religiosità popolare che si conclude alla fine dell’estate, dopo che sono state festeggiate la gloria delle Madonne Nere – la Madonna dell’ Arco, la Madonna di Castello a Somma, la Madonna del Carmine, la Madonna di Montevergine – e la potenza di San Michele Arcangelo, del San Michele Arcangelo di Ottaviano, baluardo contro l’insidia del fuoco del Vesuvio. Durante questa stagione, se avessimo lo “sguardo” addestrato e ispirato del mio amico Gennaro Barbato, principe degli esploratori dei siti archeologici nel nostro territorio, vedremmo uscire dalla terra e dai boschi i fantasmi degli dei pagani che si sono convertiti al Cristianesimo cambiando nome e che al Cristianesimo e alla religiosità popolare hanno prestato riti, simboli e cerimonie. Iside egizia, venerata a Pompei, era patrona dei marinai e durante la processione che si svolgeva in suo onore gli “iniziati” portavano, in alto sulle loro teste, modelli preziosi di barche: e modelli di barche portavano, e portano ancora, al santuario di Madonna dell’ Arco i fujenti di Barra e di San Giovanni a Teduccio. La tavoletta votiva che accompagna il titolo e che appartiene al patrimonio del santuario di Madonna dell’ Arco (  inv. n. 3324) è un olio su tela di cm. 48x 36, del sec.XVIII.   Il danzatore, che ha camicia e spada ornate di rosse strisce di canapa annodate “ a farfalla”, è un tarantolato che ha ottenuto la guarigione dalla Madonna dell’ Arco: egli non si è fidato delle chiacchiere degli stregoni e dei guaritori, non ha creduto  che il copioso sudore provocato dalla sfrenata tarantella bastasse a  liberarlo dal veleno e dalla frenesia. Non è questo il momento per discorrere del tarantolismo che di solito viene collegato alla cultura pugliese. Ricordiamo solo ciò che scrisse Ernesto De Martino: “ l’essere morso dalla tarantola è soltanto un’ immaginazione o anche una esperienza allucinatoria che dà orizzonte e figura ad una crisi di carattere nettamente psichico. Al tarantolismo pugliese – che sopravvive in forma cristianizzata nella festa di San Paolo a Galatina – fanno riscontro numerosi paralleli storico – religiosi, specialmente nel magismo di tipo sciamanistico”, anche in quello dei “paesi islamici dell’ Africa mediterranea”. Nella prima metà dell’ Ottocento Salvatore De Renzi, grande medico napoletano e illuminato studioso di antropologia medica, osservò  che fenomeni simili a quelli del tarantolismo ( o tarantismo) pugliese venivano prodotti,  in provincia di Napoli, dal morso della vipera. In un saggio del 1858 Enrico Cossovich collegò proprio alla festa del lunedì in albis a Madonna dell’ Arco la danza che i napoletani chiamano “tarantella”, dal nome del ragno velenoso, la tarantola, la cui “morsicatura si dice che imprima al paziente una così fatta sensazione che l’obbliga, suo malgrado, a ballare con strani movimenti e contorsioni.”. La “tarantella” del lunedì in albis a Madonna dell’ Arco  è ormai solo un ballo di “amoroso significato”, una “danza voluttuosa”: ma Cossovich condivide la tesi di Emanuele Bidera che alle radici della “tarantella” c’è la “sicinnide”, una frenetica danza pagana legata ai culti misterici di Dioniso e di Cibele e al culto fallico di Priapo. Nella tavoletta pubblicata in appendice ( inv. 1313), – una tempera magra su tavola, di cm. 47 x 28,5 del sec.XVII –  tre padri domenicani esorcizzano un’indemoniata. Uno di essi pronuncia le formule rituali soffiando sulla bocca della donna, un altro  cinge il collo di lei con una stola e con la mano ordina al demonio di uscire dal corpo della infelice, sostenuta da due donne, sotto lo sguardo attento del terzo domenicano: gli spiriti maligni, sconfitti, escono dalla bocca dell’ ossessa sotto forma di pipistrelli, che l’arcangelo Gabriele, armato di spada,  insegue in volo.  A sinistra in alto c’è la Madonna dell’ Arco, al centro un angelo dà da bere a Gesù nell’orto di Getsemani, a destra c’è San Francesco. In un territorio prossimo alle paludi di Volla – le paludi erano il “luogo” demoniaco per eccellenza – e dominato dal Vesuvio, che alcuni teologi consideravano una porta dell’ Inferno,  il fenomeno dell’ ossessione era molto più diffuso di quanto si pensi. Il ruolo dell’esorcista fu difficile e per certi aspetti pericoloso, essendo esposto ai sospetti delle pratiche magiche. Pasquale Lopez ci racconta la storia di un sacerdote, Giovanni Vassallo, il quale nel 1697 esorcizza una donna “affatturata e spiritata”. Egli “leggendo un libro faceva salire gli spiriti a lingua, li comandava e li faceva scendere abbasso”, poi faceva il segno di croce sul corpo della donna e di tanto in tanto “ le soffiava sopra”. E fin qui era solo esorcismo autorizzato. Ma il Vassallo, raccontò la “spiritata”,  ordinava alla donna di mangiare “certe ostie scritte”, le ungeva le spalle dolenti con una miscela di acqua santa benedetta e di olio di ruta, “ e di detta acqua mi lavava la faccia e la beveva”.  “ E qui – scrive Lopez – il  Vassallo ci sembra guaritore e “magaro” a un tempo”. Il Vassallo, che possedeva anche libri “particolari”, venne condannato a cinque anni di carcere. L’anno dopo, il carcere gli venne commutato in esilio da Napoli. Lo mandarono a Capodimonte, che allora era un “pago”, un villaggio fuori le mura di Napoli: e così la lettera del decreto veniva rispettata. Nel 1699  questo strano esilio gli venne condonato. Si avvicinavano tempi nuovi. tavoletta2

“Ave Cesare”: ancora una volta i fratelli Coen lasciano il segno.

  “Ave Cesare!” È l’ultima pellicola di Joel ed Ethan Coen: irriverente, a tratti irresistibile, forse un po’ sottotono rispetto alle precedenti, ma pur sempre intrisa di quell’inimitabile fascino coeniano    Sono glli anni ’50, Eddie Mannix (Josh Brolin) è il capo 1della produzione della casa cinematografica Capitol Pictures (che rappresenta qui un amalgama sornione di Universal, Warner Bros. e Paramount); vincolato al suo lavoro da una profonda abnegazione, Eddie ha il gravoso compito di preservare l’illusione che Hollywood, anche in un momento di repressione morale pervasiva e sconvolgimenti socio-politici, sia la fabbrica glamour e politicamente corretta dei sogni degli americani e di tutti i fan del grande schermo. La sua vita frenetica oscilla tra tentativi di far alleggerire la sua anima da un prete (confessa i suoi peccati, o meglio, le sue mancanze –come qualche sigaretta in più fumata di nascosto dalla moglie- con una frequenza quasi ossessiva) e tentativi di portare avanti la produzione della Capitol Pictures senza intoppi, ponendosi come un faro di sanità mentale e di intelligenza in un mondo invaso da irrazionalità, venalità e  corruzione.  Gli attori vengono trattati come diceva Hitchock:, e cioè “come mucche”: infatti il principio “portare avanti la produzione senza intoppi” può significare qualsiasi cosa: dall’organizzare l’adozione finta di un bambino nato fuori dal matrimonio per la stella DeeAnna Moran (Scarlett Johansson), al rispettare decisioni discutibili dello studio, come quella che prevede di trasformare il bello e poco capace attore western Hobie Doyle (Alden Ehrenreich) in un interprete raffinato. Il carico di stress di Eddie tocca il suo picco con l’improvvisa scomparsa della stella più amata della casa di produzione, Baird Whitlock (George Clooney), che viene rapito dal set di un film romano ultracostoso “Ave, Cesare!”, chiaramente modellato sul “Ben-Hur, su cui lo studio punta più che su ogni altra pellicola in corso d’opera. Al protagonista, ovviamente, spetta l’arduo compito di riportare Baird sul set, cercando di evitare le minacce e le insinuazioni delle sorelle giornaliste rivali Thora e Tessa (interpretate dalla superba Tilda Swinton). Attraverso lo sguardo vigile e cauto di Eddie Mannix, i fratelli Coen, hanno compiuto una panoramica fulminea di ogni angolo del settore cinematografico, cogliendo le sfaccettature più ciniche (ma mai intollerabilmente crudeli) della meravigliosa e controversa industria cinematografica. I Coen, editori giudiziosi del loro lavoro, si rifiutano di soffermarsi a lungo su  qualsiasi cosa, in questa, come in altre pellicole, viene detto tutto, ma tutto infine svanisce nel nulla. Ogni storia, ad esempio il mistero della scomparsa di Baird, si risolve solo con po’ di tensione e con un po’ di sorpresa: in questa pellicola, tutto esiste, come in molte delle storie serio comiche dei Coen, come un punto di partenza, un punto filosofico di ingresso. I momenti più sofisticati di “Ave, Cesare!” “accadono” durante le scene di metacinema, i film in produzione diventano il film che si sta guardando, e lo spettatore è invitato a perdersi in quella patinata fabbrica di sogni che è Hollywood. Al di là dei finali sfumati di ogni storia innestata nella trama della  pellicola, probabilmente il messaggio più chiaro di “Ave Cesare!” è che cinema e religione (costante presente dall’inizio alla fine) non devono essere mai presi troppo sul serio, non devono mai alimentare un culto idolatrico.    

Come tatuare senza rischi ? Basta andare a lezione dai medici dell’asl Napoli 3 sud

Il corso di formazione per tatuatori partirà il 4 aprile prossimo, a Pompei.     L’obiettivo è di evitare le infezioni, i cosiddetti rischi di una pratica che ormai è diventata rito consolidato: il tatuaggio. Intanto il dipartimento di prevenzione dell’Asl Napoli 3 Sud, con sede a Pompei, ha organizzato i corsi di formazione per gli addetti alle attività di tatuaggi e piercingIl percorso formativo avrà cadenza settimanale e sarà svolto di lunedì, dalle 15 alle 20, a partire dal prossimo 4 aprile 2016. Le lezioni di aggiornamento per i tatuatori termineranno il 13 giugno. Le lezioni si svolgeranno presso la sala conferenze del distretto sanitario 58, in via Unità d’Italia, a Pompei. Il ricorso ai tatuaggi ha avuto negli ultimi anni una diffusione crescente in tutta Italia, Campania compresa, risultando particolarmente diffuso tra gli adolescenti ed i giovani adulti di entrambi i sessi. Piercing è un termine inglese che significa “forare”. Attraverso interventi cruenti più o meno dolorosi, vengono applicati anelli metallici o altri oggetti in varie zone del corpo, soprattutto del viso, padiglioni auricolari, naso, labbra e lingua, arcata sopraciliare. L’attività di tatuaggio consiste nell’inserimento di sostanze chimiche (pigmenti) di diverso colore negli strati intracutanei (derma), con lo scopo di rendere visibile e permanente un effetto cromatico e decorativo sulla pelle, detto “tatuaggio ornamentale”. Risulta evidente, pertanto, che le pratiche di tatuaggio e piercing, per loro stessa definizione e natura, se non effettuate secondo tecniche ed accorgimenti appropriati, possono aumentare, anche sensibilmente, i rischi per la salute sia degli utenti che dei praticanti. Le procedure che implicano l’impiego a fini non terapeutici di aghi e taglienti possono comportare il rischio di trasmissione di infezioni causate da agenti patogeni a trasmissione ematica oltre che di infezioni cutanee ed altre patologie, anche gravi, se non vengono scrupolosamente applicate idonee misure igieniche e di prevenzione.