QUANDO VITTIMA DI STALKING É UNA MINORE

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Continuano gli approfondimenti sulla Giustizia della rubrica “La bilancia”, in particolare, il filone della donna nel processo penale. Andiamo a conoscere un caso realmente avvenuto, con una minore vittima di stalking.
Di Simona Carandente

Se di norma le condotte descritte da soggetti, potenziali vittime di condotte a carattere persecutorio (art.612 bis c.p.) vanno sottoposte ad una rigorosa verifica in termini di attendibilitĂ , particolare cautela si rende necessaria quando la persona offesa è un soggetto minore, posta la delicatezza degli interessi in gioco e l”esigenza di salvaguardia del suo ancora labile equilibrio.

Con questo modus agendi è stato affrontato il caso di A., giovane donna appena sedicenne all”epoca dei fatti, proveniente da un contesto socio culturale piuttosto elevato, capace di supportarla adeguatamente nella lunga, e non facile, battaglia giudiziaria intrapresa.
L”identikit dello “stalker”, in questo caso, è di quelli da manuale: un compagno di scuola, anch”egli di ottima famiglia, bello e dannato e per questo oggetto delle attenzioni di tante coetanee. Impossibile non cadere ai suoi piedi, impossibile non innamorarsene, perchè lui è una di quelle che persone che, nel bene o nel male, lasciano sempre e comunque il segno.

Nasce una relazione sentimentale tra i due e lo “stalker”, giorno dopo giorno, riesce ad impadronirsi della vita della giovane A., poco più che quattordicenne, profittando della sua inesperienza ed immaturitĂ .
Progressivamente, la giovane viene indotta a lasciare la scuola, a rompere ogni contatto con i propri amici, a ridurre le comunicazioni con i propri genitori, ignari di tutto ed inizialmente sereni, sia per il contesto sociale culturale del ragazzo che per i sentimenti che questi, ricambiato, palesa nei confronti della minore.

Ad un tratto la storia comincia a prendere una piega perversa: A. è cambiata, sembra triste, depressa, ha perso interesse per la vita, e sua madre non riesce a capire il perchè. Tuttavia, se a questi fatti si sommano lividi sospetti, scuse farfugliate a metĂ , una gravidanza all”etĂ  di sedici anni, i conti ad un tratto sembrano non tornare.
Il gioco dello “stalker” è semplice: vuole rendere A. un bene di sua esclusiva proprietĂ , un oggetto da gestire a piacimento, e la gravidanza sarĂ  un mondo, nella sua mente malata, per rendere il loro legame indissolubile, e l”oggetto del proprio desiderio straordinariamente concreto.

Quando A. capisce le reali intenzioni del suo compagno è troppo tardi: non riesce più a liberarsene, ed il rifiuto a proseguire la relazione fa scattare tutta una serie di condotte a carattere persecutorio, quali minacce, appostamenti, sms e squilli continui, non solo nei suoi confronti ma anche di quelli di ogni singolo componente il suo nucleo familiare.
Saranno proprio questi a prendere in mano le redini della vicenda, denunciando sia in prima persona, che in qualitĂ  di esercenti la potestĂ  genitoriale, i comportamenti illeciti subiti da A., che nel frattempo ha perso gli anni più preziosi della sua vita, non esce più di casa da sola e, cosa più grave, si trova a dover fare la mamma, lei che è ancora così piccola da essere solo figlia.

L”epilogo della storia è a lieto fine, perchè allo “stalker” è stata comminata una misura cautelare, nonchè una condanna ad un anno ed otto mesi di reclusione. Ad A., invece, toccherĂ  un lungo percorso di riabilitazione interiore, verso una vita normale, anche se solo apparentemente. (mail: simonacara@libero.it).
(Fonte foto: Rete Internet)

LO STALKING E GLI ATTI PERSECUTORI

PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO. INTERVISTA AL PRESIDENTE, UGO LEONE

Dopo aver sentito il Direttore del Parco e il rappresentante dei Comuni vesuviani, è la volta del Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, il prof. Ugo Leone. L”obiettivo è conoscere meglio una preziosa realtĂ  ma distante dai cittadini.

Concludiamo, almeno temporaneamente il nostro breve ma intenso excursus nell”ambito del Parco Nazionale del Vesuvio. Abbiamo, in questi mesi, intervistato il Direttore, Matteo Rinaldi, il rappresentante dei comuni vesuviani, Giuseppe Capasso, e infine, chiudendo il cerchio, ci siamo intrattenuti col prof. Ugo Leone che, in carica dal 2008, presiede l”ente che tutela l”importante sito naturalistico.

L”idea di queste interviste, è stata quella di un”analisi, per niente definitiva, della realtĂ  vesuviana, fin troppo distante dai suoi attori principali, i cittadini, che in realtĂ  sembrano subire passivamente l”ingombrante presenza del Vesuvio senza comprenderne il valore e le potenzialitĂ .
Ecco perchè abbiamo in questi mesi interpellato gli elementi più rappresentativi del Parco Nazionale, per chieder conto di ciò che il parco è, voleva essere e sarĂ .

Signor presidente, come lei giĂ  saprĂ  il Mediano.it è da tempo un attento osservatore del Vesuviano e ovviamente del Vulcano che lo rappresenta e che ne segna profilo e destino. Abbiamo più volte messo in risalto pregi e difetti di un”area ad alto valore naturale, storico e paesaggistico ma anche dai forti contrasti e dai troppi attacchi alla sua integritĂ . Da un lato abbiamo il Parco con la sua tutela dell”ambiente, dall”altro una comunitĂ  che non comprende a pieno le potenzialitĂ  del territorio in cui vive e che del quale ne è spesso il primo detrattore.
“Il Parco rappresenta sul territorio una presenza che non è opportunamente compresa. Non è conosciuta dai cittadini dei 13 comuni che lo compongono e che ne sono i protagonisti attivi e i destinatari di tutte le nostre azioni. Se noi facciamo qualcosa, se accediamo (con grande difficoltĂ ) a dei finanziamenti, non ne viene niente al parco in quanto tale ma alla comunitĂ  che esso rappresenta, cioè all”insieme dei 13 comuni. Se intanto è stato possibile, oggi come in passato, per questi ottenere concrete realizzazioni infrastrutturali lo è stato per l”opera d”intermediazione del Parco stesso.

Esso è il soggetto unico che può accedere ai fondi e trasferirli ai comuni direttamente, affinchè essi realizzino progetti come sta avvenendo attualmente per il progetto PIRAP di integrazione rurale delle aree protette. In assenza del parco tutto questo non potrebbe avvenire quindi risulta essere una presenza importante, non fosse altro per questi obiettivi per così dire materiali. Il Parco ha anche un compito istituzionale quello di tutelare la biodiversitĂ  naturale. Ho sempre sostenuto in questi quasi due anni di presidenza, così come nel mio primo incarico (il Presidente Leone è stato il primo presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, istituito nel 1995 ndr), che un approccio moderno alla protezione deve tener conto innanzi tutto e come istituzionalmente previsto, della protezione della natura, ma parallelamente e non di minore importanza della protezione delle persone, di quella che io chiamo la biodiversitĂ  culturale.

Intendendo con questa i cittadini, i quali non devono vedere nel rispetto dell”ambiente, tipico di un parco naturale, un vincolo, non come costrizione ma come occasione di sviluppo. Questo non è una pigro slogan ma una realtĂ  concreta. Il Parco è il mezzo per accedere a quei finanziamenti per il rilancio e la riscoperta di quel patrimonio di tradizioni, di storia, di cultura che confluiscono in manifestazioni come l”artigianato, l”enogastronomia, il folclore, cioè tutte manifestazioni a impatto zero per l”ambiente e di grande rilievo per quanto concerne il rientro socio-economico. Deve esserci consapevolezza di questo, non tutti però accettano questa presenza, taluni la considerano un ostacolo. Di recente ho letto delle dichiarazioni che vedono il Parco come un ostacolo allo sviluppo turistico, non è vero!

Lo stesso PIRAP, ad esempio, va incontro al turismo rurale, se poi, quando si parla di turismo, ognuno vuol fare quel che gli pare, allora è ovvio che il parco è un ostacolo. Se invece si vuole puntare su quello che viene definito turismo sostenibile, parola a volte abusata, ma che rende ancora bene il concetto di un”azione turistica che permette di soddisfare oggi le esigenze dei visitatori senza privare di un analogo soddisfacimento chi verrĂ  dopo”.

Tutto ciò è sacrosanto ed è opportuno che tutti quanti ragionassero in questi termini, dal primo all”ultimo cittadino, ma nella vita di tutti i giorni si riscontra una realtĂ  ben diversa da quella da lei auspicata. Il comune cittadino non vede altro nell”ambiente che un qualcosa di quantificabile esclusivamente ai fini utilitaristici. Come vi rapportate con questa dura realtĂ ?
“Questo è vero e c”è una responsabilitĂ  da parte del Parco. È vero perchè esiste un”ignoranza, intesa nel senso più genuino della parola, sull”esistenza del Parco, non tutti sanno di vivere in un area naturale protetta e di poterne trarre un vantaggio da questa presenza. Quelli che sanno e che ritengono di non trarne un vantaggio, perchè non gliene viene niente immediatamente, per così dire, non si rendono conto che il vantaggio è sì immateriale, ma dalla forte ricaduta nello sviluppo socio-economico del comune, che se ben amministrato offrirĂ  dei benefici, più o meno immediati anche ai cittadini. La colpa del Parco sta nel fatto che non ha saputo ancora affermarsi nella coscienza dei cittadini con la sua presenza, va quindi migliorata e incrementata la comunicazione, bisogna far sapere che si esiste come dei collaboratori e non come ostacoli agli interessi dei cittadini, che per altro non sono sempre legittimi.

Ci sono interessi che vanno esaltati e soddisfatti, altri frustrati e bloccati, fra questi spiccano due tipi di abusivismo che hanno caratterizzato storicamente quest”area, l”abusivismo edilizio e quello dello sversamento abusivo dei rifiuti. L”abusivismo edilizio certamente ha trovato e trova nel Parco un ostacolo. Noi abbiamo provveduto e così chi c”era prima di me ad una serie di abbattimenti, rappresentativi della volontĂ  del parco a bloccare l”abuso. 32 abbattimenti realizzati fino al 2005, questo costituisce un deterrente, chi volesse tuttora costruire, il suo bene non potrĂ  mai essere condonato e corre il rischio di essere abbattuto. Abbiamo, a tal proposito, vista anche l”intrinseca difficoltĂ  a censire gli abusi, sottoscritto un protocollo d”intesa con l”Assessorato all”Urbanistica della Regione Campania, dove si prevede la nostra fornitura di notizie per il piano degli abbattimenti, ogni sei mesi e loro materialmente provvederanno all”abbattimento. L”altro abuso storico dell”area è quello dello sversamento dei rifiuti.

È avvenuto di tutto, è stato sversato di tutto, in discariche evidentemente abusive, e questo è un problema che il Parco ha ereditato sin dalla sua istituzione nel 1995 e per questo bisogna procedere con un opera di bonifica, che risulta essere particolarmente delicata, complessa e costosa. Il paradosso di tutto questo è che, mentre si dice che in passato si sono sversati abusivamente rifiuti tossici e nocivi, lo stato, massimo tutore della legalitĂ , in deroga a tutte le leggi, con un decreto del maggio 2008, ha consentito che in una cava nel territorio di Terzigno (e del ParcoNazionale ndr) fosse allestita una discarica. Noi del Parco ci siamo fieramente opposti e con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo per esempio partecipato alla conferenza dei servizi, convocata affinchè tutti i soggetti interessati si esprimessero. Ci siamo espressi negativamente solo noi, la Sovrintendenza ai Monumenti e i comuni di Boscoreale e Boscotrecase, altri si sono espressi positivamente come lo stesso comune di Terzigno, molti non hanno partecipato, e la loro assenza è stata interpretata come un silenzio assenso, di conseguenza, a maggioranza, la conferenza dei servizi è risultata essersi è espressa positivamente.

Io proposi subito un ricorso al TAR e all”Unione Europea ma è poi risultato improponibile e dovemmo accettare passivamente la situazione. Abbiamo però dedotto che per trasportare i rifiuti nella discarica bisognava non solo attraversare le strade del Parco ma addirittura ampliarle o costruirne di nuove e questo è improponibile. Non solo, tutto ciò non era previsto nel decreto che mirava all”apertura della discarica. Abbiamo immediatamente fatto ricorso al TAR che la settimana scorsa si è espresso positivamente e ci ha chiesto delle delucidazioni che gli sono state date il 2 dicembre scorso. Abbiamo fiducia che il ricorso sia accolto, mettendo in seria difficoltĂ  lo scarico dei rifiuti e quindi l”utilizzo della stessa discarica nonchè scongiurando il pericolo dell”apertura di un”altra discarica contigua a quella di Pozzelle”.

Le deroghe alla legge sui parchi e le aree protette (Legge 6 dicembre 1991, n. 394) e la conseguente apertura della discarica di Terzigno hanno dato un”ulteriore spallata alla credibilitĂ  della tutela ambientale e reso ancor più difficile l”azione del Parco che giĂ  resisteva, a mo” di Fort Apache, in un contesto, quello napoletano, non propriamente dei più facili e propensi all”ambientalismo. Qual è la strada intrapresa dall”Ente Parco e quali saranno le future prospettive per il nostro Vulcano?
“Io non ho mai criminalizzato le discariche, che sono un passaggio obbligato per il completamento del ciclo dei rifiuti, il problema è quello che ci si mette dentro! Terzigno è un problema perchè ci si mette dentro di tutto vi si sversa il “talquale” dove è presente l””umido” e questo genera il percolato. Di recente ho avuto polemica con Bertolaso su questo problema, il sottosegretario e commissario per l”emergenza rifiuti affermava in un recente sopralluogo sulla discarica vesuviana che questa era in regola perchè su di essa non volavano i gabbiani.

Evidentemente non ci sono perchè la puzza è tale da allontanare perfino loro! Io non sono andato personalmente a sentire questa puzza, ma alcuni produttori locali mi hanno detto che ne ricavano un danno economico notevole, i viticoltori non hanno raccolto e quindi non vinificano, c”è poi un”industria alimentare di rilievo nazionale che produce frutta candita e che ha visto ridotte di 300.000 euro le sue commesse con la Germania a causa dell”impatto mediatico e qualitativo sui prodotti”.

Non le sembrano le ultime azioni governative, e in particolar modo il paventato riordino della normativa sui parchi, propensi a mortificare, se non delegittimare, quell”ambientalismo che, seppur in ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, era riuscito a costruirsi uno spazio nel cuore e nella mente degli italiani?
“Questa legge di ridimensionamento dei parchi parte da una considerazione ovvero quella dell”identificazione di questi quali enti inutili e di conseguenza ne prevedeva la chiusura di tutti quelli al di sotto dei 50 dipendenti, questo rischio è stato sventato. Però poichè si vuol far cassa risparmiando nelle spese, il ruolo dei parchi viene in qualche modo ridimensionato da una proposta di legge, che, verosimilmente, diverrĂ  legge intervenendo sugli organi direttivi e presidenziali, riducendone la consistenza quantitativa.

Le giunte vengono abolite, i consigli direttivi passano da 12 a 8 membri, ma quello che è importante e sottile in questa logica di ridimensionamento è che in questa riduzione vengono ridotte quantitativamente le rappresentanze delle associazioni ambientaliste, quelle dei comuni, ma non quelle del ministero dell”ambiente e dell”agricoltura (un rappresentante invece di due per le associazioni ambientaliste, uno invece di due per l”accademia, cioè CNR, universitĂ  etc., tre invece di cinque per i comuni, mentre rimangono inalterate le due rappresentanze del ministero dell”ambiente e quella del dicastero dell”agricoltura). Un”azione di forte controtendenza rispetto ad un contesto internazionale che cerca di uscire dalla crisi economica planetaria anche con la cosiddetta “green economy”. Nel nostro paese, da questo punto di vista, c”è tanto da fare, basti pensare alla ristrutturazione idrogeologica dell”Appennino, che passa anche per il rimboschimento, ma anche la sua sistemazione antisismica, e le recenti sciagure ci dimostrano quanto sia vero e necessario agire in tal senso”.

Non crede che il cattivo esempio di talune autoritĂ  locali, vedi la decisione del sindaco di Ercolano di stoccare i rifiuti della “passata” crisi entro i confini del parco, possa risultare un pericoloso precedente e un cattivo esempio verso quei cittadini recalcitranti a un corretto smaltimento dei rifiuti?
“Sì l”Ammendola-Formisano, adibita a sito di stoccaggio è stata motivo di “lite” tra l”Ente Parco e il comune di Ercolano, pur nell”esistenza di ottimi rapporti tra i due enti e tra me e il sindaco. Ognuna delle due istituzioni ha dei compiti, il Parco vigila perchè al suo interno non avvengano cose contrarie alla sua filosofia, mentre dall”altro lato il comune deve cercare di liberare il suolo dai rifiuti che stazionano per le vie cittadine. Noi non lo potevamo consentire e ci opponemmo. Nei fatti il comune di Ercolano ha trovato dove buttare i rifiuti e la cosa si è risolta. Resta il problema, lì come altrove, della bonifica”.

Allora non saranno più sversati i rifiuti in quel sito?
“No però quelli che ci stanno dovranno essere rimossi”

È un problema che dovrĂ  essere risolto anche perchè oltre ai vecchi sversamenti, nello stesso luogo e dalla restaurata stazione Cook dovrĂ  partire l”annunciato “trenino rosso”, quindi, in vista della riqualificazione del posto, mal s”addice tale ingombrante presenza.
“Sì, spererei che la cosa avvenisse prima, ma nel momento in cui partirĂ , e non sarĂ  lontana (probabilmente tra qualche mese) la cantierizzazione del percorso del trenino, la riqualificazione dell”area passa inevitabilmente verso la bonifica di questi siti ed è realisticamente auspicabile che si risolva quel problema”.

Infine presidente, proprio in relazione a quest”ultima problematica, circa un anno fa, sempre sulle pagine del nostro giornale, fu sollevata una polemica da un nostro lettore, che ventilava una sua applicazione della logica dei due pesi e delle due misure per la questione delle discariche vesuviane, giustificandole durante il governo Prodi e invertendo la tendenza col cambio di esecutivo. Può finalmente dare una risposta definitiva, per chiudere la questione?
“Con la mia prima presidenza (1995-96) fu nominato il primo commissario per i rifiuti in Campania, il prefetto Romano se ben ricordo, con l”istituzione del Parco nel giugno del “95 ereditammo due grossi problemi, quello della funicolare e della discarica di Terzigno. Quando si presentò il problema della discarica, io, non mi feci scrupolo (quindi la dico chiaramente la mia posizione, allora come oggi!) di istaurare una trattativa con il prefetto commissario e con il direttore generale del ministero dell”ambiente Mascarzini, nella quale mi si chiedeva i riempire di rifiuti questa cavitĂ  per due anni, dandomi in cambio royalties da dividere con il comune di Terzigno, e la bonifica di tutti i siti contaminati rientranti nell”area del Parco. Ma quali rifiuti? Quelli inerti!

Questi erano i termini dell”accordo che io non mi vergognavo, come presidente del Parco di contrattare. Perchè è mia opinione che una discarica non vada criminalizzata, perchè va giudicata per quello che è, per quel che ci si mette dentro, se ci mettiamo dentro degli “inerti” il Parco ne ricava un utile e la bonifica delle aree contaminate. Ma ero il solo nel consiglio direttivo dell”epoca ad avere questa posizione e quindi non la potetti portare avanti, forse, se le cose fossero andate diversamente oggi avremmo avuto la discarica colmata e le aree bonificate. Forse peccherò di ingenuitĂ  ma a quei tempi la cosa mi sembrava realizzabile anche in un”area protetta. Oggi cosa accade, la cava viene riempita di “talquale”, il Parco non viene assolutamente interpellato, l”unico interlocutore è stato il Comune di Terzigno che ne ricava utili”.

Questa sua posizione è fondata sulla pragmatica o va oltre la contingenza?
“La fondo su un principio, in un parco naturale come quello del Vesuvio, dove vivono centinaia di migliaia di persone non si può pretendere che tutto ciò che essi di negativo fanno si riversi sugli altri. I cittadini dei parchi sono come gli altri produttori di rifiuti, possono quindi pretendere che i loro rifiuti vengano smaltiti altrove? In teoria no, devono essere smaltiti all”interno del parco, ma, in modo virtuoso. Questo è il principio che cerco di esprimere”.

Ancora una perplessitĂ  Presidente, io, da comune cittadino, sensibile alle tematiche ecologiche, immagino un parco nazionale come la massima realizzazione di un”area protetta e quindi integro dal punto di vista ambientale, al di lĂ  dei problemi che possono circondarlo come anche la crisi dei rifiuti, che sembra non aver ancora visto una fine.
“In effetti non è stato risolto nulla, non hanno fatto altro che gettare la polvere sotto al tappeto”.

Ma le dicevo è l”emergenza che le fa prospettare questa cosa o lei, data la forte antropizzazione del territorio, giustifica l”esistenza di una discarica nel Parco?
“No! Non la giustifico più la presenza di una discarica, per le modalitĂ  di realizzazione e per il rischio che si passi alla cavitĂ  vicina. Il Parco può però dare un aiuto alla risoluzione parziale del problema dei rifiuti anche con la costruzione di impianti di compostaggio liberando i comuni da una presenza ingombrante e onerosa (circa il 30% del totale prodotto), dando dimostrazione che il Parco è propositivo e non sa solo dire no”.

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Il pomeriggio scolastico della settimana appena trascorsa, ha visto i ragazzi di “Scuole Aperte” discutere del conflitto arabo-israeliano grazie al film “Il giardino dei limoni”.

Nel quarto giorno dedicato al progetto “Destinazione l”altro”, cambiano gli spazi geografici e i tempi dell”azione, ma non cambia l”escalation di violenze fisiche e psichiche da parte di gruppi di “potenti” a danno di categorie più deboli a cui vengono strappati averi e radici.

Attraverso la delicata storia de “Il giardino dei limoni” i giovani spettatori del liceo Mercalli e della Scuola Media C. Poerio hanno affrontato la questione arabo-palestinese in modo discreto, senza assistere a scene di belligeranza estrema o di feroci rappresaglie che quotidianamente seminano morte e distruzione: Eran Riklis, infatti, racconta la storia di Salma, che vive in Cisgiordania un”esistenza misera, ma dignitosa grazie al sostentamento del suo “giardino di limoni” fino a quando accanto alla sua modesta casa si trasferisce il Ministro della difesa israeliano.

La cruenta spirale di violenza, che ha affossato il processo di pace avviato e poi arrestato negli anni “90, tra la guerra del golfo del “91 e l”affermazione dei fondamentalismi che hanno impedito ogni forma di mediazione, non emerge in modo evidente, ma fa da sfondo a questa storia.
I temi scottanti sono emersi tra le righe delle scene del film e sono stati evidenziati dalla raccolta delle emozioni dei ragazzi attraverso il rituale “circle time” , arricchito in questa circostanza dalla presenza dei ragazzi della III E della S.M.S. C. Poerio , di cui il Liceo Mercalli è partner in questo Progetto.

Alessandra, Simona, Cristiana, Claudia, Riccardo, Rosaria, ben presto si sono sentiti a loro agio , anche per merito dei compagni liceali che hanno creato un favorevole clima di accoglienza ed hanno segnalato sulle loro “foglie” emozioni significative attribuendo ad esse una coerente collocazione storico – politico – sociale.

L”albero delle emozioni si è ben presto arricchito di rabbia, tristezza, , ingiustizia, ma anche di stupore, resistenza, forza di volontĂ , complicitĂ  tra donne appartenenti a schieramenti avversi e soprattutto di speranza che, come si sente dalle parole della stessa protagonista, è l”unica forza che può sostenere l”apertura di un dialogo ed uscire dalla trappola in cui entrambe le parti si sono imprigionate.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

L’UOMO VIOLENTO. PADRE E MARITO DA “RINNEGARE”

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Un marito e padre violento vive senza comprendere la realtĂ  che muta attorno a lui. Si sente inadeguato e preferisce dominare piuttosto che ascoltare.
Di Silvano Forcillo

Anzitutto, desidero ringraziare i lettori di “ilmediano.it”, che hanno offerto i loro significativi e generosi commenti al mio articolo pubblicato il 28 novembre u.s.. La testimonianza coraggiosa ed onesta di questi lettori che, con la loro condivisione, ci hanno voluto regalare un pezzo della loro preziosa intimitĂ , m”incoraggia e mi sprona, ulteriormente, ad impegnarmi a dare il mio personale contributo per la creazione di una societĂ  più giusta, più sana e più a misura d”Uomo.

Ancora una volta, purtroppo, la cronaca mi costringe ad interessarmi di un altro preoccupante e ripetitivo fenomeno: padri e mariti violenti, con mogli e figli, padri assassini e violentatori all”interno della propria famiglia e della propria cerchia degli affetti parentali.

La prima riflessione che mi viene spontanea è il pensare, come, questi orrendi episodi di violenza e di criminalitĂ  domestica causati dal marito/padre, sono il chiaro e inequivocabile segnale del fallimento e dell”inefficacia dei modelli culturali e educativi cui siamo stati erroneamente e dolorosamente sottomessi per intere generazioni:

il “maschio”, che deve dare continuamente prova della sua virilitĂ  e della sua forza, “l”uomo predatore”, che non deve mai sottrarsi allo stabilire il suo domino sessuale, fisico e psicologico sulla donna, che viene vista solo, come oggetto di piacere e di potere; il “capo famiglia”, ovvero il padrone di casa, considerato come unico garante dell”economia e del benessere materiale della famiglia su cui, per questo vanno a gravare le responsabilitĂ , i doveri e le difficoltĂ  e, proprio per questo, quindi, in diritto di comportarsi, come crede e come vuole, anche negando la libertĂ  e la dignitĂ  di essere umano di chi lo ama e con lui convive.

Gli uomini violenti all”interno della propria famiglia, fortunatamente non sono in molti e sono coloro che non hanno saputo affrancarsi dalle comuni “credenze” imposte dalla societĂ  o ricevute dalla loro personale esperienza familiare. Non vogliono, o più spesso, non riescono ad affrancarsi, dai modelli diseducativi che hanno ricevuto, poichè il più delle volte si tratta di persone senza cultura, senza alcuna consapevolezza emotiva di sè e degli altri, senza un “Io interiore”, senza parametri valoriali ed esistenziali, se non quelli passivamente ricevuti, che non sono mai stati rivisti nel corso della propria crescita e sono stati accettati, come le uniche certezze su cui fondare la propria esistenza.

Un marito e padre violento vive senza chiedersi niente, senza osservare e comprendere la realtĂ  che, in fretta e inesorabilmente cambia attorno a lui e dentro la sua stessa famiglia; questo marito e padre non è in grado di rendersi conto dei suoi e degli altrui “Bisogni”, poichè è fossilizzato sulle proprie certezze per la paura di non essere all”altezza del resto del mondo; egli non è in grado di migliorare e svilupparsi imparando dal confronto e dalla condivisione con gli altri, perchè mettere in dubbio le proprie certezze, aprendosi all”ascolto degli altri, farebbe inevitabilmente vacillare la sua immagine di persona autoritaria e dominante che egli stesso si è imposto.

Come si vive in una famiglia con un uomo del genere? Non si vive, si sopravvive e si desidera, spesso, che la morte del genitore o di se stessi, metta fine alla disperazione e all”angoscia. In una tale famiglia si respira solo la paura, la tensione, la cattiveria, l”indifferenza e il sopruso, e al primo serio e imprevedibile problema, si ripara con la violenza, l”aggressivitĂ , la punizione, la condanna e l”eliminazione. La violenza e l”aggressivitĂ  diventano le armi che questi uomini utilizzano, per sentirsi ascoltati e rispettati.
La nostra SocietĂ  è la principale colpevole dell”esistenza di tali uomini, perchè ad essi non è saputa arrivare, con l”informazione, l”aiuto concreto, l”istruzione, l”educazione aggiornata e attualizzante.

Unitamente alla nostra societĂ  sono, sicuramente, correi la scuola, la chiesa le istituzioni e la mancanza di parametri valoriali ed esistenziali innovativi e rivoluzionari.
Questi uomini e padri violenti, che intossicano e distruggono la vita delle donne, delle famiglie, delle mogli e dei figli, sono gli ignoranti, gli inconsapevoli, quelli che vivono solo per il lavoro e per i soldi e credono che, solo con questo e nient”altro, possano garantire l”assolvimento dei doveri e dei compiti familiari e genitoriali. Sono proprio questi uomini mariti e padri, le vittime prescelte, e inconsapevoli, le mine vaganti create dalla nostra stessa societĂ .
È ora che si riparta dal basso, dal vero problema, dai bisogni insoddisfatti e irrealizzati, dall”assicurare, anzitutto, la vita, la serenitĂ  del vivere e il benessere economico e materiale di tutti.

È ora che si riparta dall”Uomo e dall”Essere umano visto come “essere sociale e di cultura”. E, se questo non lo può garantire, nè offrire la societĂ , o lo Stato come, invece, dovrebbe, allora cominciamo a creare noi le condizioni, perchè non vi sia più il maschio forte e sicuro, il cacciatore, l”eroe della casa, il capro espiatorio. Come? Rendendoci conto che non esistono più il maschio e la femmina, il “maschio forte” e la “femmina debole”, il “capo famiglia” e i sottoposti, il “padrone assoluto” e i sottomessi.

È necessario capire e insegnare, alle nuove generazioni, che esistono solo Uomo e Donna e che, insieme, senza ruoli stereotipati, nè obsolete e deleterie credenze, sono chiamati a realizzare la crescita personale, professionale, culturale e sociale, attraverso i figli, l”amore e la consapevolezza del vivere, per quello che veramente si è e non per quello che si fa o si è obbligate a fare.
(Fonte foto: Rete Internet)

I COMMENTI

LA RUBRICA

GLI ANNI “70 IN ITALIA. PROTESTE E RIVOLTE

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Fatti internazionali e politica nazionale si intrecciano e provocano ribellioni ed eversione nell”Italia di questo periodo. Compare la sigla B.R.
Di Ciro Raia
Gli anni sessanta si chiudono con negli occhi le immagini della strage della Banca dell”Agricoltura, a Milano. Ma tutto il 1969 è stato un anno da ricordare con l”emozione suscitata dalle morti, a Praga, dello studente Jan Palach (che si è lasciato bruciare, per protesta contro l”occupazione sovietica), e dal ritrovamento del corpo senza vita del piccolo Ermanno Lavorini, nella pineta di Viareggio.
E, poi, le proteste studentesche: a Napoli, dove il lancio di molotov provoca un incendio all”UniversitĂ ; a Roma, a La Sapienza, dovesi scontrano studenti di sinistra e di destra, guidati dai loro rispettivi leader, Franco Piperno e Walter Marchesini; a Milano, alla Cattolica, che è occupata sotto la guida di Mario Capanna, leader riconosciuto del Movimento studentesco e studente di Filosofia al IV anno di corso. Anche nelle carceri monta la protesta, che si inserisce nel filone generale delle rivolte in atto nel paese: alle Nuove di Torino, a Poggioreale a Napoli, a San Vittore a Milano.
Forse, in quest”anno, si registra una sola serata di quiete: è quella del 20 luglio. In questa data, infatti, l”intero paese è seduto davanti alla televisione ed ascolta la voce di Tito Stagno, che commenta le immagini del primo uomo sulla superficie lunare: “Sono a quattrocento metri da terra. Dalla Terra:dal suolo lunare. È questo il momento più delicato:Toccato il suolo lunare!”. L”orologio segna le 22,17.
Purtroppo anche gli anni settanta si aprono, per l”Italia, su uno scenario altrettanto drammatico. Il paese è invaso da scioperi generali, che investono non solo il mondo del lavoro, ma anche i settori della scuola, della sanitĂ , della casa e dei trasporti. Uno sciopero del mese di luglio 1970 manda in crisi il governo presieduto da Rumor; il nuovo esecutivo viene presieduto dal democristiano Emilio Colombo. I sindacati diventano sempre più forti ed assumono la leadership nelle contrattazioni di lavoro. A guidare la CGIL, uno dei sindacati più determinati nella difesa dei diritti dei lavoratori, è chiamato Luciano Lama. I lavoratori, ora, sono molto garantiti sul posto di lavoro, grazie anche al varo dello Statuto dei Lavoratori.
Le prime elezioni per i governi delle Regioni (giugno 1970) provocano una violenta sommossa a Reggio Calabria. Nell”estrema regione peninsulare, infatti, è stata scelta la cittĂ  di Catanzaro come sede della Regione a scapito della stessa Reggio; istigato, così, da un tribuno missino, Ciccio Franco, il popolo reggino innalza le barricate e, al grido di “boia chi molla!”, brucia auto, fronteggia la polizia, espugna edifici pubblici, ferma il traffico ferroviario. Negli scontri, oltrea numerosi feriti, resta ucciso il giovane Bruno Labate. La protesta calabrese nasce da un acceso campanilismo, ma anche dalle condizioni di forte degrado del sud e dal tentativo dell”estrema destra di conquistare, con azioni di forza, il controllo del paese.
Oscuri gruppi politici di regime architettano, poi, un colpo di Stato, che fallisce, per fortuna, sul nascere. Uno dei maggiori protagonisti del fallito golpe è Junio Valerio Borghese, discendente di una nobile famiglia romana ed eroe di guerra. Compaiono, contemporaneamente, le B.R. (Brigate Rosse) -organizzazioni di sinistra fortemente combattute dal PCI e dalla classe operaia-, che fanno della lotta armata lo strumento di quella rivoluzione mancata (a loro dire) dai partiti della sinistra storica. Il loro primo attentato si consuma a Milano, ai danni di un dirigente della Sit-Siemens.
Così, a contendersi il campo dell”eversione, ci sono forze sia di destra che di sinistra. Un rapporto del prefetto di Milano, Libero Mazza, parla, infatti, di circa 20.000 extraparlamentari, perfettamente organizzati, pronti a minare la struttura dello Stato. E proprio in questo filone si inserisce l”episodio del 15 marzo 1972, giorno in cui, su un traliccio dell”alta tensione, a Segrate, è trovato il cadavere di Giangiacomo Feltrinelli, il proprietario dell”omonima casa editrice, amico di Fidel Castro, di Che Guevara e di tanti altri rivoluzionari sparsi nel mondo.
È un incidente in cui è rimasto vittima un attentatore o è una finzione, messa in atto da qualche servizio segreto, che ha interesse ad eliminare l”editore? Il giornalista Giampaolo Pansa così commenta l”episodio: “Una fine assurda, da pazzo soldato solitario. Feltrinelli ci è andato di sua volontĂ  a morire in quel prato o ce l”hanno mandato? È caduto da “capo” o da fantoccio? Questa è la domanda-chiave di una storia paurosa, piena di ombre anche più nere di quella della strage della Banca dell”Agricoltura”.
(Fonte foto: Rete Internet)

TANTO VA LA GATTA AL LARDO CHE CI LASCIA LO ZAMPINO

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Questa settimana facciamo le pulci alla cultura della perdonanza, tipica della nostra gente. Ma ci lanciamo anche in una scommessa, che riguarda Alberto Bottino, ormai ex direttore scolastico regionale della Campania.

Caro Direttore,
nel nostro paese, spesso, capita che chi ha torto finisce con l”aver ragione e chi sbaglia è, il più delle volte, assolto. Mi sono trovato, per il passato, a vedere persone, appena uscite dalla galera, che venivano accolte nella societĂ  d”appartenenza in pompa magna.

E non in virtù di un principio di integrazione sociale; ma, quasi sempre, per il rispetto dovuto a personaggi trasformati in mito; altre volte, invece, perchè si è propensi a capire (a tutti i costi) e condividere le ragioni dei violenti, piuttosto che quelle degli offesi. In altre parole, in un omicidio (e nelle nostre terre non mancano), per esempio, anche se il morto era un brav”uomo, finiva che l”uccisore poteva esibire le sue buone ragioni; in una rapina, a parte lo choc per il rapinato, era necessario interpretare il disagio del rapinatore.

E cosi via. Sino ad arrivare ai reati amministrativi. Dalle nostre parti, come sai Direttore, è invalsa l”abitudine di dare addosso ai responsabili degli enti locali. Il campo, sin dal giorno delle elezioni di un candidato a qualsiasi carica, si divide in detrattori e sostenitori, ambedue d”ufficio. I primi criticano ogni provvedimento, a prescindere! È sempre sbagliato, è sempre di parte, è sempre con ricadute sociali catastrofiche! I secondi, invece, sposano il progetto lungimirante, la visione generale, il senso del rischio. Ci sono, poi, i nostalgici, quasi sempre con patente di interessati o di ignoranti.

Così, per esempio, se un amministratore è condannato, mettiamo, per peculato (appropriazione indebita) o per inquinamento o per voto di scambio, i nostalgici scendono in campo e ripetono fino alla noia: “Però, ha pavimentato le strade; ha favorito la nascita del centro commerciale; ha sempre capito le ragioni degli abusivisti, poveretti!”. E lo dicono come se dovessero dimostrare, a se stessi ed al mondo intero, che un amministratore pubblico può anche macchiarsi di peccati (veniali o mortali, lo si stabilisce dopo), però ha fatto ciò che deve fare un amministratore pubblico.
Diversamente, che amministratore sarebbe? Si è, purtroppo, di fronte a una cultura della perdonanza elevata all”ennesima potenza.

E, caro Direttore, se è giusto e sacrosanto il rispetto che si deve ai trapassati, è molto più sacrosanto e legittimo il rispetto che si deve ai vivi, i quali devono continuare il loro percorso terreno con dignitĂ  e privi di fardelli con cattive interpretazioni (“la calunnia? È quella è un venticello; dice vicino “o viento: nun sciusiĂ ?”), artatamente messe in circuito dai morti, dai loro sostenitori e dall”esercito dei nostalgici. Per cui, chi sbaglia, alla fin fine, lo fa sempre per una giusta causa. È inutile voler stabilire se di carattere personale o collettivo, se per dare sostegno agli interessi di famiglia o a quelli del paese. Così un capo di governo, un sindaco, un governatore è sempre giudicato senza serenitĂ .

O è un mediocre amministratore o è un buon amministratore; e, qui, l”esercito della perdonanza ne esalta le preclari qualitĂ  di intrallazzatore (i perdonisti incalliti arrivano anche a parlare di “capacitĂ  di mediazione”, che è una forzata traduzione del riconoscere a tutti i sodali una quota nella spartenza [voce vernacolare, che sta per “divisione in parti, in proporzione”]), di vecchia volpe (una “sorcula”, secondo quanto scritto la settimana scorsa), di uomo di coppola (esponente di clan, di holding, di gruppi).

“Quando voi, nell”autoritĂ  di cui siete investito, indirizzate, come dire?, le vostre attenzioni verso persone appartenenti alla mafia, e soltanto per il fatto che sono indicate come mafiose, senza concrete prove e dell”esistenza della mafia e dell”appartenenza ad essa delle singole persone, ebbene: voi fate, al cospetto di Dio, ingiusta persecuzione:E siamo proprio al caso di don Mariano Arena:E di questo ufficiale che l”ha arrestato, senza pensarci due volte, con una leggerezza, lasciatemelo dire, non degna della tradizione dell”Arma, diremo col latino di Svetonio che ne principium quidem virorum insectatione astinuit:Che tradotto in spiccioli vuol dire che don Mariano è amato e rispettato da un paese intero, prediletto da me, e vi prego di credere che so scegliere gli uomini alla mia dilezione, e carissimo all”onorevole Livigni e al ministro Mancuso:”, (Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”, Einaudi, 1961).

Caro Direttore, non mi pare che questa settimana, nel nostro territorio, ci siano stati avvenimenti di rilievo. Sì, il gossip della consigliera provinciale ed animatrice del club “Silvio ci manchi”, Francesca Pascale, sull”ormai quasi certo no alla candidatura di Cosentino a guida della Regione; l”emergenza sociale, che ha fatto distribuire, in un anno, 24 mila pasti ad oltre 1500 poveri; gli scontri tra i militanti di estrema destra di Casapound e quelli dei centri sociali e, poi, mi pare più niente. Basta!

No, no! Dimenticavo un fatto abbastanza importante. Alberto Bottino, il direttore scolastico regionale della Campania, ha lasciato il timone per raggiunti limiti d”etĂ . Bottino ha passato tutta una vita incardinato nei palazzi in cui si decidono i destini della scuola (indirizzo politico, nomine, reggenze, supplenze, finanziamenti a progetti, corsi extrascolastici e corsi per adulti, tagli o aumenti di organici, convenzioni e collaborazioni con enti, corsi di formazione, soppressione o istituzione di scuole). Ha occupato varie poltrone, fino a quella di direttore regionale, ininterrottamente, dall”ottobre 2002. A dire di tutti è stato un lavoratore indefesso: sempre presente sul posto di lavoro.

È stato uno di quelli che ha avuto, come si dice, le mani in pasta. Ha conosciuto un po” tutti gli operatori scolastici e, poi, ha avuto un grande pregio: quello di possedere una memoria di elefante. Non ha dimenticato, infatti, mai niente e nessuno, non ha mai accettato persone in contraddizione col suo pensiero, per le quali ha trovato sempre una modalitĂ  per fargliela pagare. Insomma, è stato, soprattutto, un po” vendicativo, come tutti gli uomini impastati nel potere.
Sulle pagine della cronaca locale, Bottino si è lamentato di non essere stato amato da molti. Ed ha espresso anche il desiderio di poter continuare a lavorare per la scuola in Campania, solo che qualcuno glielo chieda.

Ma pare che nessuno glielo abbia chiesto ancora. Certo, caro Direttore, bisognerĂ  vedere sempre se il successore farĂ  rimpiangere o meno il predecessore; se il nuovo responsabile di via Ponte della Maddalena (nella foto, la sede presidiata dalle forze dell”ordine, ndr), riuscirĂ  o meno a recuperare quella specie d”amore che Bottino dichiara di non aver sentito su di sè. Però, una cosa al momento sembra certa: per l”ormai ex direttore scolastico regionale sta per aprirsi la carriera politica. Voci bene accreditate, infatti, lo danno in corsa per un posto in lista (in quota centrodestra) per Palazzo Santa Lucia.

Direttore, per curiositĂ , quale tra questi proverbi ti sembra più realistico ed attuale: “il lupo perde il pelo ma non il vizio” o “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” o “Dio ti guardi dall”acqua e dal vento e dai frati fuori del convento”?
(Fonte foto: Repubblica.it)

MEZZOGIORNO: UN SUSSULTO DI DIGNITÁ…

Alla presenza del Presidente Napolitano, organizzato dalla Banca d”Italia, è stato celebrato la settimana scorsa un Convegno sul Mezzogiorno, durante il quale Mario Draghi ha rilanciato prepotentemente la “questione meridionale…

Il Sud soffre di un allarmante divario nel settore dei servizi: ha rilevato, aprendo i lavori del convegno sul Mezzogiorno ed Economia italiana, il governatore della Banca d’Italia.

“Il divario tra sud e centro-nord nei servizi essenziali per i cittadini e le imprese rimane ampio. Le analisi che presentiamo oggi rivelano scarti allarmanti di qualitĂ  fra centro-nord e Mezzogiorno nell’istruzione, nella giustizia civile, nella sanitĂ , negli asili, nell’assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica. In più casi – emblematico è quello della sanitĂ  – il divario deriva chiaramente dalla minore efficienza del servizio reso, non da una carenza di spesa. Svolgere un’attivitĂ  produttiva in Italia è spesso più difficile che altrove, anche per la minore efficacia della pubblica amministrazione; nel Mezzogiorno queste si accentuano”.

Sull’economia del Mezzogiorno, ha continuato Draghi “grava il peso della criminalitĂ  organizzata” che “infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia tra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile”.

Draghi ha proseguito poi affermando che “alla radice dei problemi del sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito “capitale sociale”. Questi elementi richiedono una maggiore attenzione da parte di economisti e statistici”.
Informazioni accurate su questi fenomeni e la loro evoluzione “sono essenziali per valutare quali innovazioni, anche istituzionali, siano in grado di modificare lo stato delle cose”.

Quali le possibili soluzioni? Draghi ha affermato che “occorre investire in applicazione, piuttosto che in sussidi. Tradurre questa impostazione in atti concreti di governo non è facile. Si deve puntare a migliorare la qualitĂ  dei servizi forniti da ciascuna scuola, da ciascun ospedale e tribunale, da ciascun ente amministrativo o di produzione di servizi di trasporto o di gestione di rifiuti”.
Perchè “i sussidi alle imprese sono stati generalmente ‘inefficaci’, si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque, si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attivitĂ  produttive”.

Anche la Chiesa si è spesso espressa sulla realtĂ  meridionale, a cominciare da una dichiarazione di alcuni vescovi nel 1948, seguita poi da un altro documento, molto profetico, del 1989.
A febbraio prossimo uscirĂ  un altro pronunciamento dell”intero episcopato italiano sul Sud, sul quale avremo modo di riflettere.
A me pare che il problema del meridione, più che essere semplicemente economico o solo sociale, è innanzitutto culturale e morale.
Noi meridionali dobbiamo convincerci che il nostro destino e il nostro futuro è nelle nostre mani, ma insieme a tutto il resto dell”Italia.

Dobbiamo insieme muoverci verso una autonoma responsabilitĂ  che cerca e valorizza appieno le risorse del territorio, che sono immense. Penso soprattutto all”agricoltura e al turismo.
È possibile, insieme, “alzare la testa”, vincere il fatalismo, il vittimismo, la rassegnazione.
Dobbiamo smetterla di pensare o cercare sempre un “salvatore” esterno, che venga da fuori a risolverci i problemi.
Questa terra ci appartiene, ne siamo i custodi. Dobbiamo tutti diventare i protagonisti del nostro vero sviluppo. Ne va della nostra dignitĂ .
La chiesa, come sempre, è pronta a dare il suo contributo per “risvegliare le coscienze” e aiutare la nostra gente ad “indignarsi”, e a lottare contro le ingiustizie e le “strutture di peccato” meridionali.

(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ELETTI DELLA CAMORRA NEI COMUNI IN PROVINCIA DI NAPOLI

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Come e dove raccolgono i voti tanti politici comunali, provinciali e regionali, è cosa nota. La camorra è ben rappresentata nella nostra provincia, in tutti i consessi elettivi.
Di Amato Lamberti

La cronaca ci costringe ancora una volta a fare i conti con i rapporti inconfessabili tra politica e camorra. La settimana scorsa in un blitz contro il clan camorrista dei Sarno, egemone a Ponticelli e nell”intera area orientale di Napoli, è stato arrestato anche un consigliere comunale di Napoli, Achille De Simone (nella foto, tra i carabinieri), eletto nelle liste del Pdci e subito trasmigrato prima all”opposizione, in Forza Italia, e poi al gruppo misto, forse per essere decisivo nel sostegno ad una Giunta traballante come quella della Iervolino.

Un caso emblematico del modo di fare politica in provincia di Napoli, dove l”importante è trovare un tram, in questo caso il Pdci, che, con il pacchetto di voti che controlli, ti permetta di essere eletto in un Consiglio comunale importante come quello di Napoli. Naturalmente è anche necessario un partito, in questo caso il Pdci, che pur di raccogliere quei consensi che lo faranno esistere, sia disponibile ad aprire le porte anche a personaggi di nessuna affidabilitĂ  ma portatori di un consistente pacchetto di voti.

Come e dove raccogliesse i voti il consigliere De Simone lo ha svelato la polizia mettendo in luce i rapporti anche molto stretti con il clan Sarno.
Così come, sempre la polizia, aveva reso noto che il consigliere, questa volta regionale, Roberto Conte, eletto nelle liste dei Verdi, i voti li aveva avuti dal clan Misso, nel Centro storico di Napoli. Ma potremmo parlare di tanti altri consiglieri, comunali, provinciali, regionali di Napoli, Caserta e Benevento, a cominciare da quel Tommasino ucciso da un camorrista-compagno di partito a Castellammare.

Con molta nonchalance e un pizzico di ironia, la sindaco di Napoli, Iervolino, ha commentato l”arresto del consigliere De Simone dicendo che “i politici riflettono la societĂ , sono eletti dai cittadini. Ci sono cittadini esemplari che eleggono politici esemplari e si vede che ci sono cittadini che fanno scelte un po” diverse.” Il ragionamento non fa una grinza per quanto riguarda il fatto che i politici riflettono la societĂ  e sono votati dai cittadini. Bisognava però aggiungere che anche i politici “esemplari” rappresentano i diversi interessi che si scontrano ogni giorno nella cittĂ .

Ci sono gli interessi legittimi dello sviluppo, dell”impresa, del commercio, dell”innovazione che mirano comunque ad orientare l”attivitĂ  dell”amministrazione e l”utilizzo dei fondi pubblici; e ci sono gli interessi illegittimi che comunque mirano al controllo dell”amministrazione e della spesa pubblica. Lo scontro, a Napoli, come dovunque, è tra lobbyes di interessi confessabili e inconfessabili che spesso, purtroppo, si sovrappongono quanto a modalitĂ  di azione per il raggiungimento dello scopo, finendo con l”inquinare la stessa attivitĂ  politica.

Ad esempio, come sta scritto in alcuni processi della tangentopoli napoletana, quando un imprenditore mirava ad accaparrarsi un grande appalto pubblico pluriennale poteva chiudere gli accordi con la maggioranza che doveva approvare la delibera solo dopo aver raggiunto l”accordo con l”opposizione, e questo per facilitare il raggiungimento dello scopo ed evitare problemi a livello di opinione pubblica e magistratura, con la piena soddisfazione di tutte le esigenze. Sugli appalti piccoli vale la regola aurea della spartizione che accontenta tutte le esigenze, anche quelle dei piccoli partiti e dell”opposizione.

Ma nessuno dei consiglieri eletti farĂ  mai come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano: hanno sempre le orecchie tese e lo sguardo attento, e, soprattutto, la mano tesa per rivendicare la loro parte. La frase magica, quando si parla di appalti, forniture, assunzioni, rilascio di licenze e autorizzazioni, è: “questa è una questione politica”. Naturalmente si tratta solo di “spartenza” perchè, per questi signori, la politica è solo questo: fare gli interessi dei gruppi e delle persone che si rappresentano e che li hanno fatti eleggere, compresi, ovviamente, clan criminali e camorristi che, nella nostra provincia, sono ben rappresentati in tutti i consessi elettivi.
(Copyright frame: Agenzia Video Giornalistica “Videocomunicazioni”)

CAMORRA NON È SOLO IL LIVELLO CRIMINALE

LA RUBRICA

LA BILANCIA

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Parte da oggi la nuova rubrica de ilmediano.it, che si occuperĂ  di casi di Giustizia e mala giustizia. A curarla, Simona Carandente, avvocato penalista.

La bilancia è per eccellenza simbolo di equitĂ  e giustizia. Da oggi, “La bilancia” è anche il titolo della nuova rubrica del nostro giornale, nella quale saranno approfonditi casi specifici e concreti che trovano udienza nei tribunali, luoghi dove risiede l”autoritĂ  che amministra la giustizia.

La rubrica sarĂ  curata da Simona Carandente, avvocato penalista di Napoli, ed avrĂ  diverse tappe, ciascuna delle quali toccherĂ  reati e situazioni giudiziarie più o meno note.

Ogni settimana, l”occhio dell”esperto guiderĂ  il lettore attraverso i malesseri, le insidie e le profonde contraddizioni del processo penale italiano, passando per la disamina di alcuni casi reali. Il primo tratto di questo percorso di conoscenza avrĂ  un nastro rosa, nel senso che ad essere analizzati saranno reati e casi concreti, che vedono la donna in primo piano, in veste di vittima e/o carnefice, o comunque, situazioni nelle quali la figura femminile appare come predominante, in tutte le sue vesti.


L.P.

IL REATO DI STALKING E GLI ATTI PERSECUTORI. LA RISPOSTA DEL LEGISLATORE

Vita breve per gli autori di minacce, violenze private, appostamenti, pedinamenti, sms e di tutte quelle condotte, a carattere persecutorio, capaci di rendere la vita impossibile alla vittima predestinata. Con la legge 23 aprile 2009, n. 38 è stato introdotto in Italia il reato di “stalking” (art.612 bis c.p.), che punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, attraverso condotte reiterate nel tempo, adoperi minaccia o molestie nei confronti di taluno, ingenerando nella vittima un fondato timore per la propria incolumitĂ  e constringendola, nei fatti, a mutare od alterare il proprio stile di vita.

Il termine “stalking” è mutuato dall”attivitĂ  venatoria, quale sinonimo del “fare la posta” alla vittima prescelta. Alla base del comportamento ossessivo adoperato dallo stalker, sia esso ex compagno, amante ferito o addirittura vicino di casa, vi è proprio l”intento di distruggere l”esistenza della vittima predestinata, resa destinataria di attenzioni morbose e di chiaro tenore patologico.

Sebbene di recente codificato in Italia, il fenomeno ha avuto negli Stati Uniti ampissima diffusione, giĂ  negli anni “80, ove attori e personaggi noti venivano sottoposti, quotidianamente, ad attenzioni morbose da parte dei propri ammiratori, talvolta sfocianti in vere e proprie tragedie.
Elemento essenziale a configurare il reato di stalking è, difatti, proprio la reiterazione dei comportamenti illeciti, posto che i singoli comportamenti minacciosi o molesti, autonomamente considerati, possono essere idonei ad integrare altre fattispecie di reato, ma non quella prevista dall”art.612 c.p.

Cosa può fare chiunque sia vittima di comportamenti a carattere persecutorio? Innanzitutto, rompere il muro di silenzio e di timore ed uscire allo scoperto, denunciando i comportamenti molesti. Bisogna inoltre sapere che la legge 38/2009 prevede la possibilitĂ  di poter semplicemente ammonire lo stalker, esponendo i fatti all”autoritĂ  di pubblica sicurezza e richiedendo, per suo tramite, l”intervento formale del Questore, facendo sì che l”atto di diffida, emanato da un”autoritĂ  di polizia, possa indurre il soggetto a riprendere comportamenti conformi alla legge.

In caso contrario, difatti, il reato diventa procedibile d”ufficio ed è previsto un aumento di pena, a titolo di circostanza aggravante. La legge n. 38/2009 ha introdotto, altresì, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, che ha come scopo proprio l”impedire la reiterazione dei comportamenti lesivi per la libertĂ , e l”incolumitĂ , delle vittime di atti persecutori (mail: simonacara@libero.it).
(Fonte foto: Rete Internet)

PROGETTO SCUOLE APERTE. UN FILM, IL SILENZIO, UN FIUME DI PAROLE

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“Il bambino con il pigiama a righe” e lo sguardo verso l”altrove. Un film per riflettere sui “razzismi” dei nostri tempi.
Di Annamaria Franzoni

Prosegue con grande successo il percorso progettuale “Uno sguardo verso l”altrove”, presso il Liceo Mercalli di Napoli e si rivelano sempre più intense e profonde le emozioni che i nostri giovani spettatori lanciano nello spazio della parola che segue alla visione del film del Mercoledì.

È stata la volta dello splendido film “Il bambino con il pigiama a righe” a mettere in campo riflessioni significative su quello che è stato considerato il primo sterminio della “barbarie tecno-burocratica moderna”: dopo un silenzio denso di significati, infatti, i ragazzi hanno riversato nel “cerchio” il loro profondo risentimento contro quella che si può definire la più grande industria della morte di vittime innocenti e inconsapevoli.

La scena finale che vede Bruno, il figlio dell”ufficiale nazista morire stringendo la manina di Shumuel, il suo amico ebreo, ha lasciato tutti senza fiato: quando poi si è riusciti a far venir fuori le parole , esse sono divenute un fiume irrefrenabile di rabbia, rifiuto, accuse, ma anche attenzione alla condizione di carnefice/vittima di alcuni personaggi della storia trascinati in una sorta di vortice della violenza nella quale molti di essi sono stati schiacciati.

Come possono avverarsi eventi così sconvolgenti? Come può la mente umana concepire una tale barbarie? Perchè gli adulti non vedono l”Altro così come i bambini? Come può verificarsi che il processo di civilizzazione dei popoli di tanto in tanto si interrompa per fare spazio ad assassini di massa, ma soprattutto come può accadere che la follia di alcuni invada la mente di molti?

Questi ed altri quesiti sono esplosi nel corso del circle time (foto) e alcune risposte sono venute dalla ricostruzione dello sterminio conosciuta nell”ambito del nostro stesso percorso dai Freedom writers: è così emerso il ruolo della stampa, della diffusione di certa pubblicitĂ  falsa e tendenziosa, di un indottrinamento operato da sostenitori di una cultura di parte che influenza lentamente, ma in modo massiccio le menti più o meno giovani. In particolare uno dei ragazzi ha fatto riferimento all”esperienza del docente di un liceo californiano , ambientato negli anni “60 , protagonista del film “L”onda” a cui sfugge di mano la situazione dell”esperimento didattico attraverso il quale vuole spiegare la nascita delle dittature e si trova a dover arginare una fazione nazista da lui stesso creata.

Il nostro piccolo Bruno,invece, passando dall”innocenza beata di un bambino di otto anni alla consapevolezza tragica del mondo che lo circondava, ha cercato fino alla fine di non credere che suo padre , che egli amava profondamente, potesse essere a capo di siffatti crimini: smonta tale immagine, per lui inaccettabile, sia dopo il filmato sui campi di concentramento sia quando rassicura Shumuel, protagonista di una realtĂ  parallela aldilĂ  di un filo spinato, nel cammino verso camera a gas affidando le sue ultime parole alla speranza di salvezza.

Le riflessioni dei nostri ragazzi hanno, infine, trovato un ampio ed interessante approccio alla situazione attuale e ai “razzismi” dei nostri tempi: la violenza sulle categorie fragili, la differenza di giudizio, in riferimento alle stesse colpe compiute da italiani o stranieri, gruppi nascenti di gang razziste, aspirazioni a White Christmas, ipotesi di rilevazione delle impronte dei bambini rom, classi per soli stranieri e tant” altro sono per i nostri ragazzi un campanello d”allarme del quale tener conto per realizzare con forza la diffusione di una legalitĂ  interculturale concreta che non scardini il senso di sguardo verso un altrove ampio e che possa essere il vero segno di civiltĂ  e democrazia.