Il dramma dei piccoli reclusi: i figli di madri detenute.
Di Simona Carandente
Tra gli aspetti della vita penitenziaria di cui si parla poco, e sovente anche male, vi è quello relativo alla condizione della donna- madre che si trovi, in uno o più momenti della propria esistenza, a dover affrontare il già difficile momento della detenzione.
Difatti con la legge 26 luglio 1975 n. 354, di riforma dell”ordinamento penitenziario, si è data la possibilità alle detenute madri, con prole di età inferiore ai tre anni, di poter tenere con sè il piccolo all”interno del penitenziario, allo scopo di poterlo sostenere nel proprio delicato, percorso di crescita.
Attualmente si contano sul territorio nazionale poco più di venti reparti, afferenti ad altrettanti penitenziari, che prevedono concretamente la possibilità, per le madri detenute, di poter scontare la pena assieme ai propri bambini.
Uno sguardo alla “piccola” popolazione penitenziaria italiana vede i piccoli, che finiscono in carcere assieme alle proprie madri, ancora una sparuta minoranza: se ne contano, infatti, poco più di 60, a fronte delle migliaia le cui madri hanno ottenuto di poter scontare “aliunde” la propria pena detentiva.
Difatti, la cd. Legge Finocchiaro consente alle donne, madri di prole di età inferiore ai dieci anni, di poter scontare la propria pena a casa, beneficiando così del regime detentivo speciale previsto in questi casi. Unico limite alla fruizione del beneficio, la condizione giuridica della madre detenuta.
Nel caso in cui sia da considerarsi recidiva, o da qualificarsi come “socialmente pericolosa”, per la madre detenuta si spalancheranno le porte del carcere, tenuto peraltro conto che gran parte della popolazione penitenziaria, sia maschile che femminile, è fatta proprio di persone recidive, per reati legati al patrimonio o agli stupefacenti.
Tuttavia, per la parte dell”opinione pubblica sensibile alle tematiche penitenziarie, la norma è troppo severa. Non a caso, al vaglio del Parlamento italiano da almeno un biennio, vi è una riforma che mira ad estendere la portata della norma, ampliandone i casi di applicazione e facendo sì che, nel tempo, vengano istituiti degli appositi luoghi di detenzione, noti come “case protette”, ove le madri possano scontare la propria pena in condizioni di maggior tutela.
Come spesso accade in questi casi, sono sempre i più deboli a fare le spese di un sistema non privo di buchi neri: raggiunta l”età di tre anni i piccoli devono lasciare il carcere, costretti a far ritorno alle proprie case o addirittura, nei casi estremi, affidati ad istituti o case- famiglia.
È facile immaginare quanto deleteri possano essere, sulla psiche dei piccoli, gli effetti di una simile detenzione forzata: come dimostra uno studio dell”istituto penitenziario di Rebibbia, i bambini sono perfettamente consapevoli di non vivere una situazione di normalità, nonostante la giovanissima età, sfortunate vittime di errori altrui gravati da un marchio a vita del quale sarà difficile scrollarsi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Riviera24.it)
I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”





