UNA MAMMA SERIAMENTE PREOCCUPATA PER LA FIGLIA

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Una nostra lettrice si chiede come aiutare la figlia di 16 anni, che è alle prese con le dolorose e angoscianti problematiche adolescenziali connesse alla difficoltĂ  di accettare sè stessa, la propria immagine, il proprio corpo e la propria vita…

In un precedente articolo (VEDI) ho giĂ  avuto modo di considerare i disagi, i disturbi e le principali sofferenze psicologiche che caratterizzano l”etĂ  adolescenziale.

Il rapporto madre-figlia è un rapporto assai complesso e dalle più difficili e molteplici sfaccettature, non sempre di facile lettura e non sempre dai risvolti positivi, specie, se visti nell”ottica del futuro divenire donna della figlia, che dovrĂ  rendersi indipendente e autonoma proprio dall”affettivitĂ  e dal vincolo materno. La relazione madre-figlia, a differenza della relazione e del rapporto madre-figlio, che è più lineare, autonomo e facilitante la crescita e l”autonomia affettiva di quest”ultimo, è una relazione strettissima, viscerale e simbiotica che resterĂ  basilare per tutta la vita delle due donne influenzando tutte le scelte, le decisioni e la realizzazione della figlia, specie le scelte, in ambito relazionale-affettivo e relazionale-amoroso.

Nonostante la figlia diventi madre e la madre diventi nonna, le aspettative emotive insite in questo rapporto non cambieranno granchè, infatti, tutto ciò che la mamma, fin dalla nascita della figlia, si sarĂ  augurato, desiderato e atteso dalla, e per la figlia, non svaniranno, anzi, continueranno ad essere un preciso e, spesso, ineluttabile e latente imperativo categorico morale per la condotta e la vita della figlia, seppur diventata, donna, moglie e madre. Le aspettative della mamma per la figlia, quindi, anche quelle non chiaramente espresse, interagite, volute, o incoraggiate hanno un grande peso per la figlia e, spesso, diventano la principale causa dei disturbi e del malessere adolescenziale e della mancata autorealizzazione affettiva ed emotiva della crescita dell”adolescente.

Quando nasce un figlio, la madre non desidera affatto che il figlio sia, come lei spera, o lo vorrebbe, anzi, il più delle volte la madre vuole che il figlio sia esattamente il contrario di com”è lei, soprattutto, per quanto concerne le debolezze, le limitazioni e le defezioni emotive, affettive, amicali e sociali.

La figlia, invece, deve essere simile a lei, soprattutto per quanto riguarda la sensibilitĂ , l”emotivitĂ , i principi, i valori, le idee e il comportamento affettivo, amoroso, amicale e sociale. Insomma, la figlia, per la mamma deve diventare “l”altro mè”. Ora, è vero che una delle principali tappe della crescita personale dell”adolescente-figlia, è quello d”identificarsi con la mamma e trovare, con il tempo della propria maturazione, il sostituto del padre così, come per l”adolescente-figlio, la crescita personale consiste nell”identificarsi con il padre e trovare, con il tempo della propria maturazione, la sostituta della mamma; tuttavia, se l”identificazione della figlia con la mamma coinciderĂ  con le aspettative deluse che la mamma ripone nella figlia, esse diventeranno irrealistiche, problematiche e nevrotiche e finiranno per compensare e riempire i “buchi neri” della mamma, nella figlia.

SarĂ  proprio questo irrealistico e insano bisogno affettivo e amoroso della mamma che creerĂ , con la figlia, un rapporto conflittuale, rancoroso e aggressivo. Nessuna figlia, potrĂ  mai sopportare e tollerare, in eterno, peraltro, rinnegando continuamente sè stessa, le “proiezioni”, le “aspettative” e le “vessazioni” materne, anche se, proprio ribellandosi a tutto questo, si sentirĂ  rifiutata, non riconosciuta e, soprattutto, non libera di essere cosi com”è, quindi, diversa dalla madre, provando, per questo, colpevolezza, malessere esistenziale e comportamentale, disorientamento e insicurezza, inferioritĂ  e giudizio.


Ecco perchè i dissensi, le liti e i contrasti tra madre-figlia nascono nell”etĂ  adolescenziale, perchè è proprio in questo periodo che la figlia comincia a prendere coscienza di sè desiderando, non senza disagio, dolore, difficoltĂ  e sensi di colpa, di distaccarsi e diversificarsi dalla mamma, proprio per quanto concerne il proprio look, il mangiare, il pensare, il comportarsi, il vivere e l”interagire con gli altri.

L””attaccamento alla madre“, quindi, specie quello esistente, nel rapporto madre-figlia, come sosteneva lo psicanalista John Bowlby , è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba, All”inizio della vita l”essere nutriti equivale all”essere amati, il bisogno biologico legato all”alimentazione è presente insieme a un altro bisogno, anch”esso fondamentale, quello di essere amati, nutriti d”amore, di essere desiderati, voluti, accettati per quello che si è. Gli effetti nocivi della deprivazione materna, l”importanza del legame tra genitori e figli, il bisogno di una base sicura e il sentimento di attaccamento, determina l”origine delle principali patologie adolescenziali, come per esempio, le nevrosi, le isterie, l”apatia, l”anedonia, la depressione, l”anoressia e/o bulimia.

La figura della madre, per la figlia, almeno, nel periodo adolescenziale, ma può anche durare tutta la vita, è un modello a cui riferirsi per apprendere e per imparare a sapersi comportare, in relazione alla vita, all”inserimento sociale, al futuro lavorativo, affettivo e, soprattutto, nella scelta del partner e nel tipo di relazione da instaurare e mantenere con lo stesso. La figura della madre costituisce, per la figlia, anche, il principale, se non l”unico, fondamentale riferimento per dare le risposte alle prime significative domande che si pone l”adolescente: come amare, come vivere il sesso e l”amore, sesso e amore vanno separati? vanno tenuti uniti? come vincere le paure, l”istinto? saprò essere una buona madre, come lo è la mia? saprò crearmi le amicizie, come fa mia madre, saprò comportarmi nella societĂ , come sa comportarsi lei?

Le aspettative sono enormi e le figlie basano la propria futura autostima e sicurezza di sè su “come” esse vengono “accettate”, “amate”, “percepite”, “riconosciute”, “stimate”, “trattate” e “rispettate”. Ogni madre, infatti, si preoccupa sul “come” la propria figlia riuscirĂ  a superare le difficoltĂ  della vita e gli ostacoli che essa pone alla serena ed efficace autorealizzazione. Ogni madre, spera, che la propria figlia riesca meglio di lei, nella vita e, soprattutto, nella scelta del partner, nel crearsi una famiglia, prendersi cura dei propri figli, garantendo, peraltro, alla madre, di poter fare l”agognata nonna. Ma sono proprio tutte queste aspettative materne, di cui la figlia si farĂ  inevitabilmente carico, per essere amata, accettata, considerata e rispettata dalla mamma, che le impediranno di vivere sè stessa al meglio possibile, e senza la nevrotica e fallimentare corsa al volere essere e rimanere, “come piace alla mamma”.

Questo è il compito più difficile di una mamma, che desideri davvero la piena realizzazione e la serena esistenza della figlia, “lasciare vivere la figlia, come Persona” e non controllarne, gestirne la crescita e la vita, come figlia.

Ciò che le figlie vogliono, nella fase adolescenziale, è una madre che le ascolti, che le supporti, che dia loro l”approvazione e che le aiuti a trovare la propria strada. In questa fase nascono i maggiori conflitti che lasciano entrambe amareggiate. Emergono rabbia, senso di colpa, il senso di non essere capite, di essere sottilmente manipolate, ricattate usando l”affetto. In questa fase il ruolo della madre è quello di aiutare, con la sua esperienza esistenziale, affettiva e amorosa la figlia, è necessario ascoltare più che parlare, giudicare, criticare o consigliare. Ascoltare, senza volere aver sempre ragione e a tutti i costi, ascoltare e accettare una visione del mondo completamente diversa dalla propria.

Solo il rispetto, la fiducia, l”amore e l”accettazione fra le due donne, in quanto persone, e non in quanto madre-figlia, può segnare il positivo, efficace e sereno passaggio dall”adolescenza all”etĂ  adulta.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

CHIESA E MAFIA

La nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana su Chiesa e Mezzogiorno ha favorito una riflessione sulla “timidezza della chiesa di fronte alla criminalitĂ  mafiosa”.
Di Don Aniello Tortora

Sull”ultimo numero di Famiglia Cristiana vengono riportati gli interventi di alcuni vescovi che, con passione, commentano la Nota Pastorale della CEI su Chiesa e Mezzogiorno.

Sono commenti, a mio avviso, molto severi, durissimi, ma veri e da approfondire. I vescovi, tra l”altro, riflettono sul rapporto tra la Chiesa e la criminalitĂ  organizzata. Ne viene fuori un quadro non proprio esaltante: una Chiesa spesso poco coraggiosa e che, in alcune manifestazioni religiose, non riesce ad essere libera dalle cosche mafiose. La Chiesa è stata “a volte troppo timida di fronte alla mafia, ed è ora di scelte coraggiose per il Sud”: hanno affermano tre vescovi del Sud.

“La nostra gente deve ridiventare protagonista”, dice il vescovo di Locri. “Forse bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilitĂ  di una Chiesa troppo timida”.

Ecco il punto, che il vescovo di Agrigento, spiega così: “A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunitĂ  cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell”usura, del pizzo, del lavoro nero”. Il vescovo di Agrigento ha proposto di “abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi”.

Ma c”è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: “Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un”idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti”.

Riprende l”autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: “Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d”onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la veritĂ  per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile “collusione” deve far riflettere anche nelle nostre comunitĂ ”.

Anche Mons. Riboldi, che noi campani conosciamo bene, è intervenuto dicendo: “Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia e la gente ha subìto e si è rassegnata. Ma la cultura dell”illegalitĂ  è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa”.

La Chiesa accusa oggi un indubbio ritardo culturale sul fenomeno mafioso. Dopo la fase della denuncia all”epoca dei grandi delitti eccellenti, tra la fine degli anni “70 e l”inizio degli “80, fino alla vigilia del martirio di don Pino Puglisi, si è nuovamente instaurata, negli ambienti ecclesiastici, la tendenza a trattare Cosa Nostra e tutta la criminalitĂ  organizzata come fenomeno marginale, epidemico, della societĂ  meridionale, una organizzazione criminale ed un problema tra i tanti.
Occorre convincersi che la mafia non è solo un effetto ma principalmente una causa (se non La Causa) dei mali, anche morali, del Sud. Dal punto di vista teologico ciò significherebbe rendersi conto che la criminalitĂ  organizzata è una forma di apostasia che persegue un progetto diametralmente opposto a quello che Cristo affida alla comunitĂ  ecclesiale.

Riguardo al fenomeno mafioso, il compito dei cristiani è quello di destrutturare gradualmente la sua natura peccaminosa, facendo leva appunto sulla sua radice umana deviata, risanandola. Un lavoro assai complesso che prevede l”elaborazione di una completa strategia: lo sviluppo di tutta una cultura della responsabilitĂ  politica dei cristiani, l”elaborazione di pedagogie, metodi di lotta e persino linguaggi radicalmente liberati da ogni ombra di violenza. Oggi risulta oltremodo chiaro che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un”antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale e teologica. La pregiudiziale antimafiosa diventa sempre più preliminare in qualsiasi progetto di nuova evangelizzazione che voglia applicarsi seriamente a ricristianizzare il meridione.

Un autentico salto qualitativo dell”azione ecclesiale contro la mafia avverrĂ  quando si sarĂ  effettivamente preso atto che la mafiositĂ  rappresenta, rispetto all”evangelizzazione, un vero e proprio controprogetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunitĂ  ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo e formidabile impedimento per la salvezza integrale dell”uomo e per lo sviluppo della societĂ  meridionale.

Rispetto alla religiositĂ  popolare da parte della chiesa si è abbassata da una decina d”anni l”attenzione a questi fenomeni. Vi sono forme scandalose di feste patronali gestite da settori della criminalitĂ  organizzata. La devozione popolare deve essere purificata dal dio denaro e da infiltrazioni malavitose. Sulle collusioni ecclesiali della mafia si deve avere il coraggio di dire di più e di prendere finalmente le distanze.

“Bisogna tagliare i ponti tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota” – ha detto Mons. Riboldi. I cristiani (vescovi, parroci e laici) al Sud devono svegliarsi e, con coraggio, dare il loro concreto contributo per “osare la speranza” e creare condizioni di liberazione dall”illegalitĂ  diffusa e da atteggiamenti mafiosi che stanno dentro ciascuno di noi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

ABUSI DI POTERE

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C”è poco da fare: siamo vittime di abusi di potere ma reagiamo poco perchè ci affascina il forte e non il giusto. Questa è sindrome di Stoccolma!

Caro Direttore,
secondo me, il nostro paese è affetto dalla “sindrome di Stoccolma”. Sta accadendo, infatti, a noi, strani abitanti del Bel Paese -delle più avveniristiche cittĂ  o delle più sperdute contrade-, ciò che capitò, nel 1973, ai dipendenti della Kreditbanken di Stoccolma vittime di una rapina. Tenuti in ostaggi, per ben sei giorni, non appena furono liberati, essi manifestarono un attaccamento emotivo nei confronti dei banditi, tanto da implorare, per loro, clemenza alle autoritĂ .

Fu allora che il criminologo Nils Bejerot, per descrivere uno stato di sottomissione psicologica di una vittima di un sequestro nei confronti del suo rapitore, coniò l”espressione “sindrome di Stoccolma”. Che sta, poi a significare un atteggiamento di comprensione, che può, talvolta, sfiorare anche sentimenti di innamoramento; e non sono stati rari, infatti, i casi in cui tra vittima e carnefice è sbocciato anche del tenero.

È innegabile che, oggi, siamo un po” tutti tenuti in ostaggio da un manipolo di uomini, potenti quanto arroganti. Con modalitĂ  e tempi diversi essi tengono prigionieri i nostri destini, la nostra libertĂ , le nostre libere scelte, i nostri diritti, il nostro futuro. Ma è altrettanto innegabile che tutto ciò ci piace e, maggiormente, ci piacciono gli uomini che lo sanno fare. Tanto da essere –per le nostre azioni, i nostri comportamenti, il nostro modo di pensare, le nostre scelte elettorali- caratteristici esemplari affetti da sindrome di Stoccolma. E se il passato serve per capire meglio il presente, ciò che sta accadendo l”ho ritrovato, passo passo, in uno scritto del 1945, che, però, parlava di un certo Benito Mussolini:

“Il capo del governo si macchiò ripetutamente, durante la sua carriera, di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autoritĂ  di governo. Perchè il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilitĂ , una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle attivitĂ  criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto”. (Elsa Morante, Opere, vol. I, 1988, L-LII).

In effetti, caro Direttore, a noi –il popolo- è riservato il compito di scrivere la storia; a loro –a quel manipolo di uomini, potenti quanto arroganti- il compito di come scriverla. In altre parole, se c”è la possibilitĂ  di cambiare un percorso, quella passa solo attraverso le nostre scelte. Una volta decretati gli eletti (nel significato di scelti, nominati non in quello di predestinati!), poi, sono solo questi ultimi a decidere come procedere. Certo, tutti immaginano che la storia debba essere scritta senza disprezzo per i più deboli, per gli onesti, per quanti rispettano la legge, per quanti pagano le tasse, per quanti lavorano, non rubano, non appartengono a cosche, non vivono di espedienti e di malaffare.

Come fare a spiegare che c”è una sostanziale differenza tra l”affermazione di un diritto e quella di un sopruso, tra un abuso ed un condono.
Sai, Direttore, credo che da domani mattina avrai difficoltĂ  maggiori anche ad insegnare. Come farai a spiegare ai tuoi alunni che per diritto si deve intendere soltanto: “complesso di norme regolanti la vita sociale di una comunitĂ  indipendente (e sono caratterizzate dall”esistenza di sanzioni esterne e regolate, predisposte per garantirne l”osservanza)”? Attento che qualcuno di quei tuoi attenti pargoli, scatenati ma intelligenti, magari giĂ  predestinato ad un futuro da politico, ti potrĂ  contestare, ricordandoti, in ordine, che:

1) non tutti gli adulti fanno così; 2) è prassi ormai consolidata recuperare dalla pratica del “diritto” il meglio per sè stessi; 3) che la legge e la democrazia, negli ultimi tempi, sono due cose diverse e contrastanti. In tale evenienza, cosa risponderai? Se posso azzardarmi, ti suggerirei di avviare con loro una riflessione su un altro pezzo della Morante, sempre scritto nel 1945.
“Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquio volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe tutto al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po” ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente, e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. È difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori e si immagina di essere sempre il personaggio che vuole rappresentare”.

Sono in molti, ormai, a sostenere che lo studio della storia serve a poco. Bisogna sfrondare quella materia di molta zavorra, bisogna rileggerla, rivederla e commentarla diversamente da come ci è stata tramandata nei documenti. Probabilmente, sono assertori di questa linea gli stessi che hanno giĂ  sfrondato lo studio della geografia, delle scienze, del latino. L”annuncio delle riforme epocali, in materia scolastica, appare sempre più un rimaneggiamento del sapere che non un approfondimento.

Tanto, a che (e a chi) serve il sapere? Ognuno si bea della propria ignoranza e si inventa anche un alibi: la vita è breve, la morte è sempre in agguato, il riso fa buon sangue, sono giĂ  tante le preoccupazioni di un uomo, Franza o Spagna purchè se magna..!

Direttore, non ho capito cosa stai dicendo. Dici che mi faccio, inutilmente, il sangue amaro, che mi rovino il fegato, che continuo a vivere male? Dici che, tanto, ci sono le leggi a regolare il nostro paese? Sì, hai ragione. Mi pare Tacito abbia scritto: “Corruptissima in re publica plurimae leges” (Le leggi abbondano negli stati dei corrotti). Che è un po”, nella nostra più volgare lingua, “fatta la legge, trovato l”inganno”. Tanto, chi se ne fotte?
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

LE CONTRADDIZIONI DELLA CAMPANIA

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La regione Campania ha un”alta percentuale di aree protette, ma anche di territori inquinati da rifiuti tossici e nocivi. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio, ma la politica si nasconde.
Di Amato Lamberti

Una delle contraddizioni forti che caratterizza la regione Campania: è la regione con la percentuale più alta di aree protette dal vincolo paesaggistico di aree parco, sia nazionali che regionali; ma è anche la regione con la più alta percentuale di territorio inquinata dagli sversamenti abusivi di rifiuti tossici e nocivi, come testimoniano ampiamente i dati di Legambiente e quelli dei carabinieri del NOE.

Inoltre, la Campania è la regione con il più alto numero di abusi edilizi accertati dalla Magistratura, frutto generalmente della mancata approvazione da parte dei Comuni dei piani regolatori, pure previsti obbligatoriamente dalle leggi urbanistiche, e del mancato intervento delle Province attraverso la nomina di Commissari ad acta che provvedessero alla loro redazione.

Come possa spiegarsi questa evidente contraddizione tra una altissima coscienza ambientale di tutela del territorio, che porta a vincolare a parco anche aree molto vaste, come il Cilento, il Vesuviano, il Matese, e i tassi di inquinamento da sversamenti e costruzione abusivi, è un problema di non facile soluzione. Generalmente la politica, nel mentre si accredita di una elevata coscienza ambientale, si nasconde, per quanto riguarda l”inquinamento da rifiuti industriali tossici, dietro la presenza di organizzazioni criminali che dello smaltimento illegale di rifiuti, di ogni specie e di ogni provenienza hanno fatto il loro principale business criminale.

Come se il contrasto delle organizzazioni criminali e dei loro sporchi affari spettasse ad altri e non alle amministrazioni pubbliche, alle istituzioni, alla politica. Il nodo fondamentale è il controllo del territorio. Finora a spadroneggiare sono state le organizzazioni criminali che sembrano potersi muovere a proprio piacimento godendo della protezione dei cittadini come delle amministrazioni locali e di spezzoni deviati delle istituzioni. Con le tecnologie, anche satellitari, oggi a disposizione, appare francamente incredibile che non si riescano ad interrompere traffici che utilizzano anche mezzi di grandi dimensioni.
A parte il fatto che bisognerebbe anche decidersi ad intervenire sulle fonti dei rifiuti tossici, vale a dire sulle industrie che li producono e che sono dislocate in tutta Italia.

Allo stesso modo, per quanto riguarda l”abusivismo edilizio, che in alcune zone del territorio – si pensi solo a luoghi come Ischia e Casalnuovo assurti agli onori delle cronache – si preferisce fare a scaricabarile dalla Regione, alla Provincia, ai Comuni e viceversa, senza mai affrontare la questione vera che è quella di una regolamentazione edilizia adeguata alle esigenze e alle aspettative delle popolazioni interessate. Il bisogno di casa, anzi il diritto alla casa, si configura in maniera diversa a seconda delle concrete situazioni territoriali, e, quindi, dovrebbe essere diversamente affrontato. In una area caratterizzata da forte spopolamento antropico si possono rendere più rigidi ed estesi i vincoli ambientali, come si può decidere di favorire il ritorno della popolazione, per evitare la desertificazione e l”abbandono, con opportune misure e adeguati incentivi.

È una decisione politica, meglio se supportata da ipotesi di sviluppo e di riqualificazione. In un territorio caratterizzato da forte e costante incremento della popolazione, anche per la particolare struttura economica e produttiva, bisognerebbe saper conciliare esigenze della popolazione e tutela del territorio, come delle attivitĂ  economiche che ne costituiscono la peculiaritĂ . Pensare ad un modello unico di intervento per la tutela urbanistica e paesaggistica di tutta la Regione o di ciascuna Provincia o di ogni singolo Comune è sbagliato oltre che velleitario, come dimostra il fallimento di tutte le politiche urbanistiche finora adottate.

Certamente dei criteri generali sono necessari, in una Regione che ha nel patrimonio paesaggistico, archeologico e monumentale la sua principale forza e ricchezza, ma la loro declinazione non può essere astratta rispetto alle esigenze concrete di ogni singola porzione di un territorio così ricco di peculiaritĂ  e diversitĂ , storiche e ambientali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

GIORGIO LA PIRA, SINDACO VERO

Da cittadini, usiamo la potente arma del voto per sfuggire ai lestofanti che si servono del popolo. Sul modello di La Pira, abbiamo bisogno di sindaci che “servono il popolo”.
Di Don Aniello Tortora

È in atto la campagna elettorale. Non ci sono progetti concreti. Quanti slogan, quante promesse, quante parole, per “abbagliare” gli elettori. Quanta gente, tenuta nel bisogno, è “costretta” a credere alle lusinghe dei candidati nei vari schieramenti. Ma la politica non è “servirsi della gente o dei poveri”: è avere i poveri come “nostri padroni”, direbbe S. Vincenzo De” Paoli.
Nella vita tutti abbiamo bisogno di testimoni-modelli da imitare. Questa settimana vorrei presentare a tutti i candidati la figura di un vero sindaco, che ha vissuto la sua vita politica a servizio del bene comune, della sua cittĂ , dei poveri ed è morto povero: La Pira.

Tra le tante preoccupazioni di Giorgio La Pira la casa e il lavoro occuparono il primo posto. Anche oggi, nel nostro territorio, soprattutto per le giovani coppie, comprare o affittare una casa sembra diventato un sogno e il lavoro precario impedisce a tanti giovani di realizzarsi.
Nel 1954 La Pira inaugurava la cittĂ  satellite dell’Isolotto, una importante risposta data dalla sua amministrazione al gravissimo problema abitativo (“non case ma cittĂ ”, un esempio di buona edilizia residenziale pubblica).

Nel consegnare le chiavi ai primi inquilini disse: “Amate questa cittĂ  come parte integrante, per così dire, della vostra personalitĂ  . Voi siete piantati in essa e in essa saranno piantate le generazioni future che avranno in voi radice. È un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno”. “Ogni cittĂ  – aggiunse – racchiude in sè una vocazione ed un mistero: ognuna è nel tempo una immagine lontana della cittĂ  eterna. Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli”.

“La cittĂ  è una casa comune –dice ancora La Pira – in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; come l’officina è un elemento organico della cittĂ  , così lo è la Cattedrale, la scuola, l’ospedale. Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unica, un lievito unico, una responsabilitĂ  unica che è collegata ai comuni doveri”. “Il nostro compito di guide delle cittĂ  è pensare, è essenzialmente quello di meditare: se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”.

I diritti sociali sanciti dalla Costituzione non possono restare, per La Pira, sulla carta. Il concreto impegno -prima nel governo, poi nella amministrazione della cittĂ - lo mettono a confronto con le realtĂ  della disoccupazione, della malattia, dei problemi abitativi ecc.: “Ho un solo alleato” (scrive nei suoi appunti nel 1961 in preparazione della visita di Gaitskell in Palazzo Vecchio): “la giustizia fraterna quale il Vangelo la presenta. Ciò significa:
1) lavoro per chi ne manca
2) casa per chi ne è privo
3) assistenza per chi ne necessita
4) libertĂ  spirituale e politica per tutti
5) vocazione artistica e spirituale di Firenze nel quadro universale della cittĂ  cristiana ed umana”.

Mentre procedeva il vasto programma di costruzione di alloggi popolari, la cittĂ  si trovava di fronte all”emergenza degli sfratti e, in generale, della carenza di alloggi. Dopo aver chiesto una graduazione degli sfratti per poter governare l”emergenza, e non aver ottenuto risposta positiva, La Pira si rivolse ai proprietari di affittare al Comune un certo numero di abitazioni non utilizzate. In mancanza di una disponibilitĂ  in tal senso, ordinò la requisizione degli immobili stessi, basandosi su una legge del 1865 che dĂ  la facoltĂ  al Sindaco di requisire alloggi in presenza di gravi motivi sanitari o di ordine pubblico.
È l”amico magistrato Gian Paolo Meucci che lo aiuta a scovare questo appiglio giuridico che è alla base della ordinanza di requisizione. Naturalmente l”iniziativa scatenò polemiche violentissime alle quali La Pira rispose con un appassionato intervento in Consiglio Comunale.
Quanto alle denunce che furono sporte in quella occasione (tutte peraltro successivamente archiviate perchè giudicate infondate), La Pira così si espresse in una lettera aperta ad Ettore Bernabei direttore del “Giornale del Mattino”:

“Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico –e tanto meno morale- o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (:) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri –sfrattati, licenziati, disoccupati e così via- è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”.

Per La Pira il diritto al lavoro è, dal punto di vista sociale, uno dei fondamentali diritti di cittadinanza posti dalla Costituzione alla base della comunitĂ  civile; da un punto di vista economico (seguendo la scuola di Keynes) è il cardine di un sano stimolo della produttivitĂ  (la disoccupazione di massa provoca una circolazione monetaria senza corrispettivo di produzione ed è, perciò, quando si prolunga, causa di inflazione).

Da un punto di vista morale e religioso, infine, esso è un imperativo categorico (“Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: -che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell”occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. “leggi economiche” può farmi deviare da questo fine”).

E a De Gasperi, che lo accusava di fare con le sue prese di posizione a fianco degli operai il gioco dei comunisti, risponde: “Il gioco dei comunisti lo fanno tutti coloro – operatori economici ed uomini politici – che disconoscendo la santitĂ  e l”improrogabilitĂ  del pane quotidiano (procurato col lavoro) gettano nella disperazione e nella radicale sfiducia i deboli”.
Numerose sono le occasioni in cui La Pira si è trovato a fronteggiare situazioni in cui la difesa di questi diritti si urtava ad ostacoli formidabili. Emblematico è rimasto il caso Pignone.

La nostra gente ha bisogno di nuovi “La Pira” e non di lestofanti che “si servono del popolo”, ma non “servono il popolo”. E quindi:non servono alla societĂ  e al nostro territorio. È compito anche di noi cittadini “aprire gli occhi” e usare bene, con libertĂ  e coscienza la grandissima arma che la democrazia mette ancora una volta nelle nostre mani: il voto.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI STUPRI IN CARCERE

Torniamo a parlare di realtĂ  socio-penitenziaria, ed in particolare degli aspetti che fanno di essa un vero e proprio mondo a parte rispetto alla societĂ  civile.

Legato a filo doppio al problema dei suicidi in carcere, aumentato negli ultimi anni in misura esponenziale, vi è una problematica spesso sottovalutata: questa ha come scenario le quattro mura di un penitenziario e concerne gli stupri e gli abusi sessuali sui detenuti.
Oltre al problema del sovraffollamento, della mala-organizzazione, della mancanza di una vera rieducazione all”interno della struttura carceraria, maggiormente noti ai più, vi è difatti quello degli abusi sessuali, talvolta ripetuti, del quale spesso e volentieri omettono di parlare anche le stesse associazioni umanitarie, nel tentativo di celare una realtĂ  gravemente intollerabile.

Il gruppo Everyone (fonte igmpress.it) ha raccolto una serie di dati impressionanti, attraverso interviste e dichiarazioni rilasciate da detenuti delle più svariate carceri italiane, che hanno raccontato storie di abusi sessuali e maltrattamenti, i quali crescono in misura esponenziale quanto più il detenuto è giovane d”etĂ , esteticamente gradevole e, soprattutto, neorecluso.
Addirittura è possibile sostenere che, in relazione alla percentuale di stupri che si registrano ogni anno in tutta Italia, ben il 40% si verifichi all”interno delle case circondariali italiane, dove è possibile registrare qualcosa come tremila casi di abuso, e riduzione alla schiavitù sessuale, nell”arco di un anno.

Come alcuni, giovanissimi detenuti hanno raccontato a EveryOne il giovane ristretto, specie se di aspetto gradevole, viene costretto a subire una volta entrato in carcere tutta una serie di violenze, essendo costretti a diventare la “donna” di un detenuto, solitamente quello con maggiore potere coercitivo all”interno del penitenziario, o in alternativa di venir sottoposto a continui abusi sessuali, da parte di più detenuti, sempre sulla scorta di presunti ruoli gerarchici che individuano la vittima ed il relativo carnefice.

Per questi giovani, spesso l”unico modo per cercare di sottrarsi al crescendo di violenza è l”autolesionismo: in una forma di reazione assolutamente estrema, ci si taglia il viso, le braccia, le mani, fino a giungere a gesti estremi nei casi più gravi.
L”aspetto più grave del problema, tuttavia, è quello che vede la violenza esercitarsi sotto gli occhi dell”intera popolazione carceraria, guardie penitenziarie comprese, ritenendola probabilmente una specie di “accessorio” della pena da scontare nonchè, ed è l”aspetto più preoccupante, espressione del potere maschile ed esercizio legittimo di quest”ultimo.

Nonostante diversi, innumerevoli studi abbiamo dimostrato la forte correlazione tra abusi sessuali e tasso di suicidi all”interno della struttura penitenziaria, la cosiddetta societĂ  civile continua ad essere sorda a queste, ed alle altre problematiche, che restano relegate in un angolo, nelle coscienze e nella penna del legislatore.

Spesso difatti in situazioni come questa si preferisce far finta di nulla, rimanere a guardare, facendo si che la realtĂ  penitenziaria rimanga avulsa rispetto alla societĂ  civile, cementando la propria natura di “mondo a parte” dove tutto è permesso, dove tutto viene legittimato, ma dove nessuna reale, concreta opera di rieducazione avverrĂ  mai. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet. Fonte info: Il Carcere Possibile Onlus- Napoli).

GLI ARGOMENTI TRATTATI

DAL BUIO AL SILENZIO: SCOPRIRE REALTÁ COMPLESSE E PROFONDE

Parlare della sorditĂ  come una diversa abilitĂ  e non come una disabilitĂ .
Di Annamaria Franzoni

“Figli Di Un Dio Minore”, il film drammatico dell”allora esordiente regista R. Haines, sensibile e intenso, ha parlato al cuore degli adolescenti / spettatori del liceo Mercalli sia per la sua capacitĂ  di presentare la sorditĂ , davvero come una “diversa abilitĂ ” e non come una “disabilitĂ ”, sia per l”efficacia della sua trama coinvolgente e per la simpatia che James e Sara hanno stimolato nei giovani allievi.

Nel corso della raccolta delle riflessioni, che seguono quelle dei giorni passati su “Rosso come il cielo” (VEDI), Luca ha sostenuto che questo film è stato coinvolgente e toccante, poichè ci ha fatto riflettere su come si può amare una persona, nonostante ci sia una diversitĂ , l’ importante è che essa non prenda il sopravvento e si trasformi in un limite.

Per Ciro ha costituito la possibilitĂ  di riflettere sulle condizioni di vita delle persone non udenti e di quanto sia lontano da lui “il mondo del silenzio”. Ha pensato a come la sua giornata sia scandita dai suoni: dalla sveglia del mattino, al telegiornale mentre si prepara,alla voce della mamma, ai clacson e ai rumori delle macchine mentre raggiunge la scuola, alle parole dei professori e dei compagni a scuola, al caos dell”intervallo. Ha ricordato la casa invasa da voci e suoni: alla televisione accesa l”intera giornata, alle parole scambiate con gli altri, al telefono che squilla. Il pensiero di una vita senza suoni lo impaurisce.

Inoltre è stato anche sottolineato che la societĂ  moderna pur facilitando la vita dei non udenti attraverso le tecnologie, si è, tuttavia, allontanata da queste persone affidando solo ad ausili tecnologici il compito di avvicinarli al nostro stile di vita, ormai sempre più distante dal loro.
Roberta, infine ci ha offerto la sua emozione di dispiacere provata quando Sarah, si è sentita non accettata da James nonostante egli ritenesse di fare il massimo per accoglierla con la sua difficoltĂ .

Con diverse parole e tra una riflessine e l”altra abbiamo infine condiviso il pensiero che l”amore , la tenacia e la costanza riescono a superare , anche se talvolta con grandi sofferenze , ogni difficoltĂ  e su questa riflessione ci siamo salutati in attesa del prossimo appuntamento dei Mercoledì di scuole aperte al Mercalli.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

UNA MADRE PERPLESSA

In una lettera in redazione, una lettrice chiede l”aiuto del prof. Forcillo, per risolvere alcuni dubbi circa il comportamento del figlio di 12 anni. “Con la bugia l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltĂ ”.
Di Silvano Forcillo

Una nostra lettrice si chiede, se il fatto che il figlio di 12 anni, che frequenta la seconda media, con buoni risultati, nasconda i compiti assegnati a scuola per casa, sia l”effetto del troppo amore e dell”esagerato permissivismo dato da lei stessa e dal padre, nello sforzo che essi compiono per rendergli la vita serena, facilitata, senza fargli mancare nulla.

In un precedente articolo (“Avere un figlio adolescente”, del 19/12/2009) ho giĂ  avuto modo di considerare molti aspetti del problema sottopostoci dalla nostra lettrice, tuttavia, l”argomento, così posto, richiede ulteriori riflessioni, che desidero offrire all”attenzione dei nostri cari lettori.

Gli adolescenti che, nell”ambito della propria famiglia, dicono sempre la veritĂ , o mantengono sempre un comportamento irreprensibile devono seriamente preoccupare i genitori.

Le scoperte sessuali e sentimentali, le amicizie, le “cotte”, la vita di gruppo e le trasgressioni, infatti, sono esperienze difficili, dolorose e vergognose da comunicare agli adulti e, in particolar modo, ai propri genitori. Si può dire che, l”adolescenza inizia proprio quando il ragazzo, pur a costo di mentire, nascondere, o travisare la realtĂ  dei fatti, tenta di tutelare il suo “spazio vitale interiore e privato“, dal quale volutamente e duramente esclude i genitori e gran parte delle figure adulte verso le quali non nutre stima e fiducia. L”adolescente in questa fase di crescita e di sviluppo personale è impegnato, con paura, disagio e preoccupazione a realizzare la propria autonomia affettiva, amicale e sociale ed è per questo motivo che riesce facilmente a sopportare una grande quantitĂ  di segreti, di bugie, tenendo una buona parte della sua vita amicale e relazionale, fuori dalla famiglia. È in questo periodo, infatti, che l”adolescente comincia a sottrarsi alla vista e allo sguardo dei genitori, cerca di trascorrere la maggior parte del tempo fuori di casa, o davanti al computer, o al cellulare.

Con la bugia, il nascondimento o la trasgressione l”adolescente cerca di sottrarsi alle difficoltĂ  e alle responsabilitĂ , ma soprattutto cerca di sfuggire al controllo dei genitori per garantirsi la segretezza e il rispetto della propria libertĂ  personale. Per questo motivo anzichè affrontare le situazioni, le discussioni o le difficoltĂ  che, lo vedrebbero, impreparato, insicuro e perdente, preferisce “evitare” e “rimandare“. Pertanto, visti sotto questo diverso punto di vista, la bugia o il nascondimento diventano per il ragazzo un modo facile e indolore di “prendere tempo”, per difendersi e non avvertire il disagio e l”ansia.

Altre volte la bugia s”identifica con la disobbedienza, quando obbedire significa fare ciò che viene richiesto e imposto, rinunciando al proprio piacere per il dovere e il sacrificio e per il raggiungimento di obiettivi e scopi futuri, che per l”adolescente non hanno ancora senso e quindi, la mancanza di obbedienza per l”adolescente non è necessariamente un dato negativo, ma un tentativo di raggiungere la propria autonomia.

Pertanto, la capacitĂ  di “mentire” può essere considerata una conquista cognitiva attraverso la quale l”individuo cerca la sua posizione e la sua indipendenza nel contesto familiare. Questo esercizio permette di sviluppare un proprio modo di pensare e di porsi, ma anche trovare le abilitĂ  e le strategie sociali, che aiuteranno il giovane ad esprimere la sua autonomia in modi socialmente accettabili. A partire dall”adolescenza, quindi, motivo psicologico caratteristico della bugia è il bisogno di nascondere parti di sè; in questo caso essa viene utilizzata per proteggere un Sè ancora troppo insicuro per mostrarsi in pubblico e sapersi integrare e interagire con gli altri.

Mentire, in etĂ  adolescenziale, per lo sforzo cosciente che richiede, rappresenta una tappa evolutiva fondamentale: “infrangere l’ordine”, infatti, è un gesto trasgressivo consapevole che implica la capacitĂ  di tollerare, con le proprie sole forze, il peso della colpa e questo, spesso, avviene in totale solitudine e nello spazio introspettivo nel quale l”adolescente prende lentamente consapevolezza del Sè e, attraverso cui riuscire ad accettare lentamente la realtĂ  e le difficoltĂ  che essa comporta.
Un adolescente che non è in grado di sottrarsi allo sguardo dei genitori, che chiede sempre conferma e approvazione in ogni sua scelta, o in ogni decisione da prendere, evidenzia, con il bisogno di dover sempre condividere e raccontare ogni sua esperienza esistenziale ed emotiva, la difficoltĂ  di rendersi autonomo affettivamente e indipendente dagli altri.

È questo, oggi, uno dei difficili compiti dei genitori: aiutare i figli tentando di adattarsi il più possibile alle loro esigenze, ai nuovi bisogni e alle richieste evolutive, in altri termini, occorre che i genitori abbiano il coraggio e la fiducia di lasciare i figli un po” più da soli e, un po” di più da soli con sè stessi. Solo se la bugia è sistematicamente gratuita e il comportamento evitante è continuo, i genitori devono preoccuparsi, perchè ciò vuol dire che l”adolescente si trova nella difficoltĂ , o nella paura di accettare la realtĂ  e le problematiche che essa richiede di affrontare e superare. In questo caso, infatti, l”adolescente che ritarda, o pensa che è meglio ritardare la propria crescita attestandosi nel suo mondo “fantastico” e “irreale”, mentendo a sè stesso e agli altri, resta pericolosamente incatenato al suo falso sè che continuerĂ  a impedirgli di crescere e di responsabilizzarsi.

Ecco perchè, nell”ottica di una sana crescita evolutiva e di una efficace maturazione psicologica è importante fare l”esperienza della menzogna, del tradimento della fiducia dei genitori, come di deludere le loro aspettative. In altre parole è necessario arrivare, attraverso queste modalitĂ  comportamentali, alla metaforica, sofferta e dolorosa uccisione dei genitori per potere, cominciare a creare la propria autonomia affettiva, sociale e lavorativa.

Tutti abbiamo bisogno di segretezza, di intimitĂ  e di riservatezza e l”ineluttabile soddisfacimento di questo bisogno riguarda tutte le etĂ , non solo l”adolescenza, perchè nei momenti vuoti, lontano dai rumori, dal fare, dal pensare, dall”agire e dai condizionamenti esterni, ogni “Essere Umano” è in contatto con il proprio modo di essere e di sentire ed è solo in questo luogo e spazio, che ognuno si ritrova, si riconosce e si autorealizza.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA NOSTRA CRISI. NON É DEL MALE L’ULTIMA PAROLA

Lo sviluppo delle nostre terre è frenato dalla criminalitĂ  organizzata, che detta l”agenda a politica ed economia e ha messo in crisi la democrazia italiana. Ma non tutto è perduto!
Di Don Aniello Tortora

È stato pubblicato, di recente, un nuovo documento della Chiesa italiana sulla “questione meridionale”, mai risolta, ritornata, anzi, prepotentemente alla ribalta.
I vescovi italiani denunciano, ancora una volta, i mali atavici del Sud: la disoccupazione, il lavoro nero, la povertĂ  delle famiglie, l”emigrazione dei giovani, il familismo e l”omertĂ , il “cancro” delle mafie, l”inadeguatezza delle classi dirigenti, il dissesto ambientale. Questi problemi drammatici, aggravati dalla crisi economica e dall””egoismo individuale e corporativo” cresciuto in tutto il Paese, rischiano “di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.

“Ma non è del male l”ultima parola. Nella Chiesa e nella societĂ  del Sud ci sono risorse di socialitĂ , cultura, spiritualitĂ , che alimentano la speranza del riscatto oltre “ogni forma di rassegnazione e fatalismo”.
Ed è proprio con un invito “al coraggio e alla speranza” che si conclude il documento della Cei “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”, che riprende “la riflessione sul cammino della solidarietĂ  nel nostro Paese” a vent”anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietĂ ” (1989).

I vescovi constatano il “perdurare del problema meridionale” che oggi, come vent”anni fa, chiama la Chiesa italiana agli “ineludibili doveri della solidarietĂ  sociale e della comunione ecclesiale”. Le “genti del Sud” devono essere “le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietĂ  l”intera nazione”, disse Wojtyla nel 1995 al Convegno ecclesiale di Palermo.
Il documento passa in rassegna, a questo punto, i cambiamenti avvenuti in questi ultimi venti anni: la geografia politica, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali, la fine dell”intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno, il sistema di rappresentanza nel governo degli enti locali, l”avvio della privatizzazione delle imprese pubbliche, i tanti migranti giunti dall”Africa, dall”Asia, dall”Est Europa che hanno trovato nel Sud “il primo approdo della speranza”.

La realtĂ  del Sud, scrivono, ancora, i vescovi, è quella di uno “sviluppo bloccato” dove gli aiuti che arrivano non sempre sono ben utilizzati; dove l”elezione diretta degli amministratori locali “non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell”amministrazione della cosa pubblica”; dove la condizione femminile soffre ancora emarginazione e discriminazioni, dove ecomafie, crisi dell”agricoltura, fragilitĂ  del territorio e dell”economia pongono ulteriori impedimenti al vero riscatto e impediscono al Sud di assumere il protagonismo che gli compete nel cuore del Mediterraneo e in Europa. Queste emergenze invocano un “federalismo solidale, realistico e unitario” capace di responsabilizzare il Sud rafforzando l”unitĂ  del Paese: un orizzonte cruciale, nell”imminenza “del 150° anniversario dell”unitĂ  nazionale”.

A questo punto i vescovi denunciano il vero problema, che impedisce lo sviluppo del Sud: la criminalitĂ  organizzata.
Essa, ormai ramificata in tutto il Paese, “non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell”economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese”. “Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato”, scrivono i vescovi: non mera “espressione di una religiositĂ  distorta” bensì “strutture di peccato”, “forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione”.

Nella societĂ  e nella Chiesa ci sono risorse culturali e spirituali per il cammino del riscatto. La Chiesa, in particolare, sta con “quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere”, come chiese Benedetto XVI il 7 settembre 2008 a Cagliari, “una nuova generazione di laici cristiani” al servizio del bene comune. Consapevole di essere “fattore di sviluppo e di coesione” sociale, la Chiesa si sente chiamata alla sfida educativa e alla trasformazione delle coscienze, testimoniando lo stile della condivisione e della comunione anzitutto al proprio interno. Il problema della sviluppo non è solo economico: è “etico, culturale, antropologico”.

Perciò la Chiesa si impegna ad “alimentare costantemente le risorse umane e spirituali” da investire nella “cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell”illegalitĂ ”.
Dunque: “L”esigenza di investire in legalitĂ  e fiducia sollecita un”azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell”insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l”annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietĂ ”.

È questo il grande compito cui siamo tutti chiamati, uomini e donne del Sud, ma particolarmente noi cristiani. Essere, cioè, credibili testimoni di legalitĂ  e di solidarietĂ . Il Sud ci appartiene e tutti dobbiamo diventare protagonisti del suo sviluppo che è “di tutto l”uomo e di tutti gli uomini”.
(Fonte foto: Rete Internet)

UN VOTO PER CAMBIARE CHE?

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Dai manifesti si chiede il voto “in nome del popolo”. Ma questo popolo è stufo e fuori dai giochi: è un popolo bue. Attenti agli schizzi.

Caro Direttore,
è arrivata anche la scadenza per la presentazione delle liste alle prossime elezioni regionali. Avrei preferito essere smentito e sbeffeggiato; invece, ancora una volta, ho vestito gli abiti di Cassandra (“Di Cassandra si innamorò Apollo, che per avere le sue grazie promise di insegnarle l”arte della profezia; così Cassandra imparò la mantica, ma continuò a negarsi al dio: e Apollo fece in modo che le sue profezie non venissero mai credute”, Apollodoro, Biblioteca, III).

Come avevo (facilmente) previsto, infatti, gli elenchi dei candidati, da qualche giorno depositati in prefettura, sono per la maggior parte accomunati dall”unico simbolo indelebile e trasversale del “tengo famiglia”. C”è di tutto: mogli, amanti, figli, nipoti, cognati, veline, velone, inquisiti, meteorine e segretarie molto particolari. Ora, poi, nei prossimi giorni, ci troveremo ad affrontare la carica del manifesto selvaggio. E se uno avesse avuto l”accortezza di conservarsi qualche pubblicitĂ  delle passate competizioni elettorali (santini o schede fac simile), oggi si troverebbe, quasi, ad impazzire, nel constatare i salti della quaglia da una coalizione all”altra (talvolta con ritorno), da un partito all”altro (talvolta con ritorno).

Stamattina, quando sono sceso a comperare il giornale, ho visto giĂ  tre gigantografie di candidati, che implorano uno voto “per la loro storia”, che o ci fa andare avanti o ci fa riprendere il futuro o ci restituisce la partecipazione (ed altri slogan simili senza senso). Credimi, Direttore, per tutti e tre quei candidati, non sarebbero bastati i partiti dell”arco costituzionale: infatti, sono stati –in tempi diversi, a seconda di come fischiava il vento e degli interessi di bottega- a sinistra, a destra, al centro ma “sempre nell”interesse del popolo!”.

Se vai a vedere, Direttore, tutti coloro che si presentano alle elezioni hanno una buona posizione finanziaria alle spalle. E sì, perchè, oggi, per far politica bisogna esser ricchi o, almeno, avere la capacitĂ  di sapersi procurare i denari necessari ad affrontare una competizione dispendiosa, non per le energie ma per le cene, i regali, i pacchetti di voti, i manifesti, gli striscioni, i palchi, i locali, le kermesse, i santini, i santoni e i caporioni. Ovviamente, questo sperpero, questo dissanguamento deve pur avere uno scopo, anzi due. Uno è quello di natura più marcatamente venale: ogni investimento deve essere redditizio; se investo dieci, mi deve rientrare almeno il doppio!

Un altro è di natura (pseudo) ideologico (l”ho sentito pronunciare qualche giorno fa da un eminente uomo politico): sostenere l”esercito del bene contro l”esercito del male! “Compagno, io non ti volevo uccidere. E se tu saltassi un”altra volta qua dentro, io non ti ucciderei, purchè anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un”idea, una formula di concetti, che determinava quella risoluzione. Io ho pugnalato codesta formula. Soltanto ora vedo che sei un uomo come me.”, (Erich Maria Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, Mondadori, 1974).

Quale sarebbe, poi, l”esercito del bene e quale quello del male, non lo so. So soltanto che, così, passa l”idea (ormai, ci credono un po” tutti!) che la nobile arte della politica è solo una guerra di interessi, non importa se combattuta da eserciti o da compagnie di ventura, da “ndrine o da holding. E, di conseguenza, per far politica, non necessitano persone perbene (perchè, secondo la vulgata corrente, gli onesti sono fessi) ma furbi, imbroglioni, calcolatori, altrimenti definiti anche figli di zoccola.

Caro Direttore, io, come te, vivo dello stipendio. Per gli anni di servizio e per il mio profilo professionale percepisco, mensilmente, più di te, però, vivo male. Arrivo sempre con l”acqua alla gola a fine mese. Ho dimenticato gli abiti delle boutiques, acquisto ai mercati di rione; ho bandito molti cibi prelibati, mangio surgelati; anche le scarpe me le vado a scegliere nei grandi centri commerciali o a Poggioreale (sempre al mercato). E pensa quanta gente sta peggio di noi! Pensa a tutti quanti stanno perdendo il lavoro, a quanti non sono riusciti mai ad averlo, ai pensionati con cinque o seicento euro al mese:

Questi poveri derelitti non faranno mai una vacanza a Sharm el Sheik o in Kenya, non prenoteranno mai, con un anno d”anticipo, un”estate in Costa Brava e, nel caso avessero contratto un mutuo bancario, non sapranno come evitare la rete degli usurai o, se vuoi chiamarli diversamente –ma la sostanza non cambia- dei cravattai. Come si fa, Direttore, a chiedere a tutta questa sfortunata gente un voto per cambiare? Come si fa a giustificare, agli occhi di chi non ha un euro per un pezzo di pane, le spese per le consulenze sostenute dalle nostre istituzioni, quelle per i portaborse-parassiti di Palazzo, quelle per alimentare le societĂ  costituite dai parenti (soggetti attuatori per i grandi e i piccoli eventi, per le ristorazioni o per lavori di ristrutturazione), quelle erogate per rimborsi spese, viaggi di piacere o vacanze trascorse con familiari al seguito o amanti o escort?

Come si fa, Direttore, a giustificare a chi non può mangiare che per i tre giorni del G8 a l”Aquila sono stati spesi, per esempio, venticinquemila euro per la fornitura di accappatoi e asciugamani o trecentoquarantasettemila euro per la fornitura di televisori Lcd o ventiseimila euro per la fornitura di 60 penne edizione unica? È vero, la storia la scrivono sempre i vincitori e la raccontano a modo loro. La conquista del Santo Sepolcro, per esempio, raccontata dalla parte dei crociati, è un”eroica avventura di fede e di coraggio. Ibn Al-Athìr, uno storico arabo, racconta, invece, lo stesso fatto, fornendo una versione alquanto diversa:

“La popolazione fu passata a fil di spada e i Franchi stettero per una settimana nella terra, facendo strage dei Musulmani:Dalla Roccia predarono più di quaranta candelabri d”argento, ognuno del peso di tremilaseicento dirhem (moneta d”argento in uso nei paesi arabi), e un lampadario d”argento e più di venti d”oro, con altri innumerevoli prede”.

Caro Direttore, c”è un vecchio detto latino che ammonisce: “Hoc scio pro certo: quoties cum stercore certo, vinco seu vincor, semper ego maculor” (Una cosa è certa: quando ho da lottare col letame, ch”io vinca o perda, sempre mi imbratto!). È vero, ovunque ti giri, c”è letame (è un eufemismo!); però, anche questa volta, voglio dire in questa competizione elettorale, bisogna turarsi le narici, schivare quanti più schizzi di merda è possibile e sforzarsi di scegliere il meglio. Altrimenti è la fine della democrazia. Ed anche della libertĂ . Che è, poi, ciò che normalmente auspicano (solo che non lo dicono apertamente) i signori dei Palazzi insieme a quelli delle tessere e a quelli che da sempre non hanno conosciuto il senso della dignitĂ  e dell”amor proprio.
(Fonte foto: Rete Internet)

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