INDAGINI DI VITTIMIZZAZIONE E POLITICHE DI SICUREZZA

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Il tema dell”insicurezza fa parte della nostra realtà quotidiana. In questo scenario, le luci della ricerca si sono accese sulla vittima dei reati. Di Amato Lamberti

La ricerca criminologica scopre la vittima, come oggetto di analisi e di interesse scientifico, nel momento in cui il tema dell’insicurezza entra a far parte della nostra realtà, tanto, come dice Castel, "da strutturare persino, in larga misura, la nostra esperienza sociale". Altri autori, come Boudon e Wacquant, legano lo sviluppo della vittimologia, come ricerca finalizzata a "rimettere ordine" nella società, ad una situazione che si afferma nelle società occidentali, di "declino dello Stato economico, diminuzione dello Stato sociale e glorificazione dello Stato penale".

Non è un caso che i due assunti principali delle teorie che sostengono le ricerche vittimologiche siano: 1) il "carattere sacro degli spazi pubblici" è condizione necessaria della vita urbana e, al contrario, il "disordine" del quale si compiacciono le classi povere rappresenta il terreno di coltura naturale del crimine; 2) si diviene criminali non a causa delle privazioni materiali, caratteristiche di una società ineguale, ma per carenze mentali e morali. La nascita di questa nuova prospettiva è legata alla pubblicazione di "The Criminal and His Victim" di von Henting (1948) dove, in modo critico rispetto agli studi criminologici allora correnti, si propone un approccio dinamico al reato, attraverso lo studio della vittima e del suo ruolo.

Vengono introdotti i temi della "victim precipitation", cioè del contributo che la vittima dà alla realizzazione dell’evento criminale, e della "victim proneness", cioè di una sorta di propensione della vittima a subire un reato. Solo più tardi, con Hindelang e altri (1978), queste tesi trovarono sistemazione nel "lifestyle model", e successivamente, con Cohen e Felson, nel "routine activity approach", che si basano entrambi sull’idea che il rischio di subire un reato sia in relazione con le attività svolte quotidianamente dal soggetto e con le sue abituali frequentazioni, in termini di persone e di luoghi. Le ricerche mettevano però in evidenza numerosi aspetti problematici, come il "paradosso della paura" (Stafford e Galle): le persone anziane e le donne sono meno esposte ad episodi criminali e sono meno vittimizzate, ma hanno maggiore paura di subire un reato, rispetto ai giovani maschi della classe lavoratrice che pure sono i più colpiti da episodi criminali.

In Italia, contrariamente a quello che è avvenuto in altri Paesi europei e anche nelle Università americane, la ricerca sulle esigenze di sicurezza dei cittadini, in quanto vittime potenziali di reato, è stata subito finalizzata, anche perché totalmente finanziata dal Ministero degli Interni, alla individuazione e programmazione più efficace delle azioni repressive di prevenzione del crimine, realizzando una saldatura anomala tra professionalità impegnate istituzionalmente nell’attività di prevenzione e contrasto del crimine e mondo accademico e professionale.

Gli esempi "migliori" sono le indagini sulla sicurezza urbana promosse dal consorzio "Città Sicure" dove le esigenze "politiche", di visibilità e di intervento "a breve" di riassicurazione dell’opinione pubblica, sono largamente prevalenti rispetto al pur necessario approfondimento scientifico dei problemi legati alla diffusione, nel territorio esaminato, del rischio e dell’insicurezza, in particolare per quanto riguarda cause sociali e comportamenti istituzionali.

La ricerca, "La svolta napoletana: da vittime che subiscono a cittadini che decidono", promossa da Prefettura, Comune, Provincia, di Napoli e Regione Campania, realizzata, nel 2007, da Transcrime con il contributo di autorevoli studiosi napoletani, vuole dimostrare che "criminalità e disordine urbano progrediscono in modo parallelo e che l’efficacia collettiva, cioè la capacità dei cittadini di rendersi consapevoli di questi problemi ed agire da protagonisti per eliminarli, può fare arretrare questi fenomeni". Ora, che criminalità "predatoria" e "disordine" urbano siano fattori che producono alti livelli di insicurezza nei cittadini è fuori di dubbio, a Napoli come nel resto del mondo.

Più difficile è dimostrare che esista un rapporto di causalità reciproca tra criminalità e disordine urbano, da intendersi, come "incivilities", come si evince dalla ricerca, che non possono però essere addebitate ai cittadini in genere, ma, per un verso all’amministrazione comunale e per un altro agli stessi criminali che in tal modo "segnano" il loro territorio.

Piuttosto è un circolo vizioso che là dove si instaura -perché si può avere criminalità in un contesto ordinato e disordine urbano senza criminalità- produce preoccupanti situazioni di insicurezza. Per quanto riguarda "l’efficacia collettiva", vale a dire, "l’insieme di aspettative condivise e impegno reciproco tramite cui i residenti in un quartiere esercitano controllo sociale informale sullo stesso", visto l’alto numero di associazioni di volontariato e la presenza di strutture istituzionali, andava, forse, modificato l’approccio considerando anche altri fattori, più tipicamente legati alla "cultura di base" del territorio, come il "capitale sociale" del gruppo familiare, che comunque hanno funzioni di controllo della violenza.

L’approccio "multi-agency" e la "community crime prevention", privilegiati come riferimenti teorici dalla stessa ricerca, sono la strada obbligata, come da anni vado anch’io ripetendo, di politiche non-repressive che vogliano realmente raggiungere livelli, accettabili da tutti i cittadini, di sicurezza. Il problema è, però, quello di come coinvolgere, non tanto i cittadini-vittime, ma gli stessi cittadini-incivili in un processo di trasformazione che riguardi, contemporaneamente, i livelli individuali, di rapporti familiari e sociali, di rispetto delle regole e delle Istituzioni.

Su questo terreno si gioca la capacità, non tanto dei cittadini quanto delle Istituzioni, di promuovere processi di "risocializzazione civile" capaci di coinvolgere tutti gli strati sociali, a partire da quelli marginali. Su questi temi, e, in particolare, sul nuovo approccio ai problemi della criminalità diffusa, che va sotto il nome di “vittimologia” torneremo in maniera più sistematica nei prossimi interventi.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

Donne diaboliche

Streghe, santoni, istigatori e vittime: ci inoltriamo in un mondo di impulsi, paure e credenze che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento. Di Carmine Cimmino Da “La Repubblica“ dell’ 11 giugno 2008: “Un libro scritto da una studiosa, Gaetana Mazza, su documenti dell’ Inquisizione conservati nell’archivio diocesano di Sarno, Curia diocesana di Nocera Inferiore – Sarno, ha scatenato la furia di una entità che sembrerebbe un fantasma da operetta se non fosse reale: la censura ecclesiastica. All’autrice, che aveva inviato cortesemente una copia al vescovo della diocesi prima di mettere in distribuzione l’opera già stampata, è stato intimato di mandare al macero l’intero secondo volume dell’opera che riproduceva documenti d’archivio (definiti “testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore“ ) e di sottoporre il primo volume all’esame di una commissione ad hoc al fine di emendarlo secondo quello che sarebbe stato imposto.”. I volumi già stampati vennero distrutti, perché la curia diocesana di Nocera Inferiore-Sarno sostenne che la studiosa “non aveva un regolare permesso di riproduzione dei documenti storici”. Nel 2009 il lavoro di Gaetana Mazza venne ristampato e distribuito dall’editore Carocci: con la presentazione di Adriano Prosperi, che è un sontuoso documento di nobile sdegno per “un caso tanto strano da sembrare inventato“. “Streghe, guaritori, istigatori “- questo è il titolo del libro- descrive un cosmo di impulsi, di paure e di credenze, che ha propagato la sua energia fin dentro il Novecento: durante l’epidemia colerica del 1893 i medici di Ottajano furono costretti a registrare i nomi di alcuni “infetti“ che, dopo aver ricusato “assolutamente le cure dell’arte medica, perché dubbiosi dei medici e delle autorità“, inutilmente avevano cercato di salvarsi con pozioni e unguenti di erbe. Le streghe, i santoni, gli “istigatori“ e le loro “vittime“, nei termini di una uguale pena di vivere, che la sensibilità della studiosa coglie e registra in ogni suo aspetto, sono parti di una stessa trama di valori culturali: la magia naturale, i riti della religiosità popolare, il sapere dell’esperienza che ha radici negli strati più remoti di una civiltà millenaria, edificata lungo il fiume dei Sarrastri, di fronte al Monte di fuoco. E mentre scrivo sale alla superficie della memoria e si delinea davanti ai miei occhi, prima confusa, poi, a poco a poco, più nitida, l’immagine di Chiarina, una gentile donna di Sarno, che, non pochi decenni fa, tre volte alla settimana veniva a Ottaviano sul carretto del fratello, a vendere gli ortaggi della sua terra ferace, e, aggiustandosi continuamente sul naso, con nervosa timidezza, gli occhiali troppo larghi, descriveva alle donne, strette intorno a lei in mezzo al cortile, le virtù delle lattughe, delle cipolle, e degli “odori”: il sedano, il prezzemolo, il basilico. Racconta il libro di Gaetana Mazza che a metà del Settecento una donna di Sarno, Teresa, imparentata con una delle più antiche e più note famiglie della città, confessa a un frate francescano, delegato del vescovo, di aver ceduto alle lusinghe della magia per vincere il tormento della “tristezza“: la malinconia depressiva, “affezione“, allora, esclusiva delle nobildonne innamorate o in cerca dell’amore. Un giorno, mentre Teresa stava in cucina con altre persone, davanti al focolare, è apparsa , manifestandosi solo a lei, una donna, non bella, ma elegante nel parlare: in seguito, avrebbe confessato di essere “delle pagliare di San Gennaro“, di San Gennaro di Palma. Ella dà a Teresa una “piccola cartella“ in cui c’è una misteriosa “polvere“: che la malinconica ingoia. Ma quando, alcuni giorni dopo, la donna di San Gennaro, manifestandosi nello stesso modo, le consegna altre “tre cartelline di polvere“, la signora “triste“ chiede consiglio al confessore, il quale getta nel fuoco la malefica medicina. La donna di San Gennaro ricompare, rimprovera Teresa perché non ha saputo mantenere il segreto, la invita a incontrare, di notte, tre sue amiche, che l’aiuteranno a guarire. L’incontro avviene su “una loggia“ della casa: Teresa viene invitata dalle quattro donne a buttar via tutte “le devozioni dei Santi“ che porta addosso. Ma non riescono a convincerla: e perciò prima che l’alba rischiari il cielo, le quattro “magare“ scompaiono, e non si faranno più vedere. Teresa si affida agli esorcisti patentati, la cui diagnosi non pare assai diversa da quella delle “donne diaboliche“: le dicono che la sua “tristezza“ è provocata dai “malefici ritrovati più volte e di varie maniere in camera e in letto, come pure nelle proprie vesti “. I rimedi consigliati contro “la fattura“ sono i soliti: medicine spirituali, e cioè la fede in Dio, la preghiere e le reliquie dei Santi, e la medicina naturale del digiuno penitenziale a pane a acqua. La “polvere“ della “magara“ di San Gennaro compare in molte situazioni analoghe, tra il Seicento e il Settecento: è probabile che fosse non una diabolica mistura, ma quel sale di sassifraga, che Giovan Battista della Porta, centocinquanta anni prima degli incontri della malinconica sarnese, consigliava come purgativo potente contro tutti gli umori che inquinano l’apparato della digestione e quello dei sentimenti: questo sale “ti farà immune dal cibo e dal pane velenato, e ti guarda dalla peste e dall’infezione dell’aria pestilenziale…ammazza i vermi, purga il sangue, provoca il sudore, giova assai nella cura del mal francese (la sifilide). Il sale cavato dalla pimpinella, se uno lo mangia per tre giorni, per ogni tre mesi, per tutto il tempo della sua vita, lo farà sicuro dalla idropisia, etica (la tisi) e apoplessia… conferma il corpo meravigliosamente dallo aere pestilente. “. Riservando per un altro articolo la splendida storia della strega Palmetella chiudo con una preghiera e con uno scongiuro recitati da due donne di Sarno, e diffusi, fino a ieri, in tutto il territorio: Sant’ Anna vecchia potente, aprite l’uocchie e tinitice mente./ quanno ‘o remmonio nce vene a tentà, Vuie, Sant’ Anna, nc’ avite aiutà. Sant’ Antò, cammina tu / lengua santa, parla tu. / Trirece grazie faie o iuorne. (Foto: Quadro di Salvator Rosa, “Le tentazioni di Sant’ Antonio”

A SCUOLA UNA TELEFONATA NON ALLUNGA LA VITA

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Fenomenologia dell”uso del cellulare di coloro che lavorano nella scuola, o vi studiano. A proposito: avete notato? Mai una volta che un genitore sia gentile dopo il sequestro del telefonino al figlio. Di Ciro Raia

Anche nella mia scuola, come in tutte le altre, ad inizio d’anno viene fatto sottoscrivere un patto di corresponsabilità, che vincola operatori e fruitori di un bene pubblico quale, di fatto, è l’istituzione scolastica. Uno dei punti più discussi e più difficili da digerire è quello relativo al divieto dell’uso del cellulare per alunni, docenti e personale ata. Dichiaro in anticipo che è una guerra difficile da combattere. Dovrei, infatti, stare -per tutto il tempo che sono a scuola- in giro per vietare di telefonare. Ma mica si può passare la giornata così? E, anche a una certa età (parlo di adulti), c’è sempre bisogno di un controllore?

Se, girando per la scuola (e se ci sono le porte delle aule aperte), mi imbatto in qualche docente che conversa tranquillamente in classe, mi fermo e, con insistenza, lancio uno sguardo torvo, minaccioso e interrogativo. Il malato di comunicazione mobile, che ha però il buon senso di coprirsi -mentre parla- la bocca con la mano libera (lo fa per discrezione o per poter mandare messaggi in codice?), cerca goffamente di scusarsi, dicendo che è capitato per un caso urgente (ma chi ci crede?) e che non capiterà più (ma chi ci crede?). Anzi, aggiunge che raccomanda sempre ai propri alunni di astenersi dall’uso del telefonino a scuola.

Il personale ata, invece, fa del telefonino un uso diverso. Generalmente, gli assistenti amministrativi ricevono uno squillo sul cellulare e, visualizzato il numero in entrata, subito si precipitano a richiamare lo stesso numero dal telefono fisso (quello dell’ufficio). È facile capire, in quel caso, che si tratta della telefonata di un familiare. Se sono colti sul fatto, si giustificano dicendo che era un figlio o una vecchia madre o uno zio ammalato, che aveva esaurito il credito. E, quindi, preoccupati, l’hanno dovuto richiamare, ma non succederà più (ma chi ci crede?).

Se, al contrario, gli stessi assistenti amministrativi schizzano dalla sedia e si precipitano su un terrazzino, in uno spigolo di corridoio, in un bagno, in un archivio, allora, è facile capire che dall’altro capo del telefono c’è, probabilmente, lui/lei, l’innominato o il fratello col quale hanno litigato la sera precedente (quasi sempre per questioni d’eredità) o l’agenzia di viaggi che sta confermando un biglietto per Pantelleria, Vipiteno o tre giorni e due notti a Parigi tutto compreso.
Preside, mi scusi, si trattava di una questione delicata ma non succederà più.

I collaboratori scolastici (i bidelli), invece, fanno un uso del cellulare molto più plateale e rumoroso. Parlano a voce alta, in dialetto e, se non concludono prima la conversazione, non si curano minimamente di una classe senza sorveglianza, di un alunno che chiede un pennarello, di una mamma che ha un colloquio con un docente.
– Innanzitutto, abbassate la voce e non parlate in dialetto…
– Perché (pecchè), preside?
– Perché siete in una scuola e non siete al mercato…e, poi, vi ho detto mille volte che il telefonino non lo dovete usare se non per fatti urgenti, gravi e con molta discrezione…
– Preside, nun facite accussì…chiane, chiane ‘nce state luvanne pure l’aria!

Ovviamente, l’uso del cellulare è vietato anche e soprattutto agli alunni. Quando si riesce a cogliere qualcuno sul fatto (ma bisognerebbe soggiornare molto nei bagni, come si fa?), allora, scatta il sequestro e, per riprendere il gioiellino di ultima generazione, è richiesto l’intervento di uno dei genitori. Raramente un papà o una mamma collaborano. Spesso, a dire il vero, si incazzano (contro la scuola), perché, sfortunato figlio!, è stato sorpreso a telefonare quell’unica volta, proprio quando aveva avuto necessità di chiamare a casa per un’urgenza personale. Boh! Qual è, quale sarà questa urgenza personale, visto che, al primo sintomo di malanno (ma anche di malessere), chiedono -ed ottengono subito- che la scuola chiami a casa? Non voglio insistere, ma credo di aver letto di recente che addirittura un genitore si sia rivolto alla magistratura, perché la scuola aveva vietato al figlio l’uso del telefonino, a suo dire, mezzo di comunicazione ma anche di controllo e di contatto.

Qualche giorno fa, a Roma, l’Eurispes ha presentato il Rapporto sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza 2011. Dalla lettura dei dati è emerso che il 97% dei ragazzi italiani possiede un telefonino (il 10% ne possiede più di uno!). Una buona percentuale dei giovani possessori di cellulari invia (o invia e riceve) sms o mms a sfondo sessuale; chiama a linee per solo adulti; confeziona messaggi e/o telefonate per “semplici” atti di bullismo. Il cosiddetto cyber bullismo (bullismo online) è una pratica molto in voga; anzi, nelle stime percentuali del bullismo, quello online rappresenta il 34% !

E, se si clicca su YouTube, su Facebook, su Google Video, su Myspace o, anche, su un sito come www.scuolazoo.com si scopre tutto un mondo di filmati, che, se da un lato mettono a nudo fatti che (purtroppo) realmente accadono tra le pareti dell’istituzione, dall’altra confermano che l’uso dei telefonini in classe supera, ormai, ogni tolleranza. Il video della professoressa del liceo di Monteroni ha fatto il giro del mondo; come infiniti altri video, e non solo a sfondo sessuale. Senza contare, poi, che, con i telefonini di ultima generazione (tipo quello del giovanotto che, estasiato dal suo NGM, cammina per le strade come se fosse in trance, e nemmeno si accorge che sta per essere falciato da un auto) è possibile -e sta già accadendo- anche giocare online.

Proprio qualche giorno fa, Daniele Grassucci, il direttore di www.scuola.net, intervistato da Franco De Mare a “Uno Mattina”, ha messo in guardia dal pericolo costituito dal gioco d’azzardo in rete. Ha riportato le stime di un sondaggio condotto su un consistente campione di ragazzi (fascia d’età 11-19 anni): 2 ragazzi su 3 giocano abitualmente su internet. A cosa? La grande maggioranza a giochi sociali; un 13% a poker. Però, ciò malgrado, guai a sequestrare un telefonino a scuola! Non ho ancora trovato un genitore che sia stato gentile (e nemmeno comprensivo) con me o con l’insegnante, che ha, eventualmente, provveduto alla momentanea confisca di un prezioso cellulare.

Voglio solo aggiungere che, il divieto dell’uso del telefonino a scuola, non è un capriccio personale o un eccesso di pedanteria. Oltre 4 anni fa, l’allora ministro alla P.I, Fioroni, emanò una direttiva (15/3/2007) avente ad oggetto “Linee di indirizzo e indicazioni in materia di utilizzo di telefoni cellulari e di altri dispostivi elettronici durante le attività didattiche, irrogazioni di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti”. E solo per eccesso di precisione (non è un eufemismo), aggiungo che il divieto dell’uso dei cellulari al personale della scuola risale alla C.M. 362 (25/8/1998), avente ad oggetto “Uso del telefono cellulare nelle scuole”.
(Fonte foto: Rete Internet)

DIARIO DI UN PRESIDE

AMBIENTE E ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Criminalità organizzata e ambiente, un settore quello delle ecomafie che secondo il bilancio equivale a 20 miliardi di euro all’anno, 1,7 miliardi in più rispetto al 2010: una torta suddivisa tra 290 clan.

Uno dei più proficui dei settori economici che le organizzazioni criminali sfruttano è di sicuro quello delle Ecomafie. Anche quest’anno Legambiente, con il suo Rapporto Ecomafia 2011, fa il bilancio dell’andamento dei fenomeni che coinvolgono l’ambiente.

Il settore delle ecomafie risulta ad oggi, avere un business che vale quasi 20 miliardi di euro all’anno, rispetto ai 19,3 miliardi di euro di fatturati nel 2010: una torta suddivisa tra 290 clan.
Gli illeciti ambientali accertati nel 2010 risultano 30.824, pari a 84 al giorno e 3,5 ogni ora (il 7,8% in più rispetto 2009). Questi, in sintesi, alcuni dei dati.

La criminalità organizzata è riuscita ad oggi a predisporre una filiera di società senza impianti solo per creare false fatture, nonché di altre dotate di impianti per recupero, trasporto e smaltimento rifiuti, con imposizione ai produttori di avvalersi di tali filiere oppure aggiudicandosi commesse pubbliche per gestire i relativi servizi. Nel caso invece di imprese operanti nel settore al di fuori dalla filiera mafiosa, vi è comunque l’imposizione di tangenti estorsive.

Non bisogna, poi, trascurare il fatto che il ricorso all’illegale smaltimento dei rifiuti pericolosi è attuato da chi li produce per ottenere un notevole risparmio sui ai costi da sostenere rispettando la vigente normativa.
Un altro dato interessante è costituito dall’abbattimento dei prezzi per lo smaltimento dei rifiuti presso i termovalorizzatori tedeschi (da 186 euro a tonnellata l’anno scorso, a 66 euro di quest’anno), determinato da un minore afflusso di rifiuti, che evidentemente prendono altre strade.

Ovviamente, come dice Pietro Grasso il Procuratore nazionale antimafia, “i rifiuti pericolosi sono quelli ai quali bisogna prestare maggior attenzione e per ottenerne un tracciamento più soddisfacente si è già approntato dal Ministero dell’Ambiente il sistema Sistri (Sistema integrato trattamento dei rifiuti), che registra i vari passaggi dal produttore allo smaltitore”.

Nella trattazione delle problematiche relative al contrasto in materia di traffico illecito di rifiuti si aprono, poi, molteplici fronti e, fra questi, anche quello concernente le forme societarie che possono assumere le imprese che trattano la specifica “materia”.
È evidente che anche le attività illecite svolte nella materia indicata sono di norma effettuate mediante società lecitamente – e, talvolta, appositamente – costituite, che contemporaneamente operano sia nel rispetto sia nella violazione della legge.

A tali commistioni lecito-illecito si aggiungono, poi, le ordinarie o strumentali mutazioni delle imprese (forma o organi sociali; spostamenti di sede legale, ecc.) che normalmente avvengono e che sono regolarmente consentite.
Il quadro, già di per sé complesso, non migliora quando si tratta di appalti pubblici o subappalti, tramite i quali vengono gestiti servizi pubblici di raccolta, trasporto o smaltimento di rifiuti, ovvero nel momento in cui attività estorsive impongono ai produttori di servirsi esclusivamente di filiere di imprese per il trattamento dei rifiuti in mano alla criminalità organizzata.

Già sin d’ora si rappresenta l’opportunità di una mappatura delle imprese esistenti nel territorio nazionale che producono il maggior quantitativo di rifiuti speciali o pericolosi, e di quelle che operano nel settore della raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento, per poter poi effettuare un’analisi sia dal punto di vista economico-finanziario, sia dal punto di vista esecutivo delle dette operazioni, finalizzata a formare con l’ausilio dei Servizi centrali di polizia giudiziaria una black list di soggetti e ditte segnalati come dediti ai traffici di rifiuti.

Proprio sul piano legislativo però, si devono fare ancora notevoli passi avanti.

LA RUBRICA

UNA SPLENDIDA MADONNA BIZANTINA AL RIONE SANITA”

Nella Basilica di Santa Maria della Sanità è stata inaugurato l”8 dicembre scorso il restaurato dell”affresco di una Madonna con Bambino tra due santi vescovi

Napoli è una città in cui la storia ha lasciato tracce e opere a volte magnifiche, a volte nascoste, in cui scoprire nuovi splendori è un’emozione che può capitare ovunque, inaspettatamente. Il risultato è una città stratificata, in cui il barocco è dato dalla convivenza di stili ed opere di diverse epoche, che si incastrano, si incontrano, comunicano tra loro in modi unici e sorprendenti. Di tanto in tanto si riscoprono passati nuovi, ci si riappropria di un patrimonio artistico e civile.

È il caso di questa madonna bizantina, appena restaurata. L’affresco, databile alla seconda metà del IX secolo, presenta evidenti influssi bizantini propri dell’età del vescovo Atanasio (849-872). Si trova nella cripta paleocristiana delle Catacombe di San Gaudioso.

Il dipinto, scoperto nel 1991 da Padre Giuseppe Rassello, ex parroco della Basilica, è una conferma della radicata tradizione cultuale mariana a Napoli tra tarda antichità e alto medioevo. L’intervento di restauro al Rione Sanità fa parte della campagna «Teniamo in vita il passato», presentata il 13 aprile scorso con il recupero di alcuni affreschi nelle catacombe di San Gennaro. Un’iniziativa che nasce dalla convinzione che solo la bellezza e la cultura possano ritornare a fare grande la città ed è rivolta a tutte quelle persone disposte a mettere in gioco le proprie risorse al servizio del bene comune.

Un esempio di moderno mecenatismo sempre più importante per poter conservare, restaurare e valorizzare un patrimonio la cui vastità richiede una cura altrimenti impossibile da sostenere. I primi a rispondere al progetto di restauro sono stati l’ex Procuratore della Repubblica Vincenzo Galgano, il Gruppo Giovani Industriali di Napoli, il Gruppo Giovani ACEN, l’UGDC e l’Associazione Art Raising.

Il restauro della Madonna Bizantina, in particolare, è stato possibile grazie al sostegno dagli imprenditori Di Fiore Fotografi s.a.s., che hanno deciso di sostenere la campagna di restauro dopo aver percorso l’itinerario turistico del Miglio Sacro, che attraversa il Rione Sanità dalla collina di Capodimonte sino alla Porta San Gennaro, passando per le Basiliche, le Catacombe e i Palazzi settecenteschi.
(Fonte foto: Ufficio stampa)

ATTENZIONE A COME SI CRITICA L’INSEGNANTE

Accusare la maestra di usare metodi hitleriani può integrare gli estremi dell”ingiuria o della diffamazione.

Il caso
Una maestra di scuola elementare è stata denunciata da una mamma di una sua alunna perché la maestra l’avrebbe offesa nell’onore e nel decoro, dicendole che essa insegnava alla figlia di mentire. La maestra assolta dal Tribunale ma condannata in Appello, porta la questione in Cassazione.

La maestra in sede difensiva sostiene che era stata offesa e provocata dalla mamma dell’alunna, tanto è vero, che la stessa mamma della bambina aveva ammesso d’aver qualificato il metodo d’insegnamento della maestra con il termine di "hitleriano", tanto che l’insegnante aveva, prima minacciato di chiamare i carabinieri e poi pronunciato la frase ritenuta offensiva.
Pertanto l’espressione costituiva legittima reazione e la maestra doveva esser dichiarata non punibile.

Deve osservarsi che la Suprema Corte con la Sentenza del 21 gennaio 2008, n. 3131 riconosce che tra la mamma dell’alunna e la maestra era intervenuto un "acceso scontro verbale", avente ad oggetto l’opportunità o meno di adottare determinati provvedimenti disciplinari nei confronti dell’alunna, caratterizzato da un "atteggiamento di sostanziale chiusura e prevenzione" da parte della mamma nei confronti dell’insegnante, cui si contestavano, alla presenza del direttore dell’istituto e della stessa minore, non corretti metodi didattici e disciplinari.

In tale contesto dialettico aver attribuito alla maestra criteri formativi inappropriati e non convenienti, adoperando l’epiteto "hitleriano" per qualificare il comportamento professionale dell’insegnante, non può non considerarsi fatto ingiusto che, per le modalità con cui era stato realizzato, aveva la potenzialità di suscitare, nell’immediatezza dell’accadimento, un giustificato turbamento nell’animo della maestra. La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.

LA RUBRICA

L’ITALIA SE LA SONO CARICATA SULLE SPALLE FAMIGLIE, SALARIATI E PENSIONATI

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La Manovra Monti non è equa, perchè tocca pesantemente i soliti noti, sparando nel mucchio. Il Forum delle famiglie e le Acli propongono cambiamenti sostanziali. Di Don Aniello Tortora

Non tocca certo alla Chiesa intervenire sulle questioni tecniche della manovra. Ma sui valori di fondo la Chiesa può e deve dire la sua. Mons. Bregantini, Presidente della Commissione Episcopale della CEI, Problemi sociali e lavoro, giustizia e Pace, ha lamentato che "le misure dovevano essere più eque, i passi che si sono fatti potevano essere ancora più equanimi". Il Vescovo Bregantini , in altri termini, avrebbe gradito prelievi dai redditi più alti.

Decisamente critico il Forum delle associazioni famigliari con la manovra del governo.
«Ci aspettavamo l’equità – ha commentato il presidente, il sociologo Francesco Belletti – ma non è arrivata. Almeno per le famiglie con figli, che come sempre pagheranno per tutti».
Quattro i punti da rivedere, nell’analisi delle associazioni famigliari, a partire dall’aumento dell’Iva.

«In modo particolare – ha aggiunto Belletti – quella al 10% andrà a pesare sui bilanci di tante famiglie e lo farà nelle voci irrinunciabili che non si possono contrarre. Più sono i figli da mantenere e più gli aumenti andranno a erodere le disponibilità economiche e le riserve. E, come se non bastasse, quei due punti percentuali di aumento innescheranno un circolo vizioso che porterà ad aumenti superiori a quello nominale». Anche sull’innalzamento dell’età pensionabile il Forum delle associazioni famigliari lamenta scarsa considerazione, in particolare per le madri.

«Nel provvedimento sulla pensione – ha osservato il sociologo – non c’è alcuna attenzione alle donne che per mettere al mondo figli e mantenerli hanno perso anni di contributi. Non si tratta di "favori" alle donne, ma del giusto riconoscimento di un ruolo sociale ed economico insostituibile. Perché non riconoscere uno o due anni di contributi per ogni figlio come il Forum propone da anni?».

Poi il nodo della tassazione sulla casa con il ritorno dell’Ici, della quale si chiede una rimodulazione in base al numero dei componenti della famiglia. «Sembra sia impossibile fare a meno di reintrodurre questo balzello, ma almeno moduliamolo sul numero di persone che vivono nell’immobile, altrimenti pagherà la stessa imposta chi può stare "largo" e chi invece deve contingentare gli spazi perché convive con figli e nonni». Infine, ancora una volta la richiesta di una riforma del sistema fiscale. «La società civile – ha ricordato Belletti – riunita nella Conferenza nazionale della famiglia aveva chiesto la rimodulazione delle detrazioni Irpef attraverso l’applicazione del Fattore Famiglia».

È intervenuto sulla manovra anche il Dott. Olivero, Presidente delle Acli. Anche lui ha espresso un giudizio critico sui sacrifici chiesti ai pensionati e alle famiglie e non ai più ricchi. «Anzitutto – ha detto – chiediamo più coraggio sulla lotta all’evasione. Sul piano fiscale appare particolarmente irragionevole l’opposizione di alcuni verso l’introduzione di una robusta patrimoniale, che potrebbe invece riequilibrare il peso della manovra. Anche sui costi della politica si può fare di più. Infine l’Ici sulla prima casa va riformulata in maniera più progressiva, ad esempio per chi paga un mutuo».

E le Acli hanno proposto al Parlamento di inserire una norma per modulare la tassazione sulla casa che consideri, a parità di gettito, reddito familiare e numero di figli e consenta lo sgravio fino a 5000 euro l’anno per le spese sostenute dalla famiglie per la manutenzione dell’immobile di proprietà abitato dal contribuente.
Certo, non era possibile in venti giorni risolvere tanti problemi. Un governo tecnico è il fallimento della politica. Ma si poteva e si deve fare di più e meglio per non far ricadere sempre sulle solite categorie più deboli il peso e gli errori di altri.

Leggo sui giornali che l’evasione in Italia si aggira sui 120 miliardi di euro. Anche l’economia “parallela” della criminalità organizzata in Italia è di proporzioni gigantesche.
La BUONA POLITICA (non certamente quella degli ultimi anni) deve avere il coraggio e la fermezza di mettere mano, finalmente, a queste questioni. I nostri ragazzi hanno diritto ad un futuro più roseo e sicuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

PIANETA CARCERE: LA REALTÁ ITALIANA E QUELLA INGLESE

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Nella civilissima Inghilterra la situazione penitenziaria è molto simile a quella italiana: al di là del canale della Manica ci si lamenta per il rigore perduto. Di Simona Carandente


Sovraffollamento, popolazione carceraria, esigenze di tutela della collettività: terminologie iper diffuse, a tratti abusate da mass media ed organi di stampa, utili ad evidenziare problematiche onnipresenti e per le quali, a prescindere dalle forze politiche schierate in campo, sembra sempre più improbabile e lontana una soluzione in via definitiva.

Eppure, al di là dei discorsi fatti e rifatti, sempre uguali a se stessi, l’opinione pubblica non immagina che in altri paesi europei, quali ad esempio la civilissima Inghilterra, la situazione penitenziaria non sia tanto lontana dalla realtà italiana, pur con alcuni aspetti peculiari e fortemente caratterizzanti. Secondo pacifica ammissione del ministro della Giustizia inglese, pigra e noiosa è l’esistenza di buona parte della popolazione carceraria, posto che sono ben pochi coloro che riescono a svolgere nell’istituto di pena qualsivoglia attività lavorativa. Addirittura, in un comunicato del sindacato delle guardie penitenziarie dell’aprile 2008, si lamenta l’eccessivo permissivismo e lo scarso rigore in cui i detenuti espiano la pena detentiva, potendo accedere liberamente a televisione, tavoli da biliardo, stereo ed addirittura playstation.

Libertà estrema, inoltre, sarebbe garantita ai detenuti in regime di "Open Prison" (una sorta di nostrana semilibertà), dove il detenuto passa l’intera giornata al di fuori dell’istituto, in piena libertà, con il solo obbligo di trascorrere la notte all’interno del penitenziario. Secondo l’opinione comune, tale permissivismo carcerario sarebbe figlio del sovraffollamento carcerario, posto che in pochi anni il numero di detenuti accolto nelle carceri di Inghilterra e Galles sarebbe addirittura raddoppiato. Responsabile in tal senso l’intero sistema detentivo anglosassone, dove le misure alternative alla detenzione sono rare e qualunque tipo di reato, anche il meno grave, viene sanzionato facendo ricorso al carcere, con eccezionale incremento dei costi di gestione dell’intero sistema.

Negli ultimi anni, una triste piaga affligge il sistema carcerario inglese: il terrorismo che, dopo i numerosi attacchi (in particolare quello alla metropolitana del luglio 2005) è presente in misura massiccia nella realtà detentiva nazionale. Si conta che, allo stato, più del 10 per cento della popolazione carceraria sia di derivazione islamica, con numerose cellule estremiste ed in assoluto crescendo.

Curioso, poi, è il fenomeno del costante aumento della comunità dei fedeli di Allah all’interno dei penitenziari. Le conversioni in tal senso sarebbero, secondo le stime, di natura utilitaristica e finalizzate a godere della protezione della comunità stessa, oltre che della fruizione di pasti diversi e di migliore qualità, nonché del venerdì libero dagli orari del penitenziario per consentire le preghiere di rito. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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IL MARTE DI CAVA DE” TIRRENI: UN CENTRO CULTURALE PER TUTTI I GUSTI

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Nel cuore del centro storico cavese nasce il Marte, un centro polifunzionale specialistico che coniuga la cultura, declinata secondo i criteri più moderni, all”intrattenimento e al divertimento.

Vivere un’esperienza culturale nuova, moderna, da oggi, si può. Un’esperienza dall’anima multicolore, aperta nelle direzioni più varie, è, infatti, quella che rende possibile il Marte, a Cava de’Tirreni.

Marte è l’acronimo di Mediateca Arte Eventi, i tre punti di forza del centro polifunzionale che sorge nel cuore del borgo medievale cavese, un gioiello perfettamente conservato dove l’integrità primigenia delle residenze storiche quattrocentesche e settecentesche assecondate dal caratteristico porticato che si snoda lungo tutto il percorso si sposa con l’anima moderna dei negozi, dei pub e dei locali dove si concentra la movida giovanile. È questo lo scenario più consono per una struttura che è ospitata in un ex convento del XVI secolo (poi diventata pretura) della città metelliana e che conserva dell’edificio storico solo l’aspetto esterno più classico e severo, la facciata, ma vede all’interno un cuore del tutto nuovo con i suoi duemila metri quadrati rinnovati secondo i criteri di un’architettura giovanile, funzionale e accogliente insieme.

Appena valicato l’ingresso si coglie tutta la novità del centro. Si accede, infatti, direttamente al Marte Caffè, lounge bar dal design accattivante, uno spazio di cinquecento metri quadrati con oltre cento posti a sedere è la location ideale in cui incontrarsi con gli amici, dove gustare un aperitivo o consumare un caffè diventano un atto invitante a rapportarsi con l’universo di servizi che offre la mediateca: un bookshop contiguo al bar, completamente rivestito entro uno scrigno vitreo, dove l’immediata visibilità risponde ai criteri di marketing più attuali, stimola la curiosità anche del visitatore più distratto che è così “invitato” a sfogliare un catalogo o una rivista d’arte. Ogni spazio del Marte è pensato per offrire un servizio polivalente e indipendente.

L’utilizzo di dieci pc d’ultima generazione con annessa stampante multifunzionale,wifi gratuito, accesso al virtual reference desk e a risorse digitali ne individuano le possibilità innovative che rendono possibile di usufruire di risorse disponibili in rete. In particolare viene erogata una modalità di fruizione moderna di servizi culturali virtuali che mette a disposizione del fruitore una Media Library, prima piattaforma in Italia per il prestito digitale attraverso cui l’utente può spaziare dalla consultazione di manoscritti digitalizzati alla consultazione di numerose banche dati (periodici e riviste di tutto il mondo, archivi di musica e file video da poter visionare in streaming).

Non poteva certamente mancare una fetta consistente del Marte destinata all’organizzazione di eventi che abbracciano le forme di comunicazione artistica più varie, consentendo di allestire mostre di fotografia, ceramica e design, nonché manifestazioni eno-gastronomiche. Vanto del centro è il primo piano, una superficie di cinquecento metri quadrati pensata per ospitare workshop con artisti, corsi di alta formazione, laboratori e corsi di aggiornamento professionale che offrono un servizio didattico completo svolto in due Spaces, sale di proiezione che possono far concorrenza a qualsiasi cinema moderno per le tecnologie video-audio e il comfort di cui dispongono.

"Sono diverse le anime del Marte, che vuole affiancare ad una produzione culturale accademica, più istituzionale, che guarda con grande attenzione alle culture giovanili, una progettualità precisa a cavallo tra il vorace rapporto con il territorio e il dialogo continuo con realtà di respiro nazionale e internazionale". Così Alfonso Amendola, direttore artistico del progetto e docente di “Linguaggi Audiovisivi” presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’ Università degli Studi di Salerno, battezzava la nascita del progetto Marte, una fetta di metropoli internazionale nel borgo medievale di Cava che ha raccolto il plauso delle strutture gemelle in capitali blasonate come Berlino e Londra, uno spiraglio di luce nuova, insomma, attenta a coniugare, in un mix conturbante, cultura e divertimento: le premesse affinchè la mediateca possa ancora far parlare di sé ci sono tutte, non c’è che dire.

MARTE S.r.l.
137, C.so Umberto I 84013 Cava de Tirreni (SA)
www.marteonline.com
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA FAMA DEL CAPRETTO DI SANT’ANASTASIA

Luoghi, personaggi, percorsi e storie che per decenni hanno fatto la fortuna di sensali, mercanti e lavoratori del macello comunale. La specialità de “‘o crapetto int”a votta“. Di Carmine Cimmino

Abbiamo già parlato, qualche tempo fa, delle ragioni storiche che fecero nascere e alimentarono la fama del capretto di Sant’Anastasia: le greggi dei Domenicani, di cui fanno menzione i cronisti dell’eruzione del 1631; gli stazzi lungo gli alvei del Somma, che i Domenicani e i privati davano in fitto ai pastori avellinesi, protagonisti di una transumanza interna che meriterebbe di essere descritta; la fiera di Pasqua ; il grande numero di taverne e cantine tra Somma e Volla, in cui Carlo Augusto Mayer, Gregorovius, Jacob Abbott, l’autore della prima Guida turistica della provincia di Napoli in lingua inglese, e poi Mario Soldati e Domenico Rea si sedettero, tra folle di anonimi avventori, a gustare lasagne, arrosti di capretto, ‘ntruglietielli, la pastiera di grano, i liquori alle erbe.

Nella storia dell’alimentazione vesuviana un capitolo intero tocca di diritto alle “pastiere di grano“ che Antonio Menichini di Ottajano e Gaetano Angrisani di Sant’Anastasia preparavano, nei primi anni del Novecento, secondo le ricette di conventi e monasteri, e un altro capitolo tocca a una cinica “specialità“ dei macellai di Sant’Anastasia e di Pollena, “‘o crapetto int’’a votta“, il capretto lattante cresciuto dalla nascita, e non oltre un anno di vita, in una botte, perché la coscia restasse tenera, non si indurisse nello zampettare sulle pietre. Abbiamo parlato anche del ferreo controllo che i Borrelli di Sant’Anastasia esercitarono, almeno fino al 1875, sul contrabbando che immetteva ogni giorno carni macellate fresche e carni salate nella città di Napoli attraverso il “porto franco“ della barriera al Ponte della Maddalena.

Per tutto l’Ottocento i sensali anastasiani controllarono il commercio degli ovini a Teverolaccio di Succivo – il più importante mercato per il rifornimento alimentare di Napoli -, a Nola, a Maddaloni: l’ultimo importante sensale, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, fu Marino Paparo. Non dobbiamo meravigliarci se i nomi di mercanti e macellai di Sant’Anastasia compaiono, non raramente, nei registri di polizia come ricettatori e incauti acquirenti di capretti, agnelli e vitelli che le bande dei razziatori vesuviani portavano via dagli ovili e dalle stalle di Acerra e del Pantano di Aversa. La storia dell’alimentazione di Napoli comprende anche un capitolo “nero“, quello della delinquenza organizzata che a partire dal regno di Murat controlla, con la feroce logica dell’impresa di camorra, il mercato di tutta la linea degli alimenti, dai cereali al vino.

Se non si scrive questo capitolo “nero“, in cui la delinquenza del vesuviano e del nolano ha un ruolo centrale, ancora durante gli anni del fascismo, e, per alcuni aspetti, ancora oggi, ogni Storia della camorra risulta monca.

La guerra “daziaria“ contro il capretto di Sant’Anastasia venne dichiarata dai mercanti e dai macellai di Napoli nel 1854. Ci fu, subito dopo, una tregua trentennale, interrotta ogni tanto da proteste e “pronunciamenti“, soprattutto quando tra le greggi infierivano morbi infettivi. Infine si ricorse di nuovo alle armi: nel 1890 il sindaco di Napoli, Giuseppe Caracciolo marchese di Santagapito e di Torella, dispose che la carne di capretto anastasiano venisse sottoposta, presso le barriere daziarie, a ferrei controlli sanitari: si cercava il pretesto per bloccare definitivamente l’arrivo quotidiano di carne ovina da Sant’ Anastasia, e in particolare, dei capretti e degli agnelli “lattanti“, assai richiesti dai ristoranti e dalla “classe agiata“.

Ma le carni dei capretti anastasiani superarono ogni controllo, grazie anche allo scrupoloso lavoro dei veterinari dell’Ufficio Sanitario, in quegli anni diretto dal dott. Tommaso Liguori, fratello del sindaco, e all’organizzazione del macello comunale, che il regio pretore mandamentale descriveva, in una sua relazione, come “prossima alla perfezione, tanto che in questo macello non si avvertono i fetori di cui è sempre corrotta l’aria di luoghi consimili“. Nel dicembre del 1892 il sindaco di Napoli, Salvatore Fusco, rotti gli indugi, decretò che venissero chiusi tutti i varchi daziari alla carne ovina che proveniva da Sant’ Anastasia: ai sensi dell’ art. 20 del Regolamento del Macello di Napoli, che vietava l’immissione in città di capi di “bestiame minuto“ macellati, il cui peso superasse i 3 kg.

Il sindaco Liguori prima cercò di ammorbidire, con l’aiuto del Prefetto, il collega napoletano, poi, risultando sterile la via diplomatica, si rese protagonista di un’azione clamorosa: alle quattro del mattino del 28 gennaio 1893 si presentò alla barriera daziaria della Marina, alla testa di un corteo di mercanti e “chianchieri“ di Sant’ Anastasia e di carri carichi di ovini macellati. I cronisti, che, avvertiti, erano accorsi sul posto, furono testimoni della violenta protesta del sindaco, dell’imbarazzo delle guardie che, data anche l’ora, non sapevano a chi chiedere lumi, e della prontezza degli anastasiani, che, approfittando dello sconcerto delle guardie, superarono la barriera e introdussero in città il loro prezioso carico.

Ma il sindaco di Napoli resistette a ogni pressione: non ritirò il decreto nemmeno quando il Tribunale diede ragione, in prima istanza, ai sensali e ai mercanti di Sant’Anastasia, i cui interessi erano difesi dagli avvocati Coppola e De Luca. Vi furono altre clamorose proteste degli anastasiani che lavoravano nel settore: quasi 500 degli 8700 abitanti della cittadina. Infine, bloccate le strade, reali e metaforiche della legalità, vennero ripristinati rapidamente i percorsi del contrabbando: tra l’altro, il chiasso intorno alla vicenda aveva fatto una grande pubblicità ai capretti vesuviani, e la richiesta del mercato aumentava di giorno in giorno. Venne rispolverata la pratica più antica e collaudata, la corruzione dei controllori; ma nel marzo del ’94, nell’imminenza della Pasqua, i carabinieri fecero un po’ di pulizia alle barriere arrestando contrabbandieri di carni, di vino e di spirito, e un buon numero di guardie daziarie.

Si scoprì che le carni ovine macellate entravano in Napoli anche nascoste nei carri di un’azienda di Nocera Inferiore, che portavano all’imbarco per l’Olanda e per l’Inghilterra “prodotti conservati, frutti sotto aceto e olive verdi in salamoia“. Ma i contrabbandieri non si arresero: incominciarono a falsificare i timbri usati dagli agenti municipali di Napoli. La guerra finì nel 1898. Una curiosità: a metà del Settecento una taverna alle paludi di Volla preparava il capretto secondo la ricetta di Roma antica, descritta da Apicio: pezzi di carne cotti in una “schiacciata di fagioli”, sdraiati su fette di pane e conditi con pepe abbondante e olio. La ricetta, partita da Roma, era arrivata in Spagna, e poi gli Spagnoli l’avevano riportata a Napoli, in uno di quei percorsi circolari che hanno fatto molti piatti.
(Foto: Quadro di Vincenzo Migliaro, Via del Porto, Museo di San Martino)

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