La responsabile delle Politiche Sociali nella giunta del sindaco Abete dice la sua sulle polemiche degli ultimi giorni che insinuano un progressivo smantellamento del centro polifunzionale di via San Giuseppe.
Lei e le sue politiche sociali sono nell’occhio del ciclone da giorni e giorni, con articoli, post e commenti sui social, comunicati stampa. Cettina Giliberti, assessore alle politiche sociali della giunta di Lello Abete, riconfermata poche settimane fa nel suo ruolo dopo l’azzeramento dell’esecutivo, viene accusata di aver affossato il Centro polifunzionale «Giuseppe Liguori», di voler sottrarre spazi dello stesso ai ragazzi diversamente abili e, infine, di volerli lasciare abbandonati a sé stessi, di non voler neppure riaprire il centro pensando di utilizzarlo, quella struttura che vide la luce con l’amministrazione di centrosinistra di Enzo Iervolino, per altri scopi non meglio identificati. Da giorni, dicevamo, le voci si rincorrono e, a differenza di quanto accade di solito, non si trova traccia sui social di un’altra versione, la sua. Non ci sono repliche, ma è una questione, quella del Centro Liguori, che non interessa certo solo i ragazzi che lo frequentano e le loro famiglie, bensì tutti i cittadini. Perciò abbiamo chiesto all’assessore di chiarire una volta per tutte la situazione o quanto meno la sua posizione in merito.
Assessore, l’idea di allocare la Caserma dei Carabinieri nel Centro Liguori, che un’altra selva di polemiche ha creato lo scorso anno, è definitivamente tramontata?
«Sì, in realtà stiamo ancora decidendo riguardo una soluzione alternativa per la sede dell’Arma ma non sarà, questo posso assicurarlo, il Centro polifunzionale Liguori. Perché se l’anno scorso esisteva la possibilità di ridurre gli spazi riorganizzando le attività in altre location, oggi né io, né il resto dell’amministrazione lo permetteremmo».
Però quell’eventualità ha creato tensione, non si poteva evitare in alcun modo di ventilare ipotesi simili per poi retrocedere?
«A dire il vero più che tensione tra gli utenti del centro ci sono state polemiche, essenzialmente limitate ai social network, perché, mentre altri parlavano, noi incontravamo – ed è accaduto più volte – genitori, associazioni e tutti gli interessati, spiegando e rassicurandoli che tutte le attività non si sarebbero ridotte, nel caso ipotizzato. Anzi, si sarebbero incrementate, nonostante l’eventuale riduzione degli spazi».
Ecco, la riduzione degli spazi. Ipotesi attuale, da quel che è trapelato. Si riducono o no?
«Per le attività assolutamente no».
Giacché hai precisato «per le attività», suppongo che si riducano per qualcosa d’altro o per qualcuno. Dunque?
«Si ridurranno per le associazioni. Nel Centro Liguori ne operano diverse ma quest’anno si profila l’avvio di nuovi progetti di ambito che partiranno ad ottobre. Quella struttura è un centro polifunzionale per i disabili, per i minori a rischio, per le famiglie, per eventuali attività sociali, potrebbe andarci, per esempio, anche lo sportello antiviolenza. Infine le disabilità non sono tutte uguali, non si può pensare ad un progetto che vada bene per tutti e tutti i giorni ma ad attività laboratoriali differenziate e purtroppo noi non avevamo lo spazio. I progetti d’ambito ce ne daranno la possibilità».
In che consistono questi progetti?
«In qualcosa che già l’anno scorso avevamo promesso ai genitori e che loro stessi invocavano: ci sarà una sorta di centro diurno. Nel senso che i ragazzi disabili potranno vivere il Centro dalle 10 di mattina alle 18 del pomeriggio, compreso il momento del pasto che condivideranno. Mi sembra un grosso passo avanti. Da qui a dire, come ho letto in un comunicato stampa, che quest’anno il Centro Liguori non parte, che le attività non ci saranno, c’è un abisso. O meglio, è una bugia bella e buona. Le attività ricominciano la prima settimana di ottobre e soltanto perché occorrono i tempi tecnici per la gara o gli inviti dell’ambito. Non è una cosa che un Comune gestisce da solo, in autonomia».
Ma siamo a settembre, il Centro Liguori ora è chiuso?
«Non ci sono al momento le attività delle associazioni perché le loro autorizzazioni sono rinnovate di anno in anno e precisamente sono terminate a fine giugno. Ora occorrono disposizioni nuove e riassetto dell’organizzazione per quel che concerne le attività».
Autorizzazioni scadute? Ma è sempre stato fatto così ogni anno?
«L’anno scorso, sì. Prima non saprei. Vedi, non voglio innescare polemiche ma non mi pare sia la prima volta che ci sono i progetti d’ambito e, sinceramente, non mi è parso che al Centro Liguori abbiamo visto alternarsi operatori. Ci sono sempre, bene o male, gli stessi personaggi. Perciò consentimi di fare una domanda, magari la rivolgo a me stessa soltanto: è volontariato?».
Se non erro sono tre le associazioni che operano nel Centro: Unione Ciechi, Mir, Annabella.
«Non sono le uniche. Però sì, direi tre/quattro, essenzialmente».
Risponde a verità il fatto che dovranno adattarsi tutte a lavorare nel salone principale, cioè il refettorio, chiamiamolo così, dove al momento ci sono anche vecchie suppellettili?
«C’è anche tanta roba che hanno messo lì le stesse associazioni in maniera impropria. Ora, siccome ci serve spazio per altri progetti, quelli dell’ambito, è chiaro che le associazioni dovranno avere degli spazi ridotti. Mettiamo bene in chiaro un fatto: il Centro Liguori è la sede delle attività, non delle associazioni. Messo un punto su questa cosa, lungi da noi e per noi intendo l’amministrazione comunale, mandarle via. Ma la polemica è stata montata sulla base del nulla. In tempi non sospetti, la scorsa settimana, dei genitori avevano chiesto un incontro con me, prima cioè che si scatenasse tutto ciò. Ebbene, lunedì li ho incontrati, ho spiegato loro il progetto e loro sono stati felicissimi. Da anni attendevano un Centro che potesse accogliere i ragazzi per tutto il giorno o comunque, loro scelta, per gran parte della giornata».
Stai dicendo perciò che il salone sarà diviso in tre? Come?
«Sarà suddiviso in tre stanze, proprio per dare ad ogni associazione un suo spazio. Prendiamo il caso dell’Unione Ciechi: prima di oggi ha svolto le sue attività in stanze che teneva solo per sé e che non erano condivisibili, al contrario delle altre. Ora ogni stanza sarà affidata ad una associazione che potrà continuare a svolgere le sue attività. Sapendo però che lo spazio sarà quello e che non c’è alcuna intenzione di mandare via nessuno».
Anche il resto del Centro sarà diviso?
«No, anche questa è una favoletta. Solo il salone. Per il resto, noi abbiamo bisogno, ripeto, di spazi per le attività che attengono ai progetti dell’ambito. Giacché quello è uno stabile di proprietà comunale mi sembra ovvio che si pensi a insediare lì queste attività».
La presidente dell’Associazione Annabella, nonché ex consigliere comunale, Giustina Maione, ha criticato il tuo operato dicendo che per te e per la tua amministrazione la disabilità è un argomento secondario. Vuoi replicare?
«Non voglio rinfocolare polemiche perché sono serena e credo che chi lavora bene ad un certo punto ne ha riconoscimenti. Poi a cosa dovrei replicare, a fatti non veri? Abbiamo una progettazione, non ridurremo assolutamente gli spazi per le attività che anzi andranno a migliorare in quanto a servizi, per i ragazzi e tutti gli utenti. Tutto qua».
Quanti ragazzi o meglio quanti utenti usufruiscono oggi del Centro Liguori?
«Bella domanda. Non ci è dato saperlo, anche se sembrerà assurdo è così. L’anno scorso, con l’ufficio politiche sociali, mi sono preoccupata di chiedere i dati di operatori e utenti. In uno stabile comunale è chiaro che si debba sapere, almeno l’Ufficio deve, chi entra, chi esce, chi c’è! Ebbene, solo una delle tre associazioni, e precisamente la Mir, ci ha fornito i dati. Le altre hanno addotto questioni di privacy. All’assessore e all’ufficio politiche sociali».
Ma dici sul serio?
«Sì, mica me lo sto inventando, chiedi agli uffici se credi. Vorrei che questa cosa fosse detta. Perciò, siccome ritengo i numeri valutati oltremodo fittizi comincerò accertamenti sul territorio per capire, ti faccio un esempio, quanti ciechi anastasiani frequentano la struttura per le attività».
I dati della Mir? Ovviamente non i nomi, ma i numeri.
«Trentacinque ragazzi circa».
Facendo le dovute proporzioni quanti saranno in tutto, un centinaio?
«Non credo ci si arrivi, i disabili saranno poco più di venti».
Scusa la digressione ma, parlando di disabili, ti sei occupata di verificare e eventualmente programmare la rimozione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici? Per esempio nella casa comunale?
«Intanto, e vorrei vedere, nel Centro Liguori non ci sono. Per il resto, l’anno scorso ci fu una interrogazione consiliare presentata da Annarita De Simone, preparata in collaborazione con Gianluca Di Matola. Incontrai quest’ultimo ed effettivamente si può e si deve agire sulle barriere. Ma è possibile farlo subito laddove siano fatti lavori nuovi, sugli stabili vecchi occorre una programmazione che, lo dico in trasparenza, è a medio o lungo termine».
Sai cosa dice o pensa chi al momento critica il tuo operato? Che tu stia, spalleggiata dall’amministrazione di cui fai parte, mettendo in campo solo assistenzialismo.
«Se per assistenzialismo si intende il nostro puntare sulle potenzialità dei ragazzi, sulle diverse abilità, sul miglioramento, sull’incremento delle attività, lo dicano pure forte: facciamo assistenzialismo».
Come giudichi, passato più di un anno dalla tua nomina, il lavoro svolto?
«In trent’anni e passa nessuno è stato in grado di realizzare un centro diurno che consentisse ai ragazzi disabili di vivere il centro dalle 10 del mattino fino a sera. Io questa la chiamo rivoluzione. Se non ti piace la parola, trovane pure un’altra».
Direi «dovere».
«Infatti, va bene anche questa. Il dovere di migliorare, come stiamo facendo».
Rifondazione Comunista, che ha diffuso una nota stampa molto dura sull’argomento, non la pensa così.
«Vorrei si sottolineasse una cosa: ho molto rispetto per le persone, per le associazioni, anche per i partiti. Gradirei che fosse reciproco, nei confronti miei, del sindaco e di tutti gli amministratori. Non si possono strumentalizzare i ragazzi. Ribadisco: io non posso consentire che il Centro Liguori sia altro che la sede delle attività, non certo quelle delle associazioni, nemmeno di quelle che scrivono finanche di avere la loro sede legale lì. Anche io ho avuto in passato una associazione, ti assicuro che la sede non era individuata di certo in una struttura pubblica».
Il messaggio veicolato negli ultimi giorni è chiaro: i disabili resteranno a casa, le attività non riprenderanno. Tutto falso?
«Ovviamente, visto quanto già detto, sì. Tutto assolutamente falso. Lunedì, nella riunione con i genitori, ho ricevuto apprezzamenti che mi rendono serena. C’erano ragazzi che faticavano ad organizzarsi per poter essere due ore al centro, ora sarà aperto tutto il giorno, con molteplici attività e potranno restarvi o scegliere gli orari più comodi e consoni. Perciò, e lo dico per l’ultima volta, i disabili non restano a casa, avendo un progetto più ampio ci sarà programmazione interna ed esterna. In più, se la cooperativa che si aggiudicherà i progetti, riterrà opportuno prendere determinate figure professionali tra coloro che hanno operato tanti anni al centro nessuno glielo vieterà, fermo restando che le associazioni, che ringrazio per l’impegno, avranno comunque sempre gli spazi per proseguire nelle loro attività. Ridotti per loro, non certo per gli utenti».
Nessuna delle famiglie si è lamentata, ne sei certa?
«Non mi risulta, sono tutti contenti. Anzi, dirò di più, io sono del parere che per potenziare le abilità e le risorse ci sia bisogno di personale competente, eventualmente affiancato da operatori che hanno voglia di imparare. Sono campi in cui il buon senso non basta».
Hai pensato di incontrare anche i responsabili delle associazioni, oltre che i genitori?
«Alcuni, separatamente. Ho incontrato Giuseppe Fornaro dell’Unione Ciechi perché lui ha due stanze che chiude a chiave, che non sono accessibili agli altri, con la motivazione che vi sono custoditi materiali delicati. Dunque ho ritenuto opportuno avvisarlo per primo che a breve ci saranno lavori al Centro per dargli modo di organizzarsi. Poi avrei fatto lo stesso con gli altri. Del resto è vero che al momento le autorizzazioni sono scadute il 30 giugno, fatto sta che l’Unione Ciechi ha continuato a usufruire degli spazi».
Non è che stai tentando di demolire tutto quello che si è costruito? Magari si migliora, per carità. Però c’è chi pensa questo.
«L’integrazione è un percorso che va costruito, va seguito, è il risultato di una strada elaborata seguita da persone che sanno come fare. Mettere insieme più realtà associative per consentire ogni tanto uno scambio, giochi, feste e occasionalmente un laboratorio non risponde al mio concetto di integrazione. E considerando la professione che faccio nella vita al di là della politica penso di avere basi solide per dirlo (ndr, la Giliberti è psicologa). Poi, è chiaro, dipende sempre dai punti di vista. L’integrazione tra le diverse realtà – ciechi, disabili, minori, minori a rischio – prevede che ci sia innanzitutto una conoscenza, poi magari uno scambio e poi finalmente un incastro. E per quel che è a mia conoscenza non mi pare che, al di là di qualche festicciola, di laboratori fatti assieme e di qualche gioco, si sia fatto molto. L’integrazione non è solo un momento in cui si sta tutti insieme appassionatamente e, se vogliamo proprio dirla tutta, non mi risulta che tra le associazioni stesse corra buon sangue. C’è anche un’altra esigenza, oltre agli spazi riservati ai progetti d’ambito che quest’anno faranno, sì, integrazione: a marzo è partito il progetto di responsabilità familiare che si traduce in uno sportello ascolto per le famiglie e le ludopatie. Abbiamo avuto estrema difficoltà anche qui perché, tra le stanze riservate allo scopo nel Centro, l’unica rimasta era quella di accesso ad altre. In colloqui che richiedono una certa privacy non è esattamente consono avere porte che si aprono e chiudono continuamente. Sono stata costretta, spesso, a tenere questi servizi nell’ufficio politiche sociali».
In che consiste il progetto di responsabilità familiare?
«Nel prendersi cura degli utenti, delle famiglie che frequentano il centro, nel dare informazioni, nel seguire le famiglie dei disabili. Non ci si improvvisa, non è che io preparo balletti per dieci anni a modo mio e divento ballerina. Non è che mi dedico al karaoke e divento insegnante di canto. Non è così. Io non potrei mai sognarmi di indossare una toga e andare in tribunale a discutere una causa o di parlare per “sentito dire”. Non ci si sostituisce a figure che richiedono competenze, specialmente se si ha che fare con ragazzi, che siano disabili o meno».
Hai detto di aver incontrato il responsabile dell’Unione Ciechi. Gli altri?
«Ho incontrato anche una rappresentante della Mir e una dell’associazione Qua la Mano. L’unica rimasta fuori è “Annabella” ma sinceramente, dopo tutta questa impalcatura di bugie montate ad arte, ognuno la pensi come vuole. Io continuo a lavorare».
Un convegno per ricordare Luigi Pumpo, scomparso sei anni fa. E’ stato insegnante, giornalista, scrittore e saggista; a Striano ha lasciato una traccia indelebile ed importante della sua attività culturale.
La manifestazione si terrà domenica 20 settembre alle 17,30 nei locale della scuola materna di Striano, in via Risorgimento.
Organizzata dal centro culturale per il Mezzogiorno “Presenza”, con la collaborazione della Pro loco, del Forum dei Giovani, del centro studi Histricanum e del centro artistico Arianna e il patrocinio dell’amministrazione comunale di Striano, l’evento sarà l’occasione per delineare tutti i profili di Pumpo, che fu infaticabile organizzatore di manifestazioni, poeta, narratore e saggista, direttore e fondatore del periodico “Presenza”.
Porteranno i loro saluti istituzionali il sindaco Aristide Rendina, il vicesindaco Elisa Eleonora Boccia, l’assessore alla cultura Rosa Rega. Interverranno il professor Francesco D’Episcopo dell’Università Federico II (che parlerà del “personaggio” Pumpo), il professor Franco Salerno del liceo classico Tito Lucrezio Caro di Sarno (“il poeta” Pumpo), professoressa Anna Gertrude Pessina (“il narratore” Pumpo), il professor Pasquale Matrone (“il saggista” Pumpo) e la figlia di Luigi, la dirigente scolastica Anna Pumpo, che parlerà de “la Presenza di mio padre a Striano”. Coordinerà l’incontro il giornalista Francesco Gravetti. Nel corso della serata si terranno le esibizioni teatrali di Cinzia Cordella e gli omaggi musicali di Antonio Pumpo. In occasione del convegno sarà allestita una mostra documentaria e fotografica.
Nato ad Eboli l’11 settembre del 1927 e morto a Striano il 24 marzo del 2009, Luigi Pumpo è stato un operatore culturale infaticabile. Ha istituito moltissimi premi letterari (tra i tanti, la “Primavera Strianese”, il “Città di Pompei”, “Spazio Donna”, il “Trofeo del ragazzo”) ed ha portato avanti per oltre trent’anni la rivista “Presenza”.
La lista Alleanza per Sant’Anastasia si spacca. Mentre il simbolo che ha contribuito alla vittoria di Abete compare a firma di un manifesto che spara a zero sul sindaco e il suo governo, il consigliere Di Fraia e l’assessore De Simone che in quella lista sono stati eletti, replicano: «Andiamo avanti, a testa alta».La lista «Alleanza per Sant’Anastasia» è stata uno dei pilastri che ha contribuito, sempre con il motto «Indietro non si torna» a far vincere la coalizione del sindaco Lello Abete. Il primo eletto fu Armando Di Perna(ex vicesindaco, ha accettato post azzeramento estivo della giunta di rientrarvi, salvo dimettersi poche settimane dopo), il secondo Fernando De Simone (attuale assessore). Entrambi si dimisero consentendo così l’ingresso in consiglio comunale di Veruska Zucconi e Alfonso Di Fraia. Ebbene, al momento i quattro si ritrovano su posizioni che più diverse non si potrebbe e, finiti i video, la battaglia va avanti a colpi di dichiarazioni, manifesti e post sui social network. La consigliera Zucconi, attuale capogruppo consiliare, è sulle posizioni di Di Perna e condivide in pieno il recente attacco a mezzo manifesto con tanto di sigla Alleanza per Sant’Anastasia, che parla di un «paese fermo al palo», sostenendo che sono stati fatti «dieci, cento, mille passi indietro», dicendo di «un anno di stenti», di «perdita di finanziamenti» e di «incapacità politica»; l’altro componente del gruppo consiliare, Alfonso Di Fraia, resta invece nei ranghi, schierato (esattamente come il riconfermato assessore Fernando De Simone) con il sindaco Abete e l’amministrazione comunale. I due, a qualche giorno dall’uscita del manifesto firmato con il simbolo che li ha visti eletti, replicano convinti che andranno avanti, a testa alta. «Non entriamo nel merito delle polemiche – dicono Di Fraia e De Simone – ma ci dissociamo dai contenuti dal manifesto che reca il simbolo della lista nella quale siamo stati eletti (ndr, e che fu presentato, se la memoria non ci inganna dall’avvocato Angelo Tabellini) e riteniamo che non siano venuti a mancare i presupposti per continuare a far parte di questa maggioranza rappresentata dal sindaco Lello Abete». E aggiungono: «Siamo perfettamente in sincronia con il progetto politico e i tempi di realizzazione, sono tante le opere portate a termine e tanti i progetti in cantiere, come la riorganizzazione urbanistica del territorio (Puc/Pip) necessario strumento per la vita ed il rilancio di Sant’Anastasia dal punto di vista produttivo, commerciale ed occupazionale che a breve sarà varato in giunta». Dunque una prospettiva oltremodo diversa, per i quattro eletti nella stessa compagine, due contro e fuori, due a favore e dentro. «Il nostro auspicio – proseguono Di Fraia e De Simone – è che ci si possa ritrovare insieme a tutti coloro che condividono l’interesse del paese: nessun programma elettorale è stato tradito, né alcun patto con gli anastasiani è stato rinnegato, noi continueremo a lavorare, determinati, fin quando ci saranno i presupposti per far bene al popolo anastasiano, quindi andiamo avanti, a testa alta». Gli attuali gestori del simbolo di Alleanza Sant’Anastasia, che di recente hanno anche creato un account facebook, rispolverano invece il sempreverde «Indietro non si torna». Intanto, sarà interessante non solo la nuova composizione della giunta comunale (con assessori ancora da nominare di qui a breve) ma il posizionamento in consiglio dei due eletti nella lista «della discordia». Il capogruppo è Veruska Zucconi, perciò pare poco probabile che sia lei che Di Fraia rimangano «uniti». Il che significa che l’uno e l’altra, ammesso che non aderiscano ad altri gruppi, rimarranno – si passi il gioco di parole – senza gruppo. La scissione annunciata, presumibilmente con una dichiarazione del consigliere Di Fraia, dovrebbe avvenire nella prossima seduta di consiglio comunale. Ci chiediamo: saranno ridistribuiti anche i posti nelle commissioni?
Fernando De SimoneAlfonso Di FraiaVeruska ZucconiArmando Di Perna
Docente, direttore dei beni culturali per il complesso monumentale di Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana, è stato assessore alla Cultura nella giunta del sindaco Ferdinando Allocca. Il suo primo romanzo è in uscita tra pochi mesi.
Compirà 49 anni a novembre, è nato e vissuto a Somma Vesuviana. Ed è ancora lì, testardamente impegnato da almeno un decennio nell’obiettivo di far rinascere il convento di Santa Maria del Pozzo, restaurato – per ora solo in parte – grazie alle sue iniziative. Da assessore è stato molto discusso, appunto per le sue idee originali, come il calendario che vide modella, splendida in verità, un’avvocata sommese «reclutata» in un pub. Difficile stare dietro alle sue molteplici iniziative ma l’ultima, che ancora gli sta dando soddisfazioni e che avrà altri strascichi, è l’idea realizzata di produrre un docufilm sul territorio. C’è e vive, si chiama «Magma». A fine anno dovrebbe uscire il suo primo romanzo, anche se ha già all’attivo pubblicazioni scientifiche e un saggio su Santa Maria del Pozzo. Si chiamerà «Le Cinque Piaghe».
Emanuele, com’è il rapporto con la tua famiglia?
«Bellissimo, forte, intimo, collaborativo, sono il quinto di sei figli e per ora l’unico non ancora sposato, nonché il solo che abbia conseguito una laurea grazie anche alla loro collaborazione, al loro aiuto. Ho tredici nipoti e due pronipoti. Mio padre Carmine, che ora non c’è più, ha lavorato come ausiliario all’Itis Majorana di Somma ma prima aveva fatto molte altre attività, aveva per esempio una grande passione per la campagna e vi trascorreva tutto il tempo libero. Mia madre Anna è originaria di Marigliano, casalinga. Io vivo ancora con lei».
Se ti chiedo un tuo ricordo d’infanzia cos’è che ti viene subito in mente?
«La raccolta delle noccioline in campagna. Ore trascorse in piena libertà e serenità, ci sentivamo tutti utili all’economia familiare con quella raccolta annuale che magari si tramutava poi in denaro contante per pagare qualcosa di pratico, come gli studi».
Non hai mai pensato di restarci, in campagna? Di lavorare la terra, intendo.
«Lo faccio tuttora. Abbiamo un piccolo appezzamento coltivato a frutteto ma vorrei anche un orto personale. Per fortuna, direi: io vivrei di sola frutta, ne divoro anche due chili al giorno».
Che studi hai fatto?
«Sono diplomato all’istituto tecnico, ho conseguito poi il Magistero in Scienze Religiose e un diploma post laurea in Arte e Teologia alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale. A dire il vero in un primo momento mi iscrissi a Sociologia, ma poi decisi per questa strada a causa del mio sconfinato amore per l’arte. E sappiamo bene che il 90 per cento del patrimonio artistico è a carattere religioso, ecco perché mi orientai e preferii il percorso naturale».
Mai pensato di entrare in seminario?
«No, mai»
Però hai insegnato religione, vero?
«Per pochi anni, prima al Montessori di Somma Vesuviana e in seguito da supplente in scuole pubbliche, ma ho lasciato, non era quello il fine dei miei studi. Infatti ho colto la possibilità di abilitarmi in altri settori e da quest’anno sono docente di ruolo al «Leonardo Da Vinci» di Napoli. Una soddisfazione, dopo vent’anni di precariato».
Quando invece insegnavi religione, quali erano le domande più frequenti degli alunni?
«La materia la fanno gli insegnanti, bisogna essere capaci di trasmettere e comunicare. Le domande curiose erano tante ma c’era attenzione non tanto a quel che tentavo di trasmettere loro bensì a quanto ci credessi di fatto io stesso. Mi seguivano perché sapevano, capivano, che io credevo sul serio a quel che insegnavo».
Il tuo impegno alla direzione dei beni culturali di Santa Maria del Pozzo è un’attività retribuita o semplicemente una passione?
«È un’attività non retribuita per mia volontà, oltre che una passione. Tutto è iniziato nel 2006 quando, dopo la mia prima pubblicazione, “Santa Maria del Pozzo: storia, architettura, arte, letteratura, miti e leggende”, fui incaricato di preoccuparmi più ampiamente di quella che era la promozione e la tutela del patrimonio conventuale. Non ho mai percepito denaro, una scelta mia».
Come nacque l’idea di quel libro? O meglio l’interesse per il complesso monumentale?
«In quella chiesa ho ricevuto i Sacramenti, lì ho iniziato a fare la catechesi per gli adulti, i corsi di preparazione al matrimonio, me ne sono occupato per diversi anni. Ero lì ogni giorno e vedevo decadere questo complesso meraviglioso e non sapevo cosa fare per impedirlo. Perciò innanzitutto lo raccontai. Il mio impegno si è poi evoluto, ora mi occupo della promozione, della valorizzazione, degli eventuali restauri».
Ecco, a che punto sono i restauri?
«Per iniziare i lavori c’era bisogno di liquidità e il complesso versava in condizioni davvero pietose. Ci inventammo perciò una lotteria, facendoci autorizzare dalla Prefettura di Napoli e mettendo in palio un’automobile. Iniziò così quella che io chiamo la mia “follia”, coadiuvata dall’allora padre guardiano del convento, Rufino Marika, che oggi è provinciale a Cracovia. Abbiamo restaurato la biblioteca, ci siamo riappropriati dei manoscritti del 500 che si trovavano, maldestramente conservati, presso il municipio. E abbiamo allestito un laboratorio di restauro sia per messali, sia per i dipinti murali del chiostro costruendoci intorno un percorso formativo. Vedi, io non mi sono mai limitato a pensare soltanto il restauro dei beni come un fatto a sé stante, ho fatto invece in modo che potesse diventare opportunità di lavoro per tanti giovani laureati nel settore».
Ma tra gli stagisti non c’erano solo laureati.
«Uno stage formativo è destinato anche a chi ha intenzione di intraprendere quella strada o una attinente. Mi sembra evidente che non siano stati gli stagisti a compiere il restauro, hanno però avuto la possibilità di lavorare accanto agli esperti. I dipinti del chiostro sono ormai tutti restaurati anche grazie al contributo della clinica Santa Maria del Pozzo e alla convenzione stipulata con i supermercati Conad: chi nel periodo pasquale ha fatto la spesa lì sapeva che il 15 per cento dell’incasso sarebbe stato donato alla nostra causa. A breve, inoltre, esporremo in una mostra i primi due manoscritti liturgici completamente restaurati».
Certo, restauri a parte nella chiesa superiore, credo che le soddisfazioni più grandi siano arrivate – anche di recente – dal «pozzo», dalla parte sotterranea del complesso, no?
«Assolutamente sì, il primo passo fu farlo riconoscere sito archeologico dall’allora Ministro Sandro Bondi. Una volta ottenuto ciò coinvolgemmo gli studenti dell’Itis Majorana nel progetto “Luci a Santa Maria del Pozzo”. In pratica, volevo una illuminazione che consentisse una maggiore fruizione per i visitatori, feci progettare l’impianto agli studenti che hanno lavorato sul sito, creato un laboratorio non a scuola ma direttamente sul campo. Il loro progetto è poi stato realizzato pari pari da una ditta specializzata. Ovviamente oggi la storia di Santa Maria del Pozzo va riletta alla luce delle nuove scoperte, delle recenti rivelazioni: quel che vediamo, quella che conosciamo, è una chiesa a navata unica. In realtà le navate erano tre, in origine. Si parte dal ‘300, le costruzioni arrivano fino al 1600 e in seguito quella struttura diventa cripta per l’inumazione dei frati e dei nobili di Somma Vesuviana».
Ma il denaro per i restauri, iniziative e raccolte fondi a parte, da dove arriva?
«La maggior parte da un fondo europeo, ad oggi l’unico contributo cospicuo ricevuto se togliamo quelli raccolti dall’associazione che presiedo e che si chiama “Salviamo Santa Maria del Pozzo”, con un conto corrente dedicato. Siamo partiti con tante iniziative e, una volta accesi i riflettori sul sito, gli Enti si sono accodati. In verità mi sono stati accanto tutti, non c’è stato nessuno che si sia tirato indietro. Cominciando dall’amministrazione Allocca fino a quella di Pasquale Piccolo. La Regione ha stanziato un finanziamento di 50mila euro, per la biblioteca, ma finora ne è arrivata la metà. In meno di un decennio, considerando anche il milione e mezzo di euro finanziato dalla Comunità Europea, abbiamo raccolto circa 1 milione e 900 mila euro. Con un altro milione si completerebbe tutta l’opera».
Tu cosa ci guadagni?
«Moltissimo, vale a dire la soddisfazione di veder risorgere una parte importante del nostro territorio. Ho passato gli ultimi anni a denunciare tanti abusi sul territorio, per esempio quando nel corso dei lavori a Castello d’Alagno fu abbattuto un parapetto forato e merlato per sostituirlo con un orrendo muro in cemento. In un settore tanto delicato ci dovrebbero lavorare persone qualificate, non ci si dovrebbe improvvisare. D’altro canto non bisogna essere puntigliosi, in caso contrario ci si troverebbe ad avere solo cattedrali nel deserto. Pensa che in due anni da assessore sono riuscito ad aprire Castello d’Alagno e consegnarlo alla città, anche non contento di tutti i lavori eseguiti. Ad un certo punto però bisogna fare scelte per la collettività, il resto può venire in corso d’opera e si può sempre migliorare».
Ecco, la politica. Cos’è per te?
«Un servizio».
Ti ha appassionato fin da ragazzo?
«A scuola sono stato rappresentante di classe prima, poi d’istituto. Dunque direi che ho cominciato così, la voglia di difendere i diritti dei cittadini, di chi si appresta a compiere un’opera, ha sempre fatto parte di me».
Ti sei mai identificato in un partito?
«Sono lontano dagli estremismi per mia natura, sono un cattolico moderato».
Mai avuto tessere, dunque?
«No».
Nemmeno quella di Alleanza Nazionale?
«Mi sa che hai ragione, l’avevo dimenticato».
La tua prima vera esperienza politica?
«Ho iniziato con la candidatura al consiglio comunale, il mio sindaco era Francesco De Siervo. Avevo trent’anni. Fui tra i primi non eletti ma poi ci fu un fuggi fuggi di consiglieri dimissionari a causa di una questione che riguardava la presunta ineleggibilità dello stesso primo cittadino. Entrai in assise ma tutto iniziò e finì in un mese. Ho un bel ricordo di De Siervo, mi presentai a lui insieme alla mia fidanzata e dissi: “Commendatore, io non mi sono fatto accompagnare da nessuno”. Lui rispose: “Hai fatto bene”».
Che persona era il commendatore De Siervo?
«Una figura molto carismatica, un uomo concreto, molto disponibile. Io andai da lui perché volevo candidarmi, fare quell’esperienza, ma gli dissi anche di non tener conto di me se c’erano altri che potevano servire di più alla causa, che avevano cioè più voti. Ci tenevo vincesse. Ma lui mi volle comunque in lista, quell’unica lista che prese più di diecimila voti, 130 dei quali miei, e che fu il record per quella tornata in Italia».
C’è chi vorrebbe intitolargli piazza Vittorio Emanuele III, tu sei d’accordo?
«Certo, trovo una giusta causa valorizzare il percorso politico e sociale di chi si è speso per oltre trent’anni nel nome della collettività».
Con Il sindaco Allocca invece come andò?
«Avevo intanto continuato le mie attività, le mie passioni. Ferdinando Allocca venne a trovarmi a Santa Maria del Pozzo, io lo conoscevo già perché era stato medico dei miei genitori. Ricordavo alla perfezione la figura di quest’uomo bellissimo, estremamente affascinante. Mi chiese di candidarmi e dopo molte resistenze riuscì a convincermi a farlo, da indipendente in Alleanza Nazionale. Non fui eletto, ma la volta successiva, nella coda del secondo mandato, mi volle come assessore con le deleghe alla Cultura e ai Beni Culturali. In tanti non erano d’accordo, dicevo che avevo già troppa visibilità, che ero già troppo sui giornali, che con il restauro del convento in corso c’era troppa attenzione su di me».
Mi sa che ti scelse anche per questo.
«Forse è vero, ma lo è anche che mi avrebbe voluto con sé fin dal principio. Ad un certo punto arrivò una lettera firmata dal Ministro Bondi che ringraziava me per tutto quel che stavo facendo sul territorio vesuviano. L’ho ancora, non me lo aspettavo questo riconoscimento. Fu una soddisfazione enorme e il sindaco Allocca, dinanzi a questa realtà, convocò una riunione di maggioranza e disse che mentre a Roma mi attribuivano un ruolo istituzionale che di fatto non avevo, a casa nostra c’era chi rifiutava di riconoscermelo. In pratica impose a molti la mia presenza e alla prima riunione di consiglio comunale disse a tutti che a me i galloni di assessore li aveva dati la strada. Ne fui lietissimo».
Come sono stati quei pochi anni da assessore?
«In realtà ho avuto carta bianca. Il grande sindaco Ferdinando mi raccomandava sempre di non avere riguardi per nessuno. Mi diceva: “Fai il tuo lavoro e porta risultati, Somma ha bisogno di essere valorizzata”. In due anni, prima di tutto, ho consegnato Castello d’Alagno finito».
Finito ma non praticabile.
«Ma non è vero. Non praticabile secondo chi? Quando ero io l’assessore l’ho aperto al pubblico, l’ho tenuto aperto per l’American’s Cup, ho permesso alla Pro Loco di accedervi, vi sono state fatte manifestazioni. Pur sapendo che probabilmente tutte le carte non erano in regola – ma solo sulla carta, perdona il gioco di parole – non potevo esimermi dal far sì che la popolazione ne fruisse».
Sì ma tu non sei più assessore e sembra che alcuni collaudi non siano ancora stati eseguiti. Dici che lo hai consegnato alla città. Però è chiuso, non è agibile.
«I documenti sono stati consegnati e c’erano tutti i permessi del caso, dell’Utc e quant’altro. Si dice, è vero, di un collaudo non ancora eseguito ma meraviglia che siamo ancora a questo punto. Fosse per me rifarei tutto come allora: la gente ha diritto di godere di quello spazio».
Cos’altro hai realizzato da assessore?
«Somma Vesuviana è stata riconosciuta Città in quel periodo ma il mio obiettivo era molto più in alto: farla dichiarare Città d’Arte e oggi ci sono tutte le carte in regola perché ciò possa avvenire. Avviammo poi due corsi formativi coinvolgendo 24 studenti del territorio e, per sostenere le spese, usavamo i nostri stipendi, il mio e quello del sindaco, ogni volta che necessitava. Materiali, assicurazioni dei ragazzi, allestimento del laboratorio. Il mio stipendio e spesso anche quello del sindaco, andava via per queste cose, non ne ho mai fatto mistero».
Insomma, non sei retribuito per il tuo impegno a Santa Maria del Pozzo, usavi i soldi degli emolumenti da assessore per sostenere spese vive, mi dici come hai vissuto negli ultimi dieci anni?
«Con il mio stipendio da insegnante precario con incarichi annuali. Mi bastava, non ho mai avuto vizi».
Stai fumando anche adesso, il fumo è un vizio.
«Fumo solo da tre anni, moderatamente».
La dicitura «Somma Città d’Arte», sia pure non ancora ufficiale, la lanciasti se non erro con un calendario molto criticato.
«Criticato perché finalmente si muoveva qualcosa in questa città. Immortalammo le bellezze della nostra città per quel progetto con una corte di popolo che ci seguiva ovunque, che mostrava interesse, che vedeva una novità e ne era entusiasta. Scegliemmo anche una modella, l’avvocato Maria Vittoria Di Palma, una bellissima donna».
La vedesti in un pub e decidesti che volevi lei, così raccontasti all’epoca.
«Vero, ma chiesi alla proprietaria del locale in cui eravamo di comunicarle che ero sì interessato a lei, ma come testimonial della città, non volevo pensasse male. Capì le buone intenzioni e accettò, era una donna adulta e non una ragazzina, aveva il giusto atteggiamento per affrontare tutte le polemiche che presagivo già si sarebbero scatenate. Così fu, infatti. Ma la verità è che quando mi occupavo soltanto di beni culturali ero considerato “bello, bravo e buono” da tutti, un’eccellenza. Dal momento in cui divenni assessore e facevo le stesse cose di prima, ogni mio movimento diventava motivo di polemica. Oggi sono tornato “bello, bravo e buono”. Purtroppo è il prezzo da pagare quando si accetta di rivestire una carica pubblica».
Somma Vesuviana è piena di ricchezze, culturali, architettoniche, archeologiche come la Villa di Augusto. Tu ritieni che di questi tesori debba occuparsene solo il pubblico o sei favorevole al coinvolgimento di privati?
«Se il pubblico, gli enti, le amministrazioni, non sono capaci di far fruttare tali ricchezze e farle diventare volani di opportunità è bene che le gestiscano i privati. Ma la proprietà deve sempre e comunque restare pubblica».
Ti ritieni soddisfatto della tua esperienza da assessore?
«Tantissimo, la mia esperienza era legata al sindaco, un uomo che aveva grande stima di me – reciproca ovviamente –e che mai una sola volta si è trovato in disaccordo con quello che era il mio operato. Mi mancano tanto i suoi sms: mi scriveva “bravo, sono orgoglioso, sono fiero di te, continua così, non guardare in faccia a nessuno”. Mi manca lui, Ferdinando».
Che sindaco è stato?
«Umano. Un sindaco che sapeva ascoltare e non ostentava».
Facendo un po’ di conti, la tua attività di operatore culturale si è snodata nel periodo di tempo che ha visto al governo della città tre sindaci: D’Avino, Allocca e Piccolo. Mi dici un’impressione tua per ciascuno di loro?
«Non ho vissuto molto il periodo del sindaco D’Avino, non posso dirti nulla. Con Allocca, ripeto, il rapporto era intimo oltre che professionale, era quasi un padre putativo per me. L’attuale primo cittadino, Pasquale Piccolo, è una persona per bene, che ho sostenuto ed è estremamente sensibile alle cause comuni. Ha coperto con il suo stipendio da sindaco l’ultima spesa per il materiale necessario al restauro dei manoscritti del ‘500. Sappiamo tutti che ha rinunciato agli emolumenti ma vorrei far notare che, di fatto, nemmeno Ferdinando Allocca ne ha mai veramente usufruito per sé».
A sentirti, sembra che Somma Vesuviana debba essere contenta delle sue amministrazioni, sempre. Almeno da dieci anni a questa parte. Dici che è così?
«In realtà lo penso anche delle precedenti amministrazioni. Sono contento se c’è un governo, meno quando arriva un commissario. Il territorio deve essere amministrato dai suoi cittadini. Certo, è innegabile che in alcuni ruoli avrei preferito persone più competenti e magari più sensibili, spesso».
Ma da amministratore una delusione l’hai avuta? Qualcosa che avresti voluto realizzare e non ti è stato permesso?
«Sì, ma è solo questione di tempi. Il mio obiettivo più grande si concretizzerà probabilmente in tempi relativamente brevi: portare a Somma Vesuviana una facoltà universitaria di Beni Culturali. Non mi è stato possibile farlo da assessore ma ho continuato a perseguire il progetto e ci riuscirò. Sto trattando con l’Accademia di Belle Arti di Agrigento, c’è stato anche un contatto con Cracovia. Avere qui una facoltà europea, che possa prendere piede con il patrimonio che abbiamo a disposizione e che consentirebbe agli studenti di fare pratica sul campo è un mio desiderio da tempo».
Assessore per circa due anni. Ma nel mandato successivo il sindaco Allocca non ti riconfermò.
«Doveva mantenere determinati equilibri, io lo sapevo e non gli ho mai fatto alcuna pressione. Sapevo che fosse stato per lui, che mi chiamava il suo “fiore all’occhiello”, non ci sarebbe stato alcun problema. Gli ho riconfermato il mio affetto e la mia disponibilità sempre, a prescindere da ruoli e nomine».
Emanuele, di cosa ha bisogno Somma Vesuviana, più di tutto?
«Di volani che le consentano di ritornare ai fasti di un tempo. Questa città ha visto passare angioini, aragonesi, romani, longobardi, svevi, tutte le case reali. Potrebbe vivere di cultura, di turismo. Ha bisogno che i suoi monumenti, le sue ricchezze – come lo stesso Castello d’Alagno – siano fruibili, aperti ai turisti che accorrerebbero per visitarle e si fermerebbero qui con benefici per le attività commerciali, per i ristoratori. Somma Vesuviana potrebbe davvero, con pochi ma mirati sforzi, diventare Città d’Arte e rientrare in quel percorso turistico che già abbraccia Pompei, Ercolano e altre zone del vesuviano».
Rifaresti l’esperienza da assessore?
«Se la città mi chiamasse avrei il dovere di rispondere. Se la città avesse bisogno delle mie capacità, delle mie competenze, della mia caparbietà, non potrei esimermi. Certo, conditio sine qua non sarebbe avere le giuste garanzie da parte di un’amministrazione forte e capace di sostenermi in quelle lucide follie che alla fine fanno la differenza».
Ogni città ha le sue peculiari caratteristiche. Come le hanno i suoi abitanti. Come sono i sommesi?
«Meravigliosi, generosi. Se parliamo di coloro che fanno politica è diverso, spesso li ho trovati troppo competitivi, presuntuosi e, passami il termine, non di rado ignoranti».
Anche tu sei stato in politica…
«Io sono anomalo, sono uno che lavora 24 ore al giorno senza prendere un euro e che quando è stato necessario lo ha fatto anche di sabato e domenica, senza un lamento, per amore di Somma».
C’è qualche personalità sommese che, a tuo parere, non è adeguatamente valorizzata?
«Sì, Ciro Raia. Una persona che stimo molto e al quale spesso faccio riferimento. Il mio primo atto da assessore fu organizzare corsi di formazione per vigili urbani perché un turista che arriva a Somma deve poter chiedere alla prima persona che avvicina, nella maggior parte dei casi proprio un rappresentante della polizia locale, spiegazioni e informazioni sulle nostre bellezze artistiche. E chiesi proprio al professore Raia, insieme allo storico Mimmo Russo, di tenere quel corso».
È stato candidato, ti sarebbe piaciuto come sindaco?
«Sarebbe stato un buon amministratore per Somma Vesuviana».
Hai una pubblicazione scientifica su Santa Maria del Pozzo all’attivo, altre su riviste di settore. Ma già parecchi mesi fa mi parlasti di un romanzo, è finito?
«Dopo quattro anni di lavoro, sì, è finito. È un romanzo storico e se tutto va come deve sarà disponibile a dicembre. Il titolo sarà “Le Cinque piaghe”».
Come mai hai deciso di cimentarti in un romanzo, sia pure storico?
«Perché nei percorsi scientifici mi sono ritrovato tra le mani una mole enorme di materiale che definirei tra il vero e il verosimile. In una pubblicazione scientifica non avrei potuto azzardare delle ipotesi ma in un romanzo sì, puoi consentirti tutto quel che vuoi. Sarà arricchito da illustrazioni e documenti».
Non ti chiederò troppe anticipazioni, però mi accenni almeno la trama?
«Le cinque piaghe rappresentano l’iconografia classica delle ferite di Cristo sulla croce. Iconografia che uno si aspetta di trovare in luoghi religiosi, invece ho scoperto che nel territorio vesuviano c’è anche in luoghi che con la religione hanno poco o nulla a che fare. Il protagonista, incuriosito da ciò, va alla ricerca di risposte e inizia un viaggio, un percorso, che cambierà la sua vita. Un po’ biografico, come tutti i romanzi, c’è l’amore, la vita, c’è tutto. I personaggi sono presi dalla vita reale, ispirati a persone che conosco nella realtà, tant’è che tutte le iniziali dei nomi le ho conservate. Un lettore attento potrebbe anche identificarne uno o più. Sono in trattative con una casa editrice, se non si dovessero trovare accordi, pubblicherò con “Coppolata”, perché mi sono inventato anche editore, oltre che produttore».
Già, perché hai ideato e prodotto anche un film.
«Magma, certo. Il fuoco, la passione, il desiderio ardente, il filo che unisce tutto il vesuviano. Nato dall’obiettivo di condividere con una platea più ampia le bellezze artistiche del nostro territorio. Questo era il progetto iniziale tant’è che il titolo Magma è arrivato dopo, da un’idea di Angelo Parisi che ne ha curato le coreografie e la direzione artistica, affiancandomi insieme ad altre eccellenze come Fabio Fiorillo e Roberta D’Amore, con moltissimi amici ancora. Avevo bisogno di aiuto, di sostegno, e l’ho trovato, non era semplice imbarcarsi in un’impresa simile. Prima di tutto bisognava scegliere il regista e Carlo Luglio è stato fantastico, avevo visto il suo documentario su Napoli, “Radici”, ne ero stato incuriosito e ho voluto conoscerlo. Siamo stati insieme giorni interi, l’ho fatto innamorare di Somma Vesuviana e nel film si vede, chiaramente. Ma ad un certo punto ci siamo resi conto che il patrimonio artistico era importante, sì, ma la ricchezza più grande erano gli anziani, il loro vissuto, tutti coloro che hanno dato tanto alla nostra città senza mai ricevere nulla in cambio. E questo patrimonio lo stavamo perdendo sul serio, tant’è che durante le riprese è morto Zì Riccardo, un’istituzione, come tutti gli altri che hanno tenuto viva e accesa la fiamma di Somma Vesuviana, la nostra tradizione, il magma che ci rende unici. Abbiamo fatto una scelta e dedicato a loro, a tutti loro, il nostro film. Ma dal mese prossimo tutto il materiale, le riprese che celebrano i nostri monumenti, i beni culturali, sarà in una serie di mini documentari. Si partirà da Santa Maria del Pozzo».
Quanto è costato Magma e dove arriverà secondo te?
«Ventimila euro e un anno e mezzo di lavoro. Finanziato tutto con fondi privati e in parte con i miei risparmi. Devo dire grazie a tutti coloro che mi sono stati accanto, agli imprenditori di Somma e anche al sindaco Piccolo che era solo un consigliere comunale quando si è messo a disposizione dandoci una mano. Il regista Carlo Luglio è stato ospitato per tutto il tempo delle riprese in una dependance di casa Piccolo. Dove arriverà il film non so, spero lontano. Per ora abbiamo scelto di dare la priorità delle proiezioni al teatro Summarte, vi è stato per circa due mesi e i cittadini sono andati a vederlo. Da quest’anno sarà proiettato nelle scuole di tutto il vesuviano. Perché Magma non è un prodotto locale ma oserei dire quasi universale. L’abbiamo mandato a tutti i Festival, in concorso e fuori, in Italia e all’estero. La prima proiezione sarà il 20 settembre prossimo a Roma, alle ore 20, nel cinema Farnese di Campo dei Fiori per la rassegna “Venezia a Roma”».
Magma inteso come desiderio ardente, fuoco, hai detto. Amore, passione. Sei innamorato tu?
«Moltissimo e da tanti anni. Ho una fidanzata storica, Giusy, che spero presto diventerà mia moglie. Ci siamo conosciuti quando insegnavo religione all’istituto Montessori. Ero il suo insegnante, poi ci siamo nuovamente incontrati dopo quattro anni, siamo insieme ormai da diciotto. In realtà, sai, lei è più esperta di me nel settore artistico, è laureata in Conservazione dei Beni Culturali ma difficilmente vuol comparire. Mi sostiene, mi sta accanto».
Dopo diciotto anni mi sembra l’ora di sposarla, no?
«A breve. Vorremmo sposarci a Santa Maria del Pozzo e tenere lì anche il ricevimento, a coronamento di un percorso. Dunque ne avrete notizia non appena sarà consegnato il chiostro».
Sarà un evento per Somma Vesuviana.
«Sarà un evento per me».
Da cattolico, hai ammirazione verso Papa Francesco?
«Certo, è un Papa lontano da determinate logiche, è vicino alla gente con l’istinto di un padre. Ad oggi nessuno ha motivo per dubitare della sua bontà, onestà, generosità e semplicità. Però il pontefice che sento più vicino a me resta papa Giovanni Paolo II, mio punto di riferimento, devo forse a lui parecchio della mia caparbietà e del mio coraggio, punti di forza del percorso religioso compiuto».
Sei praticante, osservante, ligio a tutte le regole della Chiesa?
«Non proprio a tutte. In realtà come tutti i cattolici faccio sacrifici per essere un buon osservante. Ma tento di servire la Chiesa anche attraverso le mie attività di volontariato. Per me dare opportunità ai giovani è un dovere di cattolico, come lo è tutelare il patrimonio artistico».
Man mano la Chiesa si adegua alle mentalità moderne, anche se direi con tempi elefantiaci. Tu cosa ne pensi, per esempio, del matrimonio tra due persone dello stesso sesso?
«Ritengo che un rapporto debba essere esclusivo e duraturo nel tempo, in linea con il magistero della Chiesa. Ciò si identifica in un matrimonio tra un uomo e una donna. Non condanno altre scelte, ma il matrimonio religioso è un sacramento e come tale va rispettato. Nulla quaestio sui matrimoni civili, anche tra omosessuali, che secondo me sarebbero una giusta scelta. Anche per le adozioni nessun problema, perché ciò che fa la differenza è l’amore che due persone, due genitori, di qualunque sesso essi siano, trasmettono ai figli, siano adottati o naturali. L’amore è asessuato, un figlio amato, accudito e rispettato non si creerà mai il problema di avere due genitori sposati o meno, di sesso diverso o uguale. Io la penso così».
L’aborto?
«L’aborto è un crimine. Non ci sono giustificazioni che tengano. C’è comprensione, rispetto, perdono. Ma l’aborto non è mai un evento personale bensì sociale. Per ogni donna che fa questa scelta siamo sempre tutti un po’ responsabili».
L’eutanasia?
«Un diritto dell’essere umano».
A me non sembri mica tanto in linea con il magistero della Chiesa, riflessione sull’aborto a parte…
«Io credo invece che Papa Francesco ci stupirà. Scegliere di negare la sofferenza, di non volerla accettare, ribadisco, è un diritto dell’uomo. Non siamo tutti così forti, così disposti, laddove fallisca la scienza, ad affidarci alla fede».
C’è qualcosa nella religione cattolica che ti crea perplessità, un dogma che proprio non condividi?
«Attraverso la mia esperienza di fede riesco ad accoglierli quasi tutti».
Immagino tu voglia avere dei figli.
«Certo».
Ipotizziamo allora che una tua figliola ti si presenti un giorno a casa con un fidanzato musulmano, che dici?
«Mia figlia disporrà di tutte le informazioni possibili e immaginabili e se farà una scelta del genere sarà con cognizione di causa, quindi la accetterò. Poi credo che sarebbe un arricchimento familiare».
Cosa fai nel tempo libero, se ne hai?
«Poco, ma in realtà approfondisco i miei studi, leggo tantissimo, mi informo. Tento di migliorare la mia azione e sto già preparando i testi per la serie di documentari che partiranno di qui a un mese. Il tempo libero va tutto nelle mie passioni».
L’amicizia. Cosa vuol dire per te questa parola?
«L’amicizia è un amore sociale. C’è l’amore che ci rende devoti, fedeli ed esclusivi per un compagno o una compagna e c’è l’amore che possiamo regalare ad altri. Nella mia vita io non ho mai perso un amico».
Sei fortunato.
«No, sono un amico».
Il libro più bello che hai letto?
«Negli ultimi anni ho letto tutti i libri di Dan Brown, da “Il Codice Da Vinci” all’ultimo, “Inferno”. Li ho trovati molto belli e mi è piaciuto approfondire il genere che lui ha creato. Il mio romanzo, Le Cinque Piaghe, ne è in qualche modo condizionato».
Ti auguro che abbia il successo che speri. Ma se così fosse e se, per ipotesi, si dovesse farne un film chi ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?
«Mi piacerebbe un attore giovane, emergente e italiano, penso che il ruolo si addica molto bene a Luca Argentero».
La protagonista femminile, invece?
«Anna Coppola, attrice italiana bella e brava».
Qual è l’opera d’arte che ti emoziona più di ogni altra?
«Quelle che io stesso ho scoperto».
Usciamo per un momento da Somma Vesuviana, dai.
«Andiamo a Roma, allora. L’opera d’arte che più di tutte mi ha emozionato è “L’estasi di Santa Teresa”, scultura del Bernini esposta nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Santa Teresa trafitta dal dardo, dalla rappresentazione massima della fede che è allo stesso tempo amore e sofferenza».
E per te qual è stata la sofferenza più grande?
«La morte di mio padre, nel 2004».
Il momento più bello della tua vita?
«Il mio primo trenta e lode, dopo ve ne sono stati parecchi altri».
Che momento bello prosaico, ti facevo più romantico. Che fidanzato sei e qual è la cosa più romantica che tu abbia fatto per Giusy?
«L’ho immortalata nella protagonista del mio romanzo, Giuditta Galdi che conoscerete in Le Cinque Piaghe, è lei, proprio lei. Sono un fidanzato devoto».
Come le chiederai di sposarti?
«Ma l’ho già fatto. Mi sono inginocchiato nel chiostro di Santa Maria del Pozzo davanti a lei e le ho messo al dito un anello. Lei ha pianto e mi ha risposto di sì».
Ma auguri! Ritiro tutto, sei romantico. Parliamo d’altro. Al cinema ci vai?
«Tutte le settimane. L’ultimo film che ho visto è “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone».
E quello più bello?
«Youth – La Giovinezza, di Paolo Sorrentino. Un film è bello quando ti viene istintivamente da applaudire alla fine e io ho applaudito. Mi ha arricchito, mi ha fatto pensare».
C’è qualcosa che vuoi assolutamente fare nella tua vita?
«Volevo diventare direttore di un museo italiano. Ho presentato la domanda e partecipato a un concorso pubblico».
Ma hanno preso un po’ di stranieri
«Esattamente».
Beh, i musei restano. Renzi magari no.
«Ma no, in fondo Renzi mi piace. Testardo, carismatico».
Hai detto all’inizio che odi gli estremismi in politica, ma ti consideri di centrodestra o no?
«Sì, in realtà».
Chi è secondo te il leader politico più carismatico che l’Italia abbia avuto?
«Ecco, ora ti sembrerà strana la risposta. Io ho infinita stima, rispetto e considerazione per Fausto Bertinotti, persona di grande cultura, grazia ed eleganza, un uomo politico capace di disquisire su qualunque argomento».
Condivido la valutazione su Bertinotti, ma secondo me tu avresti bisogno di rivedere il tuo concetto di «centrodestra». Un personaggio storico, invece, che ti affascina?
«Alla fine io sono un moderato, centrodestra o centrosinistra ad oggi cambia poco. Il personaggio storico che esercita su di me grande fascino è Ciro il Grande, imperatore persiano, un uomo capace di vincere senza fare la guerra».
Quali caratteristiche deve avere una donna per divenire affascinante ai tuoi occhi?
«Non deve essere eccentrica, non deve ostentare, deve essere semplice, fine. Possedere quel pizzico di pudore che intriga. Ma anche un bel sedere non guasta».
Cosa hai pensato quando hai visto per la prima volta la tua fidanzata?
«La prima volta proprio nulla, era una mia alunna dunque la consideravo tale, come tutte. Lei manifestava interesse a dire il vero, ma erano in tante a farlo».
In tante? Sei stato molto corteggiato?
«Premettendo che sono un uomo fedele e lo sono stato sempre, devo dire di sì. Ma forse destava interesse più l’aspetto intellettuale e culturale più che quello fisico, direi accettabile».
Quand’è che un uomo è affascinante?
«Quando è intelligente».
Fammi un esempio.
«Vittorio Sgarbi».
Bell’esempio. Sei mai stato attratto da un uomo?
«No».
E un uomo da te?
«Mi è capitato».
Ti ha dato fastidio?
«No, per nulla».
Mi parli del tuo rapporto con il denaro?
«A vederlo, il denaro. Sono sempre senza soldi, spendo tutto per le mie passioni. In ogni caso non me ne faccio un problema».
Se avessi a disposizione un’enorme somma?
«Metterei su un’attività per consentire a più giovani possibile di avere un lavoro».
E per te cosa compreresti?
«Una casa al mare, in costiera o nelle isole del golfo. Sono i luoghi più belli del mondo».
Il viaggio più bello che hai fatto?
«Mi è rimasto nel cuore il lago di Bolsena in provincia di Viterbo. Orvieto. E poi la Svizzera, sono rimasto incantato dall’ordine, dai fiori in ogni angolo, dalla cura e dalla massima attenzione profusa per il bello».
In viaggio di nozze dove vorresti andare?
«A New York, ho visto la città in tanti film, vorrei vederla, viverla».
Sei mondano?
«Non molto, ma se mi invitano ho piacere».
Se fossi un animale?
«Sarei un Astore».
Cosa?
«È un rapace, assomiglia un po’ al falco pellegrino».
Mi mancava. Perché?
«Vorrei poter volare, sorvolare, guardare il mondo dall’alto».
Sì, scusa se insisto. Lo fa anche un’aquila o un pellicano. Perché proprio l’astore?
«Perché è intelligentissimo, autonomo, indipendente, fiero, non addomesticabile».
Tu non sei addomesticabile?
«No».
Nemmeno da Giusy?
«Solo da lei, in effetti».
Di recente ho letto un libro, si chiama “Il dizionario emotivo della lingua italiana”. L’autore chiede a tanti scrittori e giornalisti di scegliere una parola del vocabolario, una sola, che abbia per loro un significato particolare, che sentano come la più “bella”. Mi dici la tua?
«Passione».
Musica ne ascolti? La canzone che ami di più?
«Ne ascolto spesso. La canzone che prediligo è “Hallelujah” di Rufus Wainwright, l’ha interpretata rendendola accessibile a tutti, anche ai non credenti».
C’ è qualcosa di cui ti vergogni o di cui ti sei pentito?
«Pentito di nulla. Mi vergogno quando leggo dei tanti suicidi di giovani, anche del nostro territorio. Mi sento responsabile perché penso che avrei potuto fare qualcosa per impedirlo».
Cosa è la felicità?
«Accontentarsi, non conoscere le frustrazioni. Io mi accontento, sono felice anche di stare a casa, in solitudine, a progettare tutto ciò che voglio realizzare».
Di cosa hai paura?
«Temo solo l’ignoranza e la presunzione».
C’è un proverbio che ti rappresenta?
«Chi fa qualche volta sbaglia, chi non fa sbaglia sempre».
Definisciti con un solo aggettivo.
«Curioso».
Un pregio e un difetto?
«Sono intuitivo, ed è un pregio. Sono caparbio e spesso è un difetto».
Hai mai commesso un reato, fatto qualcosa che violasse una legge?
«Da ragazzo ho guidato senza patente. Da adulto non ho pagato qualche multa».
Stai tranquillo, Equitalia ti trova sempre. Se invece potessi cambiare una legge o introdurne una ex novo nel nostro ordinamento?
«Mi piacerebbe che tutti, proprio tutti, possano avere dallo Stato quel minimo di sostentamento, laddove ne abbiano bisogno, che consenta a ciascuno di non perdere mai la propria dignità».
Dei sette peccati capitali, scegline uno cui non potresti rinunciare.
«La gola, di sicuro. Sono anche un ottimo cuoco. Le mie linguine allo scoglio farebbero capitolare chiunque».
Come pensi sarai tra vent’anni?
«Mi vedo padre e con un lavoro diverso da quel che faccio ora, non perché non ami insegnare, ma vivere scrivendo sarebbe il mio più grande desiderio».
Tre cose che porteresti con te su un’isola deserta se ci dovessi vivere da solo un bel po’ di tempo?
«Carta, penna, un costume da bagno».
Per finire, tornerei alla politica, quella locale. Se potessi dare un consiglio al prossimo assessore alla Cultura di Somma Vesuviana, anche un semplice e modesto suggerimento, cosa le o gli diresti?
«Che prima di tutto deve conoscere il territorio, deve rapportarsi con chi fa cultura a Somma Vesuviana. Perché chi non lo fa dimostra presunzione, che è figlia dell’ignoranza. E l’ignoranza crea solo dei mostri che non saranno ricordati in alcun modo, né nel bene, né nel male. Tutto qui».
Dopo l’omicidio Korol via delle Puglie è in mano ai delinquenti. Stavolta ne ha fatto le spese un esponente dei commercianti della città delle fabbriche.
Gang scatenate, le strade in mano ai giovani delinquenti del malessere organizzato. Domenica sera ennesima rapina a mano armata nel territorio dove ha trovato la morte Anatoliy Korol, l’immigrato eroe ucciso nel tentativo di sventare un colpo in un supermercato. Stavolta la vittima, fortunatamente rimasta illesa, è l’esponente di un’associazione dei commercianti di Pomigliano. Vittima che ha scritto su facebook un post significativo. “Non reagite in casi del genere – l’appello lanciato dal social network – perché non vale la pena morire per 50 euro o per uno smartphone”.
Appena pochi giorni fa un’altra esercente della zona, una tabaccaia, è stata rapinata proprio sullo stesso tracciato in cui si stanno susseguendo le scorribande dei “guaglioni”.
Rapine che su via nazionale delle Puglie si stanno moltiplicando a ritmo cadenzato sia prima che dopo la tragedia di Korol, l’ucraino assassinato il 29 agosto in un market della vicinissima Castello di Cisterna. E’ diventata davvero una strada terribile la nazionale, la 7 bis, flagellata da una sequenza di crimini impietosa, dimostrata peraltro dall’ennesimo agguato consumato ieri sera, in un tratto particolarmente esposto alle scorribande di giovani delinquenti che scorrazzano su velocissimi scooter. Alle dieci di ieri sera alcuni giovani a volto scoperto e a bordo di uno scooter del tipo Honda Sh, privo di targa, hanno bloccato il commerciante e un suo amico, intenti a trascorrere un po’ di tempo libero, davanti a una nota cornetteria della cittadina, alle spalle del rione della ricostruzione. Sotto la minaccia di una pistola l’esercente è stato costretto a consegnare il portafogli. L’episodio di ieri sera segue di appena sei giorni un’altra rapina, messa a segno anche in questo caso ai danni di un altro commerciante, una tabaccaia, bloccata da un commando sullo stesso tracciato della vecchia statale. Dieci giorni prima, sempre nella stessa area, il muratore ucraino Anatoliy Korol era stato ucciso a colpi di pistola nel tentativo eroico di bloccare i malviventi che avevano assaltato un supermercato ubicato a poca distanza dai luoghi degli ultimi agguati. Nel frattempo gli assassini di Korol sono stati arrestati dai carabinieri. Sono fratellastri. Si chiamano Marco Di Lorenzo e Gianluca Ianuale, di 32 e 21 anni, entrambi di Castello di Cisterna e domiciliati proprio di fronte al supermarket della morte. Gianluca Ianuale è il figlio del boss della camorra Vincenzo. Ma le rapine stanno proseguendo, proprio nella stessa area in cui è stato messo a segno l’efferato omicidio, consumato anche a colpi di penna inferti dai rapinatori nel collo della vittima. Intanto la rete dei picciotti dalla pistola facile si è rivelata parecchio vasta nella zona che si sviluppa attorno al nastro d’asfalto della nazionale delle Puglie. Basti pensare che alla penultima rapina, quella ai danni della tabaccaia, anche questa a mano armata, ha partecipato un gruppo composto da almeno cinque persone: quattro a bordo di uno scooter e uno alla guida di una macchina. Un colpo, questo, che ha fruttato un bottino di 7mila euro e che è stato compiuto a metà strada tra il luogo dell’ultima rapina di ieri sera e quello in cui ha trovato la morte Anatoliy. Adesso dunque si pensa a un’organizzazione molto nutrita composta da ragazzi provenienti anche dai rioni popolari che scorrono lungo la nazionale: la 219 di Pomigliano, la Cisternina e la 219 di Castello di Cisterna, la 219 di Brusciano e quella di Marigliano. Rioni ghetto del malessere sociale cronico in cui sopravvivono quasi duemila famiglie strette nelle morsa della disoccupazione, dell’emarginazione, dell’ignoranza.
(Fonte foto: rete internet)
Cavalli, parole e immagini. Da sempre, la Fiera è luogo d’incontro tra il Vesuviano, il Sarnese e il Nolano. I progetti del sindaco dott. Antonio Russo e dell’on. Manfredi.
Domenica 13, nella sala convegni della Fiera, ho parlato di due “razze” di cavalli, due “razze” borboniche, che hanno fatto la storia della cavalleria da guerra, e a partire dagli anni ’40 del secolo XIX, anche dello sport equestre. Del cavallo “napoletano” è stato detto tutto, e non solo dal D’ Alessandro e dall’ Ercolani, citati da tutti i “siti” che trattano il tema, ma anche, e direi soprattutto, dai cronisti delle guerre che i napoletani hanno combattuto nel sec. XVII insieme con gli Spagnoli, dalle Fiandre all’Ungheria, e successivamente con Napoleone e Murat in Russia. Non escludo che il cavallo “napoletano” abbia sangue etrusco e greco nelle vene: ma mi sono limitato a dire quello che ho letto nelle cronache militari, e cioè che il cavallo “napoletano” è il risultato di sapienti “incroci” tra stalloni e “fattrici” campane, e che già nel ‘600 francesi e inglesi ammirano le virtù della razza: la potenza, la rapidità, l’eleganza, la resistenza, e soprattutto, la “docilità”: che è, come si legge in un manuale del 1819, la capacità di questo cavallo di non farsi condizionare né dai clamori e dai rumori della battaglia, né dall’odore del sangue, e di obbedire immediatamente agli ordini del cavaliere. Il cavallo che monta Carlo di Borbone nel celebre quadro di Liani – l’immagine apre l’articolo – è, a parer mio, un “napoletano”: mi inducono a pensarlo la forma del collo e la struttura dei muscoli e della groppa.
A proposito di quadri: il pubblico presente ha mostrato di gradire un discorso che veniva sostenuto, nei suoi passaggi più significativi, dal linguaggio chiaro e affascinante delle immagini che un tecnico abilissimo dell’ente Fiera proiettava sullo schermo. Questo sistema ha reso più sopportabile per il pubblico il peso delle parole, e nello stesso tempo, mi ha consentito di parlare anche di pittura, oltre che di cavalli. E torniamo a Carlo di Borbone, il più grande dei re di Napoli, il quale creò una nuova razza, il “persano”, incrociando il “napoletano” con l’ “andaluso” e con l’ “arabo”. Il “persano” borbonico aveva testa più piccola del “napoletano”, e come il “napoletano” era un ottimo cavallo da guerra: i cavalieri napoletani che seguirono Murat in Russia e che suscitarono l’ammirazione di Napoleone e dei Russi montavano cavalli della razza “Persano”, raffigurati con grande precisione da una stampa tedesca del 1812 (v. appendice). Montavano cavalli “persano” – lo dimostra il quadro “fotografico” di Quinto Cenni (v. appendice) – anche i cavalieri napoletani che nel maggio del 1848 giunsero in Lombardia per partecipare alla guerra contro l’Austria al fianco dei Piemontesi: prima che attraversassero il Po, ricevettero da Ferdinando II l’ordine di tornare indietro. Ma questa è un’altra storia. .
A metà del sec.XIX il “persano” si rivelò più adatto del “napoletano” allo sport equestre, e negli anni successivi, alle gare di eleganza che si svolgevano ogni giorno nelle strade e nelle piazze del centro di Napoli tra gli “attacchi” dei nobili e degli elegantoni. Ho ricordato al pubblico che a metà del sec. XIX Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano , fu scelto da Ferdinando II come Presidente della Commissione per il Miglioramento delle Razze Equine e che nelle scuderie del palazzo ottajanese egli allevò cavalli di razza “persano”. Non mi sono dimenticato di don Giulio Torno che nel 1854 pagò 11 ducati perché Garilan, “uno stallone arabo, di manto storno” delle scuderie Reali montasse la sua cavalla Duchessa, una saura di razza Persano. Nelle scuderie di Ferdinando II c’erano anche cavalli “purosangue di razza inglese”: commentando le immagini di celebri cavalli raffigurati dai più noti pittori “cavallari” d’Inghilterra, James Seymour e George Stubbs, ho detto che “purosangue di razza inglese” è solo una colorita espressione letteraria: il suo significato ha confini molto più vasti di quanto comunemente si pensi. Ma è stata solo una rapida nota: il tema è vasto, complesso, e noioso.
Ho fatto notare, infine, che anche come mercato di cavalli, di asini e di muli la Fiera di San Gennaro ha svolto, fin dal sec.XVII, il ruolo strategico di luogo di incontro e di scambio tra i produttori e i consumatori di tre aree complesse e spesso in contrasto: il Vesuviano, il Nolano e il Sarnese. E’ una “vocazione” che la Fiera fa sua, consapevolmente, anche oggi. L’ ha confermato, nel discorso conclusivo, il sindaco di San Gennaro Vesuviano, dott. Antonio Russo, augurandosi che si possa lavorare per l’integrazione dei sistemi economici di un territorio così importante. Hanno condiviso il suo augurio il consigliere regionale Enzo Alaia e l’on. Massimiliano Manfredi, il quale ha “lanciato” l’ idea, suggestiva e, per molti aspetti, preziosa, di un calendario unico di tutte le grandi manifestazioni che rappresentano, nel segno dello stile e del buon gusto, gli aspetti più significativi dell’ antica, luminosa civiltà della Campania Felice e del Vesuviano interno.
Ho ringraziato e ancora ringrazio il pubblico che mi ha sopportato pazientemente, il sindaco dott. Antonio Russo, il vice.- sindaco Carmine Allocca, il presidente del Comitato Fiera dott. Giuseppe Ferraro, l’on. Enzo Alaia, l’on. Massimiliano Manfredi, il prof. Aniello Giugliano, che in apertura ha illustrato le ragioni per cui ritiene che un affresco che si ammira nel Chiostro del Convento di San Gennaro Vesuviano possa essere attribuito a Nicola Brancia ( o Branca) e che il cavallo che vi viene raffigurato sia un “napoletano”.
Oggi, martedì, in Fiera si parla di asini e di muli. Mi auguro che gli impareggiabili presentatori dell’evento raccontino al pubblico almeno una delle straordinarie storie di cui sono stati protagonisti, nei secoli e nel nostro territorio, gli allevatori, i sensali, i proprietari di questi animali, e, prima di tutto, proprio loro, i muli e gli asini. Se non lo fanno i presentatori – per mancanza di tempo, ovviamente – lo faremo noi. Tenteremo di farlo noi.
Cavalieri napoletani, 1812Q. Cenni, Cavalieri napoletani in Lombardia
Sono durate tutta la notte le ricerche effettuate da parte dei Carabinieri di Torre Annunziata; all’alba l’epilogo: arrestato Nunzio Annunziata ex compagno della vittima Vincenza Avino.
Indagini, ricerche e battute per individuare e bloccare il presunto assassino sono durate tutta la notte; è stato arrestato all’alba, a Poggiomarino, dai Carabinieri di Torre Annunziata, dopo una notte di serrate ricerche, il presunto assassino di Vincenza Avino, la donna di 36 anni, uccisa ieri sera a Terzigno con colpi di arma da fuoco sparati da un’auto in corsa.
Si tratta – si apprende dai Carabinieri – di Nunzio Annunziata, un suo ex compagno; è accusato di omicidio volontario.
L’uomo – che è ascoltato dai pm della Procura di Nola e si è avvalso della facoltà di non rispondere – è stato individuato questa mattina alle 6 in strada a Poggiomarino, vicino ad una scuola.
Era a piedi, forse intendeva prendere il treno della Circumvesuviana per spostarsi altrove. Quando ha incrociato i Carabinieri ha tentato di scappare, poi si è buttato sotto un’auto ferma per nascondersi. Al momento del fermo non ha detto nulla ai militari. Non aveva con se alcuna arma.
La caccia all’uomo è stata coordinata dai carabinieri del Gruppo di Torre Annunziata con pattugliamenti in strada e controlli presso parenti ed amici di Annunziata. I militari hanno battuto il territorio tra Torre Annunziata, l’agro nocerino sarnese, l’hinterland napoletano oltre alla zona nolana.
Vincenza Avino la vittima di questo efferato omicidio, è stata colpita da un proiettile solo, alla schiena, ma il killer, non si sa ancora se con l’intento di infierire ulteriormente sul corpo della donna o per depistare le indagini sulla sua persona, è sceso dall’auto e ha trascinato il corpo di Vincenza sul marciapiede, fuggendo poi con la sua borsa. E’ stata inutile la corsa in ospedale. Vincenza è morta.
Vincenza Avino era separata dal marito da tre anni e aveva un negozio di abbigliamento. Due anni fa aveva iniziato una nuova storia. Secondo quanto accertato dai carabinieri, il rapporto era diventato difficile per la donna al punto di denunciare il compagno per stalking.
Proprio in seguito a questa denuncia, Annunziata era stato arrestato il 10 luglio scorso per stalking ed era stato successivamente mandato ai domiciliari, perché, dopo 13 giorni, il Riesame lo aveva rimesso in libertà con l’ordine di non avvicinarsi alla donna ed in attesa del processo, in programma il prossimo novembre.
Secondo quanto riferiscono i Carabinieri, la giovane era andata poi in vacanza con la madre in Calabria ma avrebbe continuato a subire atti persecutori. Fino a ieri pomeriggio, quando davanti a una farmacia, in via Fiume, a Terzigno, Annunziata dal finestrino aperto di un’auto in corsa – secondo la ricostruzione dei carabinieri – ha sparato una raffica di colpi contro Vincenza, che era su un’altra auto ferma a bordo strada.
L’uomo – da pochi minuti ha lasciato la caserma sede del Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata dopo essere stato ascoltato dai pm della Procura di Nola ed è stato tradotto in carcere.
“E’ stato denunciato e allontanato – dicono i parenti della vittima distrutti dal dolore – ma non è servito a nulla”.
Vincenza era una mamma e lascia due figli piccoli, avuti da una precedente relazione.
(Fonte foto: rete internet)
Giovedì 17 settembre alle 15 la presentazione alla stampa dell’evento che nell’edizione 2014 ha visto migliaia di studenti e cittadini partecipare a questa grande festa della scienza.
Dopo il successo della Notte dei Ricercatori 2014, il Neuromed rilancia. Quest’anno saranno tre le giornate dedicate all’evento europeo che coinvolge Centinaia di Centri di Ricerca in tutta Europa, con migliaia di scienziati impegnati nell’incontro con il pubblico.
L’iniziativa della Notte dei Ricercatori, promossa dalla Commissione Europea fin dal 2005, punta a creare occasioni di incontro tra scienziati e cittadini per diffondere la cultura scientifica e la conoscenza delle professioni della ricerca in un contesto informale e stimolante.
L’IRCCS Neuromed di Pozzilli, nella sua tradizione di impegno nella comunicazione scientifica, partecipa a questa grande operazione con tre giornate interamente dedicate al fascino e all’avventura della scienza. Giovedì 24, venerdì 25 e sabato 26 settembre il Neuromed aprirà le sue porte a tutti. Esperimenti interattivi, incontri con i ricercatori, visite nei laboratori, momenti dedicati all’osservazione del cielo con telescopi, rappresenteranno occasioni in cui persone di tutte le età potranno entrare in contatto con un mondo che spesso viene visto come distante dalla vita di tutti i giorni, ma che invece è parte fondamentale della società moderna.
E l’edizione 2015 della Notte dei Ricercatori Neuromed avrà anche una particolare atmosfera. Il 2015 è stato infatti dichiarato “Anno internazionale della luce” dall’ONU. La luce in tutti i suoi aspetti, medici e scientifici, sarà così al centro di molte delle iniziative proposte.
La manifestazione sarà presentata alla stampa giovedì 17 settembre, alle ore 15, nella sala convegni del Centro Servizi Neuromed, in Località Camerelle a Pozzilli
Alla conferenza stampa parteciperanno:
Dottor Mario Pietracupa, Presidente Fondazione Neuromed
Professor Luigi Frati, Direttore Scientifico I.R.C.C.S. Neuromed
La Notte dei ricercatori Neuromed vede l’alto Patrocinio del Parlamento Europeo; il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, del Ministero della Salute, della Regione Molise, della Provincia di Isernia e del Comune di Pozzilli
Dopo circa 2 anni e mezzo di lavoro e di instancabile pressing nei confronti dell’attuale amministrazione da parte del Meetup di San Giuseppe Vesuviano, oggi in Via Parco Ambrosio al civico 17 il comune ha dato il via ai lavori per rimuovere i rifiuti ed i materiali di risulta presenti all’interno, all’esterno e sul tetto dell’abitazione.
A tale indirizzo, per chi ancora non lo sapesse, abitano una anziana Signora e suo figlio che, molto probabilmente affetti da disposofobia, accumulando da anni oggetti e rifiuti di ogni genere e forma per conservarli in casa, hanno generato una situazione di potenziale pericolosità ed insalubrità per i cittadini ivi residenti. Si risolve quindi una vicenda lunga, lunghissima che ha visto gli attivisti locali in prima linea al fianco dei vessati cittadini del rione Parco Ambrosio. Un successo di costanza, tenacia e convinzione nei propri mezzi che, alla fine, ci ha consentito di risolvere un problema non da poco. Dopo aver interpellato, nel corso di questi 2 anni di profondo impegno, vari enti quali il Comune, l’Ufficio Ambiente, l’ASL, la Polizia Municipale, il Responsabile del Servizio Sociale ed un nostro legale. Dopo aver ottenuto piccoli interventi periodici (interrottisi nel Dicembre 2013), una previsione di spesa ed un’ordinanza sindacale, oggi finalmente il Parco Ambrosio si libera da una zavorra che l’ha tenuto ostaggio del degrado e dell’incuria per molti, troppi anni. Insomma, il nostro impegno, il nostro tempo e il nostro supporto per i residenti del Parco Ambrosio così come per tutti i cittadini di San Giuseppe Vesuviano non cesseranno mai in quanto ci sentiamo e siamo cittadini per i cittadini con i cittadini.
(Fonte foto: rete internet)
Fissati altri tre appuntamenti: 23 e 28 settembre e 2 ottobre. L’azienda vuole rendere variabili una serie di maggiorazioni.
Ieri a Roma, nel primo giorno di trattativa sul costo del lavoro, si è registrata l’intesa per il premio aziendale fisso: non sarà toccato, come invece temevano sindacati e lavoratori. Le parti si rivedranno il 23, il 28 e il 2 ottobre. Tre appuntamenti per trattare su tutte le altre maggiorazioni, quelle relative al lavoro domenicale, festivo e al premio di partecipazione, maggiorazioni che Ikea da fisse vuole rendere variabili. Entro due settimane, dunque, potrebbe profilarsi l’accordo. Ma il condizionale è ancora d’obbligo. La situazione resta complessa. A luglio Ikea ha voluto affibbiare un’espressione inglese a una delle azioni contenute nella sua proposta puntata al contenimento del costo del lavoro in Italia. Una delle ipotesi si chiama ” One Ikea Bonus ” e nelle intenzioni dell’azienda dovrà sostituire l’attuale premio di partecipazione spettante a ogni lavoratore sulla base del contratto integrativo. Il bonus unico, questa la corretta traduzione, dovrà essere calcolato sulla base del raggiungimento di obiettivi legati alla produttività. Non sarà forfettario, quindi, per cui potrebbe subire notevoli flessioni, a seconda dell’andamento degli affari. Flessibile, sempre nella proposta aziendale, doveva essere anche il premio aziendale. O meglio: in parte fisso e in parte variabile. Ma su questo istituto è stato posto il paletto , dei sindacati. Paletto che gli svedesi ieri, a Roma, hanno rispettato. I nodi da sciogliere riguardano però ancora le maggiorazioni domenicali e festive. Per le maggiorazioni domenicali ( attualmente sono pagate con un 70 % in più su ogni ora ordinaria ) gli svedesi, sempre a luglio, hanno avanzato una “scaletta”, che va dal 40 al 70 %, a seconda delle domeniche lavorate. Netto poi il taglio delle maggiorazioni per il lavoro nelle festività, la cui ora viene fino adesso maggiorata del 130 % rispetto a quella ordinaria. Ebbene, in questo caso Ikea aveva chiesto un’altra “scaletta”, che va dal 50 al 70 %. Non è finita. La multinazionale vuole anche abolire le spettanze per le domeniche del periodo natalizio, maggiorate finora del 130 %. Negli ambienti sindacali intanto si registra un cauto ottimismo. ” Circa 60 euro al mese del premio aziendale sono salvi – spiega Emanuele Montemurro, della Uiltucs – premio che resta fisso e che costituisce il quaranta per cento delle maggiorazioni sul salario base. Prossimamente si tratterà su tutte le altre maggiorazioni “. C’è anche un’altra questione, non secondaria. Il contratto Ikea ha come riferimento normativo il contratto di Confcommercio, il cui rinnovo ha consentito un aumento in busta paga di 85 euro al mese. Ma la società scandinava non ha applicato questo adeguamento importante, cosa che peserà sulla trattativa in corso.
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