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Un caffè con…Emanuele Coppola

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Docente, direttore dei beni culturali per il complesso monumentale di Santa Maria del Pozzo a Somma Vesuviana, è stato assessore alla Cultura nella giunta del sindaco Ferdinando Allocca. Il suo primo romanzo è in uscita tra pochi mesi.

 

Compirà 49 anni a novembre, è nato e vissuto a Somma Vesuviana. Ed è ancora lì, testardamente impegnato da almeno un decennio nell’obiettivo di far rinascere il convento di Santa Maria del Pozzo, restaurato – per ora solo in parte – grazie alle sue iniziative. Da assessore è stato molto discusso, appunto per le sue idee originali, come il calendario che vide modella, splendida in verità, un’avvocata sommese «reclutata» in un pub. Difficile stare dietro alle sue molteplici iniziative ma l’ultima, che ancora gli sta dando soddisfazioni e che avrà altri strascichi, è l’idea realizzata di produrre un docufilm sul territorio. C’è e vive, si chiama «Magma». A fine anno dovrebbe uscire il suo primo romanzo, anche se ha già all’attivo pubblicazioni scientifiche e un saggio su Santa Maria del Pozzo. Si chiamerà «Le Cinque Piaghe».

Emanuele, com’è il rapporto con la tua famiglia?
«Bellissimo, forte, intimo, collaborativo, sono il quinto di sei figli e per ora l’unico non ancora sposato, nonché il solo che abbia conseguito una laurea grazie anche alla loro collaborazione, al loro aiuto. Ho tredici nipoti e due pronipoti. Mio padre Carmine, che ora non c’è più, ha lavorato come ausiliario all’Itis Majorana di Somma ma prima aveva fatto molte altre attività, aveva per esempio una grande passione per la campagna e vi trascorreva tutto il tempo libero. Mia madre Anna è originaria di Marigliano, casalinga. Io vivo ancora con lei».

Se ti chiedo un tuo ricordo d’infanzia cos’è che ti viene subito in mente?
«La raccolta delle noccioline in campagna. Ore trascorse in piena libertà e serenità, ci sentivamo tutti utili all’economia familiare con quella raccolta annuale che magari si tramutava poi in denaro contante per pagare qualcosa di pratico, come gli studi».

Non hai mai pensato di restarci, in campagna? Di lavorare la terra, intendo.
«Lo faccio tuttora. Abbiamo un piccolo appezzamento coltivato a frutteto ma vorrei anche un orto personale. Per fortuna, direi: io vivrei di sola frutta, ne divoro anche due chili al giorno».

Che studi hai fatto?
«Sono diplomato all’istituto tecnico, ho conseguito poi il Magistero in Scienze Religiose e un diploma post laurea in Arte e Teologia alla Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale. A dire il vero in un primo momento mi iscrissi a Sociologia, ma poi decisi per questa strada a causa del mio sconfinato amore per l’arte. E sappiamo bene che il 90 per cento del patrimonio artistico è a carattere religioso, ecco perché mi orientai e preferii il percorso naturale».

Mai pensato di entrare in seminario?
«No, mai»

Però hai insegnato religione, vero?
«Per pochi anni, prima al Montessori di Somma Vesuviana e in seguito da supplente in scuole pubbliche, ma ho lasciato, non era quello il fine dei miei studi. Infatti ho colto la possibilità di abilitarmi in altri settori e da quest’anno sono docente di ruolo al «Leonardo Da Vinci» di Napoli. Una soddisfazione, dopo vent’anni di precariato».

Quando invece insegnavi religione, quali erano le domande più frequenti degli alunni?
«La materia la fanno gli insegnanti, bisogna essere capaci di trasmettere e comunicare. Le domande curiose erano tante ma c’era attenzione non tanto a quel che tentavo di trasmettere loro bensì a quanto ci credessi di fatto io stesso. Mi seguivano perché sapevano, capivano, che io credevo sul serio a quel che insegnavo».

Il tuo impegno alla direzione dei beni culturali di Santa Maria del Pozzo è un’attività retribuita o semplicemente una passione?
«È un’attività non retribuita per mia volontà, oltre che una passione. Tutto è iniziato nel 2006 quando, dopo la mia prima pubblicazione, “Santa Maria del Pozzo: storia, architettura, arte, letteratura, miti e leggende”, fui incaricato di preoccuparmi più ampiamente di quella che era la promozione e la tutela del patrimonio conventuale. Non ho mai percepito denaro, una scelta mia».

Come nacque l’idea di quel libro? O meglio l’interesse per il complesso monumentale?
«In quella chiesa ho ricevuto i Sacramenti, lì ho iniziato a fare la catechesi per gli adulti, i corsi di preparazione al matrimonio, me ne sono occupato per diversi anni. Ero lì ogni giorno e vedevo decadere questo complesso meraviglioso e non sapevo cosa fare per impedirlo. Perciò innanzitutto lo raccontai. Il mio impegno si è poi evoluto, ora mi occupo della promozione, della valorizzazione, degli eventuali restauri».

Ecco, a che punto sono i restauri?
«Per iniziare i lavori c’era bisogno di liquidità e il complesso versava in condizioni davvero pietose. Ci inventammo perciò una lotteria, facendoci autorizzare dalla Prefettura di Napoli e mettendo in palio un’automobile. Iniziò così quella che io chiamo la mia “follia”, coadiuvata dall’allora padre guardiano del convento, Rufino Marika, che oggi è provinciale a Cracovia. Abbiamo restaurato la biblioteca, ci siamo riappropriati dei manoscritti del 500 che si trovavano, maldestramente conservati, presso il municipio. E abbiamo allestito un laboratorio di restauro sia per messali, sia per i dipinti murali del chiostro costruendoci intorno un percorso formativo. Vedi, io non mi sono mai limitato a pensare soltanto il restauro dei beni come un fatto a sé stante, ho fatto invece in modo che potesse diventare opportunità di lavoro per tanti giovani laureati nel settore».

Ma tra gli stagisti non c’erano solo laureati.
«Uno stage formativo è destinato anche a chi ha intenzione di intraprendere quella strada o una attinente. Mi sembra evidente che non siano stati gli stagisti a compiere il restauro, hanno però avuto la possibilità di lavorare accanto agli esperti. I dipinti del chiostro sono ormai tutti restaurati anche grazie al contributo della clinica Santa Maria del Pozzo e alla convenzione stipulata con i supermercati Conad: chi nel periodo pasquale ha fatto la spesa lì sapeva che il 15 per cento dell’incasso sarebbe stato donato alla nostra causa. A breve, inoltre, esporremo in una mostra i primi due manoscritti liturgici completamente restaurati».

Certo, restauri a parte nella chiesa superiore, credo che le soddisfazioni più grandi siano arrivate – anche di recente – dal «pozzo», dalla parte sotterranea del complesso, no?
«Assolutamente sì, il primo passo fu farlo riconoscere sito archeologico dall’allora Ministro Sandro Bondi. Una volta ottenuto ciò coinvolgemmo gli studenti dell’Itis Majorana nel progetto “Luci a Santa Maria del Pozzo”. In pratica, volevo una illuminazione che consentisse una maggiore fruizione per i visitatori, feci progettare l’impianto agli studenti che hanno lavorato sul sito, creato un laboratorio non a scuola ma direttamente sul campo. Il loro progetto è poi stato realizzato pari pari da una ditta specializzata. Ovviamente oggi la storia di Santa Maria del Pozzo va riletta alla luce delle nuove scoperte, delle recenti rivelazioni: quel che vediamo, quella che conosciamo, è una chiesa a navata unica. In realtà le navate erano tre, in origine. Si parte dal ‘300, le costruzioni arrivano fino al 1600 e in seguito quella struttura diventa cripta per l’inumazione dei frati e dei nobili di Somma Vesuviana».

Ma il denaro per i restauri, iniziative e raccolte fondi a parte, da dove arriva?
«La maggior parte da un fondo europeo, ad oggi l’unico contributo cospicuo ricevuto se togliamo quelli raccolti dall’associazione che presiedo e che si chiama “Salviamo Santa Maria del Pozzo”, con un conto corrente dedicato. Siamo partiti con tante iniziative e, una volta accesi i riflettori sul sito, gli Enti si sono accodati. In verità mi sono stati accanto tutti, non c’è stato nessuno che si sia tirato indietro. Cominciando dall’amministrazione Allocca fino a quella di Pasquale Piccolo. La Regione ha stanziato un finanziamento di 50mila euro, per la biblioteca, ma finora ne è arrivata la metà. In meno di un decennio, considerando anche il milione e mezzo di euro finanziato dalla Comunità Europea, abbiamo raccolto circa 1 milione e 900 mila euro. Con un altro milione si completerebbe tutta l’opera».

Tu cosa ci guadagni?
«Moltissimo, vale a dire la soddisfazione di veder risorgere una parte importante del nostro territorio. Ho passato gli ultimi anni a denunciare tanti abusi sul territorio, per esempio quando nel corso dei lavori a Castello d’Alagno fu abbattuto un parapetto forato e merlato per sostituirlo con un orrendo muro in cemento. In un settore tanto delicato ci dovrebbero lavorare persone qualificate, non ci si dovrebbe improvvisare. D’altro canto non bisogna essere puntigliosi, in caso contrario ci si troverebbe ad avere solo cattedrali nel deserto. Pensa che in due anni da assessore sono riuscito ad aprire Castello d’Alagno e consegnarlo alla città, anche non contento di tutti i lavori eseguiti. Ad un certo punto però bisogna fare scelte per la collettività, il resto può venire in corso d’opera e si può sempre migliorare».

Ecco, la politica. Cos’è per te?
«Un servizio».

Ti ha appassionato fin da ragazzo?
«A scuola sono stato rappresentante di classe prima, poi d’istituto. Dunque direi che ho cominciato così, la voglia di difendere i diritti dei cittadini, di chi si appresta a compiere un’opera, ha sempre fatto parte di me».

Ti sei mai identificato in un partito?
«Sono lontano dagli estremismi per mia natura, sono un cattolico moderato».

Mai avuto tessere, dunque?
«No».

Nemmeno quella di Alleanza Nazionale?
«Mi sa che hai ragione, l’avevo dimenticato».

La tua prima vera esperienza politica?
«Ho iniziato con la candidatura al consiglio comunale, il mio sindaco era Francesco De Siervo. Avevo trent’anni. Fui tra i primi non eletti ma poi ci fu un fuggi fuggi di consiglieri dimissionari a causa di una questione che riguardava la presunta ineleggibilità dello stesso primo cittadino. Entrai in assise ma tutto iniziò e finì in un mese. Ho un bel ricordo di De Siervo, mi presentai a lui insieme alla mia fidanzata e dissi: “Commendatore, io non mi sono fatto accompagnare da nessuno”. Lui rispose: “Hai fatto bene”».

Che persona era il commendatore De Siervo?
«Una figura molto carismatica, un uomo concreto, molto disponibile. Io andai da lui perché volevo candidarmi, fare quell’esperienza, ma gli dissi anche di non tener conto di me se c’erano altri che potevano servire di più alla causa, che avevano cioè più voti. Ci tenevo vincesse. Ma lui mi volle comunque in lista, quell’unica lista che prese più di diecimila voti, 130 dei quali miei, e che fu il record per quella tornata in Italia».

C’è chi vorrebbe intitolargli piazza Vittorio Emanuele III, tu sei d’accordo?
«Certo, trovo una giusta causa valorizzare il percorso politico e sociale di chi si è speso per oltre trent’anni nel nome della collettività».

Con Il sindaco Allocca invece come andò?
«Avevo intanto continuato le mie attività, le mie passioni. Ferdinando Allocca venne a trovarmi a Santa Maria del Pozzo, io lo conoscevo già perché era stato medico dei miei genitori. Ricordavo alla perfezione la figura di quest’uomo bellissimo, estremamente affascinante. Mi chiese di candidarmi e dopo molte resistenze riuscì a convincermi a farlo, da indipendente in Alleanza Nazionale. Non fui eletto, ma la volta successiva, nella coda del secondo mandato, mi volle come assessore con le deleghe alla Cultura e ai Beni Culturali. In tanti non erano d’accordo, dicevo che avevo già troppa visibilità, che ero già troppo sui giornali, che con il restauro del convento in corso c’era troppa attenzione su di me».

Mi sa che ti scelse anche per questo.
«Forse è vero, ma lo è anche che mi avrebbe voluto con sé fin dal principio. Ad un certo punto arrivò una lettera firmata dal Ministro Bondi che ringraziava me per tutto quel che stavo facendo sul territorio vesuviano. L’ho ancora, non me lo aspettavo questo riconoscimento. Fu una soddisfazione enorme e il sindaco Allocca, dinanzi a questa realtà, convocò una riunione di maggioranza e disse che mentre a Roma mi attribuivano un ruolo istituzionale che di fatto non avevo, a casa nostra c’era chi rifiutava di riconoscermelo. In pratica impose a molti la mia presenza e alla prima riunione di consiglio comunale disse a tutti che a me i galloni di assessore li aveva dati la strada. Ne fui lietissimo».

Come sono stati quei pochi anni da assessore?
«In realtà ho avuto carta bianca. Il grande sindaco Ferdinando mi raccomandava sempre di non avere riguardi per nessuno. Mi diceva: “Fai il tuo lavoro e porta risultati, Somma ha bisogno di essere valorizzata”. In due anni, prima di tutto, ho consegnato Castello d’Alagno finito».

Finito ma non praticabile.
«Ma non è vero. Non praticabile secondo chi? Quando ero io l’assessore l’ho aperto al pubblico, l’ho tenuto aperto per l’American’s Cup, ho permesso alla Pro Loco di accedervi, vi sono state fatte manifestazioni. Pur sapendo che probabilmente tutte le carte non erano in regola – ma solo sulla carta, perdona il gioco di parole – non potevo esimermi dal far sì che la popolazione ne fruisse».

Sì ma tu non sei più assessore e sembra che alcuni collaudi non siano ancora stati eseguiti. Dici che lo hai consegnato alla città. Però è chiuso, non è agibile.
«I documenti sono stati consegnati e c’erano tutti i permessi del caso, dell’Utc e quant’altro. Si dice, è vero, di un collaudo non ancora eseguito ma meraviglia che siamo ancora a questo punto. Fosse per me rifarei tutto come allora: la gente ha diritto di godere di quello spazio».

Cos’altro hai realizzato da assessore?
«Somma Vesuviana è stata riconosciuta Città in quel periodo ma il mio obiettivo era molto più in alto: farla dichiarare Città d’Arte e oggi ci sono tutte le carte in regola perché ciò possa avvenire. Avviammo poi due corsi formativi coinvolgendo 24 studenti del territorio e, per sostenere le spese, usavamo i nostri stipendi, il mio e quello del sindaco, ogni volta che necessitava. Materiali, assicurazioni dei ragazzi, allestimento del laboratorio. Il mio stipendio e spesso anche quello del sindaco, andava via per queste cose, non ne ho mai fatto mistero».

Insomma, non sei retribuito per il tuo impegno a Santa Maria del Pozzo, usavi i soldi degli emolumenti da assessore per sostenere spese vive, mi dici come hai vissuto negli ultimi dieci anni?
«Con il mio stipendio da insegnante precario con incarichi annuali. Mi bastava, non ho mai avuto vizi».

Stai fumando anche adesso, il fumo è un vizio.
«Fumo solo da tre anni, moderatamente».

La dicitura «Somma Città d’Arte», sia pure non ancora ufficiale, la lanciasti se non erro con un calendario molto criticato.
«Criticato perché finalmente si muoveva qualcosa in questa città. Immortalammo le bellezze della nostra città per quel progetto con una corte di popolo che ci seguiva ovunque, che mostrava interesse, che vedeva una novità e ne era entusiasta. Scegliemmo anche una modella, l’avvocato Maria Vittoria Di Palma, una bellissima donna».

La vedesti in un pub e decidesti che volevi lei, così raccontasti all’epoca.
«Vero, ma chiesi alla proprietaria del locale in cui eravamo di comunicarle che ero sì interessato a lei, ma come testimonial della città, non volevo pensasse male. Capì le buone intenzioni e accettò, era una donna adulta e non una ragazzina, aveva il giusto atteggiamento per affrontare tutte le polemiche che presagivo già si sarebbero scatenate. Così fu, infatti. Ma la verità è che quando mi occupavo soltanto di beni culturali ero considerato “bello, bravo e buono” da tutti, un’eccellenza. Dal momento in cui divenni assessore e facevo le stesse cose di prima, ogni mio movimento diventava motivo di polemica. Oggi sono tornato “bello, bravo e buono”. Purtroppo è il prezzo da pagare quando si accetta di rivestire una carica pubblica».

Somma Vesuviana è piena di ricchezze, culturali, architettoniche, archeologiche come la Villa di Augusto. Tu ritieni che di questi tesori debba occuparsene solo il pubblico o sei favorevole al coinvolgimento di privati?
«Se il pubblico, gli enti, le amministrazioni, non sono capaci di far fruttare tali ricchezze e farle diventare volani di opportunità è bene che le gestiscano i privati. Ma la proprietà deve sempre e comunque restare pubblica».

Ti ritieni soddisfatto della tua esperienza da assessore?
«Tantissimo, la mia esperienza era legata al sindaco, un uomo che aveva grande stima di me – reciproca ovviamente –e che mai una sola volta si è trovato in disaccordo con quello che era il mio operato. Mi mancano tanto i suoi sms: mi scriveva “bravo, sono orgoglioso, sono fiero di te, continua così, non guardare in faccia a nessuno”. Mi manca lui, Ferdinando».

Che sindaco è stato?
«Umano. Un sindaco che sapeva ascoltare e non ostentava».

Facendo un po’ di conti, la tua attività di operatore culturale si è snodata nel periodo di tempo che ha visto al governo della città tre sindaci: D’Avino, Allocca e Piccolo. Mi dici un’impressione tua per ciascuno di loro?
«Non ho vissuto molto il periodo del sindaco D’Avino, non posso dirti nulla. Con Allocca, ripeto, il rapporto era intimo oltre che professionale, era quasi un padre putativo per me. L’attuale primo cittadino, Pasquale Piccolo, è una persona per bene, che ho sostenuto ed è estremamente sensibile alle cause comuni. Ha coperto con il suo stipendio da sindaco l’ultima spesa per il materiale necessario al restauro dei manoscritti del ‘500. Sappiamo tutti che ha rinunciato agli emolumenti ma vorrei far notare che, di fatto, nemmeno Ferdinando Allocca ne ha mai veramente usufruito per sé».

A sentirti, sembra che Somma Vesuviana debba essere contenta delle sue amministrazioni, sempre. Almeno da dieci anni a questa parte. Dici che è così?
«In realtà lo penso anche delle precedenti amministrazioni. Sono contento se c’è un governo, meno quando arriva un commissario. Il territorio deve essere amministrato dai suoi cittadini. Certo, è innegabile che in alcuni ruoli avrei preferito persone più competenti e magari più sensibili, spesso».

Ma da amministratore una delusione l’hai avuta? Qualcosa che avresti voluto realizzare e non ti è stato permesso?
«Sì, ma è solo questione di tempi. Il mio obiettivo più grande si concretizzerà probabilmente in tempi relativamente brevi: portare a Somma Vesuviana una facoltà universitaria di Beni Culturali. Non mi è stato possibile farlo da assessore ma ho continuato a perseguire il progetto e ci riuscirò. Sto trattando con l’Accademia di Belle Arti di Agrigento, c’è stato anche un contatto con Cracovia. Avere qui una facoltà europea, che possa prendere piede con il patrimonio che abbiamo a disposizione e che consentirebbe agli studenti di fare pratica sul campo è un mio desiderio da tempo».

Assessore per circa due anni. Ma nel mandato successivo il sindaco Allocca non ti riconfermò.
«Doveva mantenere determinati equilibri, io lo sapevo e non gli ho mai fatto alcuna pressione. Sapevo che fosse stato per lui, che mi chiamava il suo “fiore all’occhiello”, non ci sarebbe stato alcun problema. Gli ho riconfermato il mio affetto e la mia disponibilità sempre, a prescindere da ruoli e nomine».

Emanuele, di cosa ha bisogno Somma Vesuviana, più di tutto?
«Di volani che le consentano di ritornare ai fasti di un tempo. Questa città ha visto passare angioini, aragonesi, romani, longobardi, svevi, tutte le case reali. Potrebbe vivere di cultura, di turismo. Ha bisogno che i suoi monumenti, le sue ricchezze – come lo stesso Castello d’Alagno – siano fruibili, aperti ai turisti che accorrerebbero per visitarle e si fermerebbero qui con benefici per le attività commerciali, per i ristoratori. Somma Vesuviana potrebbe davvero, con pochi ma mirati sforzi, diventare Città d’Arte e rientrare in quel percorso turistico che già abbraccia Pompei, Ercolano e altre zone del vesuviano».

Rifaresti l’esperienza da assessore?
«Se la città mi chiamasse avrei il dovere di rispondere. Se la città avesse bisogno delle mie capacità, delle mie competenze, della mia caparbietà, non potrei esimermi. Certo, conditio sine qua non sarebbe avere le giuste garanzie da parte di un’amministrazione forte e capace di sostenermi in quelle lucide follie che alla fine fanno la differenza».

Ogni città ha le sue peculiari caratteristiche. Come le hanno i suoi abitanti. Come sono i sommesi?
«Meravigliosi, generosi. Se parliamo di coloro che fanno politica è diverso, spesso li ho trovati troppo competitivi, presuntuosi e, passami il termine, non di rado ignoranti».

Anche tu sei stato in politica…
«Io sono anomalo, sono uno che lavora 24 ore al giorno senza prendere un euro e che quando è stato necessario lo ha fatto anche di sabato e domenica, senza un lamento, per amore di Somma».

C’è qualche personalità sommese che, a tuo parere, non è adeguatamente valorizzata?
«Sì, Ciro Raia. Una persona che stimo molto e al quale spesso faccio riferimento. Il mio primo atto da assessore fu organizzare corsi di formazione per vigili urbani perché un turista che arriva a Somma deve poter chiedere alla prima persona che avvicina, nella maggior parte dei casi proprio un rappresentante della polizia locale, spiegazioni e informazioni sulle nostre bellezze artistiche. E chiesi proprio al professore Raia, insieme allo storico Mimmo Russo, di tenere quel corso».

È stato candidato, ti sarebbe piaciuto come sindaco?
«Sarebbe stato un buon amministratore per Somma Vesuviana».

Hai una pubblicazione scientifica su Santa Maria del Pozzo all’attivo, altre su riviste di settore. Ma già parecchi mesi fa mi parlasti di un romanzo, è finito?
«Dopo quattro anni di lavoro, sì, è finito. È un romanzo storico e se tutto va come deve sarà disponibile a dicembre. Il titolo sarà “Le Cinque piaghe”».

Come mai hai deciso di cimentarti in un romanzo, sia pure storico?
«Perché nei percorsi scientifici mi sono ritrovato tra le mani una mole enorme di materiale che definirei tra il vero e il verosimile. In una pubblicazione scientifica non avrei potuto azzardare delle ipotesi ma in un romanzo sì, puoi consentirti tutto quel che vuoi. Sarà arricchito da illustrazioni e documenti».

Non ti chiederò troppe anticipazioni, però mi accenni almeno la trama?
«Le cinque piaghe rappresentano l’iconografia classica delle ferite di Cristo sulla croce. Iconografia che uno si aspetta di trovare in luoghi religiosi, invece ho scoperto che nel territorio vesuviano c’è anche in luoghi che con la religione hanno poco o nulla a che fare. Il protagonista, incuriosito da ciò, va alla ricerca di risposte e inizia un viaggio, un percorso, che cambierà la sua vita. Un po’ biografico, come tutti i romanzi, c’è l’amore, la vita, c’è tutto. I personaggi sono presi dalla vita reale, ispirati a persone che conosco nella realtà, tant’è che tutte le iniziali dei nomi le ho conservate. Un lettore attento potrebbe anche identificarne uno o più. Sono in trattative con una casa editrice, se non si dovessero trovare accordi, pubblicherò con “Coppolata”, perché mi sono inventato anche editore, oltre che produttore».

Già, perché hai ideato e prodotto anche un film.
«Magma, certo. Il fuoco, la passione, il desiderio ardente, il filo che unisce tutto il vesuviano. Nato dall’obiettivo di condividere con una platea più ampia le bellezze artistiche del nostro territorio. Questo era il progetto iniziale tant’è che il titolo Magma è arrivato dopo, da un’idea di Angelo Parisi che ne ha curato le coreografie e la direzione artistica, affiancandomi insieme ad altre eccellenze come Fabio Fiorillo e Roberta D’Amore, con moltissimi amici ancora. Avevo bisogno di aiuto, di sostegno, e l’ho trovato, non era semplice imbarcarsi in un’impresa simile. Prima di tutto bisognava scegliere il regista e Carlo Luglio è stato fantastico, avevo visto il suo documentario su Napoli, “Radici”, ne ero stato incuriosito e ho voluto conoscerlo. Siamo stati insieme giorni interi, l’ho fatto innamorare di Somma Vesuviana e nel film si vede, chiaramente. Ma ad un certo punto ci siamo resi conto che il patrimonio artistico era importante, sì, ma la ricchezza più grande erano gli anziani, il loro vissuto, tutti coloro che hanno dato tanto alla nostra città senza mai ricevere nulla in cambio. E questo patrimonio lo stavamo perdendo sul serio, tant’è che durante le riprese è morto Zì Riccardo, un’istituzione, come tutti gli altri che hanno tenuto viva e accesa la fiamma di Somma Vesuviana, la nostra tradizione, il magma che ci rende unici. Abbiamo fatto una scelta e dedicato a loro, a tutti loro, il nostro film. Ma dal mese prossimo tutto il materiale, le riprese che celebrano i nostri monumenti, i beni culturali, sarà in una serie di mini documentari. Si partirà da Santa Maria del Pozzo».

Quanto è costato Magma e dove arriverà secondo te?
«Ventimila euro e un anno e mezzo di lavoro. Finanziato tutto con fondi privati e in parte con i miei risparmi. Devo dire grazie a tutti coloro che mi sono stati accanto, agli imprenditori di Somma e anche al sindaco Piccolo che era solo un consigliere comunale quando si è messo a disposizione dandoci una mano. Il regista Carlo Luglio è stato ospitato per tutto il tempo delle riprese in una dependance di casa Piccolo. Dove arriverà il film non so, spero lontano. Per ora abbiamo scelto di dare la priorità delle proiezioni al teatro Summarte, vi è stato per circa due mesi e i cittadini sono andati a vederlo. Da quest’anno sarà proiettato nelle scuole di tutto il vesuviano. Perché Magma non è un prodotto locale ma oserei dire quasi universale. L’abbiamo mandato a tutti i Festival, in concorso e fuori, in Italia e all’estero. La prima proiezione sarà il 20 settembre prossimo a Roma, alle ore 20, nel cinema Farnese di Campo dei Fiori per la rassegna “Venezia a Roma”».

Magma inteso come desiderio ardente, fuoco, hai detto. Amore, passione. Sei innamorato tu?
«Moltissimo e da tanti anni. Ho una fidanzata storica, Giusy, che spero presto diventerà mia moglie. Ci siamo conosciuti quando insegnavo religione all’istituto Montessori. Ero il suo insegnante, poi ci siamo nuovamente incontrati dopo quattro anni, siamo insieme ormai da diciotto. In realtà, sai, lei è più esperta di me nel settore artistico, è laureata in Conservazione dei Beni Culturali ma difficilmente vuol comparire. Mi sostiene, mi sta accanto».

Dopo diciotto anni mi sembra l’ora di sposarla, no?
«A breve. Vorremmo sposarci a Santa Maria del Pozzo e tenere lì anche il ricevimento, a coronamento di un percorso. Dunque ne avrete notizia non appena sarà consegnato il chiostro».

Sarà un evento per Somma Vesuviana.
«Sarà un evento per me».

Da cattolico, hai ammirazione verso Papa Francesco?
«Certo, è un Papa lontano da determinate logiche, è vicino alla gente con l’istinto di un padre. Ad oggi nessuno ha motivo per dubitare della sua bontà, onestà, generosità e semplicità. Però il pontefice che sento più vicino a me resta papa Giovanni Paolo II, mio punto di riferimento, devo forse a lui parecchio della mia caparbietà e del mio coraggio, punti di forza del percorso religioso compiuto».

Sei praticante, osservante, ligio a tutte le regole della Chiesa?
«Non proprio a tutte. In realtà come tutti i cattolici faccio sacrifici per essere un buon osservante. Ma tento di servire la Chiesa anche attraverso le mie attività di volontariato. Per me dare opportunità ai giovani è un dovere di cattolico, come lo è tutelare il patrimonio artistico».

Man mano la Chiesa si adegua alle mentalità moderne, anche se direi con tempi elefantiaci. Tu cosa ne pensi, per esempio, del matrimonio tra due persone dello stesso sesso?
«Ritengo che un rapporto debba essere esclusivo e duraturo nel tempo, in linea con il magistero della Chiesa. Ciò si identifica in un matrimonio tra un uomo e una donna. Non condanno altre scelte, ma il matrimonio religioso è un sacramento e come tale va rispettato. Nulla quaestio sui matrimoni civili, anche tra omosessuali, che secondo me sarebbero una giusta scelta. Anche per le adozioni nessun problema, perché ciò che fa la differenza è l’amore che due persone, due genitori, di qualunque sesso essi siano, trasmettono ai figli, siano adottati o naturali. L’amore è asessuato, un figlio amato, accudito e rispettato non si creerà mai il problema di avere due genitori sposati o meno, di sesso diverso o uguale. Io la penso così».

L’aborto?
«L’aborto è un crimine. Non ci sono giustificazioni che tengano. C’è comprensione, rispetto, perdono. Ma l’aborto non è mai un evento personale bensì sociale. Per ogni donna che fa questa scelta siamo sempre tutti un po’ responsabili».

L’eutanasia?
«Un diritto dell’essere umano».

A me non sembri mica tanto in linea con il magistero della Chiesa, riflessione sull’aborto a parte…
«Io credo invece che Papa Francesco ci stupirà. Scegliere di negare la sofferenza, di non volerla accettare, ribadisco, è un diritto dell’uomo. Non siamo tutti così forti, così disposti, laddove fallisca la scienza, ad affidarci alla fede».

C’è qualcosa nella religione cattolica che ti crea perplessità, un dogma che proprio non condividi?
«Attraverso la mia esperienza di fede riesco ad accoglierli quasi tutti».

Immagino tu voglia avere dei figli.

«Certo».

Ipotizziamo allora che una tua figliola ti si presenti un giorno a casa con un fidanzato musulmano, che dici?
«Mia figlia disporrà di tutte le informazioni possibili e immaginabili e se farà una scelta del genere sarà con cognizione di causa, quindi la accetterò. Poi credo che sarebbe un arricchimento familiare».

Cosa fai nel tempo libero, se ne hai?
«Poco, ma in realtà approfondisco i miei studi, leggo tantissimo, mi informo. Tento di migliorare la mia azione e sto già preparando i testi per la serie di documentari che partiranno di qui a un mese. Il tempo libero va tutto nelle mie passioni».

L’amicizia. Cosa vuol dire per te questa parola?
«L’amicizia è un amore sociale. C’è l’amore che ci rende devoti, fedeli ed esclusivi per un compagno o una compagna e c’è l’amore che possiamo regalare ad altri. Nella mia vita io non ho mai perso un amico».

Sei fortunato.
«No, sono un amico».

Il libro più bello che hai letto?
«Negli ultimi anni ho letto tutti i libri di Dan Brown, da “Il Codice Da Vinci” all’ultimo, “Inferno”. Li ho trovati molto belli e mi è piaciuto approfondire il genere che lui ha creato. Il mio romanzo, Le Cinque Piaghe, ne è in qualche modo condizionato».

Ti auguro che abbia il successo che speri. Ma se così fosse e se, per ipotesi, si dovesse farne un film chi ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?
«Mi piacerebbe un attore giovane, emergente e italiano, penso che il ruolo si addica molto bene a Luca Argentero».

La protagonista femminile, invece?
«Anna Coppola, attrice italiana bella e brava».

Qual è l’opera d’arte che ti emoziona più di ogni altra?
«Quelle che io stesso ho scoperto».

Usciamo per un momento da Somma Vesuviana, dai.
«Andiamo a Roma, allora. L’opera d’arte che più di tutte mi ha emozionato è “L’estasi di Santa Teresa”, scultura del Bernini esposta nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Santa Teresa trafitta dal dardo, dalla rappresentazione massima della fede che è allo stesso tempo amore e sofferenza».

E per te qual è stata la sofferenza più grande?
«La morte di mio padre, nel 2004».

Il momento più bello della tua vita?
«Il mio primo trenta e lode, dopo ve ne sono stati parecchi altri».

Che momento bello prosaico, ti facevo più romantico. Che fidanzato sei e qual è la cosa più romantica che tu abbia fatto per Giusy?
«L’ho immortalata nella protagonista del mio romanzo, Giuditta Galdi che conoscerete in Le Cinque Piaghe, è lei, proprio lei. Sono un fidanzato devoto».

Come le chiederai di sposarti?
«Ma l’ho già fatto. Mi sono inginocchiato nel chiostro di Santa Maria del Pozzo davanti a lei e le ho messo al dito un anello. Lei ha pianto e mi ha risposto di sì».

Ma auguri! Ritiro tutto, sei romantico. Parliamo d’altro. Al cinema ci vai?
«Tutte le settimane. L’ultimo film che ho visto è “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone».

E quello più bello?
«Youth – La Giovinezza, di Paolo Sorrentino. Un film è bello quando ti viene istintivamente da applaudire alla fine e io ho applaudito. Mi ha arricchito, mi ha fatto pensare».

C’è qualcosa che vuoi assolutamente fare nella tua vita?
«Volevo diventare direttore di un museo italiano. Ho presentato la domanda e partecipato a un concorso pubblico».

Ma hanno preso un po’ di stranieri

«Esattamente».

Beh, i musei restano. Renzi magari no.
«Ma no, in fondo Renzi mi piace. Testardo, carismatico».

Hai detto all’inizio che odi gli estremismi in politica, ma ti consideri di centrodestra o no?
«Sì, in realtà».

Chi è secondo te il leader politico più carismatico che l’Italia abbia avuto?
«Ecco, ora ti sembrerà strana la risposta. Io ho infinita stima, rispetto e considerazione per Fausto Bertinotti, persona di grande cultura, grazia ed eleganza, un uomo politico capace di disquisire su qualunque argomento».

Condivido la valutazione su Bertinotti, ma secondo me tu avresti bisogno di rivedere il tuo concetto di «centrodestra». Un personaggio storico, invece, che ti affascina?
«Alla fine io sono un moderato, centrodestra o centrosinistra ad oggi cambia poco. Il personaggio storico che esercita su di me grande fascino è Ciro il Grande, imperatore persiano, un uomo capace di vincere senza fare la guerra».

Quali caratteristiche deve avere una donna per divenire affascinante ai tuoi occhi?
«Non deve essere eccentrica, non deve ostentare, deve essere semplice, fine. Possedere quel pizzico di pudore che intriga. Ma anche un bel sedere non guasta».

Cosa hai pensato quando hai visto per la prima volta la tua fidanzata?
«La prima volta proprio nulla, era una mia alunna dunque la consideravo tale, come tutte. Lei manifestava interesse a dire il vero, ma erano in tante a farlo».

In tante? Sei stato molto corteggiato?
«Premettendo che sono un uomo fedele e lo sono stato sempre, devo dire di sì. Ma forse destava interesse più l’aspetto intellettuale e culturale più che quello fisico, direi accettabile».

Quand’è che un uomo è affascinante?
«Quando è intelligente».

Fammi un esempio.
«Vittorio Sgarbi».

Bell’esempio.  Sei mai stato attratto da un uomo?
«No».

E un uomo da te?
«Mi è capitato».

Ti ha dato fastidio?
«No, per nulla».

Mi parli del tuo rapporto con il denaro?
«A vederlo, il denaro. Sono sempre senza soldi, spendo tutto per le mie passioni. In ogni caso non me ne faccio un problema».

Se avessi a disposizione un’enorme somma?
«Metterei su un’attività per consentire a più giovani possibile di avere un lavoro».

E per te cosa compreresti?
«Una casa al mare, in costiera o nelle isole del golfo. Sono i luoghi più belli del mondo».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Mi è rimasto nel cuore il lago di Bolsena in provincia di Viterbo. Orvieto. E poi la Svizzera, sono rimasto incantato dall’ordine, dai fiori in ogni angolo, dalla cura e dalla massima attenzione profusa per il bello».

In viaggio di nozze dove vorresti andare?
«A New York, ho visto la città in tanti film, vorrei vederla, viverla».

Sei mondano?
«Non molto, ma se mi invitano ho piacere».

Se fossi un animale?
«Sarei un Astore».

Cosa?
«È un rapace, assomiglia un po’ al falco pellegrino».

Mi mancava. Perché?
«Vorrei poter volare, sorvolare, guardare il mondo dall’alto».

Sì, scusa se insisto. Lo fa anche un’aquila o un pellicano. Perché proprio l’astore?
«Perché è intelligentissimo, autonomo, indipendente, fiero, non addomesticabile».

Tu non sei addomesticabile?
«No».

Nemmeno da Giusy?
«Solo da lei, in effetti».

Di recente ho letto un libro, si chiama “Il dizionario emotivo della lingua italiana”. L’autore chiede a tanti scrittori e giornalisti di scegliere una parola del vocabolario, una sola, che abbia per loro un significato particolare, che sentano come la più “bella”. Mi dici la tua?
«Passione».

Musica ne ascolti? La canzone che ami di più?
«Ne ascolto spesso. La canzone che prediligo è “Hallelujah” di Rufus Wainwright, l’ha interpretata rendendola accessibile a tutti, anche ai non credenti».

C’ è qualcosa di cui ti vergogni o di cui ti sei pentito?
«Pentito di nulla. Mi vergogno quando leggo dei tanti suicidi di giovani, anche del nostro territorio. Mi sento responsabile perché penso che avrei potuto fare qualcosa per impedirlo».

Cosa è la felicità?
«Accontentarsi, non conoscere le frustrazioni. Io mi accontento, sono felice anche di stare a casa, in solitudine, a progettare tutto ciò che voglio realizzare».

Di cosa hai paura?
«Temo solo l’ignoranza e la presunzione».

C’è un proverbio che ti rappresenta?
«Chi fa qualche volta sbaglia, chi non fa sbaglia sempre».

Definisciti con un solo aggettivo.
«Curioso».

Un pregio e un difetto?
«Sono intuitivo, ed è un pregio. Sono caparbio e spesso è un difetto».

Hai mai commesso un reato, fatto qualcosa che violasse una legge?
«Da ragazzo ho guidato senza patente. Da adulto non ho pagato qualche multa».

Stai tranquillo, Equitalia ti trova sempre. Se invece potessi cambiare una legge o introdurne una ex novo nel nostro ordinamento?
«Mi piacerebbe che tutti, proprio tutti, possano avere dallo Stato quel minimo di sostentamento, laddove ne abbiano bisogno, che consenta a ciascuno di non perdere mai la propria dignità».

Dei sette peccati capitali, scegline uno cui non potresti rinunciare.
«La gola, di sicuro. Sono anche un ottimo cuoco. Le mie linguine allo scoglio farebbero capitolare chiunque».

Come pensi sarai tra vent’anni?
«Mi vedo padre e con un lavoro diverso da quel che faccio ora, non perché non ami insegnare, ma vivere scrivendo sarebbe il mio più grande desiderio».

Tre cose che porteresti con te su un’isola deserta se ci dovessi vivere da solo un bel po’ di tempo?
«Carta, penna, un costume da bagno».

Per finire, tornerei alla politica, quella locale. Se potessi dare un consiglio al prossimo assessore alla Cultura di Somma Vesuviana, anche un semplice e modesto suggerimento, cosa le o gli diresti?
«Che prima di tutto deve conoscere il territorio, deve rapportarsi con chi fa cultura a Somma Vesuviana. Perché chi non lo fa dimostra presunzione, che è figlia dell’ignoranza. E l’ignoranza crea solo dei mostri che non saranno ricordati in alcun modo, né nel bene, né nel male. Tutto qui».

 

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