Somma Vesuviana. La Barone rientra: la maggioranza resiste

Dure le repliche di cittadini e opposizione sulla piazza virtuale. “La città cambia” parla di “mercato delle vacche”,  per il Pd si è “ai limiti della legalità”. Intanto domani, 3 marzo, il sindaco Piccolo dovrà gestire la mozione di sfiducia presentata dall’opposizione a firma di 12 consiglieri all’indomani dell’affidamento diretto ai servizi cimiteriali. La crisi politica, l’ennesima che nell’arco di due anni si è aperta all’interno dell’amministrazione Piccolo, sembra risolta. La consigliera Preziosa Barone del gruppo consiliare “Noi sud”, che  qualche giorno fa aveva intenzione di passare all’opposizione, ci ha ripensato ed è rientrata in maggioranza. L’equilibrio  si sarebbe ristabilito grazie  anche  alle dimissioni del vicesindaco Gaetano Di Matteo che,  con il suo passo indietro, avrebbe lasciato spazio  e   possibilità alla consigliera di avere un suo assessore. Le deleghe dell’ex assessore Di Matteo potrebbero essere affidate a Mariano Allocca, già consigliere  di maggioranza durante l’amministrazione Allocca. la delega di vicesindaco, invece,  dovrebbe essere affidata all’assessore Clelia D’Avino. Comunque sia, il “rientro” della consigliera Barone ha  scatenato immediatamente la polemica sul web dei cittadini, ma in particolare dei leader  dell’opposizione, uno tra tutti il Pd, che fa appello a tutte le forze politiche  affinché “si adoperino per ripristinare la legalità”. Vittorio De Filippo, capogruppo di Fratelli d’Italia passato da poco all’opposizione, in un post esprime la sua profonda delusione sulle strategie politiche della maggioranza Piccolo e invoca invece uno scatto di dignità per il bene della città. Dura anche la replica del gruppo politico “La Città Cambia”: “Quello che sta accadendo a Palazzo Torino è uno spettacolo indecoroso: ricatti, minacce, dimissioni, trasformismo. L’amministrazione Piccolo ha oltremodo superato il limite della decenza.  E’ in atto un vero e proprio mercato delle vacche sotto gli occhi inermi della cittadinanza dimenticata e abbandonata dal governo cittadino. Invitiamo il sindaco a compiere l’unico atto dignitoso possibile, dimettersi”. Mentre sulla piazza virtuale alcuni chiedono le dimissioni del sindaco, voci di corridoio, che al momento non hanno trovato alcuna conferma, parlano  di  imminenti trasferimenti  di alcuni dirigenti in altre aree. Questo per rispondere alla richiesta insistente di alcuni consiglieri sulla rotazione dirigenziale. Se così fosse,  a Palazzo Torino ci sarebbero ulteriori colpi di scena. Intanto domani, 3 marzo, il sindaco Piccolo dovrà  affrontare la mozione di sfiducia  firmata di 12 consiglieri di opposizione  all’indomani dell’affidamento diretto dei servizi cimiteriali.  

Somma Vesuviana. Politica, Francesca Allocca: “Non c’è arte nel ricatto”

Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sul senso della politica di Francesca Allocca, figlia del compianto sindaco Ferdinando Allocca.   NON c’è arte nel RICATTO Prima di fare questa dichiarazione mi sono chiesta quale e’ il reale significato della parola politica. Ebbene l’ho cercato ed ho trovato queste quattro accezioni:  
  • Arte e Scienza del governo e della amministrazione;
  • Insieme di decisioni e provvedimenti con cui i governanti amministrano nei vari settori e secondo diverse ideologie;
  • Attivita’ di chi partecipa attivamente alla vita pubblica;
  • Accortezza, cautela, diplomazia nell’agire e nel parlare.
  Detto questo esprimo il mio pensiero alla luce del punto 3. Cioè, se è vero che la politica è la “Attivita’ di chi partecipa attivamente alla vita pubblica”,  io da libera cittadina ho il diritto di partecipare (e forse anche il dovere) esprimendo la mia opinione. Tutti sanno che ho dato il mio contributo alla elezione della consigliera P. Barone, ma oggi devo dissociarmi dalle sue scelte, perche’ ella , col suo fare, non rappresenta la lista cuore, dunque non mi rappresenta. Tutti sanno che ho creduto, credo e crederò sempre nella lista cuore come luogo ideale di raccolta per quanti vogliano condividere un progetto di gruppo che sia prima umano, quindi sociale, poi politico, Intendendo la politica come definita si  punto 1 e 2: arte e scienza di amministrare, di prendere  decisioni e provvedimenti  secondo  ideologie. Sono una modesta cittadina, ma poiche’ sono mamma (e quindi guardo al futuro), poiche’ sono donna (e forse per questo dotata di una spiccata sensibilità), perche’ faccio il medico (e dunque perseguo sempre l’obiettivo “Salute”) sento il dovere di dire che non c’è Arte nel ricatto.   Non c’è Scienza nel paralizzare la citta’ in attesa del proprio utile. Non c’è Ideologia nelle logiche di spartizione dei poteri. Alla luce della  quarta accezione del significato della parola politica  (“Accortezza, cautela, diplomazia nell’agire e nel parlare”) concludo ricordando alla consigliare P. Barone ed a chi adesso la sostiene e male la consiglia in questa vicenda, che le relazioni interpersonali e gli affetti non entrano in discussione rispetto a quanto ho detto. La politica esula da tutto cio’. Ho solo espresso quello che, a mio avviso, dovrebbe essere il modo di intendere, sentire e fare la politica. La Politica  deve essere : “Arte e Scienza”. La politica deve essere sostenuta da una forte imapalcatura di “Ideologie”. La politica deve essere praticata da Chi antepone l’etica a l’utile, l’interesse collettivo a quello personale.     Cordiali Saluti Filomena Francesca Allocca

Uici Sant’Anastasia, gran successo per il Campionato Nazionale Serie B di Torball

Nei mesi a cavallo tra il 2015/2016, si è svolto il Campionato Nazionale Italiano di Serie B di Torball, ufficialmente terminato domenica 28 febbraio 2016. Il Campionato si è articolato come di seguito: Prima giornata, Cercola Seconda giornata, Ascoli Piceno Terza ed ultima giornata, Frosinone, durante le quali si sono disputate le competizioni di circa dieci squadre provenienti da tutta Italia, tra cui la determinante partecipazione del Gruppo Sportivo A.S.D. Real Vesuviana che ha primeggiato, insieme alle squadre Frosinone e Picena, conquistando la Serie A. L’indiscussa promozione in Serie A del Real Vesuviana, è stata scolpita a chiari lettere, vincendo ben sedici partite su diciotto, tra cui una pareggiata e soltanto una persa; tale risultato è stato reso solamente grazie a competenze di altissimo livello che gli atleti Real Vesuviana hanno sfoderato, lasciando il pubblico emozionato e soddisfatto. Ma forse, è giunto il momento di parlare un po’ di più di questo Gruppo Sportivo che, per diversi anni, ha lavorato ed operato in sordina, formando atleti che oggi, a pieno titolo, possiamo definire Campioni. Dunque, di cosa si occupa questo Gruppo Sportivo che detiene il primato Nazionale nella disciplina del Torball? E chi sono i suoi recordmen? Il Gruppo nasce nel 2009, fautore dello sport per disabili visivi, ha dedicato, in questi anni, il suo impegno a tre discipline  rivolte ai minorati della vista: Torball, Goalball, Showdown, Calcio a cinque, con l’intento di sostenere lo Sport, non solo come momento di integrazione ma soprattutto come “Riabilitazione alla Vita”. Il Real Vesuviana si fa portavoce di idee rivolte a portare alla ribalta lo sport per disabili,  affermando che, l’attività fisica diventa ancor più importante per i portatori di handicap, non solo per gli evidenti benefici che lo sport ha per il corpo ma soprattutto perché aiuta a non cadere nel terribile circolo della depressione. Oltre a rappresentare un vero e proprio impegno nello sfidare i propri limiti, incoraggiare una persona diversamente abile ad impegnarsi nello sport, lo aiuta anche a superare la paura che ha nell’affrontare i pregiudizi, evitando cosi il suo conseguente isolamento, aiutandolo al contrario, ad allargare la propria cerchia di amici, con benefici enormi sia dal punto di vista psicologico che dello sviluppo cognitivo-motorio, che dell’autonomia personale. Il Gruppo Real Vesuviana, vuole veicolare un ulteriore messaggio, cioè che i limiti del corpo non sempre corrispondono ai limiti dell’animo né tantomeno della volontà, e lo insegnano bene i fuoriclasse del Gruppo, che invece di lasciarsi vincere dal proprio limite fisico, si sono impegnati per vincere la competizione e brillare nella propria professione. Gli Atleti di Torball del Real Vesuviana, campioni di Serie A sono: Pasquale Borrelli, Gianfranco Ruggiero, Gaetano Orefice, Enrico Mosca, Giuseppe Fornaro, Gabriele Fornaro, Mario Zungri, che, con l’impegno profuso in questi anni, con la Grinta, la Tenacia, la Perseveranza, l’Amicizia, la Solidarietà, la Professionalità e Competenza raggiunte con duro lavoro e sacrifici, con la loro vittoria, si sono fatti portatori di tutti questi Valori. Il Gruppo Real Vesuviana è attivo nel sociale con progetti di inclusione, realizzati soprattutto nelle Scuole, promuovendo l’attività motoria-sportiva come opportunità formativa privilegiata nel percorso di sviluppo degli alunni disabili visivi. Lo Sport come fattore di inclusione è riconosciuto come strumento eccellente per l’integrazione dei disabili e rappresenta un elemento fondamentale sul piano emotivo  e sociale… un ambiente multidimensionale, dinamico, ludico, adatto ad intensificare la coscienza di sé e del proprio corpo; è uno strumento educativo e formativo che serve, altresi, a migliorare la relazione con il mondo e con se stessi. Detto tutto ciò e ribadendo che lo sport è lo strumento più efficace per l’integrazione sociale dei portatori di handicap, dovrebbe essere promosso e sostenuto in maggior misura; per tale ragione si chiede il sostegno di commercianti, aziende, affinchè il progetto di inclusione dei minorati della vista possa prendere sempre più forma. Si ringrazia con particolare affetto e stima, Michele Piccolo, titolare dei Supermercati Piccolo, che da sempre ha sostenuto il Gruppo Real Vesuviana. Si ringrazia ancora, l’allenatore della squadra di Torball, Antonio Maione, e i volontari sempre presenti ed efficienti. Adesso, l’obbiettivo del Real Vesuviana è mantenere il primato raggiunto! Sicuri dell’affiatamento che da sempre li contraddistingue, nonché delle capacità tecniche e professionali affinate e potenziate in questi anni, sono  certi che, il risultato ottenuto, non sarà loro facilmente destituito.

“Storia del movimento antiracket 1990 – 2015” a Ponticelli

Giovedì 3 marzo alle ore 16.00, presso la Cappella della Basilica Santuario di S. Maria della Neve di Ponticelli (via . V. Aprea, 2), sarà presentato il quarto volume della collana “Arcipelago, Mafie – Economia – Impresa” dal titolo ‘Storia del movimento Antiracket 1990-2015’  di Filippo Conticello con prefazione del commissario straordinario antiracket Santi Giuffrè. La Collana Arcipelago, edita da Rubbettino, è stata curata da Tano Grasso e realizzata nell’ambito del Pon Sicurezza. L’iniziativa è promossa dalla FAI – Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura – e dall’Associazione FAI Antiracket di Ponticelli. Dopo i saluti del coordinatore regionale FAI Antiracket Campania Rosario D’Angelo e del presidente dell’associazione FAI Antiracket Ponticelli Gelsomina Esposito,  interverranno Alessandra Clemente Assessore ai Giovani del Comune di Napoli e Fausto Lamparelli Capo Squadra Mobile della Questura di Napoli. Le conclusioni saranno affidate al presidente onorario della FAI Tano Grasso. Il volume traccia i 25 anni di coraggio del movimento antiracket, serviti per liberare un pezzo d’Italia. Fu Capo d’Orlando, negli anni Novanta, a dire di no ai signori del pizzo ed organizzare la prima associazione antiracket, uno strumento innovativo per sottrarre il singolo operatore economico alla solitudine ed evitare il sacrificio di altri Libero Grassi. Un modello felice, da riprodurre ovunque ci siano imprenditori pronti a ribellarsi all’estorsione mafiosa. Ed, inoltre, racconta questo contagio positivo, lo sviluppo delle associazioni in piccoli paesi e grandi centri. Nel resto della Sicilia, in Calabria e Puglia, fino allo sbarco a Napoli e in Campania. Un movimento, la FAI (Federazione Antiracket Italiana), che cresce e produce denunce. Risultati pratici, perfino una legge di sistema che tutela gli imprenditori ribelli. Il volume “Storia del Movimento Antiracket. 1995 – 2015”  è scaricabile dal sito della FAIwww.antiracket.info

Somma Vesuviana, il teatro Summarte fa chiarezza sulla disavventura degli alunni del 1 Circolo

Pubblichiamo di seguito la lettera pervenuta alla nostra redazione e firmata dalla direzione del teatro Summarte di Somma Vesuviana, dove la struttura di via Roma, cerca di fare chiarezza sulla disavventura dei piccoli alunni del 1 Circolo didattico di Somma Vesuviana, plesso Casamale. Lo scorso 24 febbraio infatti, si era venuto a creare il caos per la cattiva gestione del trasporto dal plesso al teatro. Così il 27 febbraio, era giunta alla nostra redazione la lettera di “una mamma indignata”. Ad oggi riportiamo le “verità” del Summarte.
Il teatro Summarte di Somma Vesuviana, nasce appena un anno fa dalle ceneri del vecchio e glorioso cinema Arlecchino. Lo scopo è quello di riuscire a coniugare impresa e cultura, una sfida concreta che si vuole fare sul territorio, rispondendo alle esigenze dei cittadini che lo abitano.
In quest’anno abbiamo cercato di offrire alla cittadinanza sommese e non, una programmazione ricca con spettacoli della commedia tradizionale e forme teatrali di maggior impegno sociale. Abbiamo portato in scena concerti di musica sia quella della nostra tradizione popolare che quella jazz, pop e classica. Siamo riusciti a richiamare l’attenzione del pubblico con la presentazione di libri, corsi di recitazione e fotografia. Non abbiamo tralasciato però, le esperienze del teatro amatoriale, da sempre palestra di attori e cabarettisti.
In particolare, grande attenzione è stata data al rapporto con le scuole del territorio. A tal proposito si è creata una programmazione teatrale e cinematografica ad hoc, nata dal continuo rapporto ed interscambio di esigenze, con professori e dirigenze scolastiche, nella piena convinzione che tali attività siano fondamentali nella formazione culturale dei ragazzi e del loro spirito critico. Decine sono le scuole – non solo di Somma Vesuviana – che in questi mesi hanno condiviso ed apprezzato la nostra iniziativa e siamo convinti che anche in futuro continueremo a lavorare insieme alle platee scolastiche della provincia, cercando di migliorare sempre di più la qualità dei servizi e degli spettacoli offerti.
A margine di questa premessa, vogliamo fare delle “precisazioni” in merito a quanto accaduto lo scorso 24 febbraio, relativamente ai disagi che i bimbi del 1 Circolo didattico di Somma Vesuviana, plesso Casamale, hanno dovuto affrontare, per la gestione del trasporto degli stessi dal plesso al teatro. Non vogliamo fare polemica, ma la nostra volontà è quella di rispondere alle richieste di “verità ” fatte – in forma anonima – da una mamma che nello scrivere la sua lettera, ha “avuto a cuore” di chiamare in causa anche la direzione del teatro.
Ci teniamo a precisare che, per nostra scelta la direzione, si è sempre limitata ad offrire alle scuole il solo spettacolo teatrale, escludendo di organizzare qualsiasi forma di trasporto e/o navetta per arrivare al Summarte.
Abbiamo creato una programmazione di rassegna teatro-scuola, dai prezzi contenuti ed accessibili a tutti. Che garantissero qualità dell’offerta formativa, ma in piena convenienza, per la voglia di imprimere nelle giovani menti la volontà di amare il teatro ed il cinema. Lo specifichiamo solo per fare chiarezza e smentire chi ha parlato – impropriamente- di “grandi incassi” . Nel caso specifico dello spettacolo messo in scena lo scorso 24 febbraio dalla compagnia “Il Teatro Nel Baule”, il costo del biglietto per bambino era di 5 euro (con abbonamento e 6 euro per spettacolo singolo), e cioè molto meno di un biglietto al cinema in una multisala. Per chi non conoscesse “Il Teatro Nel Baule” , parliamo di una tra le prime compagnie teatrali per bambini della regione che ha portato in scena uno spettacolo interattivo su storie di Gianni Rodari, in cui si chiedeva ai bambini di lavorare di fantasia e scegliere tra i diversi finali proposti dai Cantastorie. Lo spettacolo tra la quasi totalità dei bimbi che vi hanno assistito (nonostante i ritardi accumulati), ha riscosso un grande successo, proprio per la partecipazione attiva a cui erano chiamati.
Inoltre, volevamo specificare che questa direzione ha deciso di far iniziare il primo spettacolo delle 9.00 anche se non era ancora arrivata una classe, con ritardo. Lo spettacolo infatti, ha avuto luogo dalle 10.20 in poi. La nostra decisione è stata dettata dall’impossibilità di trattenere seduti per così tanto tempo, 250 bambini in una sala. A tal proposito vogliamo dire grazie per l’impegno alle eroiche insegnanti che, verificato il problema dei trasferimenti dei bimbi a noi non imputabile, hanno gestito al meglio la situazione.
Precisiamo anche che le tre classi che sono arrivate alle 11 (a cui era stato assegnato lo spettacolo delle 9.00) si sono rifiutate di entrare a spettacolo iniziato ed hanno preferito autonomamente aspettare l’inizio del secondo, trattenendosi all’ingresso. Sottolineiamo e ribadiamo che nessuno ha mai “vietato” ad alcuno di entrare a spettacolo in corso. Ovviamente per il secondo spettacolo, la direzione di sala, ha dovuto provvedere, non senza disagio, a far accomodare tutti i bambini che non hanno potuto assistere al primo turno.
Grazie anche all’ottimo lavoro delle insegnanti, siamo comunque riusciti a gestire una situazione di disagio che si è generata per colpe non a noi imputabili.
“Una mamma ha sempre ragione” quando il disagio è stato sopportato dal proprio figlio e su questo possiamo comprendere lo sfogo e la reazione, quello che però ci risulta più difficile da comprendere è perché la signora non sia venuta a teatro il giorno dopo a chiedere direttamente a noi delle spiegazioni che avremmo dato con grande piacere.
Nei prossimi giorni contatteremo la direttrice del primo circolo didattico per informarci su quali classi non hanno assistito allo spettacolo. Successivamente provvederemo a cercare una soluzione per la mancata visione dello stesso.
Nella speranza di aver risposto, con questa lettera, a tutte le “verità nascoste” che ci riguardano in merito a questa spiacevole vicenda, ringraziamo per l’attenzione e cogliamo l’occasione per ringraziare il nostro pubblico dell’affetto che sempre ci mostra con massiccia presenza e commenti positivi sia dal vivo che attraverso i social. Ed invitiamo chi ancora non ci conosce a venirci a trovare presto.
La direzione del teatro Summarte

Parco Nazionale del Vesuvio, Il nuovo presidente è Agostino Casillo

Finisce il periodo di commissariamento e ad Ugo Leone subentra il giovane leader del movimento “Voce Nueva”.   L’Ente  che gestisce l’area protetta del Vulcano ha il nuovo Presidente ed è il giovane leader  di “Voce Nueva”, movimento civico di San Giuseppe Vesuviano particolarmente attento alle tematiche ambientali del vesuviano e non solo. Casillo, 33 anni, laureato in  scienze politiche e manager di un’azienda, ha ricevuto la lettera di nomina dal Ministero dell’Ambiente. Il neo Presidente, che prima della nomina ufficiale dovrà produrre  una lunga serie di documentazione per la normativa anticorruzione, dovrà gestire un Ente paesaggisticamente di incomparabile bellezza ma anche particolarmente complicato e e articolato dal punto di vista dei problemi legati all’abusivismo e allo sversamento illegale dei rifiuti. Fonte foto: rete internet

Somma Vesuviana, sabato una fiaccolata in ricordo di Domenico Liguori e Francesco Tafuro

Il ricordo delle vittime del duplice omicidio dell’11 febbraio partirà a piazza Vittorio Emanuele III con una fiaccolata – corteo che si concluderà con una Santa Messa nella chiesa di Rione Trieste. Sabato 5 marzo, alle 17, Somma Vesuviana ricorderà con una fiaccolata – così come è accaduto a Saviano il 20 febbraio scorso –  Domenico Liguori e Francesco Tafuro, barbaramente assassinati l’11 febbraio a Saviano e i cui presunti assassini sono stati arrestati.  La fiaccolata partirà da piazza Vittorio Emanuele III e il corteo giungerà fino alla chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Rione Trieste dove si celebrerà una funzione religiosa. Poco dopo la fiaccolata a Saviano, paese in cui viveva Tafuro – socio insieme a Liguori di un centro scommesse Intralot in via San Sossio a Somma Vesuviana, il gip di Nola dispose la custodia cautelare in carcere per le tre persone individuate dalle serrate indagini dei carabinieri come i presunti killer: Domenico Altieri, Eugenio D’Atri e Nicola Zucaro. I tre sono indagati per concorso in duplice omicidio premeditato.  

Gepin Contact: 220 licenziamenti. E’ la batosta più grande sull’occupazione a Napoli

La società romana ha avviato la procedura di mobilità per 350 addetti. Tagli concentrati nell’impianto di Casavatore. Poste Italiane ha cambiato call center. Non c’è più la Gepin Contact. Ora c’è I Care a gestire le telefonate per conto dell’azienda governativa. Intanto Gepin ha deciso di sbaraccare quasi tutto. Ha avviato la procedura di mobilità per 350 dei suoi 450 dipendenti. Se tutto dovesse andare come nel piano draconiano sparirà l’ufficio di Casavatore, dove saranno tagliati tutti i 220 posti di lavoro. Degli altri 230 addetti concentrati nella sede di Roma dovranno fare le valigie in 130. A ogni modo c’è tempo per sventare il tutto entro il 10 maggio, data di scadenza della procedura. Il ministero dello Sviluppo Economico ha fissato per il 9 marzo, a Roma, un incontro sulla situazione complessiva dei call center italiani nall’ambito del quale sarà discussa la situazione di Gepin. Non si sa come andrà a finire. I lavoratori si sentono abbandonati al loro destino. L’ultima volta che hanno manifestato a Napoli è stata a dicembre, al centro direzionale. In quel momento c’era “solo” la paura provocata dal sospetto che lo spettro dei licenziamenti avrebbe fatto capolino di lì a poco. E adesso la procedura di mobilità è cosa più che tangibile. E’ stata comunicata ai sindacati, venerdi sera.        

Un caffè con…Mariangela Barretta

Giornalista pubblicista, blogger, una laurea in Filosofia, politica e comunicazione, autrice di «Microtoponimi a Marigliano». Trentenne di origini umbre, è nata infatti a Narni, in provincia di Terni, ma vive a Marigliano fin da bambina. Dopo il liceo linguistico, frequentato al «Matilde Serao» di Pomigliano d’Arco, consegue ben due lauree all’Orientale di Napoli: la triennale in Filosofia e Comunicazione, la Magistrale in Filosofia, politica e comunicazione ed è ammessa al dottorato in Teoria delle Lingue e del Linguaggio. Dal 2009 è iscritta all’Albo dei pubblicisti dell’Ordine dei Giornalisti campano ed ha collaborato con varie testate giornalistiche: Metropolis, ilmediano.it, il Mattino oltre che con siti web come CliccaMarigliano ed Extravesuviana. È stata vicepresidente della Consulta delle Associazioni di Marigliano ed ha pubblicato saggi critici e sue poesie. Il suo primo libro, con la prefazione di Antonio Menna (giornalista e scrittore, autore di «Se Steve Jobs fosse nato a Napoli», «Tre terroni a zonzo», «Baciami Molto», «Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli»), è «Microtoponimi a Marigliano: luoghi, toponomastica, storia, tradizione», edito da Simple. Mariangela Barretta è anche, da tempo, una blogger con notevolissimi contatti, oggi si possono leggere le sue impressioni e recensioni su leggendotipassa.altervista.org, sito dove raccoglie anche i racconti delle sue «disavventure» telefoniche per le quali ha creato, inoltre, l’hashtag twitter #unaqcmiseppellirà. Già, perché se Mariangela non ha rinunciato alla sua passione, la scrittura, ha preferito però accantonare il giornalismo e dedicarsi al suo lavoro attuale da addetta customer service per una multinazionale di servizi, con il compito di controllare i contratti sottoscritti per conto di un’azienda del mercato libero di luce e gas. E le conversazioni telefoniche tra operatori e clienti, sulle quali esiste una varia letteratura, possono regalare momenti di pura comicità come la nostra scrittrice/cronista/blogger sa molto bene. Mariangela, ti definisci umbra-napoletana. Ti senti più a casa a Marigliano dove vivi fin da bambina o a Narni, centro geografico d’Italia, dove sei nata? «Mi sento a casa a Marigliano ma sento davvero le mie radici solo quando torno in Umbria, lo faccio periodicamente, non spesso quanto vorrei». Ti sei trasferita da bambina in quella che ora è la tua città: com’è andata? «Sono nata a Narni perché mio padre, Carmine Felice, originario di Saviano, lavorava e aveva preso casa proprio lì. Dopo il matrimonio ci si è trasferita anche mamma, lei si chiama Assunta ma la conoscono tutti come Assia. Spostarsi da Marigliano non le pesò, anzi. Amava ed ama l’Umbria. Nel 1987 papà fu trasferito d’ufficio alla Montefibre di Acerra, dunque tornammo nella città d’origine di mia madre. Oggi papà è in pensione dopo aver subito cassa integrazione, mobilità e tutto l’iter attraversato dai lavoratori della Montefibre. Mamma invece è casalinga ma è stata molto attiva nelle fila dell’associazione CliccaMarigliano». Hai fratelli, sorelle? «Un fratello, Felice, che sta per compiere 23 anni. Lavora con me per conto di un colosso dell’energia ma si occupa di un diverso settore, con un ruolo anche più «alto» del mio. Nonostante la differenza d’età siamo molto legati, conosco i suoi amici, lui conosce i miei, e tra lui e mio marito esiste un rapporto forte, fraterno». Sei sposata da poco tempo, come stai nelle vesti di moglie e «donna di casa»? «Sì, effettivamente il matrimonio è recente, io e Luigi ci siamo sposati nel 2014 ma ci conosciamo fin dal primo anno di liceo, eravamo in classe insieme. Dunque siamo stati fidanzati nove anni e ci troviamo entrambi molto bene nel ruolo di marito e moglie. Anzi, avremmo voluto sposarci prima ma abbiamo aspettato di avere un minimo di stabilità economica anche se, di questi tempi, è un eufemismo. Monsignor Bonavolontà, che ha celebrato il nostro matrimonio, ci definì nella sua omelia “due persone coraggiose a sposarsi in questo periodo di incertezza estrema”». Nove anni di fidanzamento sono tanti, vi siete innamorati al primo sguardo? «Non è andata proprio così. Pur abitando a duecento metri di distanza ci siamo conosciuti solo il primo giorno di scuola, abbiamo frequentato insieme il biennio di liceo linguistico e poi ci siamo divisi gli anni successivi: all’epoca il «Matilde Serao» di Pomigliano prevedeva che le classi fossero smembrate in virtù della terza lingua scelta dagli alunni, ebbene io preferii il tedesco e lui lo spagnolo. Ma abbiamo continuato a frequentarci, eravamo nella stessa comitiva di amici e, con il passare del tempo, siamo diventati inseparabili. Nulla di sensuale, anzi: a chiunque insinuasse l’esistenza tra noi di qualcosa più di un’amicizia, rispondevamo entrambi di non piacerci nemmeno fisicamente…e lo credevamo sul serio. Però nel corso degli anni di Università qualcosa cambiò e fui io a rendermi conto che l’amicizia non mi bastava più. Lo dissi a Luigi, non senza paura della sua reazione. Glielo scrissi, a dire il vero, in un’accorata lettera d’amore quasi fossi ancora una liceale. Una lettera che non sortì effetto, lui non mi vedeva come donna ma come “amico del cuore”. Poi ha ceduto, dopo due anni di seduzione spietata». Come dire, con la tenacia si ottiene tutto. Ma parliamo dei tuoi studi. Perché il linguistico? «Perché amo le lingue straniere e ancora oggi mi rammarico di non parlare lo spagnolo. Il percorso che mi ha portato a scegliere questi studi superiori è stato tortuoso. Papà voleva costringermi, nonostante la fiera opposizione di mia madre, a studiare matematica, materia che io detesto con tutto il cuore, anzi direi che odio visceralmente. Però riuscì a convincermi, decisi di dargliela vinta al liceo con l’intento di smarcarmi poi all’Università una volta maggiorenne. Così compilai i moduli per la preiscrizione al liceo scientifico Colombo di Marigliano. Accadde però che l’allora dirigente del Serao di Pomigliano decise di inviare ai presidi delle scuole medie in zona una lettera, invitando a segnalare allievi per un progetto di Liceo Linguistico Internazionale. Il mio preside convocò due sole allieve, una ero io. Puntando sull’orgoglio, e con l’aiuto di mamma, riuscii a convincere mio padre e a spuntarla. Il progetto non si fece più, ma ormai avevo vinto, ero iscritta. Oggi parlo tre lingue straniere: inglese, francese e tedesco. Al terzo anno scelsi quest’ultima per il più banale dei motivi: all’epoca seguivo Michael Schumacher e avrei voluto diventare come Ettore Giovannelli. Cioè una giornalista sportiva, mi sarebbe piaciuto far la cronaca in diretta del Gran Premio». Però in seguito hai proseguito gli studi scegliendo Filosofia… «Il fatto è che ho sempre seguito l’istinto per scegliere le strade da seguire, nello studio e nel lavoro. Alla filosofia mi appassionai dalla primissima lezione al terzo anno di liceo. In quel periodo nacque anche il mio desiderio di guadagnarmi da vivere studiando e scrivendo. A Filosofia e Comunicazione approdai perché non volevo studiare Storia, materia che mi piace ma che sottende la conoscenza anche di date…ed io ho una repulsione profonda per i numeri. All’Università mi appassionai in particolare alla Filosofia del Linguaggio e a tutti gli studi collegati, Logica compresa. In particolare ho approfondito, grazie anche ad una felice intuizione del professor Arturo Martone, le teorie sulla nominazione. La mia tesi di laurea triennale si chiama «Le meditazioni del balcone», analizzavo le teorie sul nome proprio partendo dalla famosa frase di Shakespeare «una rosa pur con un altro nome serberebbe lo stesso dolce profumo». Dopo ho continuato approfondendo Wittgenstein in particolare. Proprio su Wittgenstein verteva anche il mio progetto di dottorato, sempre all’Orientale. Poi, però, la presidente Cristina Vallini e il mio tutor, Alberto Manco, decisero di coniugare il mio interesse per la nominazione con alcune questioni aperte in linguistica e quindi mi avviarono a studi toponomastici. Il periodo del dottorato è stato meraviglioso. Stressante, faticoso fisicamente e psicologicamente, ma quando mi sedevo “dall’altro lato della cattedra” provavo una gioia purissima. Ho interrotto dopo l’ammissione al secondo anno perché non riuscivo più a conciliare i ritmi dell’università e quelli del lavoro. Inoltre, l’iter post dottorato mi gettava nel panico: temevo di essere precaria a vita. Ho fatto una scelta. Sofferta, dolorosa. Non ho rimpianti però». Negli anni hai iniziato a collaborare con alcune testate giornalistiche, hai accumulato l’esperienza per l’iscrizione all’Albo dei pubblicisti. Un percorso che segna anche chi decide di non perseguirlo fino in fondo, no? «Il giornalismo è stato ed è ancora una pagina molto importante della mia vita. Sarebbe stato uno degli strumenti che mi avrebbe permesso di mettere a frutto la mia passione per la scrittura. Ho scritto il primo articolo a 18 anni, per il sito di informazione CliccaMarigliano. Si chiamava “I giovani e le vasche del Corso”, descrivevo in maniera ironica la movida mariglianese. Ho cominciato quasi per scherzo, incoraggiata da mamma e da Antonio Ferullo, il responsabile di CliccaMarigliano, a dare una mano al progetto. Proprio come sito abbiamo collaborato col periodico free press “La voce del Vesuvio”, per il quale ho cominciato anche a tenere una rubrica di attualità. Da lì poi sono passata al mediano.it ed ho imparato moltissimo da Luigi Pone e dai redattori che c’erano allora. Nessuno mi ha mai insegnato come si scrivesse un articolo, l’ho imparato scrivendo sul Mediano: rileggevo i pezzi una volta pubblicati, tenevo a mente le correzioni. Una volta un collega, ma non dirò mai di chi si tratta dunque non chiedermelo, disse di me: “Non è una gran penna, ma la notizia la porta”.  In seguito lo stile si è affinato.  Sono approdata a Metropolis quando già era divenuto, da settimanale come era in origine, quotidiano: anche quella è stata una palestra fondamentale. L’ultima testata per la quale ho collaborato è stata Il Mattino: il primo articolo è stato pubblicato il giorno del mio venticinquesimo compleanno. La cosa che mi resta della mia parentesi giornalistica sono soprattutto le amicizie, alcune più profonde di altre ma tutte importanti. Ovviamente alcune le ho perse ma, in numero e in valore, sono molte di più quelle che ho ancora oggi». Intanto facevi esperienza anche in radio… «Con Radio Entropia, webradio per la precisione, creata da Ettore Vivo. Avevo due programmi: “Booklet” dove parlavo di libri (insieme al mio attuale marito Luigi, che curava la parte musicale) e “Summertime” che curavo da sola e prendeva in giro tutti i luoghi comuni sull’estate, usandoli come pretesto per approfondimenti di attualità. Il gruppo è ancora molto coeso, anche se purtroppo Radio Entropia oggi è ferma. Spero che Ettore la riprenda prima o poi. E poi curavo il mio blog, “Il Mondo alla Rovescia”. Funzionava in questo modo: se c’era qualche argomento di attualità che non capivo, lo approfondivo e scrivevo il risultato delle mie ricerche sul blog, in chiave ironica. Con qualche lettore sono in contatto ancora oggi. Il blog è sparito con la piattaforma splinder, prima che riuscissi a farne un backup o meglio, prima che riuscissi a capire come si fa un backup». Sei al tuo primo libro, ma prima hai pubblicato saggi critici e poesie, me ne parli? «Rav in Progress e LER, in collaborazione con l’Accademia Vesuviana, hanno pubblicato antologie e racconti di autori emergenti. Il presidente dell’Accademia, Gianni Ianuale, mi chiese di scrivere dei saggi critici su questi autori. Inizialmente avevo timore di accettare, non mi sentivo all’altezza. Poi ci ho provato, lui è stato soddisfatto, gli editori pure. Ho scritto diversi saggi nell’ambito di questo progetto che trovo nobile. Poi Ianuale ha pubblicato anche qualche poesia mia, ritenendola – bontà sua – interessante.  Ho scritto la prima all’età di otto anni: un sonetto, in verità, tutto in rima baciata. Ricordo che da piccola passavo ore a cercare le rime giuste. Ho sempre scritto per esigenza. Con la penna, non al pc. Semplicemente. Quasi non mi rendo conto di quello che scrivo e quando lo rileggo spesso non sembra l’abbia fatto io. Anche con i racconti è così. Purtroppo sono tutte poesie un po’ cupe. Quando sono allegra non mi viene da scrivere, proprio no». La tua passione per tutto ciò che è scrittura è evidente. Perché hai rinunciato al giornalismo? «Per due motivi, in primis quello economico.  La stabilità è da sempre un mio pallino. I miei genitori hanno attraversato periodi non lieti da questo punto di vista e mi sono ripromessa di fare di tutto per migliorare la situazione. Quindi, quando mi sono resa conto di spendere tutto quel che guadagnavo in tasse e commercialista, ho lasciato. Spesso sono stata tacciata di venalità per questo. Secondo me non è vero. Ti spiego: il giornalismo è una passione, una vocazione. Lo so e sono d’accordo. Tuttavia è anche un lavoro; richiede professionalità, competenze che devono essere retribuite. Per negligenza mia sicuramente non riuscivo ad avere una retribuzione che mi rendesse indipendente dai miei genitori. Quindi ho cominciato a cercare un lavoro da affiancare al giornalismo, ma stavo impazzendo. Poi ho deciso di lasciare. E qui veniamo al secondo punto. Per fare cronaca dall’area nolano-vesuviana ci vuole una scorza dura, durissima. Una scorza che io non ho. La consapevolezza di questo mi ha dato la spinta finale. Ora lavoro in una multinazionale di servizi per conto di un colosso dell’energia. Mi occupo della fase di acquisizione dei clienti: dopo la stipula del contratto, occorre una verifica telefonica della volontà del cliente. Oltre al lavoro in outbound c’è molto lavoro in back-office e spesso mi occupo di dare supporto operativo ai colleghi, mi è capitato anche di coadiuvare i responsabili nella formazione di nuove risorse. É un lavoro che in definitiva mi piace, non c’entra con i miei studi ma mi dà sicurezza». E hai trovato il modo, con il tuo attuale blog, di scriverne con ironia… «Verissimo, ora sul mio blog – leggendotipassa.altervista.org – parlo di libri ma ho anche una categoria che si chiama “Una qc mi seppellirà”, dove raccolgo le conversazioni telefoniche più assurde che i miei colleghi ed io abbiamo con i clienti. Ormai tutti si segnano le cose per dirmele, anche se magari non essendo nello stesso turno ci vediamo dopo giorni. Pure mio fratello ha collaborato: gli capita talvolta di dover contattare qualche cliente e quando si presenta dicendo “Buongiorno, sono Felice”, gliene dicono di belle: dal classico “beato lei” al “ah si? Sei Felice? E sillo!” (proprio così, “sillo”). La cosa più divertente in assoluto è stata la risposta data ad una mia collega, la quale chiedeva se la richiesta di annullamento del contratto fosse dovuta ad un problema avuto al momento della stipula con l’agente: “Signorina, tutta la gente del palazzo mi ha detto che avevo sbagliato”. Ci sono anche parentesi serie: le invettive contro quello che definiamo “il cliente leghista” ossia colui il quale riaggancia non appena riconosce l’accento, oppure delle istruzioni per proteggere gli anziani dalle truffe. La parte più importante del blog, però, è quella sui libri: io adoro leggere. Amo molto Andrea Camilleri, Oriana Fallaci, Giovannino Guareschi, Kuki Gallmann, Giovanni Verga. Mi piacciono anche letture più leggere, come Sophie Kinsella, ad esempio. Mi sono ripromessa poi di colmare le mie lacune sui classici e piano piano ci sto riuscendo. Inoltre ho la fortuna di avere diversi amici scrittori, quindi mi piace molto leggere quello che scrivono loro: Andrea Corona, Antonio Menna, Tonino Scala, Serena Santorelli e molti atri. Ho uno scaffale dedicato proprio agli scrittori che conosco di persona». IMG_0354Un libro lo hai scritto anche tu, appena uscito e fresco di stampa. Come nasce «Microtoponimi a Marigliano» che ha appunto la prefazione del collega Antonio Menna? «Il libro è nato durante il dottorato, avrebbe dovuto essere un capitolo della mia tesi. Avevo iniziato a fare ricerche sulla differenza tra spazio e luogo: in estrema sintesi, il luogo è quello spazio al quale la comunità che lo abita ha dato un nome. Nell’ambito di questa ricerca mi sono imbattuta nei microtoponimi: vale a dire i luoghi della tradizione popolare che non hanno riscontro nella toponomastica ufficiale; la ricerca sui microtoponimi è molto diffusa nelle aree rurali ma mi sono accorta con grande stupore che Marigliano ne è piena. Quindi, con l’avallo del mio tutor Alberto Manco, cominciai ad elaborare un poster per un convegno di toponomastica organizzato dall’Orientale, con l’intento poi di inserirlo nella tesi. Dopo aver lasciato l’università ho distrutto tutti gli appunti, salvo proprio la parte che riguardava la raccolta dei toponimi. Pian piano l’ho portata avanti dando forma organica a tutta la ricerca. Devo ringraziare soprattutto Andrea Corona, mio caro amico scrittore, che mi ha sempre incoraggiata a non escludere del tutto la filosofia dalla mia vita e mi ha dato una mano concreta nella realizzazione del mio progetto.  A propormi di chiedere ad Antonio Menna se fosse disponibile per scrivere una prefazione è stato mio marito. Riteneva, giustamente, che una prefazione non tecnica avrebbe subito fatto capire al lettore che l’intento del libro è prevalentemente divulgativo». Antonio ha accettato subito? «Ho esitato parecchio prima di chiederglielo, avevo timore che rifiutasse, che non ritenesse il mio studio all’altezza. Invece, con mia somma gioia, ha accettato. Ha raccontato della sua esperienza diretta con i microtoponimi: quando è tornato nella sua città natale, Potenza, ha ritrovato i luoghi della sua infanzia non grazie allo stradario ma grazie ai nomi dei luoghi così come i genitori e gli abitanti del quartiere li ricordavano. Ha scritto anche parole molto lusinghiere sull’importanza della ricerca sui microtoponimi, gliene sono grata». Perciò, a giochi fatti, siamo quasi alla prima presentazione. «A Marigliano, in aula consiliare, il 5 marzo alle 17.30. Ci saranno il sindaco Antonio Carpino, Angelo Di Mauro e Antonio Esposito. Al sindaco consegnerò la copia che intendo donare alla biblioteca comunale di Marigliano. Ho scelto Angelo Di Mauro perché ho letto il suo “A terra e zi Fattèlla” durante il dottorato e credo che nessuno più di lui possa spiegare l’importanza della toponomastica nella storia locale. Antonio Esposito, invece, è uno studioso della storia di Marigliano, ha scritto cose molto pregevoli e per me è un piacere che abbia accettato di condividere qualche sua ricerca con chi ci sarà». A proposito di toponimi, se la scelta toccasse a te, quale strada o quale edificio di Marigliano intitoleresti a chi e perché? «Se avessi potere di intitolare qualcosa a qualcuno, innanzitutto darei un nome alla biblioteca cittadina: dedicarla a Francesco Aliperti mi sembrerebbe giusto. Il professor Aliperti è stato uno studioso ineguagliabile per i mariglianesi e le sue opere sono imprescindibili per chiunque voglia fare una ricerca di qualsiasi tipo sulla città di Marigliano. Inoltre, darei un nome alle strade che attualmente non ne hanno, come alcune del rione 219, oppure quelle che si diramano da via Isonzo, o quelle che sono dei ‘doppi’: via Giannone 2, via Masseria Iossa II. A Marigliano non esiste una via Frank Serpico, ad esempio. Oppure una via Domenico ed Elia Di Pinto. Infine, una via Viola Esposito, la compianta fondatrice dell’associazione e della Biblioteca “Salvatore Quasimodo”». Mi racconti un po’ di Mariangela? Hobby, passioni, film, amori…  «Delle letture ti ho detto…un altro hobby è cantare.  Fino a pochi anni fa ero drogata di karaoke…e pare sia in grado di produrmi in una imitazione di Shakira niente male. Mi piacciono anche le serie tv, passione che condivido con mio marito, in particolare Grey’s Anatomy. Colleziono calamite raffiguranti luoghi e, sempre insieme a Luigi, cd e vinili. Ho una smodata passione per Londra, infatti in ogni stanza ho qualcosa che richiami quella capitale o almeno la Union Jack. Mi piace molto viaggiare, anche per un week end, cerco sempre di vedere più cose possibili. Seguo lo sport: calcio: tifo per il Milan ma giocoforza seguo e so parecchie cose del Napoli, la Formula 1 e di recente l’NBA. La musica, poi, ha un ruolo fondamentale nella mia vita, ho gusti abbastanza variegati: adoro Elisa e ho imparato a cantare in falsetto ascoltandola, i Red Hot Chili Peppers, i Metallica, i Queen, il brit-pop – dai Beatles, agli Oasis agli ultimi Coldplay – ma anche Raf e la musica dance dagli anni ’70 ai ’90. Infine non disdegno la musica finto-demenziale, come gli Squallor o Tony Tammaro. Così come per la lettura, lavorare in radio mi ha consentito di conoscere molti artisti e con alcuni sono rimasta in contatto: con The Niro, ad esempio, ma soprattutto con “I Ministri”: quando sono stati a Napoli ci hanno accolti come fossimo vecchi amici, sono davvero fantastici». Segui le vicende politiche della tua città? «Sì, ho cominciato a farlo da quando collaboravo con CliccaMarigliano, cioè dall’insediamento della giunta Corcione. Con mia madre facemmo allora un giro di interviste tra assessori e consiglieri, avevo una mia idea politica, ovviamente, ma quella full immersion mi diede modo di capire molte cose, anche tecniche. Essendo presente alla Consulta delle Associazioni mi sono poi resa conto delle tante realtà che esistono a Marigliano e delle loro difficoltà. Con CliccaMarigliano, oltre al sito, abbiamo organizzato per due anni il premio “Isabella Mastrilli” rivolto alle scuole primarie e secondarie di primo grado di Marigliano, che ci ha consentito di approfondire alcuni aspetti della storia cittadina legati alla famiglia Mastrilli e di conoscerne gli ultimi eredi, persone squisite. Con MarCuS (Marigliano Cultura e Spettacolo) abbiamo organizzato concerti di beneficenza. Il problema principale della politica mariglianese è l’equilibrio. Le giunte non arrivano quasi mai a fine mandato e si resta impantanati in anni di commissariamenti. Marigliano è la città della gestione ordinaria. I progetti, gli investimenti, vanno seguiti, altrimenti si perdono. Per questo quando ho visto le alleanze strette da Carpino ho avuto un po’ paura». Ne hai ancora? «Meno perché Antonio Carpino si sta dimostrando un sindaco di polso e fattivo, la composizione della giunta ne è una dimostrazione: niente assessorati per accontentare gli alleati, persone competenti e basta, anche senza background politico. Sembra elementare ma a Marigliano non è scontato. Certo che da fare c’è tanto, soprattutto dal punto di vista urbanistico. Io ho la fortuna di abitare accanto ad un architetto, Nino Serpico, il quale mi ha spiegato diverse cose, qualche rudimento. In alta teoria, la città dovrebbe essere organizzata in modo che ogni frazione abbia diverse infrastrutture, invece a Marigliano si costruiscono solo case. La città si è gradualmente trasformata in un dormitorio ma con l’assessore Sodano si sta cercando di lavorare ad una rinascita culturale, basata sul lavoro delle associazioni presenti». Hai definito carpino un sindaco fattivo, cosa dovrebbe fare secondo te in cinque anni, quali priorità ha Marigliano? «Marigliano ha fame di spazi o, meglio, di luoghi. Spero che Carpino cominci da lì. Luoghi di aggregazione, luoghi di cultura. Bisognerebbe riappropriarsi della città, tenere un po’ a bada le costruzioni di sole case. In cinque anni Carpino dovrebbe far tornare Marigliano città e scuoterla dal torpore della città-dormitorio. Si è attorniato di assessori competenti, penso soprattutto a Maria Luisa Sodano e Rosa Nappi, quindi almeno gettare le basi si può. Di certo non è facile opporsi alle colate di cemento, ma con una volontà forte è possibile». Cosa manca alla città e quali consideri invece eccellenze? «Marigliano difetta di parecchie cose e i mariglianesi pure. Mancano strade degne di questo nome: i cartelli “strada dissestata” in pieno centro mi fanno tristemente sorridere, mancano infrastrutture, manca un polmone verde. Ai mariglianesi difetta il senso civico, quell’amore per la propria città che spesso può fare la differenza. Per paradosso, anche se non è facile portare avanti progetti di natura culturale, ci sono scrittori, musicisti, artisti, studiosi. Questa è la più grande ricchezza». Quanto alla politica nazionale? C’è un leader, o un partito se vuoi, in cui ti riconosci? «Sulla politica nazionale ho serie difficoltà. Io sono di sinistra, posso dirlo apertamente ora che non scrivo più di cronaca. La sinistra in Italia è allo sbando… e ti prego, non mi dire che Renzi è di sinistra. Non riesco a trovare un soggetto politico di riferimento. Seguo con speranza il lavoro di Tonino Scala ma a volte ho l’impressione che, in nome dell’ossessione per la sinistra pura, si distrugga la sinistra tout court. In generale, non mi piace il modello politico nato col berlusconismo, soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Ho nostalgia delle personalità politiche di un tempo, del loro spessore, della loro cultura, a prescindere dagli schieramenti: Almirante, De Gasperi, Nenni, Togliatti. In Italia ci vuole non un politico ma “IL politico”. Per me ci vorrebbe un Pertini. Ma mi accontenterei di un De Gasperi». Mi definisci in poche parole i tuoi concetti di “amicizia”, “amore” e “fede”? «Ho tanti conoscenti, pochi amici, pochissimi cari amici. Ma la ‘quasi sorella’, la migliore amica, proprio no. Non l’ho forse mai avuta. Però credo che l’amicizia sia importante, forse anche più dell’amore. Sapere di poter contare su persone che non ti giudichino è fondamentale come essere pronta ad accogliere. Anche sull’amore sono anomala… tranne una breve parentesi adolescenziale, non ho mai rincorso l’amore struggente, quello che ti fa soffrire. Amare mio marito mi dà gioia, mi dà serenità, rende ogni giorno un’avventura e, soprattutto, nei momenti di difficoltà mi dà la consapevolezza che qualunque cosa accada, ci sarà un minuto, almeno uno, nel quale saremo abbracciati, da soli, col mondo chiuso fuori dalla porta. La fede: sono cattolica. Quando ragiono a mente fredda mi rendo conto che spesso veramente utilizzo la mia fede come “oppio”, per dirla col materialismo, ma risponde alla mia esigenza di avere una certezza incrollabile. Non sono d’accordo con molti risvolti sociali del cattolicesimo ma avere una linea guida è importante. E questa è quella che fa per me». Un obiettivo che vorrai assolutamente raggiungere nella vita? «Ho il sogno di guadagnarmi da vivere studiando. Per il resto, volevo assolutamente scrivere un libro e l’ho fatto. Ho un altro paio di studi in mente, sempre afferenti alla linguistica, ma non so se avrò la tenacia necessaria per portarli a termine». Se non vivessi a Marigliano, dove ti piacerebbe vivere e perché? «A Terni, perché è casa mia. Mi sono sempre sentita e mi sento ternana, anche se non ho motivi razionali per farlo. Terni è una città industriale che però non lo sembra. É molto bella e a misura d’uomo, con le comodità di una città. Puoi raggiungere a piedi qualunque cosa ti serva, dal minimarket al tribunale. Il paradiso». Hai viaggiato molto? «Ho viaggiato, sì, ma vorrei viaggiare molto di più. Sono una turista instancabile. Mi piace camminare, vedere e sapere la storia di ogni singolo monumento. A Firenze ho costretto mio marito ad una fila di cinque ore per entrare negli Uffizi e poi, di sera, all’Hard Rock Café. In luna di miele ci siamo sfiancati. Abbiamo viaggiato e visitato la costa est degli Stati Uniti. Lo rifarei milioni di volte».  In quale luogo sei stata meglio e dove ti piacerebbe invece andare? «Mi piacerebbe tornare a Orlando, perché per un malore non ho visitato Disneyworld. Ma vorrei anche andare in Scandinavia e a Berlino. Sono stata benissimo sui laghi di Monticchio, a Rionero in Vulture in provincia di Potenza. Il nulla eterno…solo natura, buon cibo e passeggiate infinite. L’ideale per staccare la spina». Quale opera d’arte ami di più e quale dipinto porteresti a casa se ti fosse concesso sceglierne uno, famosissimo o meno, per guardarlo e goderne tutti i giorni e perché? «Ci sono diverse opere d’arte che mi piacciono, sculture soprattutto. L’idea che da un blocco di marmo possano nascere forme armoniose mi ha sempre affascinata. Sono stata inebetita davanti ai Prigioni per ore intere a spiegare tutta la tecnica michelangiolesca a mio marito, che però ha apprezzato. Il quadro che porterei a casa è “Il Bacio” di Hayez. Il colore del vestito della donna è fantastico. Non capisco come abbia fatto a creare quella sfumatura così realistica».  Scegli un numero, un proverbio, un colore e dimmi perché. «Il numero è il 18, il giorno del mio compleanno a giugno, come ben sai perché anche il tuo. Il colore è il glicine, il mio preferito. Il proverbio è semplice: «Ruoccolo è figlio a foglie, spiga e fa ‘a semmenta», il primo in assoluto che io abbia imparato. In sintesi vuol dire che i broccoli nascono dalle foglie, maturano e gettano i semi. Potremmo semplificare dicendo: tale padre, tale figlio». Credi nell’astrologia? Nell’occulto? E negli Ufo che di tanto in tanto si dice sorvolino i cieli del nolano? «Comincio dagli Ufo chiarendo una cosa: a Marigliano c’è un club di Modellistica, il Model Club Airone, che ha dei droni giganteschi. Ogni volta che li fanno volare in notturna si sveglia un ufologo. L’astrologia e l’occulto mi affascinano. Leggo l’oroscopo de “L’Internazionale” e a volte mi stupisce la sua precisione nelle descrizioni “psicologiche” e ritengo scienza esatta alcuni riti tradizionali come “l’uocchie” o “la paura”. Tutto ciò cozzerebbe con la mia religione ma l’occulto fa parte del Dna di ogni napoletano…è vero che sono ternana, ma in trent’anni qualcosa ho assorbito».  Il tuo rapporto con il denaro? «Lo ritengo un mezzo. Non mi piace il denaro in sé, accumularne. Mi interessa non dovermi privare di nulla per via del denaro. Lo dilapido in libri e regali, soprattutto». Che regali? Il più bello che hai fatto e quello ricevuto? «Il regalo più bello che ho fatto credo sia il lettore dvd per Luigi, ho risparmiato mesi per poterlo comprare. Tra quelli più belli che ho ricevuto, forse il dondolo dopo l’esame di primina. Lo ricordo ancora». C’è una caratteristica particolare che ti affascina nelle persone e qualcosa che invece proprio non sopporti? «Mi affascina forse la vivacità intellettuale, non tollero invece banalità e stupidità». Se fosse in tuo potere cambiare una legge italiana oggi in vigore? «Abbatterei l’età di obbligo scolastico, riportandola alla terza media, come una volta». Perché? «Perché l’innalzamento dell’obbligo scolastico porta allo svilimento dei titoli di studi universitari, chiunque dopo le superiori è portato a pensare “quei tre anni me li faccio”, ciò finisce per svilire il valore della laurea sul mercato. Invece abbassandolo a 14 anni si darebbe, secondo me, più credibilità e valore sia agli indirizzi professionali che a quelli propedeutici, siano essi scientifici o umanistici, all’università». Quali sono i valori che ti hanno trasmesso i tuoi genitori? «Un forte senso della dignità, prima di tutto. L’amore per la conoscenza, per la lettura, per la storia locale, tutte passioni che conducono ad un vigoroso senso civico». A proposito di senso civico, torniamo un attimo alla politica locale per un «gioco»? Sceglieresti un aggettivo per qualcuno degli ultimi sindaci di Marigliano? «Nessun problema». Vado in ordine sparso, Rocco Roberto Caccavale? «Onesto». Michele Nappi? «Forzista». Felice Esposito Corcione? «Intellettuale». Antonio Sodano? «Simpatico». Sebastiano Sorrentino? «Democristiano». Antonio Carpino? «Volitivo». Ovviamente ho scelto aggettivi per le persone, anche se in buona parte li applicherei anche all’operato di ciascuno di loro. Se invece dovessi, per finire, descrivere te in poche parole? «Prenderei in prestito una battuta di Luciana Littizzetto: “Sono un cubo di Rubik con le tette”. Ecco direi che come descrizione mi calza a pennello». UN CAFFE’ CON http://ilmediano.com/category/un-caffe-con/

Fiat Pomigliano: un altro anno di solidarietà. Ma il futuro è ancora un rebus

Nel sindacato c’è chi pensa che entro qualche mese Marchionne possa annunciare una nuova produzione nella fabbrica napoletana. Siglato ieri l’accordo tra la FCA e i sindacati firmatari del contratto dell’auto, Fim, Uilm, Fismic e Ugl, per la proroga di un anno del contratto di solidarietà che coinvolge oltre 1800 addetti della fabbrica automobilistica di Pomigliano. Il regime di solidarietà per questa manodopera, utilizzata al massimo due settimane al mese, proseguirà dunque fino a marzo 2017. Si tratta di uno strumento che consente di aumentare il magro salario della cassa integrazione. Confermato intanto l’impegno a ridurre la cig. Sempre durante la riunione di ieri in azienda FCA ha infatti comunicato ai sindacati che 200 dei 1800 addetti in solidarietà passeranno entro giugno nelle produzioni dirette e stabili, nei reparti “A” e “B”, abbandonando definitivamente il reparto non manifatturiero “C”, flagellato dai continui stop in cassa integrazione che stanno caratterizzando la vita lavorativa di poco meno della metà degli organici da sei anni, da quando sono state dismesse a Pomigliano le pluriproduzioni Alfa Romeo (159, 147 e Gt) ed è stata avviata la monoproduzione Panda con l’immediatamente successiva suddivisione dello stabilimento in tre reparti distinti. Nel frattempo i sindacati firmatari premono affinché entro aprile si giunga ad una discussione sulla piena saturazione occupazionale e produttiva dello strategico impianto di Pomigliano. Ma al momento a tenere banco nella grande fabbrica napoletana è la questione legata alla valanga di sabati di straordinari da consumare nelle prossime settimane grazie all’impennata degli ordinativi Panda. I circa 2500 lavoratori stabilmente impegnati nelle produzioni manifatturiere chiedono al governo la defiscalizzazione delle maggiorazioni straordinarie e dei premi di produttività. E’ stato calcolato che su quattro sabati di straordinario uno e mezzo se ne va in tasse. Il che sta provocando malumori tra le maestranze severamente impegnate in una produzione giornaliera di oltre 800 vetture. Proprio qualche giorno fa FCA ha erogato proprio per le maestranze di Pomigliano dei reparti “A” e “B” il premio di produttività mediamente più elevato del comparto nazionale dell’auto. Ma il 38 % del premio è andato al fisco. E resta un rebus il futuro prossimo. C’è chi tra i sindacati firmatari del contratto dell’auto afferma che Marchionne si stia apprestando ad annunciare, tra la metà di marzo ed aprile, l’arrivo a Pomigliano di un nuovo modello di vettura da affiancare alla Panda. Se ne parla da troppo tempo. Forse questa è la volta buona? (Fonte foto: rete internet)