San Pietro a Patierno: ragazzo travolto da treno, forse giocava

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S’ipotizza che sia rimasto vittima di un gioco molto pericoloso, in voga tra i giovani, il ragazzo di 17 anni travolto e ucciso da un treno ieri sera tardi alla periferia di Napoli, nella zona di San Pietro a Patierno. Il gioco pericoloso è quello di camminare in equilibrio lungo i binari. E’ un’ipotesi che gli investigatori della Polizia Ferroviaria stanno valutando con attenzione. Sono in attesa che l’amico della vittima, tuttora sotto shock, si riprenda per fornire chiarimenti sull’accaduto. Gli uomini della Polizia ferroviaria stanno sentendo anche alcune persone della zona per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. L’ipotesi del gioco pericoloso viene valutata dagli investigatori della Polfer con grande attenzione anche in considerazione del fatto che sarebbe diffusa l’abitudine tra i ragazzi di riprendersi e fare selfie, soprattutto con i telefonini, mentre fanno sfide particolarmente pericolose lungo i binari della ferrovia. (Fonte foto: rete internet)

Una giornata in difesa del lupo

Il World Wildlife Day dedicato al lupo, una specie protetta che oggi è di nuovo a rischio a causa del bracconaggio

Trappole, tagliole e bocconi avvelenati: circa 300 l’anno nel nostro paese cadono vittima dei bracconieri. Proprio per questo il Wwf Italia dedica al lupo il World Wildlife Day, la giornata mondiale dedicata alla fauna selvatica, istituita dall’Onu.

Il signore dei boschi è a rischio a causa dell’incombente Piano di gestione proposto dal Ministero dell’Ambiente, che consente l’abbattimento di Stato fino a 60 lupi l’anno. Una soluzione, però, «pericolosa, frutto delle pressioni di una componente minoritaria della società e dello stesso mondo agricolo» per il WWF, che spiega: «gli abbattimenti legali vengono proposti oggi solo per soddisfare le richieste provenienti da zone del Paese dove il lupo era stato sterminato, e dove ora la conflittualità con questa specie, protetta da leggi nazionali, è crescente».

Ma il lupo è anche vittima di una nuova e profonda disinformazione. Negli anni ’70, infatti, i lupi italiani erano poche centinaia. Oggi, grazie a intensi sforzi di conservazione e all’Operazione San Francesco, il lupo è tornato sulle nostre montagne. Secondo le stime più recenti la popolazione italiana si aggira intorno si 1.500 individui, ma è di nuovo in pericolo. È così che il WWF ha lanciato la petizione #soslupo rivolta al Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, per chiedere di cancellare dal nuovo Piano per la conservazione e gestione del lupo l’abbattimento in deroga alle norme di tutela.

Il lupo, infatti, è una specie chiave nell’ecosistema: «ha un indiscutibile ruolo nel mantenimento di ecosistemi sani e ricchi» spiega il Wwf. È un selettore naturale per il controllo delle popolazioni di ungulati, soprattutto cinghiali e caprioli. Secondo il Wwf, per salvare il lupo bisogna innanzitutto contrastare il bracconaggio, limitare il vagantismo dei cani padronali e il randagismo: i cani infatti possono accoppiarsi e ibridarsi con il lupo, creando seri problemi di conservazione della specie, che ricordiamo è una sottospecie unica. Il lupo italiano, infatti, corrisponde al nome di Canis lupus italicus e vive solo nei nostri boschi.

È anche con questo spirito che si è mossa l’Associazione per la Ricerca, la Divulgazione e l’Educazione Ambientale ARDEA, che il weekend del 5 e 6 marzo organizza “Sulle orme del lupo”, una due giorni all’insegna della biologia comportamentale del Lupo appenninico, della sua storia e della sua evoluzione. Un weekend nel Parco Regionale del Matese dedicato alla ricerca degli inconfondibili segni di presenza del lupo e alla scoperta delle tecniche di censimento e monitoraggio con la guida di un esperto naturalista, con anni di esperienza nello studio della specie, sulle tracce delle “piste” del predatore più intrigante ed elusivo dell’Appennino.

Somma Vesuviana, il figlio di “Re Ferdinando” : “La Barone ha fatto bene ma non è una scelta politica”

Dopo l’intervento di sua sorella Francesca, Celeste Allocca entra a gamba tesa nelle vicende politiche di Somma Vesuviana. Si rivolge alla consigliera Patrizia Barone e non risparmia critiche al sindaco Pasquale Piccolo. Il video si chiude come era solito fare il sindaco Allocca. Con il suo consueto messaggio:”Vi voglio bene” video  

Napoli. Campagna di prevenzione delle patologie oculari

La Sezione di Napoli dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e la Sezione Italiana dell’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità (I.A.P.B. Italia ONLUS), in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera della Seconda università di Napoli, con il patrocinio della Città Metropolitana di Napoli, hanno organizzato dal 29 febbraio al 19 marzo 2016 una campagna di prevenzione delle patologie oculari rivolta ai bambini frequentanti la classe quinta elementare.   A partire da lunedì 29 febbraio, l’unità mobile dell’Unione Italiana dei ciechi e degli Ipovedenti di Napoli, attrezzata con un ambulatorio oftalmico,  sarà presente in diverse scuole della Provincia di Napoli, consentendo a circa 750 bambini di età compresa tra i 9 e gli 11 anni di essere sottoposti ad una  visita oculistica  completamente gratuita. “Questa iniziativa”, afferma il Presidente della Sezione UICI di Napoli Mario Mirabile, “ nasce dalla consapevolezza che in Italia, nonostante le diverse campagne informative di profilassi visiva, esistono ancora sacche di popolazione dove la cultura della prevenzione non è pienamente arrivata e il progetto “Occhio ai bambini”, attraverso l’informazione e uncontrollo visivo, mira proprio a tutelare la vista dei più piccoli”.   L’obiettivo del check up è l’individuazione precoce delle patologie, che interferiscono con il processo di acquisizione dell’immagine compromettendo un normale sviluppo dell’apparato visivo. Vi sono, infatti, anomalie visive che si presentano precocemente e che possono rimanere sconosciute: prime fra tutte, l’ambliopia (“occhio pigro da non uso”). Come è noto, non sempre i bambini riferiscono di avere dei disturbi; invece, sottoponendo loro ad un esame che prevede dei semplici test di valutazione del normale sviluppo dell’apparato visivo, del suo corretto funzionamento sia in termini di acuità visiva che di motilità, ogni anomalia che si presenti può essere corretta precocemente evitando che permanga per tutta la vita.   L’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, da tempo è impegnata a portare avanti progetti tesi alla prevenzione delle patologie oculari, che se non diagnosticate tempestivamente, possono causare danni a volte irreparabili. L’Unione Ciechi e gli oculisti dell’Azienda Ospedaliera della Seconda Università di Napoli, come ha affermato l’oculista Prof.ssa Francesca Simonelli, ”portano avanti progetti di prevenzione in età pediatrica nella convinzione che Lo screening delle malattie oculari in età pediatrica è di grande importanza per la prevenzione di molte patologie, curabili solo se precocemente individuate”. Gli oculisti, individuati dall’AUO della Seconda Università di Napoli, se malauguratamente dovessero riscontrare disturbi dell’apparato visivo, provvederanno ad informare gli insegnanti e i genitori e ad indicare loro le strutture pubbliche di riferimento.   Nelle sotto elencate scuole e nelle rispettive date verrà svolta l’attività di prevenzione:
  • 29 febbraio 2016 Istituto Comprensivo Statale “B. Cozzolino – San Giuseppe Vesuviano;
  • 01 marzo 2016 – Istituto Comprensivo Statale “A. D’Avino” – di  Striano;
  • 02 marzo 2016 Istituto Comprensivo Statale di Ottaviano;
  • 03 marzo 2016 –  1° C. D.  di Sant’Anastasia;
  • 04 marzo 2016: Istituto Comprensivo Statale “E. Morante – di Sant’Anastasia;
  • 07 – 08 marzo 2016: 1° C.D. “G. Rodinò” di Ercolano;
  • 09 marzo 2016: 3° C.D. “A. De Curtis” – di Ercolano;
  • 10 -11 -12 marzo 2016: 3° C.D. “A. Moro di Afragola;
  • 14 – 15 marzo: Istituto Comprensivo “Di Napoli” di Casola;
  • 16 marzo 2016: 1° C.D. di Sant’Anastasia;
  • 17 marzo 2016: Istituto Comprensivo “Raffaele Viviani” di Casalnuovo;
  • 18 marzo 2016: Istituto Comprensivo “Ragazzi d’ Europa” di Casalnuovo;
  • 19 marzo 2016: Istituto Comprensivo “A. Moro” di Casalnuovo.
(Fonte foto: Rete internet)

Pozzilli. Una ricerca dell’I.R.C.C.S. Neuromed pubblicata sul Journal of American Heart Association

La ridotta attività di un gene, influenzata anche dall’alimentazione, contribuisce al rischio di ictus cerebrale.   Attraverso ricerche su modelli animali e studi condotti su persone colpite da ictus giovanile,i ricercatori hanno evidenziato come una riduzione dell’espressione del gene NDUFC2,elemento cruciale nel metabolismo energetico delle cellule, sia correlata al rischio di ictus.La dieta un potenziale fattore implicato in questo processo. La ridotta espressione di un gene, denominato ndufc2, è correlata a un aumento del rischio di ictus cerebrale, soprattutto in presenza di un’alimentazione ricca di sale. Sono i risultati di una ricerca condotta dall’Unità di Ipertensione Arteriosa, Dipartimento di Angiocardioneurologia dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli (IS), e pubblicata su Journal of the American Heart Association.   Nell’ambito degli studi sulle cause genetiche che possono essere alla base dell’ictus, i ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su questo particolare gene, implicato nella costituzione del complesso I, un componente fondamentale dei mitocondri (gli organelli cellulari destinati alla produzione di energia). Gli esperimenti sono stati condotti su due tipi di ratti: quelli spontaneamente predisposti ad essere colpiti da ictus (denominati SHRSP) e altri resistenti a questa patologia. “Abbiamo visto – dice la professoressa Speranza Rubattu, Neuromed e Universita’ Sapienza di Roma – che nei ratti predisposti all’ictus il gene Ndufc2 è espresso in misura ridotta rispetto agli altri”.   L’espressione di un gene è il processo attraverso il quale l’informazione contenuta nel DNA porta alla formazione della proteina corrispondente. Anche se l’informazione rimane sempre la stessa, esistono molti sistemi, chiamati epigenetici, attraverso i quali questo meccanismo viene aumentato o diminuito. Nel caso del lavoro pubblicato dai ricercatori Neuromed, la ridotta espressione di ndufc2 si traduce in una alterazione del complesso I dei mitocondri, cruciale per la loro funzionalità.   Uno dei fattori principali che influenzano il processo è proprio la dieta. “La riduzione dell’espressione di ndufc2 nei ratti predisposti all’ictus – continua Rubattu, prima autrice della ricerca – è decisamente più marcata quando questi animali vengono sottoposti a una alimentazione particolare, caratterizzata da un elevato quantitativo di sale. Ma c’è un’altra osservazione interessante: gli stessi ratti, se nutriti con una dieta standard, quindi meno ricca di sodio, mostrano una regolare attività mitocondriale. In altri termini, le alterazioni nel complesso I ci sono, certo, ma una dieta a normale contenuto di sodio sembra far entrare in gioco altri meccanismi, capaci di mantenere normali le funzioni dei mitocondri”.   I ricercatori Neuromed hanno voluto estendere le loro indagini anche agli esseri umani, in particolare alle persone colpite da ictus giovanile, quindi prima dei 45 anni. E anche qui il gene già studiato nei ratti è emerso come un soggetto di indagine molto interessante. Esaminando il DNA dei pazienti, gli autori del lavoro scientifico hanno infatti visto che molti di loro presentavano un particolare assetto genetico, capace proprio di ridurre l’espressione di ndufc2.   “Naturalmente – conclude la ricercatrice – saranno necessari ulteriori studi per stabilire con precisione il rapporto tra l’espressione di quel gene e l’ictus nell’uomo, ma pensiamo che il nostro lavoro sia un buon passo in avanti nell’indagine sulle basi genetiche di questa patologia. Inoltre, con questa ricerca, si rafforza l’idea che le disfunzioni mitocondriali giochino un ruolo cruciale nelle patologie cardiovascolari”.

Sant’Anastasia, processo all’ex sindaco: rinviato ad aprile il controesame di Alfano

Nell’aula del Palazzo di Giustizia di Nocera Inferiore, l’imprenditore che denunciò il sindaco Esposito (imputato per induzione indebita a dare o promettere utilità), ma l’udienza slitta dopo Pasqua. Nicola Alfano, titolare della Gpn – la ditta che ancora si occupa del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a Sant’Anastasia – è arrivato puntuale ieri mattina al palazzo di giustizia di Nocera Inferiore, accompagnato dai suoi legali Domenico Ciruzzi e Valerio Esposito. In aula anche il tenente Antonio Orlando (nucleo operativo dei carabinieri di Castello di Cisterna) e il capitano Vito Ingrosso già comandante della Tenenza carabinieri di Cercola e che nel 2013, epoca dei fatti alla base del processo, era già stato trasferito a Bari. In passato l’imprenditore Alfano aveva già collaborato proprio con Ingrosso, un rapporto che portò ad alcuni arresti (a Cercola) per tentata estorsione. Ma la presenza di Ingrosso in aula e, più in generale, nella vicenda, non è dovuta al pregresso: il capitano dei carabinieri fu il primo a consigliare all’imprenditore di denunciare, dopo averne ascoltate le confidenze ai primi di dicembre 2013. Tant’è che la denuncia venne presentata a Cercola (il comandante era allora il tenente Vrola) e non a Sant’Anastasia o a Castello di Cisterna: il 9 dicembre 2013 l’imprenditore accusa Terracciano (il funzionario comunale coinvolto nella stessa inchiesta e condannato, dopo rito abbreviato, a due anni e due mesi), il giorno successivo coinvolge anche l’ex sindaco integrando la denuncia. Ieri però in quell’aula non si è ascoltata la voce dell’imprenditore che accusò l’allora sindaco di avergli chiesto una tangente, perché è stata accolta l’istanza della difesa di Carmine Esposito (affidata al professore Vincenzo Maiello e all’avvocato Antonio De Simone) non ancora in possesso del verbale relativo all’esame di Alfano e alle deposizioni da lui rilasciate in fase d’indagine. Il giudice ha fatto sua l’istanza difensiva, differendo il controesame alla prossima udienza, ai primi di aprile. Il pm Cacciapuoti ha rinunciato a sentire il teste e l’avvocato di Alfano, Ciruzzi, si è riservato anch’egli il controesame.

Storie di donne vesuviane. Le “tabacchine” di San Gennaro Ves.no e di Palma Campania

La produzione del tabacco “kentucky” tra Sarno, Palma e San Gennaro, e la storia poco nota delle donne impiegate nelle fasi più difficili e pericolose della lavorazione delle foglie. Un’economia complessa, che ha segnato la storia sociale del territorio.   Nel novembre del 1903, mentre in tutta la Campania i lavoratori della filiera del tabacco erano in agitazione, -e in qualche caso, come a Cava e a Nocera, si trattava di un’agitazione che un Sottoprefetto giudicò  “scomposta”-,  i funzionari della polizia di Nola comunicavano a Napoli e a Caserta che i “ i tabacchini” e  le “tabacchine” di San Gennaro e di Palma restavano sostanzialmente tranquilli. Le relazioni trasmesse dalle forze dell’ordine alle Prefetture e le cronache delle riviste specializzate ci permettono di ricostruire in grandi linee il sistema della coltivazione del tabacco che alla fine dell’ Ottocento si diffuse lungo la strada Sarno – Palma Campania, nella pianura vasta, ricca d’acqua e di clima temperato. In questo sistema le donne, pur  tenendosi lontano dalle mischie sindacali che le “tabacchine” pugliesi affrontavano in quegli anni schierandosi in prima linea, non solo svolsero con dignità la parte  più pesante del lavoro, ma divennero consapevoli di quanto fosse importante il contributo che esse davano al bilancio e al riscatto sociale delle loro famiglie. E’ importante sottolineare questo aspetto, anche perché nel resto d’Italia l’immagine delle “tabacchine” e delle sigaraie veniva spesso associata a quella di costumi alquanto liberi. Anche a Palma e a San Gennaro era importante il ruolo dei  “conduttori” che prendevano in fitto la terra – non raramente erano dei prestanome-, mantenevano i contatti con le Agenzie del Ministero delle Finanze, in particolare con l’agenzia di Scafati , curavano il trasporto delle foglie ai centri di raccolta, ingaggiavano i lavoratori che secondo le stime della polizia erano, nel 1903, non meno di 140: e di questi, almeno 60 erano donne. Ma è probabile che gli elenchi ufficiali siano vistosamente incompleti.   Quasi tutti, uomini e donne, avevano appreso il mestiere presso la Regia Scuola Pratica di Agricoltura di Poggiomarino. E’ certo che già  nel ‘700 qualche moggio di terra tra Palma e San Gennaro era coltivato a tabacco, l’ “erba santa” un tempo affidata alle cure dei Cappuccini e già considerata non solo un veleno, ma anche un utile “medicamento”.  Un’ erba strana e contraddittoria, perché i “fisici” del primo Ottocento la giudicavano allo stesso tempo “irritante” e “stupefacente”: usata con moderazione, come erba “irritante”, poteva risultare espettorante, diuretica e lassativa, mentre le proprietà “stupefacenti” dell’ “estratto acqueo”  erano utili nel sedare  anche l’isteria, l’epilessia e varie forme di “mania”. Non fu facile la coltivazione del tabacco tra Sarno, Palma e San Gennaro: i “coloni” non rispettavano le ferree regole imposte dal Ministero soprattutto per la scelta dei terreni da destinare alla coltivazione, e almeno tre volte, dal 1895 al 1903, i funzionari dell’ Agenzia di Scafati  ordinarono la distruzione del “prodotto”: ma non c’era raccolto che non venisse accompagnato da un contorno di multe. Due erano i tipi di tabacco coltivati nella piana: il Kentucky e il “nostrano”, indicati in qualche documento anche come “brasiliano” e “beneventano”. Gli uomini provvedevano a preparare il “pascone” e a concimarlo con “letame cavallino”, che veniva raccolto in tutte le stalle del territorio, versato in botti, e trasportato al “pascone” su carri spesso coperti da tendoni di cuoio, come quelli dei pionieri nei film western. A gennaio le pianticelle si trapiantavano in file orizzontali e verticali, che si incrociavano a formare quadrati e  distavano tra di loro 80 cm.: questo lavoro di precisione veniva affidato alla pazienza delle donne, la cui  “giornata” era di una lira e mezza. Le donne eseguivano anche la cimatura e la scacchiatura, operazioni indispensabili per liberare le piante da ramificazioni laterali. Ma la scena “pittoresca” era quella della infilatura, che mi venne descritta da una anziana signora di San Gennaro Vesuviano nel 1970: le foglie raccolte da squadre di 5 uomini e  10 donne venivano trasportate negli angoli in ombra di cortili ventilati e asciutti, e qui le donne le “spulardavano”, le liberavano dalla pula e dal terriccio strofinandole, una per una, tra le mani nude. Era un’operazione micidiale, che aggiungeva anche le lesioni della pelle alle altre malattie “professionali”, le  infiammazioni agli occhi, i danni all’ apparato respiratorio, le infezioni del cavo orale. Bisogna anche dire che a partire dal 1903 gli uffici sanitari di Palma e di San Gennaro predisposero controlli periodici per tutti i lavoratori impiegati nella filiera del tabacco, e in particolare per quelli che andavano in giro raccogliendo il letame: ovviamente,  i lavoratori “in nero”, che erano la maggioranza, e gli stagionali non godevano dei benefici dell’assistenza pubblica. “Spulardate” le foglie, le donne, sedute in circolo, le infilavano “pel picciuolo a dello spago”: era un’operazione lunga e snervante, che le operaie cercavano di alleviare cantando, raccontandosi le loro storie, prendendo coscienza, con una riflessione collettiva, della loro condizione. I documenti non ci dicono altro, e la tradizione orale è assai vaga: ma è facile immaginare  la ricca umanità di queste donne che erano anche responsabili dell’ “ammarronatura” delle foglie, della loro perfetta maturazione, segnalata da un caldo colore marrone. Era, quello delle “tabacchine”, un lavoro che coinvolgeva tutti i sensi e squadernava sotto i loro occhi i meccanismi di un’economia che non voleva rispettare le regole. E non è un caso che in certe zone del territorio tra Nola e il Vesuvio il danaro procurato dagli affari illeciti venga chiamato “ ‘o tabbacco”, con due “b”.

L’Antimafia: clan decimati, ma la camorra tra Napoli e provincia è in mano ai ragazzini

La relazione della Direzione Nazionale Antimafia, presentata ieri dal procuratore Franco Roberti, fornisce dati e cifre in qualche caso preoccupanti: gli omicidi causati da tutte le organizzazioni criminali in Italia sono in crollo ma non è così a Napoli dove invece aumentano. E nel vuoto di potere causati dagli arresti dei boss allignano nuove generazioni di giovani e giovanissimi senza freni. Le attività privilegiate? Videopoker e Centri Scommesse.   L’attività investigativa ha determinato veri e propri stravolgimenti nel panorama delle organizzazioni criminali, determinando la scomparsa o il forte indebolimento di alcuni storici clan di camorra, ormai orfani di tutti gli esponenti di maggior livello e carisma criminale, in quanto tratti in arresto e in stato di detenzione con pesantissime condanne e, talvolta, passati a collaborare con la giustizia». Lo rileva la relazione 2015 della Direzione nazionale antimafia presentata dal procuratore Franco Roberti e dalla presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Questa situazione «avrebbe creato veri e propri vuoti di potere, che giovani generazioni di camorristi stanno cercando di occupare, con metodi violenti e senza la capacità di misurare il rapporto tra benefici e costi delle proprie azioni criminali, se non altro sotto il profilo della loro capacità di determinare una particolare reazione delle istituzioni statali». Attualmente sono 215 i detenuti per reati di camorra sottoposti a regime detentivo previsto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, il cosiddetto carcere duro.  Questi 215 detenuti fanno capo a organizzazioni criminali di tipo mafioso radicate nell’area metropolitana di Napoli e provincia e nella provincia di Avellino. «I casi di nuova applicazione del regime speciale riferiti al periodo compreso tra il 1 luglio 2014 ed il 30 giugno 2015 riguardano invece – segnala la Dna – i vertici di diverse aggregazioni camorristiche attive nel centro cittadino e nella provincia di Napoli». Il procuratore Roberti, nel corso della presentazione del rapporto annuale ha poi sottolineato come siano «in crollo» gli omicidi causati da tutte le organizzazioni criminali italiane tranne che nel napoletano, dove invece aumentano.  «La camorra è un’organizzazione ‘omicidaria’ per una causa precisa ha detto Roberti-: gli arresti dei boss condotti negli ultimi anni hanno creato un vuoto di potere che giovani e giovanissimi, naturalmente senza freni, cercano di occupare, è un problema di ordine pubblico». I collaboratori di giustizia rappresentano «uno strumento irrinunciabile di acquisizione conoscitiva e probatoria» nella lotta alla camorra: si ribadisce nella relazione, segnalando che la loro utilità «trova conferma nell’esito positivo delle verifiche giurisdizionali nei procedimenti penali fondati sulle dichiarazioni degli stessi, nonostante la costante azione di inquinamento e di intimidazione messa in atto dalle organizzazioni criminali minacciate dalle loro rivelazioni». È però necessario avviare «una attenta verifica probatoria del contenuto di rivelazioni, esposte a concreti pericoli di concertazione e inquinamento, nonché, nella medesima prospettiva di prevenzione di ogni rischio di crisi della stessa credibilità e sostenibilità dell’istituto in parola, di rigorosa e prudente gestione dei meccanismi premiali previsti dalla legge». Quanto ad interessi e attività dei clan, l’interesse manifestato dalla camorra verso i giochi online e in particolare il videopoker «è stato ampiamente esplorato specie con riferimento al coinvolgimento della maggior parte dei clan napoletani e campani nelle attività delle medesime famiglie di imprenditori» – segnala la relazione dell’Antimafia, sottolineando come un altro settore da tempo eletto dalle organizzazioni camorristiche «a uno degli ambiti entro i quali appare più conveniente reinvestire profitti criminosi è quello delle agenzie di scommesse che – per la sua peculiare ramificazione territoriale, che può corrispondere alla dislocazione delle singole agenzie di una determinata società di raccolta di scommesse sportive, oltre che per la stretta relazione con il gioco on-line, per sua natura, dematerializzato – spesso implica il coinvolgimento di più di un sodalizio criminale. Su questo terreno – precisa la Dna – spesso si formano e consolidano alleanze o, viceversa, si consumano sanguinose rotture».  

Il Governatore, l’energia e i Cinque stelle

Non sarà una scelta indolore quella che dovrà fare la Campania per una nuova “opzione energia”. Una partita delicata con impatti rilevanti sull’ambiente. Approvata pochi giorni fa in Consiglio regionale la mozione del M5S di  sospensione delle  autorizzazioni degli impianti eolici, la Giunta si prepara per il  nuovo Programma Energetico Ambientale Regionale : il PEAR. Il vigente è del 2009 e va rivisto. Per chi ricorda il discorso di insediamento del Governatore De Luca, si tratta di dare sostanza  alla “ grande occasione per una specializzazione industriale della Campania nel campo delle produzioni che riguardano le energie rinnovabili, il risparmio energetico e tutta la materia legata all’ambiente.” Nulla da dire, anzi. Un disegno  ambizioso che può condurre la  più popolosa Regione del Mezzogiorno  verso progetti  di qualità  a  vantaggio di  milioni di famiglie, di un tessuto produttivo asfittico e di un ambiente più salubre. Il deficit da colmare è strutturale e le  soluzioni da adottare richiederanno un largo consenso. Un nodo va sciolto, però.  Come  si concilierà lo stop alle pale eoliche – che notoriamente producono energia pulita – con l’obiettivo di più fonti rinnovabili, invocate dal Governatore. In Consiglio regionale De Luca ha condiviso la mozione dei Cinque stelle , peraltro approvata all’unanimità. Guarda caso proprio quando la Campania  entrava a far parte del  progetto “Smart Technology AT-AAT” per la macro area del Sud. Le linee ispiratrici di questo progetto sono contenute nel pacchetto clima approvato dall’Unione Europea. Linee che se non condivise, non producono nessun beneficio economico e sociale. La Campania, evidentemente, deve averle condivise se è entrata a far parte dello “Smart Technology “. La declinazione delle fonti di energia ruota attorno alle rinnovabili per ridurre le emissioni climalteranti. La Macro Area Sud comprende anche Calabria, Puglia ,Sicilia. Si parla di produzione e trasporto di energia elettrica , con i colossi della produzione energetica schierati ai primi posti. Dall’Irpinia, al Sannio alla Piana del Sele , il fabbisogno campano entro il 2020 dovrà essere coperto per il 35% da fonti rinnovabili. In termini assoluti il loro peso dovrà crescere del 20% . Occorrerà una  buona intesa con i soggetti interessati a fare investimenti. Ancor di più per non ostacolarli con provvedimenti e  misure che possono frenare  le iniziative industriali. La missione è strettamente legata ad ipotesi di sviluppo territoriale con bassi impatti ambientali. Le infrastrutture da realizzare saranno curate in primo luogo dalla Terna, la Società che gestisce le reti di trasmissione elettrica in tutto il Paese. Terna avrà il compito di integrarle con i Piani Operativi Energia già approvati a Bruxelles e  permettere alla Rete nazionale di trasporto di  alimentarsi  il più possibile da fonti non inquinanti. Il nuovo PEAR della Campania anche per questo sarà  un banco di  prova  decisivo. Dal punto di vista finanziario, l’armonizzazione di  progetti e scelte operative vale  50 milioni di euro, resi disponibili dal Ministero dello Sviluppo Economico. Lo scenario già noto – sebbene po’offuscato – resta il “20-20-20”, ossia la riduzione dei gas serra,  quella dei consumi energetici, la soddisfazione dei fabbisogni con fonti pulite. Ma le buone intenzioni, come le strumentalizzazioni non aiutano, quando si deve scegliere nell’interesse generale ed in gioco ci sono interessi assai cospicui. Come farà la  Campania  a coniugare un Piano incentrato sulle energie rinnovabili con la moratoria sull’eolico, sarà interessante da vedere. Nella partita si è inserita l’Asso Rinnovabili, che  giudica illegittima la mozione del Consiglio regionale che sta bloccando 61 iniziative eoliche che hanno già ottenuto la valutazione di impatto ambientale. Il Governatore De Luca  di sicuro troverà una sintesi. E magari  rileggerà anche quel punto del Programma  del movimento 5 stelle  (www.Beppegrillo.it ) per “incentivazione della produzione distribuita di energia elettrica estendendo a tutte le fonti rinnovabili la normativa del conto energia “.

Rapine nelle tabaccherie di Napoli e provincia: il pomiglianese Francesco Marigliano firma un accordo con il prefetto Pantalone

L’esponente della FIT : “Non vogliamo più subire. Chiediamo aiuto allo Stato” Contrastare la criminalità predatoria attraverso una concreta sinergia tra i commercianti e le forze dell’ordine. Il protocollo d’intesa che sancisce quest’ambizioso obiettivo è stato firmato il 25 febbraio scorso dal presidente provinciale della Federazione Italiana Tabaccai, il pomiglianese Francesco Marigliano, e il prefetto di Napoli, Gerarda Pantalone. Il presidente provinciale della FIT definisce l’accordo stipulato qualche giorno fa in Prefettura  “un nuovo strumento per accrescere sinergie e opportunità di sicurezza partecipata a livello provinciale, nel contrasto alla criminalità predatoria che sceglie come bersaglio gli operatori delle rivendite tabacchi”. L’obiettivo del patto sottoscritto insieme al prefetto Pantalone è la prevenzione della criminalità nelle rivendite di generi di monopolio. Un obiettivo  già oggetto di accordo nazionale nel dicembre del 2014. “Napoli – aggiunge Francesco Marigliano – è tra le più grandi città italiane a scegliere questa linea di difesa attraverso la diffusione di sistemi di videosorveglianza che interagiscono direttamente con le centrali operative delle forze dell’ordine. La Federazione Italiana Tabaccai – prosegue il presidente provinciale –  ha assunto una posizione ferma e decisa per potenziare l’attività di prevenzione e repressione degli eventi criminali ai danni dell’intera categoria. Solo con interventi mirati – conclude l’esponente territoriale della Fit  – potremo arrestare questo fenomeno e garantire più sicurezza su tutto il territorio”.