Paolo Guarino premiato al Sele d’Oro Mezzogiorno

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  Un riconoscimento al suo impegno per dare voce ed energia all’imprenditoria giovanile del territorio Oliveto Citra – Nell’ambito della 41ª edizione del Premio Sele d’Oro Mezzogiorno, prestigiosa manifestazione culturale che da oltre quarant’anni valorizza le esperienze e le personalità capaci di generare sviluppo nel Sud Italia, è stato insignito Paolo Guarino, professionista attivo nel settore della consulenza fiscale. Il riconoscimento gli è stato attribuito per il suo impegno costante nel dare voce ed energia all’imprenditoria giovanile, accompagnando nuove realtà emergenti del territorio e offrendo sostegno concreto ai giovani che scelgono di intraprendere percorsi professionali e imprenditoriali nel Mezzogiorno. Nel suo intervento, Guarino ha sottolineato l’emozione e la gratificazione di ricevere un premio così importante alla presenza di figure di valore come il sindaco di Oliveto Citra, Mino Pignata, il presidente della giuria Amedeo Lepore, il già ministro ed economista Paolo Baratta, oltre che di tanti amici e colleghi. Un momento reso ancora più speciale dalla presenza della sua famiglia: la moglie Alessia e i figli. > “Ricevere un premio al Sele d’Oro Mezzogiorno è sempre emozionante e gratificante – ha dichiarato Guarino nel suo post ufficiale – ma farlo davanti alla mia famiglia non ha prezzo. Ringrazio chi mi ha sostenuto da vicino e da lontano”.   Il Premio Sele d’Oro continua così a confermarsi come vetrina d’eccellenza per raccontare storie di talento, innovazione e passione civile, capaci di rafforzare il legame tra comunità e futuro.

Passeggeri in sovrappeso e doppio biglietto: dibattito acceso tra diritti, sicurezza e discriminazioni

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Alcune compagnie aeree chiedono ai viaggiatori con corporatura robusta di acquistare due posti. Una scelta che solleva interrogativi non solo pratici, ma anche etici e sociali.

Negli ultimi mesi alcune compagnie aeree hanno introdotto – o ipotizzato di introdurre – politiche che impongono ai passeggeri in sovrappeso l’acquisto di due posti, con la motivazione che i sedili standard non sarebbero sufficienti a garantire sicurezza e comodità, né per loro né per chi viaggia accanto.

Una decisione che, però, ha acceso un dibattito ben più ampio. È giusto far pagare un “sovrapprezzo” legato al corpo di una persona? E fino a che punto una misura pensata per motivi di sicurezza non rischia di trasformarsi in una vera e propria forma di discriminazione?

Chi difende questa linea richiama la necessità di tutelare tutti i passeggeri, evitando situazioni di disagio e garantendo che ciascuno possa viaggiare nel proprio spazio. Dall’altra parte, però, i critici sottolineano come i sedili siano progettati per corpi “standardizzati”, lasciando fuori una larga parte della popolazione. Ma cosa significa davvero standard?

C’è poi un aspetto sociale che non può essere ignorato. Il sovrappeso non è semplicemente una scelta individuale: entrano in gioco fattori complessi come genetica, condizioni economiche, accesso a un’alimentazione sana o possibilità di praticare attività fisica. Applicare una penalizzazione economica rischia di rinforzare disuguaglianze e pregiudizi, piuttosto che promuovere inclusione.

Le compagnie, è vero, devono fare i conti con sostenibilità e sicurezza, ma la vera domanda resta aperta: perché non ripensare gli spazi del trasporto aereo, invece di chiedere ai corpi di adattarsi a misure che spesso non corrispondono alla realtà?

La questione, dunque, va ben oltre il tema dei voli. È uno specchio della società in cui viviamo e del modello che vogliamo costruire: uno che penalizza chi non rientra nei parametri, o uno capace di accogliere la diversità in tutte le sue forme.

Muore sbranato dagli animali sul Vesuvio: era andato per funghi

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OTTAVIANO. Una tranquilla uscita alla ricerca di funghi si è trasformata in un dramma per Angelo Cutolo, 78 anni. L’uomo è deceduto nella serata di sabato dopo essere stato ferocemente assalito da un animale selvatico, probabilmente un cinghiale.   Il pensionato era uscito di casa nel pomeriggio, intorno alle 17, come faceva spesso. Non vedendolo rientrare e non riuscendo a contattarlo al cellulare, il figlio ha deciso di andare a cercarlo. Dopo lunghe ore di apprensione, l’ha trovato riverso in una radura, con il corpo dilaniato dai morsi.   Senza perdere tempo lo ha caricato in auto e portato alla clinica Santa Lucia, ma le condizioni erano ormai irreversibili: la perdita di sangue e le ferite profonde non hanno lasciato scampo. Nonostante i tentativi del personale sanitario, l’uomo è spirato poco dopo il ricovero.   Sul posto sono giunti gli agenti della Polizia di Stato di San Giuseppe Vesuviano, che hanno avviato accertamenti per stabilire la dinamica esatta. Gli investigatori non escludono che ad aggredire l’uomo sia stato un branco di cinghiali, sempre più diffusi sulle pendici del Vesuvio a causa della riduzione del loro habitat naturale.    

Istituto “Viviani”, trasloco a sorpresa: la scuola ottiene una prima proroga, ma resta alta la tensione

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Caos a Castellammare di Stabia. La Città Metropolitana impone il trasferimento dell’Alberghiero in tempi strettissimi. Docenti e famiglie insorgono. Tutto rinviato, però,  al 15 novembre dopo la mobilitazione politica e istituzionale. Castellammare di Stabia. E’ scoppiata qualche giorno fa la protesta all’Istituto Alberghiero “Raffaele Viviani” dopo la comunicazione improvvisa della Città Metropolitana di Napoli che impone, con effetto immediato, lo spostamento di arredi e attrezzature scolastiche nella nuova sede di via Savorito. Una notizia arrivata a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico e che ha colto di sorpresa l’intera comunità scolastica.

Nuova sede non adeguata alla scuola per i docenti.

A preoccupare ulteriormente i docenti e le famiglie degli studenti è l’idoneità della nuova struttura individuata in via Savorito, ritenuta insufficiente per accogliere tutte le classi, oltre ai laboratori professionali e agli uffici amministrativi. I professori sollevano dubbi su qualità e sicurezza dell’edificio, sottolineando che l’attuale sede di via Annunziatella, pur con i suoi limiti, resta più attrezzata per garantire un’offerta formativa completa.

La proroga dopo la mobilitazione.

La pressione esercitata da scuola, famiglie e amministratori locali ha però prodotto un primo risultato. Dopo l’intervento della consigliera metropolitana Ilaria Abagnale, sindaca di Sant’Antonio Abate, e il sostegno del sindaco stabiese Luigi Vicinanza, la Città Metropolitana ha concesso una proroga: il termine per il trasferimento è stato rinviato al 15 novembre.

Si tratta di una vittoria solo parziale, ma che offre un margine di respiro all’istituto, permettendo una gestione più ordinata del delicato trasloco. L’ente metropolitano difende la decisione di abbandonare la storica sede di via Annunziatella. In una nota ufficiale, viene spiegato che il contratto di locazione è stato rescisso a causa di “inadempienze contrattuali” da parte della proprietà dell’immobile.

Tuttavia, ora Città Metropolitana apre ora a una gestione più graduale del trasferimento e annuncia l’arrivo di nuove attrezzature per i laboratori di cucina, riconoscendo l’inadeguatezza degli strumenti attualmente presenti nella nuova sede.

Somma Vesuviana, sognando la 50esima edizione del Palio dell’anno 2040…

Qualche anno fa pubblicammo un articolo sul Palio immaginato scritto nel futuro, anno 2040. Ci piace riproporlo in parte, visto che già tutti fortunatamente hanno detto tutto su questa 32esima edizione. Ovviamente è una finzione, speriamo utile, per cercare di evidenziare i limiti, con di contro i vantaggi potenziali, che la manifestazione, involontariamente, o inconsciamente, subisce da anni. Atteggiamento collettivo che tenta di  confinarla nell’elenco delle manifestazioni minori, nonostante gli sforzi encomiabili degli organizzatori e la grande forza del progetto.   Ci piace qui sottolineare che è l’unico evento annuale che non prevede “Processioni” ma cortei. E, con tutto il rispetto, non ci sono Santi da venerare. Verrebbe quasi la necessità di dire che, inventato da cattolici, non presenti circolazioni di statue religiose.  Avrebbe quindi i requisiti per diventare un grande evento, laico, popolare, di agonismo, arte, cultura, storia ecc,  se solo aumentasse la considerazione sociale e politica necessaria per farne anche volano di una comunità dinamica e moderna. Lo facciamo sperando che si possa cogliere, comunitariamente, la necessità di potenziare ulteriormente questa manifestazione come meriterebbe nella realtà.  Somma Vesuviana, settembre 2040  –   Da quando è intervenuta la Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali il programma di settembre si è spalmato su oltre una settimana. Si comincia il primo sabato di settembre e si arriva alla mezzanotte della seconda domenica con la consegna del Palio al rione vincitore. L’attrice Serena Rossi, ancora bellissima, ormai è madrina fissa della kermesse. Da quando ha partecipato al film sulla vita di Lucrezia d’Alagno di Pupi Avati con Luca Zingaretti, girato negli interni del Castello De Curtis-D’Alagno, si è innamorata di questi luoghi ed appena può si rifugia nel palazzo Colletta al Casamale dove ha preso l’ultimo piano. Spesso viene insieme alla sua amica Luisa Ranieri con cui fa lunghissime passeggiate nei sentieri del Monte Somma. John Turturro invece si sbellica dalle risate tutte le volte che assiste alla corsa col “chirchio”. Afferma che quei giocatori mostrano l’anima dei vesuviani con la loro forza e destrezza quando va bene. Gli piace però lo spettacolo di quando la corsa va  in malora: in quei volti di spettatori e di “atleti” c’è  l’ironia, il teatro, con tutta la gamma di smorfie di disappunto, serio o finto, in cui da queste parti si eccelle. Il regista-attore statunitense ha conosciuto questa terra quando, richiamato dai canti di devozione alle varie “madonne” nell’aprile del 2025, armato di sofisticate macchine  da ripresa, girò un documentario sui riti di religiosità popolare scoprendone un legame con il culto di Dioniso. Nel programma figura anche una serata di torneo con i giochi antichi. Un vero e proprio Palio nazionale. Partecipano squadre in rappresentanza delle città antiche di epoca romana. Il torneo per quest’anno  è l’“apodidraskinda” (gioco a nascondino) che nel frattempo è stato incluso tra i giochi olimpici. Ovviamente il torneo è itinerante, capita a Somma ogni sei anni. Tra le serate del Palio un posto prestigioso è rappresentato dal Giappone. In pratica dal lontano 2002, arrivo della Missione Archeologica dell’Università di Tokyo, si è consolidato un rapporto molto stretto con la popolazione locale. Molti ricordano ancora con grande affetto il profMasanori o il dr. Satoshi, o forse il prof. Akira, che lavoravano alla Starza per vari mesi ogni anno. E di anno in anno, man mano che si allargava lo scavo, e di decennio in decennio, man mano che si allargava il progetto (dopo la villa, il tempio, poi la cisterna, poi l’acquedotto ecc. ecc.), i sommesi consideravano i giapponesi ormai di casa. Anzi ne sono talmente riconoscenti che si cerca di coinvolgere lo staff nipponico nelle tante manifestazioni locali. Il Palio ha avuto il privilegio, vista anche la materia popolare che rappresenta, di firmare un protocollo di intesa per consolidare l’amicizia tra le due nazioni tanto distanti. I sommesi hanno portato a Tokyo le lucerne e le tammurriate ricevendo a Somma frammenti di Matsuri ( festival di tradizionali giapponesi) nei caratteristici abiti yukata. Quindi nei giorni del Palio, che coincidono con i giorni di apertura gratuita del grande parco archeologico di Mercato Vecchio (20.000 metri quadri), c’è sempre qualche evento legato a Tokyo  (quest’anno c’è un torneo di “go” che si svolge tra Somma e la capitale del Sol levante in diretta televisiva). Ormai Somma è una meta irrinunciabile per tutti i turisti giapponesi che atterrano a Roma. E’un flusso continuo di torpedoni che dopo Pompei e/o Ercolano fanno tappa a Somma per il pranzo e la visita al complesso turistico della Starza. Ovviamente la cittadina si è ormai attrezzata con varie strutture ricettive di livello medio alto. E naturalmente ha dovuto anche adeguarsi culturalmente all’invasione. Diciamo che anche sotto l’aspetto urbanistico Somma si è trasformata. Per esempio il panorama agricolo è molto migliorato rispetto ai primi decenni del 21. secolo. Vigneti di catalanesca su tutte le colline, ma soprattutto un grande laboratorio di agricoltura biologica a valle per la coltivazione di ortaggi in tutte le stagioni. E’ stata una vera rivoluzione verde quello che si è avviata alla fine degli anni venti (2020). La grande crisi economica del vecchio continente ha aperto varchi di sviluppo agricolo impensabili prima. E si sa: tra cultura ed agricoltura c’è un grande legame. L’una e l’altra a Somma funzionano, eccome! Il vecchio Casamale, con i fondi europei del progetto “case sicure” nelle zone a rischio catastrofe, ha ristrutturato quasi tutti i quaranta fabbricati di pregio del sei-settecento. Ha rimesso in piedi le quattro porte e l’intera murazione aragonese che lo racchiude. Ricostruendone addirittura, dove mancante, tratti interi compresi i merli. Un’opera colossale ma che ha cambiato il volto di questa antica meraviglia sopravvissuta a tutto ed a tutti. E via sognando…

La “taverna” vesuviana a metà del ‘600: Lardone aveva già spiegato come si beve il vino

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Lardone è uno dei personaggi della “Tabernaria” di G.B. Della Porta, pubblicata postuma nel 1616, un anno dopo la morte dell’autore. Nella prossima edizione dei “Tesori del Vesuvio” – lo splendido evento organizzato dal Circolo “A. Diaz” di Ottaviano -pubblicheremo, con l’aiuto degli dei, documenti e immagini dei luoghi storici di questi “tesori”, dei lavoratori, dei venditori, dei mercati, dei mezzi di trasporto. Per dimostrare la ricchezza e la complessità del tema, parliamo in questo articolo di una taverna vesuviana a metà del ‘600. Correda l’articolo l’immagine del quadro “I mangiatori di ricotta” di Vincenzo Campi.   Le taverne vesuviane a metà del ‘600 offrivano agli avventori le paste e le minestre, la carne di maiale, il tosciano, cioè “’o zoffritto”, il pesce del mar Tirreno, la tonnina e “’o tarantiello”, le anguille e le rane del Sarno ( Ancora nel ‘900 le anguille del Sarno, non ancora totalmente inquinato, costituivano uno dei “piatti importanti del ristorante “da Biasella” a Scafati, e una signora sarnese che ogni giorno portava su un carretto tirato da due cavalli “’a verdura” a Ottaviano regalava di tanto in tanto un piatto di pezzi d’anguilla alle clienti più importanti: “so’ le anguille d’’a verdummara”). Nel 1664 l’assisa dei formaggi e dei “salumi” venduti nel territorio di Ottajano comprendeva “caso vecchio, caso marzatico di pecorino, casocavallo, casocavallo vecchio, caso cellese di Sicilia, caso caprino secco, ricotta salata, provole del Gaudello, lardo vecchio, lardo nuovo, pettorine, boccolari e spalle, presciutte senz’ossa”. Il lardo vecchio e nuovo, la sugna vecchia e nuova e i salsiccioni li portavano a Ottajano da Solofra, ogni martedì, gli ottajanesi Giovanni Rega e Tonio Di Spirito, che esercitavano un vero e proprio monopolio: bisogna dire, perché tutto sia chiaro, che due fratelli di Giovanni Rega lavoravano come “guardie delle selve” al servizio dei Medici. Dal Nolano arrivava il “pecorino marzatico”, che non costava molto, e perciò era molto richiesto da chi ricco non era: i ricchi si potevano permettere di chiedere al “tavernaro” una bella porzione di “tarantiello”: mezzo chilo di questo salume ricavato dalla ventresca del tonno costava come la “giornata” di un contadino. A metà del ‘600 i “piatti” e le bottiglie di vino divennero i segni coloriti della rivoluzione che stava impetuosamente modificando, nelle donne e negli uomini, la percezione della materia, del corpo, delle cose, e anche il senso del tempo. Si incominciò a “sentire” e a capire che il piacere di una buona bevuta si sviluppa con un ritmo lento e investe e muove, in misura diversa, ogni parte del corpo. “Non sono, questi, vini da bersi subito – dice Lardone, un personaggio della “Tabernaria” di G.B. Della Porta -, ma prima farci un pochetto l’amore, poi accostarlo alla bocca pian piano con una maestà grande, poi con una regale riverenza sporger le labbra fuori e andare a incontrarlo, toglierne un saggio e darlo alle prime labbra; poi un altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giù nel ventre come fosse una medicina; e bevuto che ne avrai un pochetto, sta’ a contemplare la battaglia che fanno le membra che tutte vogliono essere le prime a gustarlo: il cuor primo ne cava la quinta essenza, il polmone tutto si ci tuffa dentro, le budella se ne riempiono e la milza all’ultimo se ne succhia la parte sua”. La taverna fu dunque il luogo dell’abbondanza, del tempo riconquistato, dei piaceri e del gioco: dominavano la morra, il tocco a padrone, la “calavresella”, la briscola, la scopa, lo scopone, il tressette, il sette e mezzo e lo zecchinetto. Nel gioco, nel vino e nella libertà dei gesti si consolidò la materia grezza della libertà di parola, che trovava un perfetto uditorio nella società mista di contadini, “meccanici”, prostitute, ribaldi e “galantuomini” seduti, se non sulle stesse panche, nello stesso spazio. Al centro di questa “officina” l’oste e l’ostessa svolgevano ogni giorno il difficile esercizio della calcolata doppiezza, della politica prudenza e della dissimulazione più o meno onesta.  

Quando le parole uniscono: come costruire ponti e non muri

Viviamo in un’epoca caratterizzata da una comunicazione rapida, spesso frammentata e a volte conflittuale. Le parole, che dovrebbero essere strumenti di dialogo e comprensione, rischiano invece di diventare armi che dividono e costruiscono muri invisibili tra persone, comunità e intere società. Ma cosa succederebbe se riuscissimo a trasformare le parole in veri e propri ponti? Come possiamo comunicare in modo che le nostre parole uniscano invece di dividere?   La forza delle parole: molto più di semplici suoni.   Le parole non sono mai neutre. Ogni parola porta con sé un peso, un significato che va oltre il semplice vocabolario. Possono creare empatia, ispirare azioni positive, ma anche alimentare rancore e pregiudizi. Un atto potente, un’arte che richiede consapevolezza e responsabilità.   Quando scegliamo con cura le parole, siamo in grado di avvicinare persone con idee, culture e storie diverse, costruendo ponti che favoriscono l’incontro e la comprensione. Al contrario, parole cariche di giudizi o di esclusione rischiano di erigere barriere che separano e isolano.   Ascolto attivo: la base per costruire ponti.   Un primo passo fondamentale per usare le parole come strumento di unione è imparare ad ascoltare veramente. Ascolto attivo significa accogliere l’altro senza pregiudizi, mettersi nei suoi panni e cercare di comprendere il suo punto di vista. Solo così la comunicazione diventa dialogo, scambio autentico, e non un monologo dove ciascuno cerca di imporre la propria verità.   L’ascolto genera empatia, una componente essenziale per costruire ponti comunicativi. Quando sentiamo di essere capiti, siamo più inclini ad aprirci e a rispondere con sincerità e rispetto. Le parole quindi non saranno usate per attaccare, ma per cercare insieme soluzioni e compromessi.   Voglio farvi un esempio di allenamento all’ascolto attivo così che possiate in qualche modo praticarlo sin da subito. Quando state ascoltando qualcuno raccontarsi o raccontare, fate domande aperte. Invece di rispondere immediatamente con la vostra opinione, ad esempio, fate domande che incoraggino l’altra persona a esprimersi di più. Questo mostra interesse genuino e può portare a conversazioni più profonde e significative, oltre a darvi la possibilità di raccogliere realmente maggiori informazioni riguardo ai fatti, cose e persone in questione. La scelta del linguaggio: inclusivo e rispettoso.   Un altro aspetto cruciale è la scelta del linguaggio. Parole inclusive e rispettose sono la chiave per evitare fraintendimenti e conflitti. La comunicazione inclusiva evita stereotipi e pregiudizi, promuovendo invece una rappresentazione equa di tutte le persone e realtà coinvolte.   Nelle situazioni di conflitto o negoziazione, ad esempio, utilizzare un linguaggio che riconosce i bisogni e le emozioni dell’altro permette di mantenere il dialogo aperto e produttivo. Al contrario, un linguaggio aggressivo o giudicante può chiudere ogni possibilità di confronto, rafforzando i muri della diffidenza.   La narrazione come ponte culturale.   Le storie sono uno degli strumenti più potenti per unire le persone. Attraverso la narrazione, possiamo raccontare esperienze, valori e tradizioni che permettono di vedere il mondo con occhi diversi. Le storie ci aiutano a umanizzare l’altro, superando stereotipi e generalizzazioni.   In ambito comunicativo, valorizzare le narrazioni di diverse comunità significa costruire una società più inclusiva e tollerante. Anche nei media e nella comunicazione aziendale, raccontare storie autentiche e diversificate è un modo per tessere ponti e favorire l’incontro tra culture.   La responsabilità di chi comunica.   Ogni comunicatore, che sia un giornalista, un influencer, un manager o un semplice cittadino, ha una responsabilità fondamentale: usare le parole per costruire ponti, non per erigere muri, unire e non dividere, creare connessioni. Questo richiede consapevolezza, empatia e una continua riflessione sul potere del linguaggio.   In un mondo interconnesso, dove le parole possono raggiungere migliaia di persone in pochi secondi, questa responsabilità diventa ancora più urgente. La comunicazione etica e responsabile è la chiave per costruire comunità resilienti e coese.   Quando le parole diventano ponti, il mondo si apre a nuove possibilità. La comunicazione non è più uno strumento di divisione, ma un mezzo per creare legami profondi e duraturi. Costruire ponti con le parole significa coltivare rispetto, ascolto e inclusione, e riconoscere l’umanità che ci accomuna.   In un’epoca in cui la frammentazione sociale sembra sempre più evidente, investire nella qualità delle nostre parole è un atto di coraggio e speranza. È la via per superare i muri dell’incomprensione e aprire nuove strade verso un futuro più unito e solidale.   Del resto la comunicazione è la competenza per eccellenza per creare relazioni. Perché non crearne di magnifiche?  

Il Napoli espugna Firenze, messaggio al campionato

Alla vigilia della prima partita europea, il Napoli compie una impressionante prova di forza battendo la Fiorentina 1-3 e mantenendosi a punteggio pieno insieme alla Juventus. La chiave di questa vittoria è stata senza dubbio l’approccio aggressivo, che ha permesso agli azzurri di prendere il controllo della partita senza lasciare diritto di replica agli avversari: pressing alto e gioco a due tocchi hanno messo in crisi l’imprecisa difesa viola. Non si può non parlare dell’esordio di Rasmus Hojlund, autore di una prestazione molto importante se consideriamo i pochi allenamenti nelle gambe. Si è fatto notare soprattutto per l’attacco alla profondità e per la difesa del pallone, qualità che fanno capire perché il mister e la società hanno deciso di puntare su di lui come sostituto presente e futuro di Lukaku. L’eccezionale prova collettiva del Franchi, calo nel finale a parte, sembra porre il Napoli un po’ più avanti rispetto alle dirette concorrenti: i partenopei possono contare su una base piuttosto solida, cosa che non si può dire per Juventus e Inter,  squadre che hanno ancora un bel lavoro da fare per risolvere i propri problemi, come dimostrato dalla sfida del pomeriggio allo Stadium.

Femminicidio di Martina Carbonaro, i risultati dell’autopsia: colpita 4 volte alla testa

L’esito dell’autopsia dichiara che Martina è stata uccisa a sassate, con 4 colpi alla testa

Purtroppo non si è potuto stabilire quanto sia durata l’agonia di Martina Carbonaro, la 14enne uccisa lo scorso 28 agosto dal suo ex, Alessio Tucci.

Si ipotizza un’ora, ma quello che è sicuro è il numero di colpi che ha subito la ragazza: 4 sassate rivolte alla nuca e al volto.

In particolare, è risultato un primo colpo alla nuca, al lato destro, che potrebbe essere stato inflitto quando ha rifiutato un approccio da parte di Tucci.

Subito dopo ne sono arrivati altri 3, sia al lato sinistro che frontalmente. Questo potrebbe essere presumibilmente l’ultimo, che indicherebbe che la vittima è caduta a terra di schiena.

Infine è stato chiarito che Martina non è morta sul colpo ma non si può dire con certezza quale sia stato il momento del decesso. Il medico ha stabilito un periodo di tempo che varia da pochi minuti fino ad un’ora.

L’esame era stato disposto per accertare la dinamica dell’omicidio e per chiarire se, con un soccorso tempestivo, la ragazza si sarebbe potuta salvare.

La consulenza medico legale è stata firmata dal dirigente dell’Asl Napoli Nord, la dottoressa Raffaella Salvarezza, nominata dal pm Della Valle della Procura di Napoli Nord.

Il corpo della ragazza è stato trovato il 28 maggio scorso in un casolare abbandonato vicino allo stadio Moccia di Afragola. Le tracce della vittima si erano perse dal 26 maggio.

L’ex fidanzato, Alessio Tucci (19 anni), aveva partecipato alle ricerche della ragazza e, dopo il ritrovamento del corpo, è crollato e ha ammesso di averla uccisa lui.

Il motivo era stato un rifiuto da parte della ragazza di ritornare insieme dopo una storia durata 2 anni.

Attualmente il ragazzo si trova in carcere e per concludere le indagini, coordinate dalla Procura di Napoli Nord e affidate alla Squadra Mobile della Questura di Napoli, si attendono i risultati degli accertamenti effettuati sui telefoni sequestrati.

Ad essere sotto sequestro non è solo il cellulare del ragazzo ma anche i cellulari dei suoi familiari.

Somma Vesuviana, Ottica Vesuviana festeggia 50 anni di attività e rinnova lo store

Ottica Vesuviana celebra mezzo secolo di attività a Somma Vesuviana e, per l’occasione, cambia il look del suo store, rendendolo ancora più moderno e confortevole e destinando nuovi spazi ai brand di lusso dei suoi prodotti. L’inaugurazione del negozio, situato in via Antonio Gramsci 6 e completamente ristrutturato, si terrà lunedì 15 settembre alle ore 19:30. Quella di Ottica Vesuviana è una storia che si intreccia con quella della comunità sommese, diventando nel tempo un vero punto di riferimento per il territorio. Tutto ebbe inizio cinquant’anni fa, quando Vincenzo Foraggio e sua moglie Filly, da poco sposati, decisero di lasciare Roma per trasferirsi a Somma Vesuviana e rilevare l’attività dello zio di Vincenzo. “Mio padre ci racconta sempre che a spingerlo a fare questo grande passo fu una scena che gli è rimasta impressa: tanti giovani seduti sulle scale del Banco di Napoli, in via Roma, proprio dove sorgeva il negozio di suo zio. Quel luogo, pieno di vita e di entusiasmo, gli fece capire che Somma era un paese pieno di giovani pronti a costruire il proprio futuro. È stato quello il momento in cui ha deciso di aprire qui la sua attività”, racconta la figlia Cristiana, visibilmente emozionata per questo importante traguardo.

Il nuovo store di Via Gramsci.

Tredici anni fa, i figli Antonio, Cristiana, Fabiola e Jessica hanno scelto di dare una nuova impronta all’attività di famiglia, compiendo un vero salto di qualità. E’ nato così il nuovo store in via Gramsci, frutto anche della collaborazione con aziende di alta gamma, con cui lavorano tuttora.

Ottica Vesuviana raggiunge oggi il traguardo dei cinquant’anni, rimanendo un’eccellenza nel settore delle lenti progressive, della contattologia e dei brand di lusso, e accoglie con orgoglio la terza generazione di clienti, che continua a rinnovare, di padre in figlio, l’affetto e la fiducia verso Vincenzo e la sua famiglia.

“Mio padre ci ha sempre insegnato che la vera forza per superare la concorrenza sta nella professionalità, nell’amore per il proprio lavoro e nella cura verso le persone. La priorità non sono i soldi, ma il benessere del cliente e la sua soddisfazione. Questo, per lui e per noi, è il vero segreto del successo”, conclude Cristiana.