Giugno 1861: il brigante Cipriano Della Gala va ad “aprire” le porte del carcere di Caserta

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Parteciparono a questa impresa di Della Gala anche dei “borbonici” di Pollena e di Sant’Anastasia che poi sarebbero entrati nella banda di Vincenzo Barone. Erano presenti i camorristi legati al clan degli Scarpati di San Sebastiano e ai contrabbandieri Borrelli, e gli “amici” di Raffaele Pipolo, camorrista di Pomigliano, che, nel ’63, istigato da un distillatore di spirito, Salvatore De Simone, attentò alla vita di Santo Romano, capitano della G.N. di Pomigliano, anche lui distillatore di spirito, che riuscì a mettersi in salvo.

 

I briganti furono certamente infiammati dalle imprese di Cipriano Della Gala, che già nell’inverno del ’60-’61 teneva sotto pressione il Nolano e dalla linea Nola-Marigliano-Palma conduceva rapide incursioni nel territorio di Ottajano e di Sant’Anastasia, facendo bottino e proseliti. La “comitiva” nolana sferrò il primo vero attacco al cuore del nuovo ordine, smascherandone l’impreparazione, e trasformò in incendio devastante i fuochi della reazione, ma, contemporaneamente, costrinse lo Stato a concedere i pieni poteri a chi voleva estinguere quell’incendio soltanto “manu militari”. La sera del 16 giugno 1861 un’”orda” di banditi, tutti con le “coppole” della Guardia Nazionale, si presentò al custode delle carceri criminali di Caserta Giuseppe Davide con il pretesto di consegnargli due malfattori, che conducevano in stato d’arresto.

Come quegli pretendeva l’ordinativo dell’autorità surse un breve diverbio. In questo mezzo dalla stanza di abitazione del custode usciva la moglie di costui, munita di lume, e in vederlo quei voluti militi della Guardia Nazionale le furono sopra, glielo spensero e all’istesso tempo, mentre al di fuori veniva tratto un colpo di fucile, irrompeva nel carcere altra moltitudine di persone, apparentemente della milizia cittadina, le quali con violenza si impossessavano delle chiavi, aprivano la corsea del Carcere Correzionale e quella del Criminale. Furono così liberati 99 detenuti, tra i quali Giona e Romano, fratelli di Cipriano, la madre, la sorella e il nolano Giovanni D’Avanzo che divenne il “segretario” del capobanda. L’orda, tra clamori e spari, si avviò per la strada di Maddaloni.

Alcuni militi della G.N. che tentavano di fermarli vennero feriti, mentre i carabinieri uccidevano G.B. Perretti di Villa degli Schiavi. Tali furono la confusione e la sorpresa delle autorità che solo il 18 giugno gli investigatori ebbero la certezza che Cipriano in persona aveva guidato l’impresa con Antonio Caruso di Avella. Lo confermò Giovanni De Simone” 1° sergente del battaglione tiragliatori del disciolto esercito borbonico”, fuggito la sera del 16 giugno e poi “spontaneamente presentatosi alla giustizia”. L’impresa scosse le istituzioni. Il Procuratore del Re presso la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro, R. Santaniello, dopo aver ricordato alle autorità napoletane che da tempo, e inutilmente, egli aveva chiesto soldati e carabinieri, non  nascose “i palpiti del suo cuore” nel vedere che l’ordine pubblico della provincia era gravemente minacciato, sebbene la Guardia Nazionale si mostrasse “zelantissima, energica, operosa e di ogni elogio meritevole”: e avrebbe meritato elogi anche lui non tanto per aver giocato, in un’ora così triste, con il ritmo della prosa e con le clausole, quanto per quello che scrisse una settimana dopo l’impresa di Cipriano al Segretario Generale del dicastero di Grazia e Giustizia: Né posso omettere di rivelarLe che il brigantaggio oltre lo scopo della rapina assuma in pari tempo un colore politico, imperciocché a prescindere dalle voci onde si fa strada, i briganti saccheggiano le case dei facoltosi e si largisce parte del bottino alla plebe per infervorarla a pro dei Borbone.

Più prosaico fu invece il Giudice Regio di Caserta, Girolamo Vollaro, che nella nota del 17 giugno al Segretario Generale del Ministero di Grazia e Giustizia espresse gravi sospetti sui custodi delle carceri e sui militi della Guardia Nazionale, che non solo fornivano della fuga di massa versioni contrastanti, ma erano stati perfino capaci di non vedere quello che molti cittadini avevano visto, e cioè che per tutta la giornata del 16 “avevano bazzicato presso il carcere taluni della pericolosa genia dei così detti camorristi”.

E di questi, ormai latitanti, il Giudice indicò anche i nomi: Luigi Giordano, Francesco Zampulla, Francesco Rufino, Donato Migliore, Giovanniello Napolitano. Di colpevole connivenza con Cipriano Della Gala fu accusato anche Giuseppe IV Medici, Principe di Ottajano, la cui storia personale ha, nelle vicende del brigantaggio vesuviano, il valore di emblema. Di lui parleremo in un altro articolo: lo richiedono gli inediti documenti che sto leggendo e interpretando.