“OTTAVIANO, CITTADINA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI, STA MORENDO”

Lettera ai sigg. consiglieri di minoranza del Consiglio Comunale di Ottaviano (Prima parte). Di Carmine Cimmino

quell’occhio inespressivo che crepitava come una lampadina guasta
David Foster Wallace

Signori,
sento il dovere di parlarvi dei topi, delle zoccole, dei vermi e dei miasmi tossici che da qualche anno infestano i luoghi e il “clima“ del Liceo Classico della nostra città. Ho temuto, la prima volta che se ne parlò, che animali e fiati immondi venissero su dalle misteriose fogne che attraversano il ventre di Ottaviano, ma poi, per fortuna, si è visto che dietro il tutto c’era, e c’è, la mano degli allievi. Per fortuna. Non vi meravigliate. Lo ripeto: per fortuna. Cercherò di illustrare il mio pensiero: confido nella vostra pazienza. Che è forte, si è fatta le ossa nella noia mortale delle sedute del consiglio comunale in cui da sette anni si affronta un solo tema: i debiti fuori bilancio.

Sempre e solo debiti fuori bilancio. La colpa è della città di Ottaviano, che non ha problemi e che non ha bisogno di nulla: tutto vi funziona a meraviglia. Tutto funziona come è necessario che funzioni. In linea di principio, non dovrei parlare di questo Liceo, perché non ne ho mai avuto una conoscenza diretta. Sostenni, a fatica, il peso degli studi in altra scuola, e in tempi altri. E tuttavia oso metter bocca nella vicenda, perché mi pare che anche su questi topi e vermi e zoccole e miasmi si sia montato il teatrino chiassoso di due categorie di persone che non sopporto: i moralisti della domenica, e gli urloni che parlano di tutto, soprattutto di ciò che non sanno. La solita sbobba scipita: ma che Liceo è questo, in cui da tre anni certi alunni si divertono, impunemente, a liberare nelle aule e nei cessi topi vermi e zoccole e ad avvelenare i polmoni e lo stomaco di compagni e docenti?

I docenti non riescono a capire che ci fanno una figura assai magra? Perché l’Amministrazione Comunale non è intervenuta a tutelare il prestigio di una Scuola che fa parte del patrimonio culturale e della storia sociale di Ottaviano, bla bla bla? E ti pareva: ormai, in questa incredibile nostra città l’Amministrazione Comunale è colpevole di tutto: anche se piove, soprattutto se piove di sabato, e il mercato nuovo si allaga, e ci vuole la barca per andare a comprare camicette e peperoni, i soliti noti diranno che è colpa del sindaco e degli assessori. Il quale sindaco non so se sia superstizioso: se lo è, farebbe bene a proteggersi, perché si sta diffondendo il vezzo di dire che egli latita, …il sindaco latita… è latitante… la latitanza del sindaco… È un’immagine poco elegante. Soprattutto con questi chiari di luna. Ma torniamo al Liceo.

Partiamo da un punto su cui c’è il consenso di tutti coloro che ne conoscono la storia remota, passata, recente e presente. Un punto fermo: questo Liceo, dopo decenni grigi e opachi, finalmente, da sei anni, o da cinque, o da quattro, ha imboccato la via della resurrezione e del risorgimento. E dunque, se questa è una verità assodata e tetragona, i mormoratori qualunquisti ne tirino tutte le conseguenze, “leggano” alla luce di questo vero anche i vermi i topi le zoccole, anche i micidiali miasmi delle fiale tossiche. Si sforzino di capire che dietro le apparenze di tanta schifezza non c’è il bullismo vigliacco di un drappello di mezzecalzette, che si muovono sicuri nell’obbrobrio dell’omertà e della cecità collettive, ma c’è la richiesta forte di un progetto culturale nuovo, dal respiro vasto e possente (fialette permettendo).

Questi ragazzi armati di topi e di vermi costituiscono un’élite. E non sono dei vigliacchi. Si nascondono solo perché sono umili e modesti: e perciò preferiscono che sui loro nomi non si accendano i fari della notorietà. Sono colti: ma fingono di non esserlo. Per protesta. Sanno di lettere e di filosofia, di arte e di scienze esatte. Sanno che Giulio Cesare era di Roma, che Socrate sta nel libro di filosofia dopo il capitolo dei presocratici, e che la terza guerra di indipendenza è stata combattuta dopo la seconda: sanno perfino che la Terra è una palla che si muove. E tuttavia non amano esibire un tale corredo di conoscenze. Per protesta.

Essi sono stufi del bello, dell’armonia, della simmetria. Essi sono i seguaci di una nuova estetica: l’Estetica del Brutto. Centocinquanta anni or sono Karl Rosenkranz disse che un giorno il Brutto avrebbe trionfato sul Bello. Il momento è venuto. E questi ragazzi del Liceo di Ottaviano sono stati pronti a capirlo. Onore al merito. Umberto Eco, dico Umberto Eco, non un pincopallino qualsiasi, la sua “Storia della Bruttezza” l’ha pubblicata nel 2007: credeva di essere stato il primo a fiutare il vento nuovo. Non immaginava che i ragazzi di un liceo della provincia napoletana l’avevano fiutato prima di lui. Questa è la mia lettura dei fatti. Qualcuno obietterà che sarebbe più salutare e più elegante affidare la richiesta del rinnovamento culturale a strumenti diversi da topi zoccole vermi e miasmi.

E io rispondo che il perbenismo ipocrita è, in questa Italia da sagrestia, una palude oceanica. Questi brillanti ragazzi sanno che il mezzo è il messaggio. Nel 1961 cosa fece Piero Manzoni (no, non Alessandro, brillanti ragazzi, Alessandro Manzoni è un’altra cosa, di un altro tempo: lo so che lo sapete), cosa fece Piero Manzoni per protestare contro la concezione tradizionale del ruolo dell’artista come “produttore“ di opere? Non scrisse manifesti, non dipinse quadri, non scattò fotografie: racchiuse i suoi escrementi in scatolette- 30gr. in ogni scatoletta -, che costituiscono la serie Merda d’artista, e oggi sono esposte nei musei, e fanno parte di importanti collezioni private. Se vi dico che vennero vendute a un prezzo ricavato dalla quotazione dell’oro, forse non mi crederete. Ma è la verità.

Signori, questa élite del Liceo interpreta lo spirito del tempo e dimostra che il respiro di ogni rivoluzione è la somma di molti respiri. Signori consiglieri di minoranza, tenetevi stretti ai braccioli delle vostre sedie. Ora vi dico che, a parer mio, l’ Amministrazione Comunale non interviene, non perché il sindaco latiti, ma perché l’Amministrazione e questi brillanti ragazzi, ispirati dal genio dei luoghi, lavorano intorno alla stesso fantastico progetto: fare di Ottaviano il foro e il monumento del trionfo del Brutto. Certo, questa è solo una mia lettura di fatti così mirabili: è solo una mia opinione. Forse è solo una mia speranza. So che vi sono altre letture, di cui darò notizia nei prossimi articoli.

Chiedo scusa a tutti, ma in questo momento “devo“ parlare di Ottaviano: non posso tacere mentre la mia città è un laboratorio di progetti così ambiziosi. Ottaviano muore, e proprio perché muore, potrebbe vivere. Il miracolo del Brutto…
(Quadro: Salvator Dalì, Costruzione molle con fagioli bolliti, 1936)

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IL COSTO DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI E LO SVILUPPO ECONOMICO

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Alcuni aspetti del rapporto tra criminalità organizzata e sviluppo economico: meccanismi macro-economici e adattamento delle imprese alla presenza delle organizzazioni criminali.

Oggi approfondiremo due aspetti del rapporto tra criminalità organizzata e sviluppo economico.
In primo luogo cercheremo di evidenziare i meccanismi macro-economici attraverso cui la presenza del crimine organizzato influisce sulle potenzialità di crescita di un sistema sociale; in secondo luogo evidenzieremo il modo in cui il sistema produttivo risponde alla presenza della criminalità, sviluppando meccanismi di adattamento e i comportamenti di internalizzazione del “costo delle organizzazioni criminali”.

Il rapporto tra sviluppo economico e criminalità organizzata è evidentemente complesso, ed ogni riconduzione a paradigmi semplificati non aiuta a comprendere realmente il fenomeno. Bisogna dunque affermare una analisi che non si fermi a spiegazioni semplicistiche ed unidirezionali.

Evidenziando gli effetti macro-economici delle organizzazioni criminali potremmo porci la domanda: in che termini la loro presenza intacca la capacità di un sistema produttivo di mobilitare le risorse di cui dispone ed il rendimento stesso di queste risorse in termini di prodotto sociale?
Per rispondere a questa domanda si terrà conto del modo in cui l’analisi economica interpreta i meccanismi di produzione del reddito e dell’equilibrio, che condurrà alla conclusione che l’organizzazione criminale danneggia lo sviluppo e la crescita.

L’analisi macro-economica convalida un paradigma tradizionale che vuole l’esistenza di un rapporto negativo tra presenza di criminalità organizzata come potenziale elemento di freno alla crescita economica. Tuttavia, altri elementi spingono a ridurre la portata di tali affermazioni.
Si possono citare alcuni fattori a sostegno della tesi che tende a relativizzare l’equazione paradigmatica “organizzazioni criminali = sottosviluppo”.

• In primo luogo, l’esistenza di una imprenditoria di successo nelle regioni a più alta densità di organizzazioni criminali sembra testimoniare che è possibile comunque adattarsi, applicare strategie vincenti di impresa anche in condizioni ambientali non ottimali.

• In secondo luogo, coerentemente con quanto appena affermato, una inchiesta di Confindustria relativa agli elementi di ostacolo alla crescita delle realtà aziendali nelle regioni del Mezzogiorno sembra posizionare al sesto posto in ordine di importanza il problema della criminalità organizzata.

I due punti ci aiutano a capire che, sebbene il crimine organizzato possa rappresentare un costo sociale, gli individui si adattano alla sua presenza, imparano a gestire quel costo, lo integrano con l’ambiente; cioè, apprendono a convivere con le organizzazioni criminali.

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APPUNTI DI VIAGGIO. FOTO CHE RACCONTANO L’IRPINIA

Il Napoli Film Festival ospita la mostra “Castelli d”Irpinia, set cinematografici tra natura e storia”, il racconto di un viaggio attraverso l”Irpinia e le sue roccaforti.

«Finalmente un po’ di buona pubblicità per questi territori» è la dedica che qualcuno dei visitatori ha lasciato nel registro della mostra. Giuseppe Ottaiano, il fotografo, ne è orgoglioso.
La mostra nasce con il desiderio di valorizzare queste terre «esistono tante bellezze, ma non si riesce a creare una rete che coinvolga tutte le forze. Ogni realtà ha la sua sagra, il suo castello, ma non si riesce a creare un progetto unico che crei un’offerta turistica» ci racconta Ottaiano «è questo il senso più profondo dell’iniziativa».
La mostra rivela terre che sembrano dimenticate, a volte scorci rocciosi che raccontano storie di battaglie, roccaforti a difesa di antichi Regni. Certe volte un racconto inizia così. Ci si mette in auto inseguendo una suggestione. Si parte e ci si chiede cosa succederà. Si incontrano sul percorso storie e luoghi. Le strade ci vengono incontro.

La ricerca ci porta in direzioni impreviste. In una terra come l’Italia il bello è ovunque, nei colori del cielo, nella luce dei prati, nella storia che lascia testimonianze del suo passaggio ovunque. «Siamo arriva fin dove l’auto si è spinta», dice l’autore, la mostra racconta un viaggio.
Un racconto fatto di immagini, ci dice Ottaiano, «ormai l’immagine è il mezzo di comunicazione più efficace. L’immagine è più immediata, non è facile che qualcuno sia disposto a leggere un libro di centinaia di pagine, ma con le immagine la comunicazione è veloce ed efficace. Ormai ragioniamo per immagini, brevi messaggi. È una questione di comunicazione».
All’inaugurazione ha partecipato Loredana Conti, Commissario dell’Ente Provinciale per il Turismo di Avellino, che ha patrocinato la mostra. Diversi comuni irpini, inoltre, hanno appoggiato l’iniziativa.

La mostra, ospitata nell’affascinante cornice di Castel Sant’Elmo in occasione del Napoli Film Festival 2011, fino al 18 ottobre, rappresenta la concretizzazione di tre anni di lavoro sul territorio della provincia di Avellino. Già presentata nei Comuni di Aquilonia e Lauro, e in anteprima presso lo STAPA.Ce.PICA di Avellino e presso il Comune di Casalbore. Il reportage fotografico sui Castelli approda al Napoli Film Festival 2011 sotto l’egida della Film Commission Regione Campania, che ha sostenuto con entusiasmo il progetto, consapevole che, attraverso l’utilizzo della settima arte, i Castelli dell’Irpinia possono diventare il principale volano del turismo verso il territorio, tramite privilegiato tra il visitatore e una regione geografica che può mostrare tanti altri preziosi tesori: tradizioni, bellezze naturali ed eccellenze gastronomiche, risorse ad oggi ancora troppo poco valorizzate.

NESSUNA COLPA PER I DOCENTI ATTENTI

In caso di incidenti in classe, non ha ragione la richiesta del danno dei genitori dell”alunno infortunato se l”atto, repentino e imprevedibile, non ha consentito l”intervento del docente.

Il caso
I genitori di una bambina di scuola elementare denunciano la scuola perché mentre la bambina si trovava nei locali della scuola spinta da tergo da R.D., suo un compagno di classe, era caduta a terra riportando la rottura dei denti.

I genitori chiedono di riconoscere la colpa dell’insegnante, e quindi la quantificazione del danno subito dalla figlia, perché sostenevano che la scolaresca avesse tenuto nell’occasione un comportamento scorretto, in quanto era risultato che gli scolari stavano giocando e si stavano rincorrendo. La Cassazione ha ritenuto, invece, infondata la richiesta.

Per giurisprudenza consolidata (in particolare ved. Cass. n. 894/77), gli insegnanti delle scuole elementari rispondono dei danni cagionati dall’atto illecito compiuto da un allievo in danno di un altro nel tempo in cui essi sono sottoposti alla loro vigilanza se non provano ex art. 2048 c.c. di non aver potuto impedire il fatto e quindi dimostrando di avere esercitato la vigilanza sugli alunni nella misura dovuta (cioè adeguata alla circostanza: Cass. 318/90) e che gli sia stato impossibile impedire l’atto illecito per la sua repentinità e imprevedibilità, tale da non consentirgli un tempestivo efficace intervento.

Ora nella specie, in base agli accertamenti istruttori compiuti in sede di merito, il giudice ha accertato:
a) che difetta la prova del rapporto causale tra l’azione di un allievo – in particolare di R.D. – e il danno subito dalla infortunata, cosicchè manca la stessa configurazione giuridica del danno ingiusto (cfr. Cass. n. 5268/95);
b) che comunque la presunzione di colpa a carico dell’insegnante deve ritenersi superata dalla acquisita prova del positivo esercizio di vigilanza da parte della stessa e dal fatto che l’evento dannoso si sia verificato in maniera del tutto repentina e imprevedibile.

La motivazione, conforme ai principi giuridici sopra esposti, è corretta anche sotto il profilo logico, in quanto, pur considerando che l’evento si è verificato mentre la scolaresca era in attesa di uscire dalla scuola – e quindi in una situazione in cui i ragazzi manifestano una certa esuberanza – è stato accertato che gli allievi si erano mantenuti nei limiti dei principi della buona condotta per cui alla maestra, che diligentemente era presente per la dovuta vigilanza, non si imponeva l’adozione di misure disciplinari e comunque tali da impedire l’evento attesa anche l’imprevedibilità e repentinità dello stesso.

Tale conclusione comporta, come corollario, l’esclusione del prospettato concorso di colpa dell’insieme dei compagni di classe dell’infortunata con il docente.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Con la Sentenza 24 febbraio 1997, n. 1683 si è stabilito il principio che ad un docente attento e diligente difficilmente possono essere attribuite delle colpe.

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NU GUAPPO “E VERMUTTE…

Con queste parole di scherno, Salvatore Campagna, camorrista del 1800, nega la sfida a duello con Aniello Improta, giudicato “non degno” della lama del proprio mollettoneÈ una tiepida giornata di maggio del 1882 e il commissario di polizia di Torre del Greco interroga nel suo ufficio Salvatore Campagna, di anni 22, tavernaro e maccaronaro di San Giovanni a Teduccio, che è “in odore di camorra”. Dimmi un po’: è vero che due sere fa hai fatto una tirata, ‘na zumpata, insomma hai sostenuto un duello con Aniello Improta, bottonaio di Torre del Greco, proprio qui, dietro l’ Arcioconfraternita di San Michele Arcangelo? È vero che giudice della zumpata era proprio il capintesta di Torre, Salvatore Fedele, sensale di frutta, e che lui vi ha consegnato i mollettoni, i coltelli a serramanico?

Ovviamente, Salvatore Campagna, destinato a una brillante carriera nell’Onorata Società, non si fa intimidire dalla voce grossa e dal piglio truce del commissario, né dallo squallore della spoglia stanza in cui si svolge l’interrogatorio. Salvatore nega, memore del consiglio, nega, nega sempre, che gli hanno dato i camorristi spierti, che hanno già fatto la trafila: ferri ai polsi, cella, interrogatorio, e qualche ripassata dei carcerieri. Ma Salvatore non è soddisfatto di quel banale negare: è figlio e nipote di un oste, è smargiasso, ed è “simpatico“ per quell’ironia amara che da sempre è virtù fondamentale degli osti e dei tavernari.

Questo Aniello Improta, dice Salvatore, non avrebbe mai potuto affrontare il mio coltello: se è guappo, è ‘nu guappo ‘ e vermutte. Questa immagine scintillante, uscita fuori, all’improvviso, dalla prosa banale del verbale di polizia mi ha fatto sorridere: Salvatore dà una risposta da cavaliere antico, che accetta la sfida a duello solo da chi ha una “nobiltà“ pari alla sua. Mentre continuo a sfogliare le carte d’archivio, la mia memoria svela tutto il suo provincialismo sorprendendomi con il ricordo di un ottajanese, Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, che il 3 aprile 1662 partecipò a un duello all’arma bianca tra nobili calabresi e nobili napoletani, chiamati a risolvere una disputa che si era accesa tra il calabrese principe di Cariati e il napoletano Marcello Lettieri, principe della Petra, per il possesso di una “cagnola“, di una cagnetta.

All’alba di quel 3 aprile si sorteggiarono le coppie, e al Medici di Ottajano toccò come avversario Cecio Baldacchino di Amantea: un affronto della sorte: perché Cecio non solo non era nobile, non solo “viveva scarsamente con la professione di dottore”, ma aveva la “nominata di truffaiuolo“. E per convincere il Medici a incrociare la sua spada con tale soggetto ci volle tutta l’autorità di suo zio Giovanni Battista Caracciolo dei principi di Avellino, che era anche uomo di chiesa, e priore di un’abbazia pugliese di cui forse non ricordava più nemmeno il nome, – non ci era mai andato -, ma era, prima di tutto, maestro d’armi e “dottore“ di regole e procedure dell’arte del duello.

Il duello fu al “primo sangue“: vinsero i napoletani. Ma alcuni giorni dopo alcuni degli sconfitti, Giovanni De Gennaro, Ramiro Ravaschieri e gli Spinelli, tesero un agguato al Lettieri e, sebbene egli fosse in compagnia dei figlioletti, gli scaricarono addosso le loro pistole e lo ferirono gravemente. Napoli fu disgustata da tanta viltà: ce stevano ‘e piccerille.. Il 9 giugno De Gennaro e Ravaschieri fecero affiggere per tutta Napoli cartelli di sfida contro chiunque considerasse spregevole il loro comportamento: il luogo dell’appuntamento era piazzetta Nilo, davanti alla casa da gioco di Tommaso Guindazzo, capitano di cavalleria e padrone di una vasta masseria là dove oggi c’è Guindazzi.

La mattina del 10 giugno Giuseppe Medici e il suo “compariello“ Carlo Piccolomini del Vallo si presentarono in piazzetta Nilo e a gran voce chiamarono gli sfidanti, che erano asserragliati nella casa da gioco protetti da un folto gruppo di “bravi“. De Gennaro si affacciò, vide che i due giovanotti erano venuti soli, e che erano armati non di spada, ma di “volpino“, il nervo di bue usato dai mandriani. Il Medici era venuto a oltraggiarli: siete delle bestie, e da bestie vi trattiamo, il vostro sangue non è degno di macchiare le nostre spade. Gli sfidanti decisero di scendere in piazza, con la scorta dei “bravi“: ma, osservando più attentamente, notarono che tutt’intorno alla piazza c’era una densa corona di mendicanti: da dove erano usciti? Non ne avevano mai visti tanti, nemmeno davanti alla vicina chiesa del Gesù. E avevano tutti cère terribili e ghigni minacciosi.

Erano i “bravi“ ottajanesi del Medici, che si erano vestiti con le lunghe palandrane di chi viveva di elemosina, per nascondervi non pani e companatico, ma coltelli, spade e pistole. De Gennaro e Ravaschieri risalirono precipitosamente nella bisca Guindazzo. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché gli studiosi della camorra napoletana, quando hanno affrontato la questione delle sue origini, non abbiano considerato degna di attenzione la folla di “bravi“, di scudieri, cavallai, cocchieri, guardaboschi, circa 5000 alla fine del ‘600, che lavoravano al servizio dei principi e dei ricchi borghesi napoletani, e non solo nei palazzi di città, ma anche nelle masserie e nelle ville, e che quasi sempre si tramandavano di padre in figlio l’impiego, la “bravura“ e i privilegi connessi.

E torniamo a Salvatore Campagna. Con una sola immagine, guappo ‘e vermutte, il tavernaro scrive un saggio di antropologia, costruisce due ambienti e due culture. Da qui la taverna, il vino, il gioco, le risse quotidiane, il coltello, il sangue, le virtù maschie, la feccia dei vini e quella della società, di là il vermuth, il vino aromatico, delicato, medicamentoso, forestiero, e il suo pubblico di signorini e di signorine, di “galantuomini“ dai modi gentili, e di preti, nella cui dispensa il vermuth ha preso il posto del rosolio. Aniello Improta non conosce il piacere di una bevuta di aglianico, tra gli schiamazzi che si dividono lo spazio di una cantina con i silenzi lunghi e pesanti. Il bottonaio frequenta le caffetterie eleganti di Torre del Greco, quelle di Catello Rajola e di Filippo Romiti, dove trova il vermuth Cora, un vino che nasconde dentro di sé essenze di erbe e gocce di caramello.

Quello delle taverne e delle cantine è un mondo che se ne va, pensa Campagna, e forse lo pensa anche il commissario. Da qualche anno la bella gente che frequenta gli alberghi di Capri e che discute e fa assaggi di cucina internazionale all’hotel Vittoria di Sorrento, sta imponendo la moda dei “tonici“: non solo il vermuth piemontese, ma anche l’elisir di china che il commendator Guacci, romano, ha preparato per “chi ha bisogno di fortificare i nervi e rinfrancare le forze“: insomma per Aniello Improta e per tutti coloro che soffrono di un’affezione che Dryden e Sterne chiamano dolcezza di sangue e che predispone a subire, a patire e a farsela sotto.
(Quadro: Michele Cammarano, “Rissa in osteria”, 1887)

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<i>”NU GUAPPO ” E VERMUTTE</i>

Con queste parole di scherno, Salvatore Campagna, camorrista del 1800, nega la sfida a duello con Aniello Improta, giudicato “non degno” della lama del proprio mollettone. Di Carmine CimminoÈ una tiepida giornata di maggio del 1882 e il commissario di polizia di Torre del Greco interroga nel suo ufficio Salvatore Campagna, di anni 22, tavernaro e maccaronaro di San Giovanni a Teduccio, che è “in odore di camorra”. Dimmi un po’: è vero che due sere fa hai fatto una tirata, ‘na zumpata, insomma hai sostenuto un duello con Aniello Improta, bottonaio di Torre del Greco, proprio qui, dietro l’ Arcioconfraternita di San Michele Arcangelo? È vero che giudice della zumpata era proprio il capintesta di Torre, Salvatore Fedele, sensale di frutta, e che lui vi ha consegnato i mollettoni, i coltelli a serramanico?

Ovviamente, Salvatore Campagna, destinato a una brillante carriera nell’Onorata Società, non si fa intimidire dalla voce grossa e dal piglio truce del commissario, né dallo squallore della spoglia stanza in cui si svolge l’interrogatorio. Salvatore nega, memore del consiglio, nega, nega sempre, che gli hanno dato i camorristi spierti, che hanno già fatto la trafila: ferri ai polsi, cella, interrogatorio, e qualche ripassata dei carcerieri. Ma Salvatore non è soddisfatto di quel banale negare: è figlio e nipote di un oste, è smargiasso, ed è “simpatico“ per quell’ironia amara che da sempre è virtù fondamentale degli osti e dei tavernari.

Questo Aniello Improta, dice Salvatore, non avrebbe mai potuto affrontare il mio coltello: se è guappo, è ‘nu guappo ‘ e vermutte. Questa immagine scintillante, uscita fuori, all’improvviso, dalla prosa banale del verbale di polizia mi ha fatto sorridere: Salvatore dà una risposta da cavaliere antico, che accetta la sfida a duello solo da chi ha una “nobiltà“ pari alla sua. Mentre continuo a sfogliare le carte d’archivio, la mia memoria svela tutto il suo provincialismo sorprendendomi con il ricordo di un ottajanese, Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, che il 3 aprile 1662 partecipò a un duello all’arma bianca tra nobili calabresi e nobili napoletani, chiamati a risolvere una disputa che si era accesa tra il calabrese principe di Cariati e il napoletano Marcello Lettieri, principe della Petra, per il possesso di una “cagnola“, di una cagnetta.

All’alba di quel 3 aprile si sorteggiarono le coppie, e al Medici di Ottajano toccò come avversario Cecio Baldacchino di Amantea: un affronto della sorte: perché Cecio non solo non era nobile, non solo “viveva scarsamente con la professione di dottore”, ma aveva la “nominata di truffaiuolo“. E per convincere il Medici a incrociare la sua spada con tale soggetto ci volle tutta l’autorità di suo zio Giovanni Battista Caracciolo dei principi di Avellino, che era anche uomo di chiesa, e priore di un’abbazia pugliese di cui forse non ricordava più nemmeno il nome, – non ci era mai andato -, ma era, prima di tutto, maestro d’armi e “dottore“ di regole e procedure dell’arte del duello.

Il duello fu al “primo sangue“: vinsero i napoletani. Ma alcuni giorni dopo alcuni degli sconfitti, Giovanni De Gennaro, Ramiro Ravaschieri e gli Spinelli, tesero un agguato al Lettieri e, sebbene egli fosse in compagnia dei figlioletti, gli scaricarono addosso le loro pistole e lo ferirono gravemente. Napoli fu disgustata da tanta viltà: ce stevano ‘e piccerille.. Il 9 giugno De Gennaro e Ravaschieri fecero affiggere per tutta Napoli cartelli di sfida contro chiunque considerasse spregevole il loro comportamento: il luogo dell’appuntamento era piazzetta Nilo, davanti alla casa da gioco di Tommaso Guindazzo, capitano di cavalleria e padrone di una vasta masseria là dove oggi c’è Guindazzi.

La mattina del 10 giugno Giuseppe Medici e il suo “compariello“ Carlo Piccolomini del Vallo si presentarono in piazzetta Nilo e a gran voce chiamarono gli sfidanti, che erano asserragliati nella casa da gioco protetti da un folto gruppo di “bravi“. De Gennaro si affacciò, vide che i due giovanotti erano venuti soli, e che erano armati non di spada, ma di “volpino“, il nervo di bue usato dai mandriani. Il Medici era venuto a oltraggiarli: siete delle bestie, e da bestie vi trattiamo, il vostro sangue non è degno di macchiare le nostre spade. Gli sfidanti decisero di scendere in piazza, con la scorta dei “bravi“: ma, osservando più attentamente, notarono che tutt’intorno alla piazza c’era una densa corona di mendicanti: da dove erano usciti? Non ne avevano mai visti tanti, nemmeno davanti alla vicina chiesa del Gesù. E avevano tutti cère terribili e ghigni minacciosi.

Erano i “bravi“ ottajanesi del Medici, che si erano vestiti con le lunghe palandrane di chi viveva di elemosina, per nascondervi non pani e companatico, ma coltelli, spade e pistole. De Gennaro e Ravaschieri risalirono precipitosamente nella bisca Guindazzo. Non sono mai riuscito a spiegarmi perché gli studiosi della camorra napoletana, quando hanno affrontato la questione delle sue origini, non abbiano considerato degna di attenzione la folla di “bravi“, di scudieri, cavallai, cocchieri, guardaboschi, circa 5000 alla fine del ‘600, che lavoravano al servizio dei principi e dei ricchi borghesi napoletani, e non solo nei palazzi di città, ma anche nelle masserie e nelle ville, e che quasi sempre si tramandavano di padre in figlio l’impiego, la “bravura“ e i privilegi connessi.

E torniamo a Salvatore Campagna. Con una sola immagine, guappo ‘e vermutte, il tavernaro scrive un saggio di antropologia, costruisce due ambienti e due culture. Da qui la taverna, il vino, il gioco, le risse quotidiane, il coltello, il sangue, le virtù maschie, la feccia dei vini e quella della società, di là il vermuth, il vino aromatico, delicato, medicamentoso, forestiero, e il suo pubblico di signorini e di signorine, di “galantuomini“ dai modi gentili, e di preti, nella cui dispensa il vermuth ha preso il posto del rosolio. Aniello Improta non conosce il piacere di una bevuta di aglianico, tra gli schiamazzi che si dividono lo spazio di una cantina con i silenzi lunghi e pesanti. Il bottonaio frequenta le caffetterie eleganti di Torre del Greco, quelle di Catello Rajola e di Filippo Romiti, dove trova il vermuth Cora, un vino che nasconde dentro di sé essenze di erbe e gocce di caramello.

Quello delle taverne e delle cantine è un mondo che se ne va, pensa Campagna, e forse lo pensa anche il commissario. Da qualche anno la bella gente che frequenta gli alberghi di Capri e che discute e fa assaggi di cucina internazionale all’hotel Vittoria di Sorrento, sta imponendo la moda dei “tonici“: non solo il vermuth piemontese, ma anche l’elisir di china che il commendator Guacci, romano, ha preparato per “chi ha bisogno di fortificare i nervi e rinfrancare le forze“: insomma per Aniello Improta e per tutti coloro che soffrono di un’affezione che Dryden e Sterne chiamano dolcezza di sangue e che predispone a subire, a patire e a farsela sotto.
(Quadro: Michele Cammarano, “Rissa in osteria”, 1887)

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CRAZY, STUPID, LOVE

Con il contorno di tre storie legate alla principale, la commedia di Ficarra e Requa si interroga, sorridendo, su quanto sia necessario sudare per raggiungere o tenersi stretta la fantomatica anima gemella.

Inventare qualcosa di nuovo nelle commedie sentimentali è ormai assai difficile, tra i tanti modelli di riferimento e la tentazione sempre forte di cullare il pubblico con speranza e ottimismo in abbondanza. Il compito è ancora più arduo quando la commedia in questione cerca disperatamente, tra una risata e l’altra, di portare avanti un minimo di riflessione su questo oggetto misterioso, l’amore, sviscerato ormai da ogni prospettiva.

Crazy, Stupid, Love, pur non rinunciando mai alla sua anima da commedia, ci prova a fare questo qualcosa in più, ponendosi in modo esplicito una semplice domanda: accertato che l’anima gemella esiste, fino a che punto è lecito e dignitoso combattere per conquistarla? La trama tratta molte tipologie d’amore, sognato, adolescenziale, perso, da riconquistare. Al centro dell’intreccio troviamo la storia di Cal (Steve Carell), al quale la moglie Emily (Julianne Moore) ha appena comunicato l’intenzione di divorziare.

Il clichè vuole che il marito “cornuto e mazziato” si rechi in un bar ad affogare i dolori nell’alcool ed è lì che il buon Cal incontra Jacob (Ryan Gosling), playboy infallibile che si prende a cuore la sua situazione e decide di trasformare Cal da tranquillo uomo di mezza età privo di fascino a “sciupafemmine”. Sul filo del rapporto maestro-discepolo tra il giovane e seducente Jacob e Cal il naif si gioca buona parte delle gag del film, alle quali si aggiungono altre storie parallele: quella di Emily, invaghita di un suo collega di lavoro; quella di Bobbie, il figlio della coppia, innamorato perso della sua babysitter Jessica a sua volta ossessionata dall’amore impossibile per Cal.

Chiude il cerchio il rapporto tra Jacob e Hannah, ragazza incontrata in un bar che cerca di resistere alle sirene del playboy. Insomma, tutto ruota inesorabilmente intorno all’amore, all’anima gemella e allo sforzo di lottare per tenersela. Niente di nuovo. Ma Crazy, Stupid, Love, a differenza di molti altri titoli simili, può contare su un elemento spesso vincente in una commedia: il cast. Su tutti Steve Carell, tra i migliori talenti comici americani dell’ultimo decennio, un volto capace di infinite espressioni. Anche gli altri sono in gran forma, da Julianne Moore a Ryan Gosling (in ruoli non proprio abituali), passando per le ottime prove di Emma Stone e dei “piccoli” Analeigh Tipton e Jonah Bobo.

E non mancano due guest star di lusso: Kevin Bacon (ordinario) e, soprattutto, Marisa Tomei, eccezionale nonostante il ruolo marginale. Un cast di questo livello assicura momenti esilaranti, pure in un film banalotto nell’impianto e senza grandi picchi di scrittura. Con la colpa, soprattutto, di procedere ad intermittenza. La prima ora è decisamente la migliore, tutta incentrata sul rapporto tra Cal e Jacob. Dopo questa prima parte ironica e ritmata, i registi sembrano porsi il problema di dare “peso” alla storia e agli altri personaggi; il film rallenta per una ventina di minuti, perdendosi in considerazioni superficiali e (colpa più grave) smettendo di far ridere.

Il colpo a sorpresa che riunisce tutti i protagonisti torna a far salire l’asticella dell’umorismo, offrendo anche la possibilità di chiudere l’intera storia su un simpatico finale agrodolce. Ma da quel punto – ed è questo l’errore più grosso – il film si prolunga per un’altra noiosa mezzora, il cui unico obiettivo è ricondurre tutto ad un finale conciliante. Tutti, in un modo o nell’altro, trovano la soluzione ai propri problemi. Trionfano la speranza e l’ottimismo. Si tratta, insomma, dell’ennesimo happy end insulso, consacrato al più classico degli “yes we can” che appiattisce e omologa tutti i prodotti.

Non c’è incoerenza. Mancano semplicemente, qui come altrove, le idee o la voglia per tentare strade più originali, le uniche in grado di dare sostanza a quelle riflessioni che pure il film cerca di proporre. Così tutto il lavoro (discreto) della prima parte viene diluito in un finale da cartone animato, sacrificando anche la presenza di Steve Carell e la sua capacità di reggere registri differenti. Al di là dei finali possibili, rimangono i difetti di struttura, in particolare una lunghezza eccessiva e una sceneggiatura incostante. Ma a far crollare la valutazione è soprattutto quella sensazione di assuefazione alla quale contribuisce questo film con il suo ennesimo finale lieto, consolatorio, senza la minima intenzione di provare ad osare nonostante fossero state gettate alcune basi per farlo.

Dovremmo ormai rassegnarci all’idea di vedere commedie, in particolare sul tema dell’amore, pensate e girate per non dire assolutamente nulla?
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Glenn Ficarra e John Requa, con Steve Carell, Ryan Gosling, Julianne Moore, Emma Stone, Jonah Bobo, Analeigh Tipton, Marisa Tomei, Kevin Bacon
Durata: 120 minuti
Uscita nelle sale: 16 settembre 2011
Voto 5/10

LA RUBRICA

LA POLITICA NON DEVE IGNORARE LA LEGALITÁ

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Il risultato del Referendum per l”Acqua Bene Comune viene ancora ignorato. Ma il voto di ben 28 milioni di cittadini va rispettato, altrimenti è eversione. Di Don Aniello Tortora

Venerdì scorso ho partecipato a Nola ad un incontro, dove i COMITATI per l’acqua BENE COMUNE, si stanno movimentando, perche sia rispettato il risultato del referendum. Presenti alcuni sindaci e tantissimi cittadini. Indignados.
L’incontro si è tenuto nella chiesa dell’Immacolata, segno che ancora una volta la Comunità cristiana condivide le giuste preoccupazioni dei vari Comitati che lottano per conservare la gestione dell’acqua come bene comune.

La Chiesa, unitamente a tante persone ragionevoli, e, insieme ai Comitati, grida, ancora una volta, il suo NO alla privatizzazione dei servizi pubblici locali; NO ai profitti del mercato sui beni comuni essenziali; NO ad uno scippo alla democrazia.
Il 12 e 13 Giugno è stata chiarissima la scelta di 28 milioni di cittadini e cittadine che, attraverso un voto referendario molto partecipato, hanno responsabilmente indicato alla classe politica un nuovo impegno civile che metta al centro la persona umana e non le rigide leggi di mercato o la speculazione finanziaria che rende sempre più poveri, i poveri.

Secondo il pensiero sociale della chiesa la comunità politica è costituita per essere al servizio della società civile, dalla quale deriva. E anche se comunità politica e società civile sono collegate e interdipendenti bisogna affermare con forza che la comunità politica è essenzialmente al servizio della società civile e, in ultima analisi, delle persone e dei gruppi che la compongono. La società civile, dunque, non può essere considerata un’appendice o una variabile della comunità politica: anzi, essa ha la preminenza, perché nella stessa società civile trova giustificazione l’esistenza della comunità politica.

Il risultato del Referendum, strumento di partecipazione politica ed alta espressione di Democrazia della società civile, deve essere assolutamente rispettato. L’acqua, dono di Dio per tutti, bene primario e prezioso , non può in ogni caso essere privatizzata, nè diventare “merce di scambio”.
È questo il valore fondante la scelta unanime referendaria.
La Chiesa invita, pertanto, le Istituzioni, a tutti i livelli, al rispetto della volontà popolare. Solo così ci educheremo tutti alla legalità e all’obbedienza della Costituzione.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

UN NAPOLETANO A NEW YORK: FRANCESCO CLEMENTE

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Dopo le prime esperienze italiane e i viaggi in Oriente, Francesco Clemente sbarca sulla costa atlantica negli anni ottanta irrompendo sulla scena artistica newyorkese, sostenuto da artisti già affermati a livello mondiale.

Primavera dell’84. Durante il suo soggiorno newyorkese, Bruno Bischofberger, collezionista, mercante d’arte, editore e gallerista svizzero, propone al campione da lui scoperto e lanciato nell’Olimpo dell’arte Jean Michel Basquiat una sfida affascinante e stimolante: una collaborazione.

Il co-protagonista annunciato, l’altro polo del dialogo, si sapeva, non poteva che essere Andy Warhol, il guru dell’arte che aveva amato l’artista di origini caraibiche fin dai suoi esordi, quando, dipingendo tag e graffiti sui muri di Manhattan, era solito firmarsi con l’appellativo irriverente di “SAMO©” (“SAme OldShit”, cioè, “la solita vecchia merda”). Ma la novità del lavoro prevedeva un incontro-scontro a sei mani sul ring dell’arte. E il terzo chi poteva essere? Il nodo da sciogliere era questo. In un primo momento si pensò al pittore e regista Julian Schnabel, che da poco aveva finito di girare un film su Basquiat.

Ma poi, quasi subito a dire il vero, la scelta cadde su Francesco Clemente (nella foto il primo a destra) che si era trasferito a New York nel 1982 e il cui studio era a soli due isolati da quello del collega caraibico. Fin da giovanissimo, l’artista napoletano aveva già accumulato un solido retroterra di esperienze; come Chia e Paladino, anche il Clemente degli esordi, nei primissimi anni settanta, si misura con la tendenza dilagante dell’impronta concettuale, partorendo una serie di idee contrassegnate “dalle urgenze della memoria e dagli inciampi del linguaggio”. D’altronde, già nel ’77 Achille Bonito Oliva lo inserisce nel novero dei pochi “artisti concettuali che esistono in Italia”.

La stagione caratterizzata dal “racconto freddo” è breve e intensa ma proietta l’astro nascente a soli diciannove anni sulla scena che conta. Poco tempo dopo Clemente comincerà a sperimentare quei modi, quelle tecniche e quei luoghi dell’arte per troppo tempo lasciati in soffitta. Il disegno, fremito scalpitante affidato all’andirivieni della mano, si fa linguaggio leggero e autonomo. La piena consapevolezza del nuovo cammino si rivela sul finire degli anni settanta con Vetta: un libro d’artista costituito di diciotto pagine cucite a mano. Composto di tavole e disegni che rimarcano il passaggio ad una nuova fase, il lavoro incrocia i linguaggi consacrati del sistema dell’arte (il disegno e la pittura ad olio) e si affida “alle relazioni leggere che la parola intrattiene con l’immagine”.

Mettendo in evidenza il tratto nomade della transavanguardia che “non vanta il privilegio di una genealogia a senso unico ma una aperta a ventaglio su antenati di diversa estrazione e provenienza storica”, Achille Bonito Oliva sottolinea alcuni punti nodali dell’opera di Clemente come “lo spostamento progressivo dello stile”, “l’uso indifferenziato di molte tecniche”. Concetti chiave attraverso cui, soprattutto passando per il tema privilegiato dell’autoritratto che è il “proprio del biografico”, Francesco Clemente da vita ad un’ immagine dove viene placato ogni eccesso, quasi fosse “ imbevuta in una disciplina orientale [che] non tradisce emozioni ma un naturale stato di calma”.

Di certo, questa sorta di ponte interculturale tra Oriente ed Occidente viene vissuto anche in prima persona, grazie ai viaggi in Afghanistan intrapresi con Alighiero Boetti, prima di traghettare il suo lavoro oltre oceano. Dunque, tornando a Collaborations, all’occhio anestetizzante di Warhol, alla “bruta” e irruenta pennellata di Basquiat, il terzo, europeo, aggiunge concentrazione su di sé e una pittura più distesa e calma; ai due volti della New York metà anni ottanta significativamente colti attraverso le due facce della medaglia Warhol-Basquiat, con Clemente subentra lo spostamento dell’accento sulla “dissipazione della soggettività e le incertezze del corporeo”, con particolare attenzione alla frammentazione dell’io stigmatizzata per mezzo dell’autoritratto.
(Fonte foto: Rete Internet)

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ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEI PARTITI POLITICI?

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Nonostante i venti di crisi è ritornata la voglia di partecipare dei giovani e per tutti il riferimento è la comunità locale. Le aggregazioni, però, sono “liquide” e bisogna capire se e come solidificarle. Di Amato Lamberti

Le ultime elezioni amministrative, in particolare a Milano e Napoli, hanno messo in luce che molte cose stanno cambiando nel rapporto tra politica e cittadini. Innanzitutto il ruolo dei partiti che non riescono più a catalizzare e dirigere il consenso elettorale. Anzi, sembrano aver perso gran parte delle loro capacità, a partire dalla credibilità, cioè da quella che dovrebbe essere la loro stessa ragione di esistenza.

Per aggregare consenso attorno ad idee e proposte, attorno a una bandiera, bisogna innanzitutto essere credibili negli uomini che identificano il partito. Poi vengono le proposte, perché esse camminano sulle gambe degli uomini che le propongono. La crisi del berlusconismo è evidentemente il risultato di una perdita complessiva di credibilità da parte del premier, dei suoi ministri, dei suoi deputati e senatori, dei suoi quadri a livello dei singoli territori. Quando si perde la fiducia degli elettori i partiti non hanno più terreno su cui poggiare i piedi. Il berlusconismo è entrato in crisi di credibilità perché non ha saputo fronteggiare la grande crisi finanziaria del 2008.

Proprio i venti di crisi economica avevano spinto gli elettori a dare fiducia ad un partito e ad un premier che sembravano meglio attrezzati per affrontare una crisi globale, e proprio per questo più minacciosa. Quando però la gente si è accorta che la forbice fra i ricchi e i poveri si era allargata, che i ceti medi si erano impoveriti, che i giovani erano costretti ad emigrare per cercare lavoro, che le fabbriche chiudevano i battenti, l’incapacità del governo è diventata evidente e non più nascondibile sotto il solito fiume di parole e di promesse. “Caro Berlusconi, qualunque cosa mi racconti, il mio portafoglio non mente”. Nel mercato libero e sregolato, indicato come la panacea di tutti i mali, qualcuno si è certamente arricchito ma la maggioranza dei cittadini ha dovuto cominciare a stringere la cinghia.

Poiché, però, siamo convinti che sia l’economia a dettare i tempi della politica, sono d’accordo con Bonomi quando dice che la crisi che il Paese sta attraversando è figlia dell’esaurimento del ciclo espansivo di quel capitalismo molecolare che al Nord è stato il collante e il propulsore dell’asse Pdl-Lega. Ora la crisi ha prodotto trasformazioni economiche e nuove composizioni del tessuto produttivo. Il capitalismo molecolare è il modello di sviluppo basato sulle piccole e medie imprese globalizzate, capaci cioè di muoversi nel mercato globale, che ha caratterizzato il post-fordismo italiano e il modello della Terza Italia, il Centro-Nord-Est in quanto, come dice Trigilia, baricentro del modello italiano.

E che sia ancora il baricentro lo dimostra non solo il fatto che il declino del Paese origina dalla crisi di quel modello, ma anche che non siamo in grado di reagire pensando a qualcosa di altro e di diverso. La politica è muta, il leader, ma anche gli aspiranti leader, e a stessa Confindustria, non sembrano neppure cogliere l’esigenza di un nuovo modello produttivo . L’attaccamento al modello del capitalismo molecolare, che ha fatto le fortune dell’Italia per un lungo periodo ma che è troppo legato ai settori industriali tradizionali, è diventato una palla al piede dello sviluppo e la premessa delle incapacità di trovare risposte ad una crisi che è strutturale prima che congiunturale.

Comunque i risultati di queste elezioni, sia pure amministrative, sembrano, o possono essere interpretate, come il segnale che annuncia, forse con qualche ritardo, almeno per l’Italia, la fine degli anni ’80, quelli della società ancora strutturata. Siamo passati, senza neppure rendercene conto, alla società liquida. Ci voleva Obama per segnalarci con il suo “We Can” il definitivo tramonto dell’iper-individualismo: non “I Can”, ma “We Can”. Il potere, come possibilità di incidere sulla propria vita e sul mondo, non è più nel singolo, ma nel “noi”, inteso come comunità locale, comunità pubblica di interessi, come quelle sui “beni comuni”.

Questo cambiamento comporta molte domande nuove, ma anche la riproposizione di alcune questioni fondamentali: cos’è che ci tiene assieme? può esistere un’etica condivisa in un mondo tanto differenziato? In pratica, questo significa: è giusto pagare le tasse sia pure per finanziare la sanità pubblica o le pensioni?; è giusto dare un sussidio ai disoccupati?; l’assistenza e un riparo ai senzatetto? accogliere i migranti?; è giusto che lo Stato si orienti ad una idea di società piuttosto che ad un’altra? E se io non fossi d’accordo? E se noi non fossimo d’accordo?

Tutte domande che fino a qualche anno fa, almeno negli Stati Uniti, avrebbero trovato una risposta ovvia: ognuno per sé. Ma anche negli altri Paesi occidentali lo Stato, per non orientarsi ad alcuna idea di società, portava avanti il modello di Von Hayek, maestro e ispiratore della Thatcher, dove veniva meno la stessa idea di società, a favore di atomi sociali che, nel mondo globale, si aggregano e disaggregano con grande facilità, dando luogo a formazioni sociali deboli, liquide. Un mondo sociale darwiniano, nel quale la ricerca dell’interesse egoistico è il principio universale che permea di sé tutti gli aspetti dell’esistenza. Un mondo in cui è semplicemente giusto che chi riesce a guadagnare di più, non importa più di tanto come, se la goda e basta. Una idea ancora oggi piuttosto diffusa che rientra nell’etica del “perché non posso fare come io ritengo giusto fare?” Gli esempi sono talmente tanti che li lascio volentieri ai lettori.

Oggi queste domande meriterebbero ben altre risposte perché, soprattutto nei giovani, cresce la voglia di partecipare. Una voglia di partecipazione “online ed “offline” che certo nei social network trova lo strumento ma anche le regole della partecipazione. A molti basta il “mi piace”, altri sentono il bisogno di “condividere” e di “commentare”. Il riferimento per tutti è il territorio, la comunità locale, forse perché è più facile produrre e verificare cambiamenti. Qualcuno sostiene che in realtà gli orizzonti si sono ristretti, sono a “chilometro zero”, come i prodotti che meritano maggiore fiducia.

Il problema vero, tutto da affrontare, è quello della “democrazia liquida”, perché oggi le aggregazioni sociali restano tendenzialmente liquide, e bisogna capire come solidificarle, e, soprattutto, bisogna capire se in questo nuovo tipo di società c’è ancora bisogno dei partiti così come li conosciamo, o bisogna pensare a qualcosa di completamente diverso.
(Fonte foto: Rete Internet)

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