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UN NAPOLETANO A NEW YORK: FRANCESCO CLEMENTE

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Dopo le prime esperienze italiane e i viaggi in Oriente, Francesco Clemente sbarca sulla costa atlantica negli anni ottanta irrompendo sulla scena artistica newyorkese, sostenuto da artisti già affermati a livello mondiale.

Primavera dell’84. Durante il suo soggiorno newyorkese, Bruno Bischofberger, collezionista, mercante d’arte, editore e gallerista svizzero, propone al campione da lui scoperto e lanciato nell’Olimpo dell’arte Jean Michel Basquiat una sfida affascinante e stimolante: una collaborazione.

Il co-protagonista annunciato, l’altro polo del dialogo, si sapeva, non poteva che essere Andy Warhol, il guru dell’arte che aveva amato l’artista di origini caraibiche fin dai suoi esordi, quando, dipingendo tag e graffiti sui muri di Manhattan, era solito firmarsi con l’appellativo irriverente di “SAMO©” (“SAme OldShit”, cioè, “la solita vecchia merda”). Ma la novità del lavoro prevedeva un incontro-scontro a sei mani sul ring dell’arte. E il terzo chi poteva essere? Il nodo da sciogliere era questo. In un primo momento si pensò al pittore e regista Julian Schnabel, che da poco aveva finito di girare un film su Basquiat.

Ma poi, quasi subito a dire il vero, la scelta cadde su Francesco Clemente (nella foto il primo a destra) che si era trasferito a New York nel 1982 e il cui studio era a soli due isolati da quello del collega caraibico. Fin da giovanissimo, l’artista napoletano aveva già accumulato un solido retroterra di esperienze; come Chia e Paladino, anche il Clemente degli esordi, nei primissimi anni settanta, si misura con la tendenza dilagante dell’impronta concettuale, partorendo una serie di idee contrassegnate “dalle urgenze della memoria e dagli inciampi del linguaggio”. D’altronde, già nel ’77 Achille Bonito Oliva lo inserisce nel novero dei pochi “artisti concettuali che esistono in Italia”.

La stagione caratterizzata dal “racconto freddo” è breve e intensa ma proietta l’astro nascente a soli diciannove anni sulla scena che conta. Poco tempo dopo Clemente comincerà a sperimentare quei modi, quelle tecniche e quei luoghi dell’arte per troppo tempo lasciati in soffitta. Il disegno, fremito scalpitante affidato all’andirivieni della mano, si fa linguaggio leggero e autonomo. La piena consapevolezza del nuovo cammino si rivela sul finire degli anni settanta con Vetta: un libro d’artista costituito di diciotto pagine cucite a mano. Composto di tavole e disegni che rimarcano il passaggio ad una nuova fase, il lavoro incrocia i linguaggi consacrati del sistema dell’arte (il disegno e la pittura ad olio) e si affida “alle relazioni leggere che la parola intrattiene con l’immagine”.

Mettendo in evidenza il tratto nomade della transavanguardia che “non vanta il privilegio di una genealogia a senso unico ma una aperta a ventaglio su antenati di diversa estrazione e provenienza storica”, Achille Bonito Oliva sottolinea alcuni punti nodali dell’opera di Clemente come “lo spostamento progressivo dello stile”, “l’uso indifferenziato di molte tecniche”. Concetti chiave attraverso cui, soprattutto passando per il tema privilegiato dell’autoritratto che è il “proprio del biografico”, Francesco Clemente da vita ad un’ immagine dove viene placato ogni eccesso, quasi fosse “ imbevuta in una disciplina orientale [che] non tradisce emozioni ma un naturale stato di calma”.

Di certo, questa sorta di ponte interculturale tra Oriente ed Occidente viene vissuto anche in prima persona, grazie ai viaggi in Afghanistan intrapresi con Alighiero Boetti, prima di traghettare il suo lavoro oltre oceano. Dunque, tornando a Collaborations, all’occhio anestetizzante di Warhol, alla “bruta” e irruenta pennellata di Basquiat, il terzo, europeo, aggiunge concentrazione su di sé e una pittura più distesa e calma; ai due volti della New York metà anni ottanta significativamente colti attraverso le due facce della medaglia Warhol-Basquiat, con Clemente subentra lo spostamento dell’accento sulla “dissipazione della soggettività e le incertezze del corporeo”, con particolare attenzione alla frammentazione dell’io stigmatizzata per mezzo dell’autoritratto.
(Fonte foto: Rete Internet)

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