Nonostante i venti di crisi è ritornata la voglia di partecipare dei giovani e per tutti il riferimento è la comunità locale. Le aggregazioni, però, sono “liquide” e bisogna capire se e come >solidificarle. Di Amato Lamberti
Le ultime elezioni amministrative, in particolare a Milano e Napoli, hanno messo in luce che molte cose stanno cambiando nel rapporto tra politica e cittadini. Innanzitutto il ruolo dei partiti che non riescono più a catalizzare e dirigere il consenso elettorale. Anzi, sembrano aver perso gran parte delle loro capacità, a partire dalla credibilità, cioè da quella che dovrebbe essere la loro stessa ragione di esistenza.
Per aggregare consenso attorno ad idee e proposte, attorno a una bandiera, bisogna innanzitutto essere credibili negli uomini che identificano il partito. Poi vengono le proposte, perché esse camminano sulle gambe degli uomini che le propongono. La crisi del berlusconismo è evidentemente il risultato di una perdita complessiva di credibilità da parte del premier, dei suoi ministri, dei suoi deputati e senatori, dei suoi quadri a livello dei singoli territori. Quando si perde la fiducia degli elettori i partiti non hanno più terreno su cui poggiare i piedi. Il berlusconismo è entrato in crisi di credibilità perché non ha saputo fronteggiare la grande crisi finanziaria del 2008.
Proprio i venti di crisi economica avevano spinto gli elettori a dare fiducia ad un partito e ad un premier che sembravano meglio attrezzati per affrontare una crisi globale, e proprio per questo più minacciosa. Quando però la gente si è accorta che la forbice fra i ricchi e i poveri si era allargata, che i ceti medi si erano impoveriti, che i giovani erano costretti ad emigrare per cercare lavoro, che le fabbriche chiudevano i battenti, l’incapacità del governo è diventata evidente e non più nascondibile sotto il solito fiume di parole e di promesse. “Caro Berlusconi, qualunque cosa mi racconti, il mio portafoglio non mente”. Nel mercato libero e sregolato, indicato come la panacea di tutti i mali, qualcuno si è certamente arricchito ma la maggioranza dei cittadini ha dovuto cominciare a stringere la cinghia.
Poiché, però, siamo convinti che sia l’economia a dettare i tempi della politica, sono d’accordo con Bonomi quando dice che la crisi che il Paese sta attraversando è figlia dell’esaurimento del ciclo espansivo di quel capitalismo molecolare che al Nord è stato il collante e il propulsore dell’asse Pdl-Lega. Ora la crisi ha prodotto trasformazioni economiche e nuove composizioni del tessuto produttivo. Il capitalismo molecolare è il modello di sviluppo basato sulle piccole e medie imprese globalizzate, capaci cioè di muoversi nel mercato globale, che ha caratterizzato il post-fordismo italiano e il modello della Terza Italia, il Centro-Nord-Est in quanto, come dice Trigilia, baricentro del modello italiano.
E che sia ancora il baricentro lo dimostra non solo il fatto che il declino del Paese origina dalla crisi di quel modello, ma anche che non siamo in grado di reagire pensando a qualcosa di altro e di diverso. La politica è muta, il leader, ma anche gli aspiranti leader, e a stessa Confindustria, non sembrano neppure cogliere l’esigenza di un nuovo modello produttivo . L’attaccamento al modello del capitalismo molecolare, che ha fatto le fortune dell’Italia per un lungo periodo ma che è troppo legato ai settori industriali tradizionali, è diventato una palla al piede dello sviluppo e la premessa delle incapacità di trovare risposte ad una crisi che è strutturale prima che congiunturale.
Comunque i risultati di queste elezioni, sia pure amministrative, sembrano, o possono essere interpretate, come il segnale che annuncia, forse con qualche ritardo, almeno per l’Italia, la fine degli anni ’80, quelli della società ancora strutturata. Siamo passati, senza neppure rendercene conto, alla società liquida. Ci voleva Obama per segnalarci con il suo “We Can” il definitivo tramonto dell’iper-individualismo: non “I Can”, ma “We Can”. Il potere, come possibilità di incidere sulla propria vita e sul mondo, non è più nel singolo, ma nel “noi”, inteso come comunità locale, comunità pubblica di interessi, come quelle sui “beni comuni”.
Questo cambiamento comporta molte domande nuove, ma anche la riproposizione di alcune questioni fondamentali: cos’è che ci tiene assieme? può esistere un’etica condivisa in un mondo tanto differenziato? In pratica, questo significa: è giusto pagare le tasse sia pure per finanziare la sanità pubblica o le pensioni?; è giusto dare un sussidio ai disoccupati?; l’assistenza e un riparo ai senzatetto? accogliere i migranti?; è giusto che lo Stato si orienti ad una idea di società piuttosto che ad un’altra? E se io non fossi d’accordo? E se noi non fossimo d’accordo?
Tutte domande che fino a qualche anno fa, almeno negli Stati Uniti, avrebbero trovato una risposta ovvia: ognuno per sé. Ma anche negli altri Paesi occidentali lo Stato, per non orientarsi ad alcuna idea di società, portava avanti il modello di Von Hayek, maestro e ispiratore della Thatcher, dove veniva meno la stessa idea di società, a favore di atomi sociali che, nel mondo globale, si aggregano e disaggregano con grande facilità, dando luogo a formazioni sociali deboli, liquide. Un mondo sociale darwiniano, nel quale la ricerca dell’interesse egoistico è il principio universale che permea di sé tutti gli aspetti dell’esistenza. Un mondo in cui è semplicemente giusto che chi riesce a guadagnare di più, non importa più di tanto come, se la goda e basta. Una idea ancora oggi piuttosto diffusa che rientra nell’etica del “perché non posso fare come io ritengo giusto fare?” Gli esempi sono talmente tanti che li lascio volentieri ai lettori.
Oggi queste domande meriterebbero ben altre risposte perché, soprattutto nei giovani, cresce la voglia di partecipare. Una voglia di partecipazione “online ed “offline” che certo nei social network trova lo strumento ma anche le regole della partecipazione. A molti basta il “mi piace”, altri sentono il bisogno di “condividere” e di “commentare”. Il riferimento per tutti è il territorio, la comunità locale, forse perché è più facile produrre e verificare cambiamenti. Qualcuno sostiene che in realtà gli orizzonti si sono ristretti, sono a “chilometro zero”, come i prodotti che meritano maggiore fiducia.
Il problema vero, tutto da affrontare, è quello della “democrazia liquida”, perché oggi le aggregazioni sociali restano tendenzialmente liquide, e bisogna capire come solidificarle, e, soprattutto, bisogna capire se in questo nuovo tipo di società c’è ancora bisogno dei partiti così come li conosciamo, o bisogna pensare a qualcosa di completamente diverso.
(Fonte foto: Rete Internet)





