Di Amato Lamberti
Per dare un ordine, o, se si vuole, anche un filo rosso di collegamento, alle riflessioni proposte nella mia rubrica, mi sembra necessario un minimo di inquadramento teorico.
La camorra, oggi, tanto per essere il più possibile espliciti, si configura come un vero e proprio sistema di imprese economiche finalizzate all”accumulazione, in termini capitalistici. La sua peculiarità, sta nel fatto che opera contemporaneamente su due mercati, quello criminale e quello legale senza tenerli tra loro separati, ma, anzi, favorendo, tra i due mercati, una costante circolazione di flussi finanziari. I capitali camorristici si muovono, così, su più mercati e tra più mercati. I proventi delle imprese criminali servono innanzitutto a sostenere ed allargare un mercato criminale gestito spesso in forma monopolistica.
Le eventuali disponibilità finanziarie eccedenti possono e vengono collocate sul mercato legale, sia per realizzare ulteriori incrementi del capitale da reinvestire in attività criminali, e sia per realizzare la riconfigurazione come imprenditore, del camorrista. Per cui abbiamo che la circolazione dei capitali camorristici si realizza nel mercato criminale e nel mercato legale, dal mercato illegale al mercato legale, ma anche dal mercato legale a quello illegale. Si realizza così, un intreccio tra i due mercati che rende sempre più difficile la separazione tra criminale e legale.
L”interesse degli studiosi, come quello degli organi di informazione e degli apparati di controllo dello Stato, è stato, per molto tempo, prevalentemente dedicato al mercato criminale considerando un fatto marginale la presenza dell”imprenditore camorrista sul mercato legale – più il segno di un desiderio di legittimazione sociale, che non lo sbocco obbligato di un processo di riconfigurazione delle organizzazioni criminali, in un contesto come quello meridionale caratterizzato dall”assenza di una forte imprenditoria privata e dalla presenza egemonica, come rapporto economico, dello Stato nella figura delle Autonomie locali.
Va, invece, rilevato che la camorra, nello stesso momento in cui si insedia su un territorio, tende ad occupare contemporaneamente mercato criminale e mercato legale. Solo che, mentre sul mercato criminale si muove con la logica del monopolio e dell”allargamento continuo, su quello legale tende a privilegiare solo quei settori di attività che o consentono una elevatissima redditività del capitale o consentono l”acquisizione e il drenaggio del denaro pubblico a livello dei Comuni, ma anche di ASL, di Enti di previdenza e assistenza, di provvidenze statali.
Questo doppio e quasi contemporaneo inserimento sui due mercati, è la forza della camorra e spiega anche la sua capacità di diffusione e di insediamento. Infatti, realizza subito, per così dire, l”emersione sociale, in veste di imprenditore, del camorrista mettendolo nelle migliori condizioni per operare sia sul mercato legale che su quel pezzo di mercato criminale che sta ridosso di quello legale – vale a dire, ad esempio, il segmento di mercato criminale costituito dalle estorsioni ad aziende ed imprese, ma anche quello del prestito ad usura. Realizza, inoltre, una più semplice gerarchizzazione dei compiti e della mansioni, il che è un importante problema per organizzazioni caratterizzate da elevata conflittualità interna e dotate del solo strumento della violenza per la risoluzione di ogni tipo di conflitto.
La camorra adotta, negli interventi sul mercato legale e su quello criminale, strategie diverse ma complementari. A livello di economia legale non tende al controllo totale del territorio su cui si insedia, ma al controllo di uno o più settori da gestire in forma quasi monopolistica – almeno per quanto riguarda l” iniziativa privata. La scelta dei settori economici d”investimento sembra obbedire a cinque criteri:
a) realizzare investimenti ad altissima redditività di capitale;
b) in settori di cui è possibile realizzare un controllo quasi totale;
c) in settori sostenuti da finanziamenti pubblici o per i quali sono previste provvidenze statali, o che dipendono più o meno direttamente, – attraverso il meccanismo della concessione, ad esempio – dai poteri decisionali delle pubbliche amministrazioni;
d) in settori che prevedono l”utilizzazione di una mano d”opera non qualificata, anche numerosa;
e) caratterizzati, inoltre, da una accelerata circolazione dei capitali.
Per fare degli esempi ben noti: a Torre Annunziata, l”espansione del clan Gionta sul mercato legale, passava attraverso l”acquisizione del controllo del mercato del pesce, prima e di quello dei fiori, poi. L”espansione del clan Alfieri passava, invece, attraverso il controllo del mercato delle carni, con le società “Vesuviana carni” e “Sim-carni”, con sede a San Sebastiano al Vesuvio, e la “Ital-carni”, con sede ad Arzano. Per la commercializzazione su scala regionale, nazionale e internazionale si utilizzava la società “Com-Int” (Commercio Internazionale) della quale oltre a Carmine Alfieri erano soci Michele Zaza e Giuseppe Simeoli vera figura di un imprenditore camorrista completamente riciclato sul piano legale (a lui facevano capo le società degli Alfieri).
Il clan Vollaro si espandeva, invece, nel settore dell”edilizia. Luigi Vollaro era amministratore unico della “Vol-Sca costruzioni” (di cui erano soci i nipoti Luigi e Salvatore Scarano). Era, inoltre, socio della “Sas Candida costruzioni”,che operava a Portici e che ha goduto di numerosi appalti comunali, della “Cotemar” e della “Vol-So” (in società con Francesco Sorrentino). Luigi Vollaro e i due fratelli, Giuseppe e Antonio, erano anche soci della “Alessandro Sorrentino costruzioni”.
Gli investimenti nell”economia legale erano, quindi, chiaramente finalizzati a:
1) assicurarsi gli strumenti per il più rapido riciclaggio del denaro accumulato attraverso imprese criminali;
2) realizzare capitali legali tanto elevati da nascondere la presenza di un flusso costante di capitali “sporchi”, anche attraverso l”utilizzazione massiccia delle provvidenze statali (credito agevolato, sgravi fiscali, ecc.) previste per il settore specifico;
3) realizzare il controllo di interi settori del mercato, determinando prezzi, volumi di scambio, occupazione;
4) impadronirsi, più o meno totalmente, dei flussi costanti dei finanziamenti pubblici erogati dalle amministrazioni locali (comuni, provincie, Regioni).
Due sono le conseguenze: dal punto di vista sociale, attraverso tale strategia le organizzazioni criminali assumono un ruolo centrale nella regolazione del mercato del lavoro e introducono distorsioni, non sempre visibili, nella dinamica occupazionale a livello di offerta di lavoro: dal punto di vista istituzionale, tale strategia impone alle organizzazioni criminali la necessità di operare un controllo sempre più accentuato delle amministrazioni locali per dirigerne a proprio vantaggio le decisioni in ordine alla spesa ordinaria e alla utilizzazione dei finanziamenti ordinari e straordinari.
Il fatto, quindi, che le organizzazioni criminali siano presenti sul mercato legale unito al fatto che le amministrazioni locali sono il soggetto economico più importante e costante del mercato, dà vita ad una saldatura – sempre più frequentemente evidente – tra ceto politico e amministrativo locale e imprenditori camorristici. Naturalmente, tale saldatura non si poggia solo sulla presenza sempre più massiccia di una imprenditoria camorristica, ma si poggia, soprattutto, sulla presenza – anch”essa sempre più diffusa ed evidente – di un ceto politico e amministrativo affarista e clientelare, quando non esso stesso camorrista, che utilizza le istituzioni solo in chiave di tornaconto personale.
Le trasformazioni del ceto politico e amministrativo in Campania, di cui non si parla quasi mai, caratterizzate dalla emersione di personale di basso profilo economico e culturale – anche se mancano ricerche specifiche in merito – si può ipotizzare che derivino anche dalla capacità delle organizzazioni criminali di aggregare e dirigere in consenso elettorale su candidati “comodi”, quando non direttamente coinvolti nella stessa organizzazione.
(Fonte foto: Rete Internet)
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