fatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà cittadina. È un circuito vizioso che va rotto modernizzando. Di Amato Lamberti
Le caratteristiche assunte dalla modernizzazione a Napoli sono il tema di un dibattito acceso dal quotidiano "Il Corriere del Mezzogiorno" attraverso un editoriale del direttore Marco De Marco che provocatoriamente si chiedeva se siamo condannati ad accontentarci di Napoli com’è, o non dobbiamo piuttosto pretendere un cambiamento che inverta una tendenza che sembra ormai essersi ossificata.
Tra i tanti interventi, tutti molto interessanti, su cui riflettere, mi ha molto colpito quello di Gianni Punzo, l’imprenditore sicuramente di maggiore successo della nostra regione, che, come imprenditore, fa un pubblico mea culpa affermando che lui, come gli altri, è stato troppo a guardare l’incapacità e l’inefficienza della politica mentre sarebbe stato necessario "partecipare con più forza al dibattito pubblico in tutta la sua ampiezza, perché non ci riguardano solo fiscalità e infrastrutture, ma la qualità complessiva della vita civile e democratica, a partire dalla scuola che ne assicura il futuro e dal recupero del contesto socio-urbanistico".
In pratica, gli imprenditori, considerata anche la loro capacità di orientamento delle decisioni politiche, devono occuparsi non solo di ciò che ha direttamente ricadute sulle attività aziendali, ma anche, se non soprattutto, delle condizioni di agibilità complessiva, civile e sociale del territorio, vale a dire di ciò che rende il territorio attrattivo dal punto di vista degli investimenti privati, in termini di impresa ma anche di turismo. Nella lettera al direttore del "Corriere del Mezzogiorno", Gianni Punzo raccontava di aver passato le vacanze a Cortina e di aver dovuto continuamente, per tutto il tempo della permanenza, spiegare agli amici imprenditori del Nord che al Sud non solo si può vivere ma si può anche fare impresa e che il vero problema non è la ferocia della criminalità ma l’inefficienza della politica e della pubblica amministrazione.
Chiunque si sia trovato a passare un periodo di tempo, anche breve, nel nord dell’Italia o in un paese dell’Europa continentale o mediterranea, ha potuto fare la stessa esperienza. La domanda più frequente è sempre quella relativa alla possibilità di vivere e lavorare al Sud. Un territorio che appare agli stranieri come controllato e percorso da orde fameliche di assassini ed estorsori che lo rendono invivibile e impercorribile. Chi, come noi, vive su questo territorio sa che non è così. Sa che si può andare con successo a scuola, che si possono intraprendere carriere importanti, che negli ospedali ci sono luminari che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi milanesi o veneti, che c’è una vita artistica e culturale viva, effervescente, ricca di creatività, che ci sono imprese capaci di stare sul mercato nazionale e internazionale.
Ma Napoli fa notizia solo per le gesta di una criminalità provinciale che viene ingigantita ad holding capace di muoversi dentro la globalizzazione mondiale. Non è così. L’esempio migliore è Scampia che viene definita come la piazza di spaccio di droga più grande d’Europa. Non è vero niente. A Milano si consuma cento volte la cocaina che viene consumata a Napoli, la portano colombiani e calabresi. Scampia non c’entra niente con Milano, con Torino, con Verona, dove passa la droga per la Germania e l’Austria. Per non parlare delle vere e grandi piazze europee, come Londra, Amsterdam, Amburgo. Ma la nostra stampa, come certa politica, è ammalata di "scarfoglismo",un neologismo da me coniato molti anni fa per indicare un modo di fare notizia fondato sulla spettacolarizzazione e sull’enfatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà napoletana.
Un modello nato alla fine dell’Ottocento a Napoli (chi non ricorda "Il ventre di Napoli" della Serao?) per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulle condizioni miserevoli della città e sulla necessità di forti interventi di riqualificazione. Poi è diventato moda, più che modo di parlare di Napoli, utilizzato dai media di tutto il mondo. Per rompere questo circuito vizioso che porta a parlare solo del negativo che pure c’è a Napoli, occorrerebbe uno sforzo collettivo, a partire di coloro che producono lavoro, innovazione e sviluppo, in campo produttivo come in campo culturale, per modificare il modo di fare informazione, come il modo di fare politica.
Non basta denunciare, come giustamente fa Macry che "la politica ha saputo tenere a bada una intera popolazione distribuendo elemosine ai ceti disagiati e privilegi alle élites", ma bisogna impegnarsi per realizzare quella modernizzazione della vita sociale ed economica che Napoli aspetta da troppo tempo e che significa anche tenere in ordine strade e marciapiedi, ridisegnare il waterfront, dare una destinazione a Bagnoli, mettere mano alla riqualificazione del centro antico di Napoli come di tutte le città della Campania, oltre a promuovere una moderna e civile qualità della vita dei cittadini e del sistema delle relazioni sociali.
(Fonte foto: oissela.it)
