AL SUD SI PUÃ’ VIVERE E ANCHE LAVORARE

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A Napoli prevale ancora un modo di fare notizia basato sull”en-
fatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà cittadina. È un circuito vizioso che va rotto modernizzando. Di Amato Lamberti

Le caratteristiche assunte dalla modernizzazione a Napoli sono il tema di un dibattito acceso dal quotidiano "Il Corriere del Mezzogiorno" attraverso un editoriale del direttore Marco De Marco che provocatoriamente si chiedeva se siamo condannati ad accontentarci di Napoli com’è, o non dobbiamo piuttosto pretendere un cambiamento che inverta una tendenza che sembra ormai essersi ossificata.

Tra i tanti interventi, tutti molto interessanti, su cui riflettere, mi ha molto colpito quello di Gianni Punzo, l’imprenditore sicuramente di maggiore successo della nostra regione, che, come imprenditore, fa un pubblico mea culpa affermando che lui, come gli altri, è stato troppo a guardare l’incapacità e l’inefficienza della politica mentre sarebbe stato necessario "partecipare con più forza al dibattito pubblico in tutta la sua ampiezza, perché non ci riguardano solo fiscalità e infrastrutture, ma la qualità complessiva della vita civile e democratica, a partire dalla scuola che ne assicura il futuro e dal recupero del contesto socio-urbanistico".

In pratica, gli imprenditori, considerata anche la loro capacità di orientamento delle decisioni politiche, devono occuparsi non solo di ciò che ha direttamente ricadute sulle attività aziendali, ma anche, se non soprattutto, delle condizioni di agibilità complessiva, civile e sociale del territorio, vale a dire di ciò che rende il territorio attrattivo dal punto di vista degli investimenti privati, in termini di impresa ma anche di turismo. Nella lettera al direttore del "Corriere del Mezzogiorno", Gianni Punzo raccontava di aver passato le vacanze a Cortina e di aver dovuto continuamente, per tutto il tempo della permanenza, spiegare agli amici imprenditori del Nord che al Sud non solo si può vivere ma si può anche fare impresa e che il vero problema non è la ferocia della criminalità ma l’inefficienza della politica e della pubblica amministrazione.

Chiunque si sia trovato a passare un periodo di tempo, anche breve, nel nord dell’Italia o in un paese dell’Europa continentale o mediterranea, ha potuto fare la stessa esperienza. La domanda più frequente è sempre quella relativa alla possibilità di vivere e lavorare al Sud. Un territorio che appare agli stranieri come controllato e percorso da orde fameliche di assassini ed estorsori che lo rendono invivibile e impercorribile. Chi, come noi, vive su questo territorio sa che non è così. Sa che si può andare con successo a scuola, che si possono intraprendere carriere importanti, che negli ospedali ci sono luminari che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi milanesi o veneti, che c’è una vita artistica e culturale viva, effervescente, ricca di creatività, che ci sono imprese capaci di stare sul mercato nazionale e internazionale.

Ma Napoli fa notizia solo per le gesta di una criminalità provinciale che viene ingigantita ad holding capace di muoversi dentro la globalizzazione mondiale. Non è così. L’esempio migliore è Scampia che viene definita come la piazza di spaccio di droga più grande d’Europa. Non è vero niente. A Milano si consuma cento volte la cocaina che viene consumata a Napoli, la portano colombiani e calabresi. Scampia non c’entra niente con Milano, con Torino, con Verona, dove passa la droga per la Germania e l’Austria. Per non parlare delle vere e grandi piazze europee, come Londra, Amsterdam, Amburgo. Ma la nostra stampa, come certa politica, è ammalata di "scarfoglismo",un neologismo da me coniato molti anni fa per indicare un modo di fare notizia fondato sulla spettacolarizzazione e sull’enfatizzazione degli aspetti più deteriori della realtà napoletana.

Un modello nato alla fine dell’Ottocento a Napoli (chi non ricorda "Il ventre di Napoli" della Serao?) per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sulle condizioni miserevoli della città e sulla necessità di forti interventi di riqualificazione. Poi è diventato moda, più che modo di parlare di Napoli, utilizzato dai media di tutto il mondo. Per rompere questo circuito vizioso che porta a parlare solo del negativo che pure c’è a Napoli, occorrerebbe uno sforzo collettivo, a partire di coloro che producono lavoro, innovazione e sviluppo, in campo produttivo come in campo culturale, per modificare il modo di fare informazione, come il modo di fare politica.

Non basta denunciare, come giustamente fa Macry che "la politica ha saputo tenere a bada una intera popolazione distribuendo elemosine ai ceti disagiati e privilegi alle élites", ma bisogna impegnarsi per realizzare quella modernizzazione della vita sociale ed economica che Napoli aspetta da troppo tempo e che significa anche tenere in ordine strade e marciapiedi, ridisegnare il waterfront, dare una destinazione a Bagnoli, mettere mano alla riqualificazione del centro antico di Napoli come di tutte le città della Campania, oltre a promuovere una moderna e civile qualità della vita dei cittadini e del sistema delle relazioni sociali.
(Fonte foto: oissela.it)

CITTÀ AL SETACCIO

ECCO PERCHÉ IL NORD HA POTUTO SACCHEGGIARE NAPOLI

I giornali napoletani raccontano la cronaca di una società che finge di muoversi, ma dicono le stesse cose di cento anni fa. Chi e quando è stato responsabile della svendita del Sud. Di Carmine Cimmino

Sul Corriere del Mezzogiorno del 5 settembre Paolo Macry ha esaminato le cause dell’ immobilismo a cui è condannata Napoli e della sua “modernità difettosa“, e Vincenzo Siniscalchi, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, ha detto che a Napoli troppi giudici hanno parenti stretti che fanno gli avvocati e che i magistrati che indagavano sul grande affare dei rifiuti vennero “lasciati soli“ . Due giorni prima, il Corriere del Mezzogiorno aveva pubblicato la lettera con cui i dipendenti dei Consorzi di bacino per la raccolta differenziata dei rifiuti di Napoli e Caserta, che non percepiscono lo stipendio da mesi, hanno chiesto aiuto alla camorra.

Mi pare che il titolo dell’articolo, Consorzi, i dipendenti chiedono aiuto alla camorra- Lettera ai clan per ottenere gli stipendi arretrati, non renda giustizia a un appello in cui si mescolano paradosso, disperazione, ironia, sarcasmo, e senso pieno della verità storica. Questa lettera, ispirata e scritta da lavoratori che operano quotidianamente negli spazi più neri della società napoletana e casertana, e sono protagonisti e spettatori, quotidianamente, di vicende e di storie assurde, e vedono, quotidianamente, quale vortice di danaro sporco si sprigioni dagli appalti della monnezza, dagli interventi di urgenza, dalla distribuzione “eccezionale“ di posti di lavoro, e dall’aumento fulmineo e vertiginoso degli stipendi di alcuni: questa lettera magistrale riassume, in mezza pagina , ciò che Paola Monzini spiega in un libro, Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia- La delinquenza organizzata nella storia di due città (1820- 1990).

Nel saggio, che è stato pubblicato nel 1999, e che contiene, a parer mio, l’analisi più profonda e più completa delle imprese della camorra napoletana negli anni 1970-1990, la Monzini dimostra che in alcune vicende cruciali: la politica della spesa pubblica, la ricostruzione successiva al terremoto dell’’80, i giganteschi investimenti per le strutture del Nolano e della Campania Felice – sì, veramente felice -, la camorra non è l’anti-Stato: è l’altra faccia dello Stato, che con i suoi apparati “l’accredita”. Con buona pace di chi si illude che la camorra napoletana possa essere combattuta e vinta chiamando alle armi la società civile. Ma alla camorra dedicheremo una serie di articoli, in cui diremo cose amare, nella speranza che qualcuno ci smentisca e ci dimostri che non abbiamo capito nulla.

I giornali napoletani raccontano la cronaca di un mondo che finge di muoversi, e invece sta fermo, di una società che avrebbe riempito di gioia Parmenide offrendogli la dimostrazione più probante della sua tesi che il movimento è un’illusione, si vede, ma non c’è: l’esatto contrario della nebbia nella Milano di Totò e Peppino con il colbacco: c’era, la nebbia, ma non si vedeva. I giornali napoletani di oggi dicono le stesse cose che dicevano, trenta, quaranta, e cento anni fa: cambia qualche contorno, cambiano gli arredi di tavola, ma le portate sono sempre le stesse, e alla stessa scuola appartengono tutti i cuochi.

Il Nord poté saccheggiare Napoli e ridurre il Sud a vivaio di manodopera a basso costo, di emigranti, di carne da macello per i cannoni e per le mitragliatrici, perché tra il 1861 e il 1874 la borghesia meridionale aveva firmato la resa incondizionata agli interessi delle èlites settentrionali in cambio dell’assicurazione che i governi dell’Italia unita avrebbero traghettato i “borbonici“ nel nuovo sistema attraverso la politica pacifica dell’ “amalgama“, avrebbero impedito il rinnovamento sociale, non avrebbero messo mano alla divisione delle terre, avrebbero legittimato la rapina del demanio pubblico. Questa è la verità, il resto è solo chiacchiera estiva.

Chiunque abbia una conoscenza appena appena seria della storia del brigantaggio post-unitario in Lucania, in Puglia, nel Sannio, nell’Irpinia, in Terra di Lavoro, e nelle terre tra Eboli e Lagonegro, sa che il fenomeno ebbe tre radici: la tendenza storica del brigantaggio meridionale a diventare più aggressivo nei momenti di crisi istituzionale; la rivolta di massa contro la coscrizione obbligatoria; la guerra contro i proprietari terrieri, che erano stati “borbonici“ e poi divennero tutti “piemontesi“. I liberali del Sud sostennero a spada tratta la repressione manu militari del brigantaggio, che si affannarono a descrivere, sui giornali e nel Parlamento, come espressione della reazione anti-unitaria, ispirata e sostenuta dai Borbone e dal Papa.

Sul finire del ’62 furono proprio i liberali meridionali a chiedere il pugno di ferro contro le opposizioni. E quando il Governo decise di chiudere tutti i giornali antigovernativi che si pubblicavano a Napoli, di schedare gli oppositori e di sottoporli a severi controlli di polizia, Silvio Spaventa, che era segretario generale agli Interni, non solo non protestò, ma sostenne apertamente il provvedimento, anche in nome della borghesia liberale, moderatamente liberale, che egli e i suoi consorti rappresentavano.

L’atto con cui il liberalismo meridionale si rese pubblicamente e direttamente responsabile della svendita del Sud fu il sostegno dato alla legge sull’ordine pubblico nelle province meridionali, che prese il nome dal relatore, Giuseppe Pica, abruzzese, e che venne promulgata dal Re il 15 agosto del ’63, cinquanta giorni dopo che Massari, leggendo alla Camera la relazione della commissione sul brigantaggio aveva timidamente, e con molti giri di parole, indicato nella povertà dei contadini una delle cause del fenomeno. La risposta del Governo fu solo militare: le bande armate – tre persone già costituivano una banda – sarebbero state giudicate dai tribunali di guerra; i briganti presi con le armi in pugno sarebbero stati fucilati; il governo si attribuiva il potere incontrollato di inviare a domicilio coatto “oziosi, vagabondi, persone sospette, secondo la designazione del codice penale, manutengoli e camorristi”.

La legge risultò indigesta perfino a un moderato come Francesco De Sanctis: "noi non siamo un governo libero, perché da condizioni anormali siamo tirati sul pendio delle leggi eccezionali, perché nell’esecuzione delle leggi trascorriamo volentieri all’arbitrio..". Quasi tutti i liberali meridionali votarono a favore della legge Pica. Alle amministrazioni locali, tornate saldamente in mano ai “galantuomini“ ex borbonici: avvocati, medici, sensali e soprattutto proprietari terrieri, fu affidato il compito di indicare i meritevoli di domicilio coatto. Le proposte venivano “scrutinate“ dalle Giunte provinciali: quasi sempre con scarsa diligenza, e spesso con una fretta che serviva a coprire intenzioni e interessi assai sporchi, come vedremo.

La legge Pica e le Giunte provinciali provocarono, nell’ordine sociale e nel sistema della legalità, inauditi sconquassi, ma, soprattutto, fiaccarono lo spirito dell’opposizione, la fiducia nelle istituzioni, la speranza del cambiamento: spirito, fiducia e speranza che già avevano, di per sé, radici assai deboli.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RAGAZZI PROTAGONISTI FUORI E DENTRO LA SCUOLA

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Grazie all”Associazione Moby Dick, si va diffondendo la cultura cinemato-
grafica fra gli studenti. Tra gli obiettivi, amare il cinema e riflettere su temi stimolanti. Di Annamaria Franzoni

Da circa un ventennio seguo le attività che l’Associazione Moby Dick svolge, diffondendo la cultura cinematografica tra gli studenti della scuola media di I e II grado.
Si tratta di una sorta di Cineclub che, di anno in anno, propone, attraverso docenti sensibili alle attività espressive del Cinema, ad un consistente numero di adolescenti di Napoli e provincia, una rosa di quattro film, attentamente selezionati e finalizzati alla discussione e alla riflessione su un tema ogni volta differente, ma pur sempre stimolante.

Il primo obiettivo che il progetto Moby Dick si è proposto, fin dall’inizio della propria storia, è quello che “l’amore per il Cinema si possa imparare al Cinema”, luogo deputato al godimento dell’opera cinematografica, nonché la possibilità di riflessione e confronto su tematiche significative, in una cornice aggregante e che consenta ai giovani spettatori di conoscere meglio se stessi, scoprire nuovi interessi, assumere consapevolezza delle proprie capacità e provare grandi emozioni.
L’attività tuttavia non si esaurisce nella visione dei film di volta in volta proposti, bensì può proseguire in aula, con circle time di riflessione e commento, schede critiche, questionari ed itinerari di riflessione che il comitato organizzativo dell’Associazione, composto da Rita Esposito, Lucia Caratti ed Emiliano Armenio , propone ai docenti come supporto didattico.

In riferimento allo scorso anno, ad integrare la proposta intitolata “Il mondo che vorrei” sono state organizzate anteprime, incontri con registi e personaggi di interesse culturale e sociale, attori e produttori: mi piace, in tal proposito, ricordare l’incontro, svoltosi nel mese di marzo presso il Cinema Modernissimo, con il regista del film Fortapasc, Dino Risi, con il Dott. Paolo Siani, fratello di Giancarlo e Presidente della Fondazione Pol.i.s., Enrico Tedeschi, Segretario della Fondazione e Geppino Fiorenza, referente regionale di Libera per la Campania.

In quella circostanza le vibrazioni positive che si avvertivano nella sala del Cinema Modernissimo hanno raggiunto livelli altissimi mentre si affrontava il delicato tema della Legalità e della Cittadinanza Attiva alla presenza di una variegata platea di adolescenti provenienti da realtà socio-ambientali e culturali diverse.
La rassegna di quest’anno si i titola “Fa’ la cosa giusta” (come il famoso film di Spike Lee) e propone quattro film , “Invictus”, “Prince of Persia” “Il Concerto”,. “Welcome”, il cui personaggio principale, giunto ad un bivio della sua vita, dovrà compiere una scelta esistenziale tra bene e male, tra egoismo ed altruismo, tra amore e odio, coraggio e viltà.

La mia programmazione e quella di tanti altri miei colleghi, anche quest’anno, si arricchirà del contributo della proposta dell’Associazione Moby Dick offrendo ai ragazzi di essere non soltanto fruitori, ma protagonisti dentro e fuori la scuola, di quel processo di arricchimento che, come alcuni la definiscono, la “settima arte” ben riesce a dare.
(Nella foto, l’Albero delle emozioni, nato dopo la visione di un film)

<i>” A CANTINA</i> VESUVIANA

La storia della cucina napoletana ha orientato la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani. E così, accanto al lacrima, vi fu la riscoperta del fiano e del falanghina. Di Carmine CimminoLa cucina di Amalfi e Sorrento, trionfo di mare, conquistò definitivamente Napoli a metà dell’Ottocento: fu una vittoria schiacciante sulla cucina puteolana, a cui fu riconosciuto l’onore delle armi, soprattutto per i suoi “primi“, che coniugavano pasta e sughi di pesce. L’avanzata dei piatti della costiera amalfitana fu mirabilmente sostenuta dai cuochi di Torre Annunziata e di Torre del Greco. Da qui, dopo la seconda guerra mondiale, partì la conquista del Vesuviano, “luogo“ di cantine e di osterie: vi dominava ancora la cucina della carne e dell’orto, che resistette con onore alle “invenzioni“ dei cuochi della Casina Rossa, ma alla fine dovette cedere.

La storia della così detta cucina napoletana è la storia di questa duplice, lenta, conquista, che, tra l’altro, orientò la selezione dei vitigni e dei vini vesuviani e, pur confermando il primato del lacrima, avviò la riscoperta del fiano e del falanghina. Alla base di tutto questo c’era una profonda rivoluzione della fisiologia del gusto, che coinvolgeva tutti i sensi e, dunque, la percezione non solo dei sapori, ma anche degli odori, dei colori e delle forme. Non voglio fare polemica, perché sono uomo di pace cittadino di una “città di pace“, ma non posso non osservare che nessuno degli scrittori “culinari“ di Napoli, che sono un esercito, ha trattato questo tema. L’ anno della svolta fu il 1843.

In quell’anno furono autorizzati ad aprire “la calata a mare“, perché i loro ospiti potessero fare i bagni, i più importanti locandieri di Sorrento: Gaetano Sperindeo, proprietario della locanda “Villa Pisani“, Raffaele Attardi, del Cocumella, e il padrone dell’ Albergo delle Sirene. L’anno successivo il permesso fu dato anche per le case che tenevano in Sorrento il principe di Santaseverina, il principe di Strongoli, il conte di Terranova, gli inglesi Alexander Goode e Pituan, proprietario di Villa Losa, la signora Lindheimer, il signor Lagrange, proprietario di Villa De Angelis. Analogo permesso ebbe padre Giuseppe da Sant’ Eramo, guardiano del monastero dei Minori Osservanti di S.Francesco in Sorrento, “perché possa quella famiglia fare i bagni“.
I “turisti“, sempre più numerosi di “stagione“ in “stagione“, gustavano i piatti dei cuochi “sorrentini“ (erano quasi tutti di Ravello e di Furore) e ne cantavano le lodi per l’ Europa intera.

Nel 1840 Carlo Augusto Mayer visitò Madonna dell’ Arco il lunedì d’albis e si sedette in mezzo ai “fujenti“ nella cantina con pergolato che si trovava proprio di fronte al santuario e che circa venti anni prima Franz Vervloet aveva disegnato, a filo di ferro, e cioè senza staccare la matita dal foglio, in una splendida carta. Mayer descrisse la folla dei devoti che presi da una implacabile frenesia ballavano senza sosta la tarantella, mentre nell’enorme cucina “gli spiedi si voltavano lietamente e i pesci si crogiolavano nella padella“. Sulla terrazza, all’ombra della pergola, le ragazze del paese servirono allo straniero un piatto di maccheroni e ne ricevettero, dono strano e gradito, tranci di tonno.

In “Ninfa plebea“, l’ultimo romanzo di Domenico Rea, Miluzza, ‘Ntuono e il nonno vanno in pellegrinaggio al Santuario di Madonna dell’ Arco, attraversando in barroccio la vasta campagna coltivata “pomodori, insalate, cappucce e scarola, con gli alberi già carichi di albicocche, ciliegie, nespole, pesche e i primi fiordifichi e papaveri e ginestre buttati a manipoli“. Dopo aver venerato la miracolosa immagine della Madonna, i tre vanno a consumare il pranzo “votivo“ in una cantina prossima al santuario: pane biscottato di granone, “i recipienti pronti per bagnarlo“, “sperlunghe di provolone piccante“, salame napoletano col pepe, finocchi in pinzimonio, il carciofo mammarella, “la madre di tutti i carciofi“. I clienti bevono boccali spumeggianti non di vino vesuviano, ma di vino rosso di Gragnano e innaffiano il “tuocco“ finale con “una decina di bottiglie di Solopaca“.

La cantina è quella d’ “ ‘o zuoppo“. Nella scelta del nome l’immaginazione di Rea non si è accesa. Anche in una poesia di Ferdinando Russo c’è “ ‘a cantina d’ ‘o zuoppo “: ‘na cantina / mmiezo ‘e Pparule, arreto ‘e cretajuole, / addò se ntrattenevano, ‘a matina, / chille ca vanno a faticà ‘e rriggiole.

Nel 1853 Gregorovius scalò una prima volta il Vesuvio fino alla chiesa di San Salvatore e vi comprò un’ottima colazione e una bottiglia di lacrima dal parroco di Resina, don Michele, che aveva giurisdizione sul “lucrativo luogo“. Pochi giorni dopo Gregorovius salì sul vulcano lungo la lava del ’50, tra i “singolari villaggi“ di Boscoreale e Boscotrecase, in cui lo storico dice di non aver trovato “un bel viso“, avendo la popolazione “l’aria selvaggia, timida e povera“, e di aver chiesto invano della frutta: infine, fu costretto a saziare la fame con le carrube rubate a un cavallo. Gregorovius andò poi a Nola, per la festa di San Paolino. In una taverna vide gli avventori consumare festosamente gigantesche porzioni di pasta e di abbacchio e bere copiosamente vino, non da bicchieri di vetro, “come nell’Italia settentrionale e centrale“, ma da anfore.

L’anfora scosse la sua immaginazione: nell’assopimento, che l’afa e il vino favorivano, lo vinsero le “fantasie“ della storia di Nola, Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia e Tiberio. E mentre saliva al Monastero di Sant’Angelo, Gregorovius vedeva ormai il mondo attraverso le memorie del mondo antico: in questa luce gli apparve , circondata dalle sue belle nipoti, una “matrona“ di circa 80 anni, “d’una bellezza classica“, alta e robusta, avvolta “in una veste lunga dalle abbondanti pieghe, in seta color cremisi con un largo orlo di broccato d’oro, la vita alta, alla maniera greca“. Una Madre mediterranea.

Di assai diverso metallo fu lo stupore con cui, proprio in quei giorni, un “capourbano“ di Torre Annunziata descrisse le pantagrueliche porzioni di pasta al ragù e di arrosto di “negro”, il nero maiale casertano, che erano state consumate nella taverna di Vincenzo Sale, a spese del Comune di Torre, da 6 preti di Potenza, accusati di sedizione, e dai 3 soldati che li accompagnavano alle carceri di Napoli. Al centro del rozzo tavolo c’erano due sole zuppiere: una colma di pasta, l’altra di arrosto. E sediziosi e carcerieri mangiavano fraternamente nello stesso piatto.

Anche sotto i Borbone, le cantine e le taverne diventavano spesso teatro di libertà e di uguaglianza. Ma per la storia della civiltà del cibo, queste due zuppiere “comuni“ , da cui prendono pasta e carne i soldati e i preti due volte sediziosi (verso Cristo e verso il re), sono molto più importanti degli alimenti che esse contengono.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI 

COME É TRISTE L’HAPPY HOUR!

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Nei bar, nei locali e perfino nei musei impazza l”epoca degli aperitivi e dei cocktail. Gli esperti dell”alimentazione denunciano, però, gravi rischi. Le false promesse dell”alcol e della pubblicità.

Non c”è cosa più triste dell”happy hour. Di questo sono sicuri nutrizionisti, sociologi e studiosi del costume. La nuova moda, avviata dai Pub inglesi per catturare l”attenzione delle persone che escono dal lavoro, sta contagiando gran parte dei bar italiani. Neanche gli alberghi ed i ristoranti si sottraggono a questo nuovo “rito”. Dovunque si propongono nelle ore serali aperitivi a base di energy drink, prosecco, frutta, pizzette, polpettine, cruditè, liquori e pasticci vari. La proposta cresce, si moltiplica e acquista giorno dopo giorno nuovi contenuti. La risposta dei giovani è entusiasta. Con pochi euro si ha la possibilità di partecipare ad un rito serale collettivo, santificato dalle note del “Liga”, dove l”imperativo del divertimento è un obbligo grazie all”alcol che scorre ai fiumi.

Molti nutrizionisti mettono, però, in guardia contro i pericoli dell”happy hour che rischia di sconvolgere uno dei capisaldi della dieta mediterranea: la suddivisione dell”apporto calorico giornaliero in colazione, pranzo e cena. Nelle “ore felici” dei giovani, indotti dalla moda anglosassone, in agguato c”è l”insidia dell”alcol che assunto a stomaco vuoto è più difficile da assimilare e mette sotto sforzo il fegato. Neanche a parlare poi delle calorie contenute in cibi e bevande considerati leggeri. Le patatine, i pistacchi, i salatini, i crakers e i cocktail, hanno un contenuto calorico superiore a quello di un”intera cena. Per questi motivi gli esperti consigliano di arrivare agli aperitivi dell”happy hour a stomaco pieno, magari dopo aver fatto merenda e di non sommare l”apporto calorico a quello della cena. Insomma il disordine alimentare è a pieno regime.

L”assurdo gastronomico che diventa legge. Bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi? Molti giovani, sfrattati dai centri commerciali sacrificati sempre di più alle esigenze del dio consumo, non vogliono subire battute d”arresto. Considerano l”happy hour una conquista. Un nuovo spazio di socialità in cui prosecco ed energy drink, che contengono sostanze eccitanti di valore superiore a dieci tazzine di caffè, aiutano la discussione. Fanno volare alto la parola. Promettono uno sballo leggero al calare della sera. Senza neanche tanti rimorsi di coscienza. Basta eludere gli etilometri, diventati sempre più invadenti. Le aziende commerciali naturalmente approfittano della situazione. È stato calcolato che l”anno scorso in Campania sono state importate bottiglie di “bollicine”, consumate non solo a Natale ma anche nell”happy hour, per un valore superiore ai 60 milioni di euro. Un fatturato enorme se si considera in raffronto alla situazione di crisi dell”enologia locale.

Un”iniziativa intelligente, atta a cavalcare la tendenza, è stata assunta, però, dalle sovrintendenze dei Musei napoletani che hanno accresciuto notevolmente il numero di presenze, aggiungendo al costo del biglietto anche il gadget di un happy hour. Tutte le iniziative che portano gente nei musei sono lodevoli e degne di attenzione, però è certamente avvilente, nella patria di Luca Giordano, Salvator Rosa, Giacinto Gigante, dei Giustiniani maestri ceramisti, ecc., verificare che occorre un piatto di patatine e un drink per fare qualche presenza in più. Pensiamo al successo che potrebbero fare la pizza e i soutè cozze e vongole. A Roma, invece, i bar stanno usando l”happy hour per “rottamare” cibi che rischiano di andare fuori stagione, costruendo veri e propri outlet della gastronomia viandante. Insomma l”evoluzione è all”ordine del giorno e non si contano le deviazioni.

Chi gira per gli happy hour, però, ha notato che la felicità in questi locali è un optional. Prevale la logica delle comitive. Considerazioni urlate ad alta voce. Sguardi bassi. Lenti e monotoni movimenti delle dita che pescano nel fondo delle vaschette. Tanta solitudine. A pensarci bene l”happy hour è una moda alimentare non dettata da una necessità. I fidanzati, per scambiarsi sguardi d”amore, hanno inventato le cene a lume di candela. Gli uomini d”affari fanno colazioni di lavoro per cementare rapporti e scambi commerciali. Le società organizzate, basate sul nucleo della famiglia, hanno costruito la sacralità del pranzo e delle cene che diventano banchetti condivisi con amici e parenti nelle occasioni importanti della vita.

Anche il fast food evade una necessità. In qualche modo interpreta una esigenza e offre risposte non evasive. L”happy hour è invece una pura invenzione commerciale. Una performance alimentare che cerca di assicurarsi improbabili contenuti, contando solo sull”evocazione delle parole.

LA RUBRICA

L’ORGANIZZAZIONE. ECCO QUELLO CHE MANCA IN CAMPANIA

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La nostra regione è l”unico posto al mondo in cui enormi potenzialità si trovano raccolte in uno spazio nel quale l”intera civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Manca una organizzazione industriale del turismo. Di Amato Lamberti

Siamo in un periodo di grande crisi a livello di regione Campania. Si parla solo di risanamento dei conti della Regione e degli Enti Locali. Forse bisognerebbe anche parlare di rilancio dell”economia e dell”occupazione prima che la situazione diventi di non ritorno, con le fabbriche che chiudono e i giovani costretti ad emigrare per costruirsi una possibilità di futuro. Nei giorni scorsi, con il suo stile sempre un poco provocatorio, il sociologo Domenico De Masi, sul Corriere del Mezzogiorno, ha rilanciato il tema dello sviluppo del Mezzogiorno, e della regione Campania, affermando che “un sistema è malato non quando è privo di risorse ma quando non riesce a metabolizzare le risorse che ha”.

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, la sua opinione è che l”unica possibilità è “il circuito virtuoso fra turismo e cultura”. La sfida con la Cina e i paesi asiatici sul piano della produzione di beni materiali si può infatti considerare già persa, perchè non saremo mai, o almeno per lungo tempo, capaci di competere con paesi nei quali il costo del lavoro è troppo più basso anche dei nostri standard minimi. Non sono però perse altre sfide, sulle quali oggi godiamo di un notevole vantaggio: “la produzione di contenuti che le tecnologie possono veicolare; la produzione di estetica con cui nobilitare i prodotti e i servizi; la produzione di qualità della vita attraverso nuovi modelli di benessere.”

Per la Campania, De Masi mette a confronto Pomigliano, dove si è tentato con l”industria di promuovere lo sviluppo, e Giffoni dove con il Filmfestival si è realizzata la promozione post-industriale di un territorio. Nel primo caso siamo ormai in situazione di crisi, nel secondo, una comunità rurale ha fatto il salto nella post-modernità. Una tesi, e una provocazione, interessante su cui riflettere per la costruzione di un progetto di sviluppo della regione Campania, liberato dagli stereotipi della industrializzazione. In effetti, Napoli, la sua provincia e l”intera regione hanno enormi potenzialità ambientali, monumentali, archeologiche e culturali non ancora pienamente utilizzate e valorizzate.

Basta fare un elenco di queste potenzialità per rendersi conto della ricchezza che si potrebbe mettere a frutto: Capri, Ischia, Procida, Sorrento e la sua costiera, Amalfi e la sua costiera, Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia, Nola, Paestum, Cuma, Baia, l”intera area flegrea, il Vesuvio, la città di Napoli, la città di Pozzuoli, i paesi dell”area vesuviana, tanto per citare solo le eccellenze.

Se a tutto questo si aggiunge la risorsa termale, quella monumentale, quella culturale, quella artigianale, non c”è posto al mondo dove tante potenzialità siano raccolte in uno spazio nel quale l”intera storia delle civiltà del Mediterraneo è percorribile e visitabile. Basterebbe solo mettere tutto in rete, come si dice oggi, collegando e riqualificando, per creare un distretto turistico-culturale-ambientale-storico-archeologico-termale che non avrebbe rivali nel Mediterraneo e nel mondo. La Campania già accoglie milioni di visitatori e turisti ogni anno nei diversi comparti della sua offerta turistica ma poichè essi sono tra loro slegati o poco collegati non si sfruttano le enormi potenzialità che sarebbero in grado di esprimere. Basti pensare al termalismo e alle possibilità di raccordo con i giacimenti archeologici, monumentali e culturali che potrebbero estendersi per tutto l”anno e non limitarsi alla stagione estiva.

Il fatturato del termalismo in Veneto è dieci volte superiore a quello della Campania, nonostante un clima meno favorevole e offerte turistiche notevolmente inferiori. Il fatturato turistico della riviera romagnola è enormemente superiore a quello della provincia di Napoli pur in assenza di attrattori turistici come quelli che Napoli è in grado di offrire con i suoi musei, i suoi monumenti, le sue aree archeologiche, le sue bellezze ambientali. Quello che a noi manca è una organizzazione industriale del turismo. Su questo terreno si dovrebbe misurare la capacità dei nostri politici di promuovere sviluppo.
(Foto: Castello di Baia. Fonte Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

UN GATTOPARDO VESUVIANO E LA POLITICA DELL’AMALGAMA

Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, “Principe” di Ottajano. Ovvero, come passare dai Borbone agli anti Borbone e restare indenni. Di Carmine Cimmino

I Medici governarono Ottajano, direttamente e indirettamente, dal 1567 al 1893, con una continuità che ha rari riscontri nella storia del Mezzogiorno. Nei primissimi anni dell” Ottocento la famiglia, oppressa dai debiti, fu sul punto di vendere il feudo, ma la sua stella tornò a risplendere grazie a Luigi, che anche storici di grande fama continuano a chiamare principe di Ottajano: e invece non lo fu, e non poteva esserlo, perchè era l”ultimo di una lunga fila di fratelli, di cui il primo, Giuseppe III Medici, fu il Principe, e fu anche il capo di una loggia massonica.

Luigi fu solo cavaliere, e cavaliere restò anche quando divenne primo ministro del Regno. Pronipote e fortunatissimo erede di Luigi, Giuseppe IV Medici sposò la figlia del Duca di Miranda, che gli portò in dote il palazzo di via Chiaia, una splendida quadreria, un gran nome e cospicue relazioni famigliari. Giuseppe fu, fino al 1860, un leale suddito dei Borbone: di una lealtà non servile, per quanto concedevano i tempi. Nel ’48 il figlio Michele, duca di Miranda, che sposando Giulia Marulli si era imparentato con i Berio e i San Cesario, fedelissimi al trono, non rinnegò la sua amicizia con Antonio Winspeare e con altri noti liberali.

Lo spingevano i nobili princìpi del sentimento, e anche quelli del più saldo “arcanum imperii” della famiglia: avere sempre i piedi in entrambe le staffe. Giuseppe fu Intendente della Provincia e nel ’59 presentò a Napoleone III e a Vittorio Emanuele II le congratulazioni formali di Francesco II per le vittorie di Solferino e San Martino. Partito Francesco da Napoli nell”imminenza dell”arrivo di Garibaldi, il Principe si ritirò in Ottajano, per le ragioni della prudenza e per curare da vicino la vendemmia dei suoi immensi e preziosi vigneti. Condusse con sè con un legale trasferimento di residenza il Duca di Martina, don Placido di Sangro, figlio di quel Riccardo di Sangro che in quei giorni combatteva in Gaeta come un leone per l’onore di Francesco II, dell”esercito napoletano e della nobiltà napoletana.

Nell”aprile del “61 alcuni sarnesi, membri della banda La Gala, arrestati dai soldati “nazionali”, indicarono Giuseppe Medici, che si fregiava anche del titolo di duca di Sarno, come capo del partito borbonico. Intanto, Giuseppe, avendo saputo che i suoi guardaboschi, custodi delle selve del Mauro a Terzigno, permettevano che vi si nascondesse impunemente “un tal Pilone, sospetto aderente al brigantaggio”, li cacciò via e pregò Raffaele Mazza, sindaco di Ottajano, di sostituirli con persone di sua fiducia. Non bastò. Il 15 luglio i soldati perquisirono il palazzo di Ottajano, arrestarono Giuseppe, lo condussero a Napoli in questura, ma subito lo rilasciarono, “dicendogli essere stato un equivoco“. Ma il 19 ottobre il giudice di Monteforte, concluso l’esame del fascicolo messo insieme da soldati e carabinieri, ordinò nuovamente l’arresto del principe, e il trasferimento ad Avellino.

Dell’oltraggio fatto al padre si lamentò Michele in una lunga lettera scritta il 3 dicembre 1861 a Antonio Ranieri, l”amico di Leopardi, liberale e fresco deputato: gli ricordò quanto fosse stata lineare la condotta del Principe dal settembre del ’60 fino al giorno dell’arresto. Giuseppe si era ritirato a Ottajano affinchè a tutti fosse “palese la regolare e non riprovevole vita”, insomma per dimostrare a tutti che egli non si impeciava nelle trame dei borbonici. E infatti, nella “domestica pace” delle giornate ottajanesi -racconta, con una punta di veleno, Michele- “venivano e vengono a vederci il sig. Giudice, il Sindaco, il Capitano della G.N., il Delegato di Polizia e quanti qui reggono la pubblica cosa”. Insomma tutti i vecchi amici borbonici passati già con i Savoia. “Sempre che si è trattato di feste nazionali e di manifestazioni di accesso alle nuove idee, mio Padre e noi di sua famiglia siamo stati e siamo i primi a concorrervi”.

Fu facile per il figlio e per gli avvocati sostenere che Giuseppe, noto in tutta la provincia per le sue ricchezze, non era un protettore di briganti, ma una vittima di tentativi di estorsione, di minacce, di calunnie, e che non potevano ricadere su di lui i maneggi di amministratori e guardiani e fittuari delle sue tenute. Alcuni dei quali erano in verità assai poco raccomandabili, come Paolo Collaro, oste della taverna del Mauro, allevatore di mastini napoletani il cui mercato era in mano alla camorra, e manutengolo di Pilone, che la moglie, l”ostessa, ammirava con manifesto ardore.

E mentre Michele scriveva a Ranieri, il Principe ancora languiva nel car¬cere, pur confortato dalle autorità di Avellino e dagli amici tutti, tutti liberali e antiborbonici, l”on. Ricciardi, e i sigg. Capozzi, Lauria e Trivisani, che erano stati alti funzionari borbonici, e ora erano altissimi funzionari del Regno d”Italia. Tutti chiesero ai giudici di liberare il principe, riconoscendo non solo “la onoratezza e la integra vita”, ma anche il merito politico della “pace di cui si è goduto a Ottajano nel periodo di transizione, a differenza dei Comuni limitrofi”. Pochi giorni dopo Giuseppe venne liberato sotto cauzione, e tornò a Ottajano, dove lo accolse il tripudio del popolo. Lo scortò fino al palazzo Raffaele Mazza, primo sindaco di Ottajano dopo l”unità d”Italia, che diceva di aver partecipato ai moti del “48 a Napoli: e i molti nemici malignavano che ai primi spari lui e Achille Procida, liberale, ma anche notaio del Principe, si fossero messi in salvo a Chiaia, proprio nel palazzo Medici Miranda.

E infatti nel 1850 la polizia lo aveva classificato come liberale, ma non troppo riscaldato. Perchè tutti i dettagli del quadro siano chiari, diciamo che al primo piano di questo palazzo alloggiava la delegazione diplomatica del Regno di Sardegna, a cui Cavour aveva affidato il compito di comprare alla causa dell”unità d”Italia i generali dell”armata napoletana. Insomma, un guazzabuglio.

Due anni dopo che era stato arrestato come capo del partito borbonico e come protettore di briganti, Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, leale servitore di Francesco II fino all”ultima ora della dinastia, venne eletto consigliere comunale di Napoli nella lista governativa capeggiata da D” Afflitto, e venne sollecitato dai funzionari di corte di Vittorio Emanuele II ad accettare l”incarico di Sovrintendente del Palazzo Reale di Napoli. Del resto, lo zio Luigi era stato il teorico più raffinato della politica dell”amalgama, un amalgama ristretto, ovviamente, da cui nasce quella maniacale passione dei potenti d”Italia per caste, balconi e logge.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

UN AVVOCATO TRA I VIGNETI DEL VESUVIO

Si deve all”avvocato Vincenzo Semmola, di Pomigliano, una preziosa indagine sui vigneti del Vesuvio per mettere ordine nella confusione dei nomi delle uve. Di Carmine CimminoPoichè era venuto il momento di “immegliare i vini vesuviani”, nel 1847 l”avvocato Vincenzo Semmola, pomiglianese, fratello del grande clinico Mariano, esplorò i vigneti del Vesuvio e esaminò i metodi di coltivazione della vite e le tecniche di produzione del vino. Le memorie del suo viaggio confluirono in una lunga e articolata relazione, che egli lesse ai membri del Reale Istituto di Incoraggiamento nella tornata del 3 febbraio 1848.

Per rendere più agevole la sua indagine il Semmola divise il territorio del Vesuvio in tre zone circolari. La prima saliva dal mare per 500 piedi fino a toccare “il camposanto di Resina accosto alla parrocchia di Pugliano, il poggio dei Camaldoli, il casino del Principe di Ottajano, il comune di Somma. La vegetazione vi era rigogliosa, i vini di qualità mediocre e gradatamente di giù in su: si conoscono col nome di mezza lacrima”. Venivano indicati col nome di lagrima fina quelli della fascia di mezzo, più aprica e solatia, che saliva per altri 500 piedi e comprendeva tutto il Poggio dei Camaldoli di Torre: erano vini generosi, nati da “uve più zuccherine”.

“Nella maggiore altezza”, invece, fino al Poggio del Salvatore, “i terreni facendosi sempre più aridi sono poco fruttiferi, le uve gradatamente salendo deteriorano in dolcezza, perchè non giungono a perfetta maturazione a cagione dei venti freddi e delle nebbie”: insomma, ne venivano fuori vini troppo aspri.

Semmola cercò di mettere ordine nella confusione dei nomi, poichè molti contadini non andavano oltre la distinzione delle uve in bianche e nere: erano “universali” solo i nomi delle uve aglianica, catalanesca, olivella, moscadella. L”uva rosa a Napoli era conosciuta come “uva signora o pane”, la sanginella a Somma la chiamavano jelatella, “e viene di spregevole qualità, mentre sulla costa sud e ovest viene pregevolissima”, la castagnara era nota anche come santamaria, l”uva voccuccio come catalanesca nera. Alcune specie prendevano il nome -supponeva il Semmola- da colui che le aveva coltivate per primo: la tarantino, la ferrante, la priore, la donottavio, la capotuosto, la pernice. Don Vincenzo classificò e descrisse con grande cura 112 varietà di uve, illuminando le schede scientifiche delle più note con qualche tocco di vivo colore.

La bacca della piedipalumbo, o palombina è “piuttosto picciola, quanto una palla di fucile di mezza oncia, di color nero, molto sugosa e dolce: dà ottimo vino e amabile”. Il tralcio della coda di cavallo, “vitigno gagliardo e lussureggiante di tralci, è color legno cinericcio e il germoglio novello verde chiaro gradatamente biancheggia con liste color legno”. Il vino della nera ulivella “è gentile a un tempo e spiritoso”, mentre quello della nera lugliese, oltre ad essere spiritoso, è anche “austero a cagione della buccia”. Della catalanesca scrive l”avvocato: “è ottima da tavola. Il vino scarso ma generoso, aromatico e grato: si suole unire alle altre uve bianche e dà nerbo a questo vino. Si coltiva generalmente più per vendere il frutto in piazza che per far vino, superando in dolcezza e sapore quella di qualunque altro luogo”.

Non meritano molte lodi le nere guarnaccia e coda di volpe, mentre dell”uva greca dice il Semmola che è un vitigno gentile, dalla bacca “piccola, rotonda, biondeggiante, dura la buccia, tenace, aspra e poco sugosa. Unita alle altre uve bianche si ha il famoso vino greco: scarseggia in frutto. È molto raro nei terreni alle falde del Vesuvio; più abbondante in quelli alle basi e falde del Somma. Buono, e non di più, è il vino della falanghina, vitigno sufficientemente vigoroso”.
Semmola, dopo aver osservato che le tecniche di vinificazione erano dovunque antiquate e difettose, riconobbe che solo Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, proprietario di sterminati vigneti tra Ottajano e Terzigno, stava ammodernando la sua azienda con l”aiuto di enologi bordolesi che avevano portato sotto il Vesuvio le nuove tecniche e le nuove macchine ideate in Francia da Madame Gervais.

Anche nella torchiatura delle vinacce il Principe di Ottajano aveva introdotto una novità: quella del torchio idraulico, che richiedeva pochissima forza e produceva “un grande effetto”. I coltivatori vesuviani usavano di solito il torchio a vite doppia o unica, o la gabbia circolare di legno ben ferrata. Dalle vinacce alcuni viticultori, e tra questi don Giuseppe de” Medici, distillavano alcool, mentre i coloni usavano riporle in un tino, versarvi sopra dell”acqua, e ottenere l”acquata,”un vinello leggerissimo o acquarello da servire per gli operai del podere”.

L”errore più grave dei coltivatori vesuviani era -secondo Semmola- quello di vendere il vino entro febbraio: dunque, non lo si sottoponeva a travasamento, mentre “i vini lacrima di queste contrade sarebbero vini da beversi nel secondo e terzo anno, perchè allora trovansi aver raggiunto la loro compiuta maturità e se ne ravvisa la squisitezza, potendosi ancora conservare in boccioni di vetro per molti anni, o con oglio sopra e ben turati ed impegolati; e col tempo sempre più si perfezionano, formandosi l”etere enantico che costituisce la nobiltà del vino. Andrebbero dunque sottoposti ad almeno tre travasamenti, a gennaio, ad aprile, a novembre: con queste diligenze possono conservarsi per anni, senza essere chiarificati con colla di pesce o bianco d”uovo o altro”.

Nell” agosto del 1854 Antonio Ranieri, l”ultimo amico di Leopardi, chiese a Giuseppe de” Medici qualche bottiglia di lacrima di Terzigno, che sua sorella gradiva in modo particolare. Il Principe così gli rispose: “Carissimo amico, dopo tre anni di assoluta perdita di ricolto, tutto il deposito che io teneva di vino vecchio e convenientemente lavorato, è venuto a mancarmi, per modo che sono già diversi mesi che tengo chiuso lo spaccio, rimanendomi solo poca quantità, che ho riserbata per uso della mia famiglia. Di questo per ora ve ne invio 12 bottiglie, augurandomi che possa incontrare il gusto di vostra sorella e che, terminato, mandiate a prenderne altro, potendo assicurarvi essere schietto, vecchissimo e depurato a perfezione. L”esservi ricordato di me mi offre il mezzo a rendervi un piccolissimo servigio, pregandovi credermi
Tutto vostro
Ottajano”
(Fonte foto: lucianopignataro.it)

I RITI DEL VINO VESUVIANO

LA BORGHESIA MERIDIONALE E I “GIOCHETTI” SULLE TERRE DEMANIALI

Sia prima che dopo il 1860, l”idea di rinnovare le istituzioni e la società è stata sempre annacquata da mille furberie. Ecco cosa è accaduto nell”unico feudo del Vesuviano, quello dei Medici di Ottajano. Di Carmine Cimmino

La borghesia meridionale, che un chiaro disegno politico condannava a crescere poco, era composta da proprietari terrieri. I quali furono prima borbonici e subito dopo piemontesi a patto che non si aprisse la questione dei titoli di proprietà, e la distribuzione delle terre demaniali ai contadini continuasse ad essere ciò che da sempre era stata, solo un argomento per le chiacchiere di quei salotti in cui si riunivano i liberali estremisti, i riscaldati, come li chiamavano i commissari di polizia, sia prima del 1860, sia dopo.

Con i decreti sulla eversione feudale Gioacchino Murat si propose di demolire il potere della nobiltà meridionale, di creare una sostanziosa classe di piccoli proprietari terrieri, e dunque di potenziare l”economia del regno: il che avrebbe innescato il rinnovamento delle istituzioni, delle strutture sociali e avrebbe ampliato progressivamente il ceto dirigente. Questo in teoria. Quello che successe sul campo è scritto negli atti della Commissione Winspeare, a cui i Francesi avevano affidato il compito di regolare le operazioni. E son cose, si diceva una volta, da Santo Uffizio. Posso tentare di spiegarne la fantastica gravità raccontando, per sommi capi, quello che accadde intorno all” unico feudo del Vesuviano, quello dei Medici di Ottajano: centinaia di moggia di terra, tra Ottajano e Terzigno, in parte boschi, in parte vigneti.

I Medici, deboli politicamente per la dichiarata ostilità del potere francese, e gravati dai debiti, non riuscirono ad evitare che preziosi vigneti, dichiarati “feudali” dalla Commissione, venissero confiscati e divisi in quote per essere assegnati, con pubblico sorteggio, a 96 censuari di cui era certa la condizione di povertà. Per carità di patria, non raccontiamo come fu fatto il pubblico sorteggio, perchè dovremmo parlare dei progetti di autonomia di San Giuseppe che allora era “quartiere” di Ottajano, e usciremmo fuori tema. Diciamo, invece, che nel 1809 il Ministro dell” Interno, avendo avuto notizia che nel sorteggio di Ottajano c”era stata una qualche stranezza, inviò sul posto, a controllare, il cavalier De Thomasis. Il quale, dopo aver ascoltato le parti, certificò che non era successo niente, “anche se le carte non sono bene in ordine, lo che sarà riparato“.

Così scrisse, testualmente. E quando chiese di controllare qualche lotto, i volponi locali lo condussero nei luoghi più desolati del Piano di Borde, coperti di “spine felci erbe selvagge lapillo ed enormi mole di pietra.”, e gli fecero credere che per invignare quelle lande desolate sotto il Vesuvio fossero necessari, per ogni moggio, 200 ducati e 6 anni di fatica senza frutto. Da dove avrebbero preso i soldi i poveri censuari? Commosso, il De Thomasis autorizzò i 96 infelici a contrarre società con le persone più agiate, ma solo sui frutti. Il 27 febbraio Winspeare espresse al Ministro dell”Interno il sospetto che i 96 coloni possedessero i fondi a titolo di lungo affitto, dopo il quale dovevano passare in proprietà di coloro che hanno somministrato il danaro.

Andati via i Francesi, i Borbone ritornarono in sella, e con loro i Medici di Ottajano. Nel 1817 Luigi de” Medici fece nominare il nipote Michele Intendente della Provincia, e Michele ordinò un”inchiesta sul sorteggio e sul De Thomasis, per dimostrare che era stato tutto un grande imbroglio e che i 96 censuari erano solo dei prestanome delle persone agiate. Le quali, intanto, erano tornate borboniche di pura fede. Luigi de” Medici ordinò al nipote di fermarsi, anche perchè egli stava aggiustando definitivamente le carte per le centinaia di moggia di terra che la famiglia ancora possedeva: e per decine di moggia a querceto si trattava di un possesso illegittimo, esercitato in danno del vero proprietario, il Comune di Ottajano. Ma don Luigi mise a posto tutte le carte.

Nel 1840 quasi l”80% dei 96 lotti era passato di mano: e stavano nelle mani proprio delle persone agiate, di cui aveva fatto cenno nel 1817 Michele de” Medici. Nelle stesse mani c”erano anche pascoli, castagneti e cerreti del demanio comunale, avuti in enfiteusi: ma le persone agiate dimenticarono, per anni, di pagare al Comune il canone stabilito dai contratti. Il Ministero delle Finanze rovesciò sui sindaci di Ottajano fino all”ultimo giorno di vita del Regno un”alluvione di richiami, solleciti, preghiere, censure, intimazioni, perchè gli enfiteuti pagassero gli arretrati – nel 1854 assommavano a migliaia di ducati -, ma non ci fu nulla da fare: dal 1845 in poi non ci fu nessuna certezza nemmeno sull”elenco dei beni comunali dati in concessione. Nelle mani delle stesse persone agiate c”erano le congreghe, altro caposaldo del potere dei galantuomini.

Le congreghe possedevano terre, e possedevano, grazie ai lasciti e ai fitti, liquidità di moneta, ed erano autorizzate a prestar danaro: ai confratelli, che chiedevano un prestito, era riconosciuto il privilegio di averlo con un interesse oscillante tra il 4 e il 5%: un privilegio eccezionale, in un mondo in cui non c”erano banche e gli interessi usurai di norma superavano il 15%. Dunque, le persone agiate non mollavano il priorato delle congreghe, e si capisce perchè: e si capisce perchè in ogni famiglia di galantuomini non mancavano nè il notaio nè il sacerdote.
Nel 1863 il Consiglio Comunale di Ottajano venne sciolto, e il Prefetto inviò come commissario un liberale autentico, Cesare De Martinis, il quale trovò nell”archivio e nei bilanci tali e tanti imbrogli che sospese dal ruolo e dal soldo il segretario comunale Alessandro Ammendola.

Perfino le liste elettorali erano fasulle: dei 676 elettori iscritti nella lista elettorale amministrativa il Commissario fu costretto a depennarne 179, o perchè avevano subito condanne o perchè non sapevano nè leggere nè scrivere. Il nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni reintegrò con onore il segretario comunale, e poichè da Napoli avevano cominciato di nuovo a rompere l”anima con questa storia dell”elenco delle proprietà del Comune, affidarono l”incarico di sistemare questo benedetto archivio comunale a Michele de” Medici. Come si vede, non abbiamo inventato nemmeno il conflitto di interessi.

Dopo un anno di duro lavoro, il Medici prima illustrò al Consiglio l”ordine in cui aveva disposto carte e registri e poi diede la bella notizia che tutti aspettavano: per quanto avesse cercato, ricercato, indagato, esplorato, gli elenchi degli enfiteuti e l”atto di divisione del demanio tra Comune e feudatario – e cioè con la famiglia di don Michele- non erano stati trovati. Nessuno avrebbe più saputo quali e quante fossero state, e ancora fossero, le terre del demanio comunale. Forse ci fu un istintivo applauso. Certo ci fu un profondo lungo commosso sospiro di sollievo. Di tutti.
Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato. Amen.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

I FANTASTICI RITI DEL VINO VESUVIANO

Le terre vesuviane trasudano di storia e storie, queste ultime nate per cantare le lodi dei vini locali, come il lagrima e il greco, “secco, dallo splendido colore dell”oro, potente al punto che già l”odore trasmette forza all”anima e al corpo…

Il primo ragionato esame dei vini vesuviani si trova nella lettera che il bottigliere di Paolo III, Sante Lancerio, inviò nel 1549 al cardinale Guido Ascanio Sforza. I mercanti e i marinai – dice Lancerio – chiamano latini tutti i vini, eccetto greco, moscatello, mangiaguerra, corso e razzese. Per Paolo III e per il suo bottigliere il Greco di Somma non ha rivali. Può essere fumoso e possente, ma, trattato con cura, diventa dorato e profumato. Il papa ne beveva ad ogni pasto, anche quando viaggiava – tale vino non patisce il travaglio – , e con quello di 6 o di 8 anni, “che era più perfetto“, ogni mattina si bagnava gli occhi e le parti virili. Il ragionamento analogico del papa pare chiaro, e, nella chiarezza, sospetto.

Il greco di Posillipo era poco robusto, pativa il calore dell’estate e i lunghi viaggi, e spesso risultava agrestino e grasso. Il greco d’Ischia, portato a perfezione, era dolce, mordente, di colore incerato: ma talvolta risultava lapposo, allappante, insomma con quel sapore aspro e vischioso che talvolta ha la frutta acerba; ed aveva un colore opaco, che qualcuno rischiarava conciando il vino con le tacchie, e cioè con i gusci, della nocciola di Avella. Paolo III non volle mai bere il greco di Torre, che è schiavo dell”annata: nell’annata cattiva si annerisce, ma anche nella buona è vino per servi e fornaciari: i fornaciari, arrostiti dalle vampe delle fornaci, bevevano di tutto.

Un tale monsignor Capobianco spesso donava al Pontefice qualche botte di greco di Nola, che però egli non gradiva, trovandolo vario nel colore e matroso, grasso, opilativo e verdesco: proprio come il latino bianco di Torre. È una condanna, senza appello: il greco di Nola era contaminato dalla matre, cioè dalla feccia, lasciava in bocca un sapore denso di zolfo, e allo zolfo facevano pensare i suoi riflessi verdazzurro, e, infine, oppilava, ostruiva, tutti i canali anatomici. Insomma, questo Capobianco attentava alla vita del papa, che soffriva di reumatismi. Perciò nelle sere d’estate beveva un delicatissimo vino adatto a donne, a signori e a podagrosi: il Massaquano bianco e rosso, prodotto a Vico e a Sorrento.

Egli rosicava i flussi dell’artrosi con l’asprino bianco e nero di Aversa, il vino prediletto dalle cortigiane e dagli osti napoletani. I quali lodavano anche il mangiaguerra, prodotto tra Angri e Castellammare, in luoghi notoriamente di vendemmia tarda: Paolo III lo teneva in poco conto, non perchè si temeva (o si sperava) che riscaldasse gli umori della lussuria, ma perchè era opilativo e provocava catarro e flemma grossa. Vino pieno, adatto ai vecchi, era considerato l’aglianico rosso di Somma, specie quello odorifero, pastoso e di poco colore. Ai piedi della montagna di Somma un vitigno affine all’aglianico produceva il rosso Fistignano, dolce e gagliardo: quello della masseria di monsignor Domenico Terracina era una rarità, di cui i vicerè spagnoli lasciavano al Pontefice solo una piccola parte.

Di un greco rosso parla, nei primi anni del sec.XVII, anche il vescovo Lancellotti, quando durante la visita pastorale a Somma ricorda ai confratelli del SS. Corpo di Cristo che il greco rosso prodotto nei vigneti della confraternita devono venderlo all”asta, e non portarselo a casa.
In tutti i “casali e luoghi del Somma” – dice Lancerio – si produceva il lagrima, che del resto poteva esser “fatto in tutte le parti del mondo, ove si fa vino”. E il bottigliere del papa dà la spiegazione più seria del nome lagrima: “Si chiama lagrima perchè alla vendemmia colgono l’uva rossa e la mettono nel palmento, ovvero zina, ovvero, alla romana, vasca. E quando è piena, cavano, innanzi che l’uva sia ben pigiata, il vino che può uscire, e lo imbottano. E questo chiamano lagrima, perchè nel vendemmiare, quando l’uva è ben matura, sempre geme”.

Il vero lagrima – ammonisce il bottigliere – è odorifero, mordente, polputo, non del tutto bianco: un vino nobilissimo, ma tutto fuoco e vapori. Diego Moles, che alla metà del sec. XVII fu Presidente della Regia Camera di Napoli, poteva esercitare convenientemente l’altissimo ufficio solo di mattina, poichè, avendo l’abitudine di bere a pranzo lagrima in grande quantità, fino a sera restava in balia dei fumi che gli offuscavano la mente. Anche Andrea Bacci, nel “De naturali vinorum historia”, pubblicata a Roma nel 1597, giudicò senza rivali, tra i vini campani, quelli vesuviani, e tra questi il greco di Somma, secco, dallo splendido colore dell’oro, potente a tal punto che già l”odore trasmetteva forza all”anima e al corpo. Il Bacci non condivideva il giudizio di Paolo III e di Lancerio sul mangiaguerra, ritenendolo un vino robusto e, mescolato con il Greco, capace di combattere il catarro; e faceva venire il nome “lagrima” dal fatto che gli acini non venivano pigiati, ma si lasciava che stillassero naturalmente lacrime di mosto.

Nel 1631 il Vesuvio, che Bernardo Martirano aveva immaginato come un dio che corteggia “la bella Ottajana”, incenerì il territorio con i suoi torrenti di fuoco e tale fu la desolazione che – poetò Giacomo Fenice – Ottajano e Resina / non hanno se volisse pe’ semmenta/ na pecora, no puorco, na jommenta. G.B. Bergazzano attribuì la colpa di tutto al grieco di Somma e al lacrima, che avevano allentato i costumi, dissolto il pudore delle donne e costretto Giove a sprofondare nel fuoco la montagna e le sue vigne.

Scherzava il poeta – barbiere, ma erano seri i teologi della Curia vescovile di Nola quando nel 1640, e poi nel 1668 e poi nel 1672, si riunirono per stabilire cosa bisognasse fare contro i “muroli et le campe”, i terribili insetti che devastavano le vigne tra Lauro e il Vesuvio peggio di un biblico flagello e, divorandone i pampini e i germogli, le riducevano in desolati ammassi di sterpi. Si decise ogni volta che il vescovo di Nola, vestito pontificalmente, dopo aver detto messa davanti alla Chiesa di San Michele in Ottajano, maledicesse gli insetti voraci , figli di Beelzebub signore delle mosche, e intimasse loro di tornare nell’Inferno attraverso le paludi della Longola, lungo il fiume Sarno, o l’Atrio del Cavallo.

Nel 1668, poichè le vigne più devastate erano quelle dei Medici a Terzigno, il vicario del vescovo di Nola lanciò l’anatema contro i muroli anche dalla chiesa di Sant’Antonio, “sita nella massaria di Tommaso Iovino allo Campitello”. La storia del vino vesuviano è fatta anche di questi fantastici riti.
(Fonte foto: Rete Internet)

CIBI E RITI VESUVIANI