UN GATTOPARDO VESUVIANO E LA POLITICA DELL’AMALGAMA

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Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, “Principe” di Ottajano. Ovvero, come passare dai Borbone agli anti Borbone e restare indenni. Di Carmine Cimmino

I Medici governarono Ottajano, direttamente e indirettamente, dal 1567 al 1893, con una continuità che ha rari riscontri nella storia del Mezzogiorno. Nei primissimi anni dell” Ottocento la famiglia, oppressa dai debiti, fu sul punto di vendere il feudo, ma la sua stella tornò a risplendere grazie a Luigi, che anche storici di grande fama continuano a chiamare principe di Ottajano: e invece non lo fu, e non poteva esserlo, perchè era l”ultimo di una lunga fila di fratelli, di cui il primo, Giuseppe III Medici, fu il Principe, e fu anche il capo di una loggia massonica.

Luigi fu solo cavaliere, e cavaliere restò anche quando divenne primo ministro del Regno. Pronipote e fortunatissimo erede di Luigi, Giuseppe IV Medici sposò la figlia del Duca di Miranda, che gli portò in dote il palazzo di via Chiaia, una splendida quadreria, un gran nome e cospicue relazioni famigliari. Giuseppe fu, fino al 1860, un leale suddito dei Borbone: di una lealtà non servile, per quanto concedevano i tempi. Nel ’48 il figlio Michele, duca di Miranda, che sposando Giulia Marulli si era imparentato con i Berio e i San Cesario, fedelissimi al trono, non rinnegò la sua amicizia con Antonio Winspeare e con altri noti liberali.

Lo spingevano i nobili princìpi del sentimento, e anche quelli del più saldo “arcanum imperii” della famiglia: avere sempre i piedi in entrambe le staffe. Giuseppe fu Intendente della Provincia e nel ’59 presentò a Napoleone III e a Vittorio Emanuele II le congratulazioni formali di Francesco II per le vittorie di Solferino e San Martino. Partito Francesco da Napoli nell”imminenza dell”arrivo di Garibaldi, il Principe si ritirò in Ottajano, per le ragioni della prudenza e per curare da vicino la vendemmia dei suoi immensi e preziosi vigneti. Condusse con sè con un legale trasferimento di residenza il Duca di Martina, don Placido di Sangro, figlio di quel Riccardo di Sangro che in quei giorni combatteva in Gaeta come un leone per l’onore di Francesco II, dell”esercito napoletano e della nobiltà napoletana.

Nell”aprile del “61 alcuni sarnesi, membri della banda La Gala, arrestati dai soldati “nazionali”, indicarono Giuseppe Medici, che si fregiava anche del titolo di duca di Sarno, come capo del partito borbonico. Intanto, Giuseppe, avendo saputo che i suoi guardaboschi, custodi delle selve del Mauro a Terzigno, permettevano che vi si nascondesse impunemente “un tal Pilone, sospetto aderente al brigantaggio”, li cacciò via e pregò Raffaele Mazza, sindaco di Ottajano, di sostituirli con persone di sua fiducia. Non bastò. Il 15 luglio i soldati perquisirono il palazzo di Ottajano, arrestarono Giuseppe, lo condussero a Napoli in questura, ma subito lo rilasciarono, “dicendogli essere stato un equivoco“. Ma il 19 ottobre il giudice di Monteforte, concluso l’esame del fascicolo messo insieme da soldati e carabinieri, ordinò nuovamente l’arresto del principe, e il trasferimento ad Avellino.

Dell’oltraggio fatto al padre si lamentò Michele in una lunga lettera scritta il 3 dicembre 1861 a Antonio Ranieri, l”amico di Leopardi, liberale e fresco deputato: gli ricordò quanto fosse stata lineare la condotta del Principe dal settembre del ’60 fino al giorno dell’arresto. Giuseppe si era ritirato a Ottajano affinchè a tutti fosse “palese la regolare e non riprovevole vita”, insomma per dimostrare a tutti che egli non si impeciava nelle trame dei borbonici. E infatti, nella “domestica pace” delle giornate ottajanesi -racconta, con una punta di veleno, Michele- “venivano e vengono a vederci il sig. Giudice, il Sindaco, il Capitano della G.N., il Delegato di Polizia e quanti qui reggono la pubblica cosa”. Insomma tutti i vecchi amici borbonici passati già con i Savoia. “Sempre che si è trattato di feste nazionali e di manifestazioni di accesso alle nuove idee, mio Padre e noi di sua famiglia siamo stati e siamo i primi a concorrervi”.

Fu facile per il figlio e per gli avvocati sostenere che Giuseppe, noto in tutta la provincia per le sue ricchezze, non era un protettore di briganti, ma una vittima di tentativi di estorsione, di minacce, di calunnie, e che non potevano ricadere su di lui i maneggi di amministratori e guardiani e fittuari delle sue tenute. Alcuni dei quali erano in verità assai poco raccomandabili, come Paolo Collaro, oste della taverna del Mauro, allevatore di mastini napoletani il cui mercato era in mano alla camorra, e manutengolo di Pilone, che la moglie, l”ostessa, ammirava con manifesto ardore.

E mentre Michele scriveva a Ranieri, il Principe ancora languiva nel car¬cere, pur confortato dalle autorità di Avellino e dagli amici tutti, tutti liberali e antiborbonici, l”on. Ricciardi, e i sigg. Capozzi, Lauria e Trivisani, che erano stati alti funzionari borbonici, e ora erano altissimi funzionari del Regno d”Italia. Tutti chiesero ai giudici di liberare il principe, riconoscendo non solo “la onoratezza e la integra vita”, ma anche il merito politico della “pace di cui si è goduto a Ottajano nel periodo di transizione, a differenza dei Comuni limitrofi”. Pochi giorni dopo Giuseppe venne liberato sotto cauzione, e tornò a Ottajano, dove lo accolse il tripudio del popolo. Lo scortò fino al palazzo Raffaele Mazza, primo sindaco di Ottajano dopo l”unità d”Italia, che diceva di aver partecipato ai moti del “48 a Napoli: e i molti nemici malignavano che ai primi spari lui e Achille Procida, liberale, ma anche notaio del Principe, si fossero messi in salvo a Chiaia, proprio nel palazzo Medici Miranda.

E infatti nel 1850 la polizia lo aveva classificato come liberale, ma non troppo riscaldato. Perchè tutti i dettagli del quadro siano chiari, diciamo che al primo piano di questo palazzo alloggiava la delegazione diplomatica del Regno di Sardegna, a cui Cavour aveva affidato il compito di comprare alla causa dell”unità d”Italia i generali dell”armata napoletana. Insomma, un guazzabuglio.

Due anni dopo che era stato arrestato come capo del partito borbonico e come protettore di briganti, Giuseppe IV Medici, pronipote di Luigi, leale servitore di Francesco II fino all”ultima ora della dinastia, venne eletto consigliere comunale di Napoli nella lista governativa capeggiata da D” Afflitto, e venne sollecitato dai funzionari di corte di Vittorio Emanuele II ad accettare l”incarico di Sovrintendente del Palazzo Reale di Napoli. Del resto, lo zio Luigi era stato il teorico più raffinato della politica dell”amalgama, un amalgama ristretto, ovviamente, da cui nasce quella maniacale passione dei potenti d”Italia per caste, balconi e logge.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA