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I giornali napoletani raccontano la cronaca di una società che finge di muoversi, ma dicono le stesse cose di cento anni fa. Chi e quando è stato responsabile della svendita del Sud. Di Carmine Cimmino

Sul Corriere del Mezzogiorno del 5 settembre Paolo Macry ha esaminato le cause dell’ immobilismo a cui è condannata Napoli e della sua “modernità difettosa“, e Vincenzo Siniscalchi, ex consigliere del Consiglio Superiore della Magistratura, ha detto che a Napoli troppi giudici hanno parenti stretti che fanno gli avvocati e che i magistrati che indagavano sul grande affare dei rifiuti vennero “lasciati soli“ . Due giorni prima, il Corriere del Mezzogiorno aveva pubblicato la lettera con cui i dipendenti dei Consorzi di bacino per la raccolta differenziata dei rifiuti di Napoli e Caserta, che non percepiscono lo stipendio da mesi, hanno chiesto aiuto alla camorra.

Mi pare che il titolo dell’articolo, Consorzi, i dipendenti chiedono aiuto alla camorra- Lettera ai clan per ottenere gli stipendi arretrati, non renda giustizia a un appello in cui si mescolano paradosso, disperazione, ironia, sarcasmo, e senso pieno della verità storica. Questa lettera, ispirata e scritta da lavoratori che operano quotidianamente negli spazi più neri della società napoletana e casertana, e sono protagonisti e spettatori, quotidianamente, di vicende e di storie assurde, e vedono, quotidianamente, quale vortice di danaro sporco si sprigioni dagli appalti della monnezza, dagli interventi di urgenza, dalla distribuzione “eccezionale“ di posti di lavoro, e dall’aumento fulmineo e vertiginoso degli stipendi di alcuni: questa lettera magistrale riassume, in mezza pagina , ciò che Paola Monzini spiega in un libro, Gruppi criminali a Napoli e a Marsiglia- La delinquenza organizzata nella storia di due città (1820- 1990).

Nel saggio, che è stato pubblicato nel 1999, e che contiene, a parer mio, l’analisi più profonda e più completa delle imprese della camorra napoletana negli anni 1970-1990, la Monzini dimostra che in alcune vicende cruciali: la politica della spesa pubblica, la ricostruzione successiva al terremoto dell’’80, i giganteschi investimenti per le strutture del Nolano e della Campania Felice – sì, veramente felice -, la camorra non è l’anti-Stato: è l’altra faccia dello Stato, che con i suoi apparati “l’accredita”. Con buona pace di chi si illude che la camorra napoletana possa essere combattuta e vinta chiamando alle armi la società civile. Ma alla camorra dedicheremo una serie di articoli, in cui diremo cose amare, nella speranza che qualcuno ci smentisca e ci dimostri che non abbiamo capito nulla.

I giornali napoletani raccontano la cronaca di un mondo che finge di muoversi, e invece sta fermo, di una società che avrebbe riempito di gioia Parmenide offrendogli la dimostrazione più probante della sua tesi che il movimento è un’illusione, si vede, ma non c’è: l’esatto contrario della nebbia nella Milano di Totò e Peppino con il colbacco: c’era, la nebbia, ma non si vedeva. I giornali napoletani di oggi dicono le stesse cose che dicevano, trenta, quaranta, e cento anni fa: cambia qualche contorno, cambiano gli arredi di tavola, ma le portate sono sempre le stesse, e alla stessa scuola appartengono tutti i cuochi.

Il Nord poté saccheggiare Napoli e ridurre il Sud a vivaio di manodopera a basso costo, di emigranti, di carne da macello per i cannoni e per le mitragliatrici, perché tra il 1861 e il 1874 la borghesia meridionale aveva firmato la resa incondizionata agli interessi delle èlites settentrionali in cambio dell’assicurazione che i governi dell’Italia unita avrebbero traghettato i “borbonici“ nel nuovo sistema attraverso la politica pacifica dell’ “amalgama“, avrebbero impedito il rinnovamento sociale, non avrebbero messo mano alla divisione delle terre, avrebbero legittimato la rapina del demanio pubblico. Questa è la verità, il resto è solo chiacchiera estiva.

Chiunque abbia una conoscenza appena appena seria della storia del brigantaggio post-unitario in Lucania, in Puglia, nel Sannio, nell’Irpinia, in Terra di Lavoro, e nelle terre tra Eboli e Lagonegro, sa che il fenomeno ebbe tre radici: la tendenza storica del brigantaggio meridionale a diventare più aggressivo nei momenti di crisi istituzionale; la rivolta di massa contro la coscrizione obbligatoria; la guerra contro i proprietari terrieri, che erano stati “borbonici“ e poi divennero tutti “piemontesi“. I liberali del Sud sostennero a spada tratta la repressione manu militari del brigantaggio, che si affannarono a descrivere, sui giornali e nel Parlamento, come espressione della reazione anti-unitaria, ispirata e sostenuta dai Borbone e dal Papa.

Sul finire del ’62 furono proprio i liberali meridionali a chiedere il pugno di ferro contro le opposizioni. E quando il Governo decise di chiudere tutti i giornali antigovernativi che si pubblicavano a Napoli, di schedare gli oppositori e di sottoporli a severi controlli di polizia, Silvio Spaventa, che era segretario generale agli Interni, non solo non protestò, ma sostenne apertamente il provvedimento, anche in nome della borghesia liberale, moderatamente liberale, che egli e i suoi consorti rappresentavano.

L’atto con cui il liberalismo meridionale si rese pubblicamente e direttamente responsabile della svendita del Sud fu il sostegno dato alla legge sull’ordine pubblico nelle province meridionali, che prese il nome dal relatore, Giuseppe Pica, abruzzese, e che venne promulgata dal Re il 15 agosto del ’63, cinquanta giorni dopo che Massari, leggendo alla Camera la relazione della commissione sul brigantaggio aveva timidamente, e con molti giri di parole, indicato nella povertà dei contadini una delle cause del fenomeno. La risposta del Governo fu solo militare: le bande armate – tre persone già costituivano una banda – sarebbero state giudicate dai tribunali di guerra; i briganti presi con le armi in pugno sarebbero stati fucilati; il governo si attribuiva il potere incontrollato di inviare a domicilio coatto “oziosi, vagabondi, persone sospette, secondo la designazione del codice penale, manutengoli e camorristi”.

La legge risultò indigesta perfino a un moderato come Francesco De Sanctis: "noi non siamo un governo libero, perché da condizioni anormali siamo tirati sul pendio delle leggi eccezionali, perché nell’esecuzione delle leggi trascorriamo volentieri all’arbitrio..". Quasi tutti i liberali meridionali votarono a favore della legge Pica. Alle amministrazioni locali, tornate saldamente in mano ai “galantuomini“ ex borbonici: avvocati, medici, sensali e soprattutto proprietari terrieri, fu affidato il compito di indicare i meritevoli di domicilio coatto. Le proposte venivano “scrutinate“ dalle Giunte provinciali: quasi sempre con scarsa diligenza, e spesso con una fretta che serviva a coprire intenzioni e interessi assai sporchi, come vedremo.

La legge Pica e le Giunte provinciali provocarono, nell’ordine sociale e nel sistema della legalità, inauditi sconquassi, ma, soprattutto, fiaccarono lo spirito dell’opposizione, la fiducia nelle istituzioni, la speranza del cambiamento: spirito, fiducia e speranza che già avevano, di per sé, radici assai deboli.
(Fonte foto: Rete Internet)

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