I BAMBINI DIFFICILI, “FIGLI DI GENITORI DETENUTI”

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Sono migliaia i bambini che hanno uno dei genitori in carcere. Per evitare ulteriori guasti e disagi, è necessario intervenire con strumenti adatti per favorire la loro crescita personale e culturale.
Di Silvano Forcillo

La complessa realtà carceraria e il peso che essa ha sulle famiglie e sui figli dei detenuti, è un fenomeno, che investe non solo i singoli individui, o le singole famiglie, ma tutta la società, chiamata a interrogarsi su questo tema, per trovare risposte che non riguardino solo la “rimozione” e la “delega coatta”, che vede nel carcere l”unica soluzione dei problemi, ma anche soluzioni alternative, che prevedano la cura del disagio affettivo, economico, sociale, della devianza e della povertà.
Nei paesi dell”Unione Europea sono 800mila i bambini separati ogni anno dai loro genitori detenuti e il 30% delle persone detenute è a sua volta figlio di genitori detenuti.
In Italia sono circa 4.500 i bambini che hanno la mamma in carcere, mentre 90mila quelli che hanno il loro padre in cella.
Ci sono tantissimi bambini, che hanno più di 10 anni e non vivono il carcere con la madre, ma ne varcano tutti i giorni la soglia per incontrare il loro genitore detenuto, ed è bene ricordarlo, senza voltare insensibili, o inconsapevoli, la faccia dall”altra parte, che anche il genitore detenuto, rappresenta per questi bambini il legame fondante e irrinunciabile per la loro crescita affettiva e sociale.
Solamente ad un terzo dei bambini viene detta la verità sul genitore detenuto, agli altri vengono raccontate bugie o addirittura non viene data nessuna spiegazione per l”assenza, per anni e anni, del papà o della mamma, nè tanto meno viene loro spiegato e ricordato, che il genitore continua a volergli molto bene, anche se è in carcere e che anche lui soffre terribilmente per la mancanza del figlio.
I bambini di genitori detenuti sono, peraltro, quelli “doppiamente” colpiti, perchè non soffrono solo per la separazione dal proprio genitore, ma soffrono quotidianamente, anche a causa del marchio del reato, della vergogna, del rifiuto sociale e del conseguente isolamento che ne deriva.
Cosa si può fare per questi bambini e, in particolare, cosa possono fare i principali vicari e responsabili dell”educazione: docenti, genitori e professionisti della relazione d”aiuto, per favorire la crescita personale e culturale di questi bambini e il loro sano, attivo e partecipe inserimento sociale?
Anzitutto, bisogna essere ben preparati e aggiornati sugli insegnamenti delle nuove tecniche educative e di apprendimento e sulle nuove teorie della psicologia scolastica, dello sviluppo e, soprattutto, sulla dinamica e l”importanza della soddisfazione degli irrinunciabili bisogni dell”essere umano così, come insegna la psicologia della “Terza Via”, o “Umanistico-esistenziale” di Maslow e Rogers. I due studiosi, infatti, sostengono la necessità di saper riconoscere, definire e rispettare i bisogni fondamentali dell”individuo in crescita, perchè si crei un efficace e motivato rapporto sociale, in particolare, nei bambini di genitori detenuti, ma anche nei bambini che non vivono questa difficile e complessa realtà:
“Need for affiliation”: bisogno di stabilire o ripristinare rapporti positivi, sotto il profilo sociale e affettivo con gli altri. Il bisogno irrinunciabile di essere accettati, rispettati, stimati, amati e integrati nel gruppo-classee nel gruppo-sociale.
“Need for power”: bisogno di esercitare la propria influenza sugli altri, di determinare il comportamento degli altri, di controllare i mezzi atti a subordinare gli altri alle proprie decisioni, o al proprio volere.
“Need for achievement”: bisogno di successo, bisogno di raggiungere parametri eccellenti nelle proprie “perfomances”, di realizzare gli obiettivi prefissati nel migliore dei modi.
L”adolescente cerca, sperimenta e costruisce la propria identità, attraverso le interazioni e le relazioni con gli altri e i rischi che comportano una conoscenza e un apprendimento statico e obsoleto sono molto pericolosi e, peraltro, sviluppano e reiterano maggiormente, in loro, gli atteggiamenti inaccettabili e negativi, quali:
ostacolo alla crescita personale, sociale e interpersonale
impedimento al cambiamento e al miglioramento
aggressività, bullismo, violenza e anomia.
Un efficace e positivo processo di cambiamento, lo determina, senza alcun dubbio, anzitutto, un diverso modo di vedere e di porsi nei confronti dell”adolescente. Il bambino/persona va visto come un “essere in sviluppo”, senza condizionamenti legati al suo passato, o alla vita dei suoi genitori. Trattare e considerare l”altro, come diverso, immaturo, problematico, nevrotico o sofferente, ostacola il suo processo di cambiamento e miglioramento culturale, sociale e interpersonale e, soprattutto, diminuisce le opportunità di essere quello, che secondo la sua tendenza attualizzante tenderà a diventare.
Spesso i docenti e i genitori si lamentano per l”atteggiamento aggressivo e violento, in classe e in casa, di questi bambini, visti, proprio per questa loro aggressività, come “diversi”, “svantaggiati” e, come un serio pericolo per i bambini “buoni, attenti, volenterosi e meritevoli” che, invece, soddisfano le attese e le aspettative dell”adulto: “effetto pigmalione”.
I docenti e gli adulti dimenticano, o forse non sanno, che l”aggressività fa parte delle componenti affettive della persona, fa parte del suo potenziale di azione e di attività, e positivamente considerata può avere, anche, un valore di efficace e positivo dialogo.
L”aggressività serve al bambino, proprio per soddisfare i suoi bisogni, quindi, è utile alla sopravvivenza e alla vita. L”aggressività, infatti, è una delle tre fondamentali emozioni primarie e positive (considerate positive e vitali, per lo sviluppo e la crescita personale e sociale dell”individuo, dalla psicologia umanistica) con le quali nasciamo: paura; rabbia; aggressività. L”aggressività è “Io sono“, “c”è anche il mio spazio!“. L”aggressione è sempre reattiva, essa è la reazione ad una minaccia interna, o esterna. Non a caso i grandi protagonisti della persona umana sono: l”amore e la paura. L”amore per se stesso e la paura dell”altro.
Allora cosa fare?
È necessario aggiornarsi, formarsi e acquisire le tecniche innovative della comunicazione e della relazione efficace e utilizzare le tecniche della conduzione e dinamica di gruppo. Occorre fare uso di un metodo didattico ed educativo, che non sia nè autoritario, nè permissivo, ma “non-direttivo” (Approccio Centrato sulla Persona e Approccio Centrato sul Discente).
In che modo:
Partecipando a corsi di formazione e aggiornamento professionale, per docenti, educatori e genitori, inerenti le nuove teorie, le tecniche e gli insegnamenti fondanti della psicologia della “Terza Via”, per acquisire le abilità e le competenze sinergiche alle personali responsabilità, e per svolgere efficacemente il ruolo di genitore, docente educatore.
L”Associazione per lo Sviluppo della Persona e del Potenziale Umano (ASPU), è da un decennio attivamente impegnata a diffondere la psicologia della “Terza Via”, in ogni ambito del vivere umano e a fare acquisire ai docenti, ai genitori, agli educatori e ai professionisti della relazione d”aiuto i suoi tre elementi costitutivi e fondanti: “accettazione e rispetto dell”altro, in quanto Persona;congruenza; empatia. Ma si può, anche, leggere libri specifici, per cominciare a familiarizzare con questa nuova e innovativa psicologia. Mi limito a suggerirne due: Thomas Gordon: “Insegnanti Efficaci”, ed. Giunti & Lisciani, Torino– Thomas Gordon: “Genitori Efficaci”, ed. La Meridiana, Bari.
Desidero formulare, alle care lettrici e ai cari lettori de “ilmediano.it”, i miei più cordiali, sinceri e gioiosi auguri di un sereno, prospero e felice 2010.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE IMMAGINI PIÚ SIGNIFICATIVE DELL’ULTIMO DECENNIO DI GOVERNO REGIONALE

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Le elezioni regionali si avvicinano, ma la Campania ha mancato quasi tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e rilancio economico. È fondamentale un sussulto di dignità.
Di Amato Lamberti

Le elezioni regionali si avvicinano a grandi passi. Sarebbe ora di tirare le somme di dieci anni di governo regionale che sembrano aver mancato tutti gli obiettivi di rinnovamento politico e di rilancio economico della Campania.
L”immagine emblematica di questo decennio potrebbe essere quella degli operai della Fiat di Pomigliano che festeggiano, si fa per dire, il Natale nella fabbrica occupata per difendere il posto di lavoro di un centinaio di precari che già sanno di essere stati licenziati.

Oppure, quella della S.Messa celebrata dal vescovo di Nola, con gli operai, nella sala consiliare del Comune di Pomigliano, per ricordare alla politica e alle pubbliche amministrazioni quali dovrebbero essere le loro preoccupazioni costanti, l”occupazione e lo sviluppo del territorio. Oppure, ancora, le immagini di tante altre fabbriche occupate, degli operai sui tetti delle aziende, dei bivacchi notturni nei capannoni illuminati e riscaldati da falò improvvisati. Il fallimento sta tutto lì: fabbriche che chiudono, lavoratori buttati sulla strada insieme a tutte le loro speranze di futuro, un territorio devastato dalla speculazione, le amministrazioni locali nella tenaglia della camorra.

Senza dimenticare una emergenza che tutti si affannano a dichiarare superata ma che si presenta ancora per le strade della provincia di Napoli, quella dei rifiuti, che ha fatto il giro del mondo e che da molti viene considerato il manifesto dell”incapacità e della ciarlataneria di una politica che a parole dichiara di voler combattere malaffare e criminalità ma nella pratica quotidiana li alimenta e ne favorisce la diffusione. Basta un viaggio notturno sui grandi assi di scorrimento delle province di Napoli e Caserta per rendersi conto, guardando le lingue di fuoco e le colonne di fumo che si alzano al cielo, che lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non conosce sosta, nonostante i militari dell”Esercito che presidiano le aree più compromesse dalla presenza di organizzazioni criminali.

La camorra ha svolto sicuramente un ruolo importante nel far precipitare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, ma per capire quello che era successo forse bisognava partire dai consorzi intercomunali per lo smaltimento dei rifiuti, dove, presidenti e consigli d”amministrazione, tutti rigorosamente di nomina politica, hanno badato solo a ottimizzare il rendimento di rendite di posizione coltivate, con la complicità dei partiti di riferimento, per realizzare guadagni economici e politici, personali e di partito. Tanto è vero che sono stati sciolti per cattiva amministrazione senza però modificare una situazione segnata da operazioni clientelari di assunzioni nelle quali la camorra ha avuto un ruolo non marginale, che oggi si ripercuote, dopo tanti travasi e passaggi di cantiere, negli organici degli enti pubblici.

Ma in questi dieci anni, in regione Campania, non ci siamo fatti mancare niente: le frane e gli smottamenti che hanno anche provocato vittime oltre che danni alle abitazioni e alle attività economiche, troppo numerosi per citarli tutti; gli scandali dell”abusivismo edilizio che a Casalnuovo hanno visto crescere una nuova città abusiva e a Giugliano, la nascita della prima cosca criminale composta unicamente da vigili urbani. Questo secondo episodio, di cui per la verità c”era stata, qualche anno fa, già una avvisaglia a Ottaviano, è sconvolgente e preoccupante perchè dimostra quanto la cultura del malaffare, della sopraffazione, della corruzione, abbia già scavato cunicoli impensabili nel profondo dei comportamenti e delle coscienze dei cittadini, anche di quelli più garantiti.

Toccato il fondo si può solo risalire, ma il problema che abbiamo davanti non è solo quello di continuare almeno a galleggiare. Senza un sussulto di dignità, senza uno scatto d”orgoglio, rischiamo di vedere consumate tutte le speranze di cambiamento per noi e per i nostri figli.

CITTÁ AL SETACCIO

STORIE DI STALKING

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La triste vicenda di E., giovane, imprenditrice, determinata, ridotta in fin di vita dall”ex compagno.
Di Simona Carandente

Si è detto che la violenza sulle donne non è, come si potrebbe credere, prerogativa dei ceti meno elevanti della popolazione: essa non risparmia nessuna, e non vede differenza di razza o cultura. Tuttavia, vi sono alcuni popoli per i quali la donna gode di particolare spregio, perchè vista come un bene di proprietà del maschio, padre-padrone, che appare in grado di poterne disporre a piacimento, quasi fosse un essere inanimato.

Tale premessa fa da sfondo allo storia di E., extracomunitaria trentenne, venuta anni fa nel nostro paese allo scopo di sfuggire alla fame ed alla guerra del suo paese, la Nigeria. Con estremo sacrificio, riesce ad insediarsi nella comunità di connazionali, in una nota zona del casertano, ed avvia anche una piccola, ma fiorente, attività commerciale.
Ad un certo punto la bellissima E. ha la sfortuna di conoscere F., un nigeriano che le manifesta subito un sentimento d”amore. I due cominciano una relazione, coronata anche dalla nascita di un bambino.

Nel corso del tempo, F. comincia a manifestarsi per quello che è realmente, probabilmente infastidito dalla condotta di vita “libertina” della sua compagna, che osa frequentare delle amiche, lavorare, curare il proprio aspetto.
Ne conseguono delle manifestazioni di violenza allucinanti: una sera F. raggiunge E. in casa di amiche e, senza alcun motivo, la massacra letteralmente di botte, scaraventandola verso una porta a vetri. E. giunge in ospedale in condizioni piuttosto gravi, con una prognosi di 20 giorni ed un braccio fratturato, tanto da dover ricorrere ad un intervento chirurgico.

Un po” per amore, un po” per timore di nuove aggressioni, E. perdona il suo compagno e rimane incinta di due gemelli. Proprio questa nuova, indesiderata gravidanza farà scatenare nuovamente l”ira del suo aguzzino, che aveva cercato invano di farla abortire.
Non essendoci riuscito con le buone, F. attua il suo proposito criminoso con l”unico modo che conosce, la violenza fisica: una sera riempie la sua compagna di botte sulla pancia, tanto numerose e violente che uno dei due gemelli morirà mentre l”altra, riuscita a salvarsi, riporterà seri danni neurologici per i colpi subiti.

A questo punto E. ne ha abbastanza: denuncia il suo oramai ex compagno, che verrà condannato per le sole lesioni alla pena di diciotto mesi di reclusione, coperti dalla sospensione condizionale della pena.
Successivamente alla condanna F. cambia paese e va a vivere all”estero, ma ogni volta che lo ritiene opportuno torna in Italia, libero ed indisturbato, e continua a rendere all”ex compagna la vita impossibile. Con la scusa di voler vedere i figli, gli stessi figli che aveva rinnegato, si presenta sotto casa dell”ex compagna, nel locale di sua proprietà, ubriacandosi fino a sconnettere completamente ed a rendere necessario, più volte, l”intervento della polizia. Attualmente, pende nei suo confronti un nuovo procedimento penale per stalking.

Vi sono situazioni, e persone, che arrecano di per sè enormi sofferenze: ma quando la vittima, già di per sè debole, appare anche indifesa la situazione è di gran lunga più complessa. E. può, nonostante tutto, ritenersi una ragazza fortunata: la comunità di nigeriani le è sempre stata vicina, ha trovato persone in grado di aiutarla ad occuparsi dei propri figli, è riuscita a portare avanti un”attività lavorativa.
Oggi è una giovane donna che guarda lontano, nonostante tutto e nonostante le ferite del cuore, soprattutto per dare un futuro ai propri figli. Nella speranza che non sappiano mai che persona è il loro padre naturale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA DONNA VITTIMA E CARNEFICE

SCUOLE APERTE A “PARADA”: UNA STORIA INVEROSIMILMENTE VERA!

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Attraverso il film “Parada”, i ragazzi che partecipano a “Scuole Aperte” hanno toccato con mano l”importanza di realizzare la vera legalità interculturale.
Di Annamaria Franzoni

Un autentico messaggio di pace e di rispetto della diversità è giunto ai ragazzi del Liceo “G. Mercalli” e della Scuola Media “C. Poerio” attraverso l”avventurosa storia di Miloud che con il suo Progetto ha salvato migliaia di ragazzi di strada.

Incredulità , sorpresa, amarezza, dolore intenso, disperazione hanno inizialmente segnato l”animo dei giovani spettatori .Tuttavia, ben presto, nel momento della condivisione e della riflessione comune, che abitualmente segue alla visione del film, i ragazzi sono riusciti a convertire in positivo il loro sentire e ad aggiungere all”albero delle Emozioni foglie sulle quali si leggeva la speranza, la gioia di vivere , l”amore , la ricchezza che nasce dal dare e non dall”avere, l”apprezzamento per chi davvero si schiera con tutto se stesso verso l”altro realizzando la vera legalità interculturale.

Il nostro appuntamento con il film del mercoledì ha come obiettivo quello di sviluppare la consapevolezza che la dignità, la libertà, la solidarietà non possano mai considerarsi acquisite per sempre, ma perseguite nel corso della vita e protette una volta conquistate e questo film ha colpito nel segno.
“Parada”, forse più degli altri film, ha fatto da “apri strada” ad un discorso complesso che ogni singolo adolescente ha intrapreso con se stesso mentre lanciava ai coetanei, nel circle time, le riflessioni personali sull”argomento scottante e complesso della propria relazione con i bambini rom.

Al riaccendersi delle luci in sala, i loro occhi lucidi e disincantati sono rimasti incollati sui titoli di coda e sulle informazioni che il film è tratto da una storia vera e che Milaud oltre un decennio fa ha creato davvero a Bucarest la Fondazione Parada: la storia presentava, infatti, tratti inverosimili e soprattutto risultava inaccettabile scoprire che possano esistere simili realtà nell”Europa del terzo millennio.

La visione del film li ha così catapultati in una dimensione nuova che ha mutato giudizi e ridotto pregiudizi, ha acceso fantasie ed ha spento paure metropolitane; ma il suo maggior merito è stato quello di aprire gli animi alla speranza attraverso l”esperienza di un clown che è riuscito, con il suo naso rosso e i suoi giochi, ad avvicinarsi ai bambini romeni che vivono nei canali, a cui ha insegnato i primi segreti dell”arte del circo.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

PERCHÉ MOLTI SONO TRISTI NEI GIORNI DI FESTA?

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Sempre più persone si lamentano delle festività natalizie, perchè occasione di malessere e malinconia. È un problema di autostima. Alcuni suggerimenti per invertire la tendenza.
Di Silvano Forcillo

Anzitutto, desidero porgere alle care lettici e ai cari lettori di “ilmediano.it”, i miei più cordiali e sinceri auguri di buone feste e di un Natale piacevole e sereno.

Nelle mie interazioni sociali e nella mia attività di psicoterapeuta, sempre più spesso, mi capita di ascoltare le persone che si lamentano dell”arrivo delle festività e di come, queste, siano più occasione di malessere, tristezza e malinconia piuttosto che un”occasione per stare bene, sereni, rilassarsi e divertirsi.

In particolare, infatti, sembra che questa spiacevole sensazione di malessere, disagio e di vera e propria malinconia si avverta maggiormente nelle festività natalizie e nella festività di fine anno, piuttosto che nelle vacanze estive, nei fine settimana o nei cosiddetti “ponti festivi”.

Le feste rappresentano il tempo in cui si è improvvisamente liberi dall”attività lavorativa e si è, quindi, senza accorgersene, in un contatto più diretto con sè stessi, senza essere impegnati nel pensare, nel fare, nell”agire quotidiano e nelle solite preoccupazioni del vivere. Le feste, infatti, costituiscono da un lato l”unico, vero momento in cui si è liberi di riposare, divertirsi, pensare alla propria salute e al proprio benessere, fisico e psicologico, dall”altro, l”unico momento “istituzionalizzato” in cui si assapora, per maggiore libertà di tempo, un contatto diretto con i propri e irrinunciabili bisogni, con le vere e mai ascoltate esigenze personali, sociali, affettive, amorose ed esistenziali.

Ecco allora riemergere, spesso, prepotenti e dolorose, le più recondite frustrazioni, gli insostenibili disagi esistenziali, le paure dell”incerto, le aspettative legate al futuro e all”avvento del nuovo anno, o si sente, con maggior dolore del solito, la mancanza delle persone care, che non sono più con noi, o non più vicine a noi.

In altre parole, nelle feste, nei momenti di libertà e nelle occasioni in cui si può liberamente vivere il piacere, la gioia e il divertimento, fa capolino, distruggendo la ritrovata serenità, il “sabotaggio dell”autostima”. Il sabotaggio, che siamo soliti attuare, ogni volta, che siamo sereni e felici; quante volte, infatti, ci è capitato di pensare: “chissà come dovrò pagare questo momento di serenità :chissà, se durerà questo momento di felicità:”. Insomma, non ci sentiamo, nè più capaci di stare bene, nè più desiderosi di vivere bene.

A questo proposito, mi piace ricordare quali sono i fondamentali “tre pilastri” dell”autostima: riconoscersi il diritto di esistere; riconoscersi il diritto di vivere bene; riconoscersi il diritto di essere felici. Quanti possono affermare di avere una siffatta autostima?

Eppure l”autostima è all”origine del vivere bene, dello stare bene con sè stessi e sentirsi in diritto di divertirsi ed essere felici, invece il più delle volte, i soli diritti che riconosciamo a noi stessi sono: pensare, dovere e fare che, secondo il punto di vista della psicologia umanistico-esistenziale, vengono definiti i tre “contropilastri e i distruttori dell”autostima”, i quali, proprio attraverso il nostro sabotaggio, mentre siamo felici, mentre siamo sereni e, mentre stiamo assaporando il piacere di vivere, il piacere di amare e il piacere di quello che siamo, ci richiamano immediatamente all”ordine, alla serietà, alle responsabilità, ai doveri e al “senso di colpa” per esserci permessi un momento di gioia, di riposo e spensieratezza.

Ci troviamo a combattere, lungo l”arco della nostra vita, sempre più spesso contro questi tre insopportabili imperativi e, sempre più spesso, ci neghiamo il diritto di essere felici, ma è soprattutto Natale, il momento in cui ci sentiamo più fragili e in preda alle nostre paure e alle nostre insoddisfazioni. È questo il periodo, infatti, in cui trascorriamo maggior tempo con i nostri familiari, di solito non vediamo così tanti parenti, come in questa occasione, e se si hanno conflitti familiari irrisolti, proprio in questi giorni, si sentono in maniera insostenibile. Spesso non ci rendiamo conto che tutti, intorno a noi, provano le stesse paure e gli stessi dolori, ma nessuno ha il coraggio di dirselo, perchè è Natale e si sente fortemente l”obbligo morale ed emotivo di essere sereni e buoni e non rovinare la “santa festa” ai nostri cari, ai parenti e agli ospiti.

Anche la festa di fine anno, spesso ci pone in una silenziosa, seria e triste riflessione, facendoci trovare di fronte ad una sorta di resoconto, o bilancio della nostra vita e delle nostre realizzazioni.
Infatti, in occasione della fine dell”anno, più che in altre festività, ci impegniamo a porci domande che non ci capita di chiederci in altre occasioni di divertimento e piacere: “cosa ho fatto fino ad oggi, cosa ho saputo costruire e realizzare, cosa ho dato ai miei cari, quanto sono cambiato o cresciuto, quanti anni sono già passati e chissà quanti ne potrò ancora vivere?” Pertanto, è quasi impossibile non essere attraversati, in questa festività, da un senso di profonda malinconia, tristezza e, a volte, anche una inspiegabile solitudine.

Come evitare queste spiacevoli sensazioni e gli insostenibili stati d”animo che proviamo nei giorni di festa? Il mio vuole essere solamente un semplice e puro suggerimento e non certamente la soluzione delle problematiche che ci limitano e addolorano, nel corso della nostra esistenza.

Anzitutto, bisogna assolutamente evitare di farsi aspettative. L”aspettativa, qualunque essa sia, o qualunque dimensione della nostra vita riguardi non è altro che sinonimo di “delusione” e di “dispiacere”, quindi, occorre imparare ad evitare le aspettative e anticipare il futuro, invece, si deve imparare a vivere la vita così com”è, imprevedibile e incalcolabile e coltivare e alimentare sogni e speranze e godere sempre di ogni attimo della nostra vita, nell”hic et nunc (nel qui ed ora!).

È necessario, inoltre, vivere le feste, soprattutto, come un meritato riposo e come una piacevole pausa, nel tran, tran della vita quotidiana, per potere, finalmente, pensare a sè stessi, prendersi cura di sè, facendo cose che, il tempo lavorativo, il tempo del solo dovere e il tempo delle tantissime e complesse responsabilità, ci impedisce di vivere e realizzare, come per esempio, fare un bagno caldo, leggere un buon libro, vedere quel film che non si è mai riuscito a vedere, cucinarsi qualcosa di buono e regalarsi qualcosa, che non avremmo mai osato comprare, visitare un museo, poltrire fino a mezzogiorno, scrivere delle lettere a chi non si sente o si vede da tanto tempo e dedicarsi a un salutare e rilassante e immotivato, o irrazionale riposo;

fare insieme alle persone amate e a noi care, qualcosa, che non sia specificatamente natalizio, festaiolo, convenzionale o “istituzionalizzato”, solo perchè così fanno tutti, ma fare solamente ciò che risponda ai tre pilastri del vivere consapevolmente felici: “mi piace; lo voglio; mi serve” ed è questo l”augurio che dedico, con affetto e stima, a tutti i nostri cari lettori.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

STORIA DEL “900. IL PCI TENTA IL SORPASSO ELETTORALE

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Nel 1975-76 le forze politiche moderate temono il PCI e invitano a votare DC, ma turandosi il naso. Intanto, l”Italia è preda del terrorismo e inquinata dal malaffare.
Di Ciro Raia

Nel mondo della politica cresce sempre più il prestigio del PCI di Enrico Berlinguer. Il segretario generale, parlando a Mosca, nel corso del XXV Congresso del PCUS, sostiene che la crisi dell”Italia potrà trovare uno sbocco solo se il PCI sarà chiamato a partecipare, con le altre forze popolari e democratiche, alla direzione della vita nazionale. Il partito comunista va, così, conquistando voti nella borghesia e, nel corso delle elezioni regionali del 1975 ottiene notevoli successi, raggiungendo il 33,3% dei voti.

Nell”imminenza delle elezioni politiche del 1976, anzi, le forze moderate e conservatrici addirittura temono che possa verificarsi “un sorpasso” dei partiti della sinistra (per scongiurare questa possibilità, il giornalista Indro Montanelli invita l”elettorato moderato “a turarsi il naso e a votare Dc”). Ma il voto non decreta la svolta sperata dai progressisti e temuta dai moderati. La DC, infatti, recupera, il PCI trionfa (raggiunge il suo massimo storico col 34,4% dei voti) ma altrettanto non avviene per il PSI (solo il 9,7% dei voti), che perde molti consensi.

Anzi, la disfatta socialista segna la fine della segreteria De Martino e l”ingresso nella politica nazionale del nuovo segretario generale Bettino Craxi, che dà corso ad una linea politica decisamente socialdemocratica, ispirata a creare un”alternativa politica al potere democristiano e, nel contempo, a cercare un argine allo strapotere comunista a sinistra.

Dopo le elezioni, sotto la guida di Andreotti, nasce il “governo della non sfiducia”, un monocolore democristiano, che si regge sul consenso dei moderati e sull”astensione della sinistra. Per la prima volta nella storia d”Italia una donna assume la carica di ministro: si tratta della democristiana, già partigiana, Tina Anselmi, che guida il dicastero del Lavoro. Il “governo della non sfiducia” intende essere il traghetto per l”intesa con i comunisti e per la costituzione di un esecutivo forte, in grado di fronteggiare e battere il terrorismo.

Un segnale della nuova intesa è l”elezione del comunista Pietro Ingrao a presidente della Camera dei Deputati. Intanto, il giorno di ferragosto del 1977, il tenente colonnello Herbert Kappler, responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, evade dall”ospedale militare del Celio -si dice- chiuso in una valigia!

Mentre monta lo scandalo degli aerei Lockheed (il presidente della società americana Lockheed ha ammesso di aver versato ad esponenti politici italiani la cifra di 3 miliardi, per favorire l”acquisto di aerei Hercules C130), il terrorismo diventa sempre più violento. I palazzi del potere assistono, quindi, allo stato d”accusa di alcuni politici, che hanno beneficiato di tangenti per l”acquisto di aerei. Per la prima volta le Camere votano per il rinvio a giudizio di due parlamentari, Luigi Gui (democristiano) e Mario Tanassi (socialdemocratico), accusati di essere implicati nello scandalo Lockheed. Anche il capo dello Stato, Giovanni Leone, è accusato di essere tra i corrotti dalla casa costruttrice di aerei e, nel 1978, è costretto a dimettersi.

Parallelamente agli avvenimenti di mala politica, le B.R. seminano terrore e morte; sotto i colpi dei brigatisti cadono il procuratore generale Francesco Coco e la sua scorta, il sostituto procuratore Vittorio Occorsio, il presidente degli avvocati di Torino Fulvio Croce, il giornalista Carlo Casalegno, il brigadiere dei carabinieri Giuseppe Ciotta. Sono ben oltre duemila gli attentati, che colpiscono sindacalisti e poliziotti, giornalisti, politici e magistrati.
Tutto il paese è screditato, per gli scandali e le violenze che l”attraversano. Il giornale tedesco Der Spiegel lancia una campagna contro l”Italia, “paese di terrorismo e malaffare”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL VALORE DEI SIMBOLI E L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA

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La memoria che si dischiude dai simboli, è patrimonio degli uomini, ne è monumento in cui sono custoditi valori e idealità per le quali vale la pena vivere e lottare.

Caro Direttore,
ci siamo, domani è finalmente Natale. Festa e simbolo della cristianità? Forse, un tempo. Oggi, nonostante i venti di crisi, è solo festa e simbolo del consumo, dello spreco, dell”effimero. Questa sera nelle nostre case saranno imbandite cene di lusso. Una volta tanto, ce lo possiamo (o dobbiamo?) consentire tutti. Sì, i guai, le malattie, la disoccupazione –da ultimo, anche il ritorno dell”inciucio in politica-, il pianeta ammalato, il clima impazzito, la scuola che non funziona:e che siamo noi che dobbiamo risolvere i problemi del mondo? Ma per carità! Il Natale è un “simbolo”!

La parola simbolo sta a rappresentare un qualcosa di ideale, per mezzo di un”opera, di un”azione, di un”arte. Nella ricchezza dei vocaboli della nostra lingua, spesso, si usa anche il sinonimo “emblema”, che non cambia affatto il significato. La parola emblema ha avuto una sua valenza storica: nell”antica Roma era l”anello con il quale si sigillavano le lettere o i testamenti; era anche un contrassegno (di legno o di altra materia frangibile), che si spezzava a metà, le cui parti erano conservate dalle famiglie, come pegno d”ospitalità data o ricevuta; nell”austera Atene, poi, era la tessera che ogni giudice riceveva entrando in tribunale, una sorta di medaglia di presenza, unico documento utile per esigere il compenso.

E, dunque, il simbolo/emblema racchiude in sè il valore incommensurabile di una Memoria, che è patrimonio di tutti gli uomini, ne costituisce il monumento delle idealità, per le quali vale la pena di vivere, lottare, progettare, senza mai dimenticare il passato, le vicende che l”hanno caratterizzato, gli uomini che ne hanno segnato (con l”impegno quotidiano, con il lavoro, con la passione delle idee, molto spesso, con il sacrificio della vita) i percorsi di fede, di libertà, di progresso, di giustizia, di eguaglianza.

Caro Direttore, ti confesso che io sono stato educato al valore ed al rispetto del “simbolo”. Talvolta, aver potuto raggiungere un luogo-simbolo, aver potuto respirare l”odore che emanava, aver potuto godere dei colori e delle sensazioni che ne derivavano, è stato, per me, come lo scioglimento di un voto.

Era una bella giornata d”autunno, quando varcai il cancello del piccolissimo e sperduto cimitero di Barbiana – sei o otto tombe? Non ricordo bene!-, sulle colline del Mugello. La canonica, che era stata la sede della scuola di don Milani, era chiusa, così anche la chiesa. Era aperta solo la minuscola cappella del cimitero. Sull”altare, ancora più minuscolo, era incorniciata una foto in bianco e nero di don Lorenzo; vicino, c”era un registro in cui numerosi visitatori-pellegrini dedicavano un pensiero, una frase, un saluto alla Memoria di un prete rivoluzionario.

Era sempre una bella giornata d”autunno anche quando mi inerpicai sulla piana del monte Sole ed entrai nel sacrario di Marzabotto. Mi sembrava che quelle innumerevoli lapidi di morti innocenti, falciati dalla ferocia dei nazisti, grondassero lacrime e sangue. Ma sembrava, anche, che quelle lapidi emanassero un profumo di amore e speranza (sono profumi impercettibili ma esistono) nei confronti degli uomini costruttori del proprio destino di libertà.

A Sant”Anna di Stazzema fu una giornata indimenticabile, una di quelle che ti segnano per la vita. Le edicole della Via Crucis non raffiguravano la sofferenza di Gesù Cristo sul Calvario; raffiguravano le atroci sevizie, mortali, subite dalle donne e dagli uomini, dai bambini e dagli anziani ad opera ancora delle armate naziste. Anche a Sant”Anna, sulla piana che godeva della vista della marina di Pietrasanta, si ergeva un monumento alla Memoria di oltre ottocento innocenti. C”erano sbiadite fotografie di partigiani, casalinghe, preti, intellettuali, contadini, studenti.

La piazzetta del villaggio (ora vi abitano solo poche anime), dove sorgeva la chiesa, era intitolata ad Anna Pardini, la vittima più giovane di quella violenza. Aveva, infatti, solo dodici giorni di vita, in quel terribile agosto del 1944, quando, strappata dalle braccia della madre e lanciata in alto, era divenuta bersaglio per i colpi sparati dai crucchi.

Conosco quasi tutti i sacrari sparsi sulle Alpi. Lì fa freddo anche d”estate. È un freddo che ti prende dentro il cuore, solo leggendo i nomi, le date di nascita, i sogni infranti, gli affetti tranciati degli innumerevoli soldatini del “99! È tutto, terribilmente, uguale: sul Pasubio, sul Tonale, a Bassano del Grappa e negli altri infiniti luoghi di lutto della Grande Guerra.

Caro Direttore, hanno rubato l”insegna in ferro all”ingresso del lager nazista di Auschwitz. Per fortuna l”hanno già ritrovata: era troppo ingombrante. Chi l”ha fatto –per furto su commissione, per balordaggine, per conclamata ignoranza- non si è reso conto che quell” “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) è un simbolo/emblema troppo importante, un monito incancellabile per l”umanità, come lo sono Mauthausen o Dachau: “Il dottor Blaha racconta che a Dachau pelli umane stavano appese come biancheria stesa ad asciugare. Venivano usate per produrre un cuoio fine adatto a calzoni di cavallerizzo, a cartelle, a ciabatte, alla rilegatura dei libri”. (Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore, 2008).

Il tentativo perseguito in molti segmenti della nostra società è, forse (o senza forse), eliminare, cancellare la Memoria, renderla inservibile. Dopo la sanguinosa esperienza della Repubblica napoletana del 1799, Ferdinando IV di Borbone e sua moglie Carolina cercarono, in tutti i modi, di punire non solo i rivoluzionari ma di cancellare ogni traccia del tentativo rivoluzionario, provvedendo alla distruzione sistematica degli archivi, dei diari, delle lettere, insomma, di tutto quanto avesse potuto costituire una testimonianza, un simbolo, un emblema, una Memoria.

C”è aria di allegria, Direttore. Ci sono botti per la festa imminente, luminarie, capitoni, insalate di rinforzo, fiumi di champagne. A volte, sembra che anche certe parole siano un simbolo-emblema: “L”àsteco chiove, la casa scorre. Tu che “nce può fa?..Io che nce posso fa”? pensò in napoletano lei pure [Eleonora Fonseca Pimentel, n.d.r.]. Come dicevano, i Napoletani, per significare nulla, proprio nulla: nada de nada? Ah sì. Il resto di niente” (Raffaele Striano, Il resto di niente, Loffredo, 1986).

Caro Direttore, buon Natale. Ti stai preparando per la tua vacanza di fine anno? Certo, te la meriti. Dove andrai? Ai monti, al mare o in Patagonia? Io? Io resto qui. Se potessi, però, andrei ad Auschwitz. Non sono ancora riuscito ad andarci, pur desiderandolo tanto. Ma io sono caparbio, riuscirò ad andarci in quel luogo simbolo/emblema per tutta l”umanità. E ci riuscirò -spero- prima che qualcuno, magari, tenterà di sottrarre, per cancellarne la Memoria, i capelli, gli occhiali, i cenci, le ciabatte dei deportati.
Non sarebbe bello andare insieme, Direttore? Pensaci.
(Fonte foto: Rete Internet)

LE BRUTTE CITTÁ E L’IMBECILLITÁ DEI POLITICI

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La Legge regionale per la casa poteva essere l”occasione per eliminare il degrado dalle nostre città e rilanciare l”economia. Invece, si punta solo sul mattone, mentre il resto rimarrà brutto e fatiscente.
Di Amato Lamberti

La legge per la casa poteva essere l”occasione, per un Consiglio regionale che dal 2005 si è caratterizzato soltanto per le iniziative della Magistratura nei confronti di Consiglieri, Presidenti di Giunta e Consiglio, Commissari straordinari, dirigenti, funzionari, dipendenti, consulenti, per affrontare i temi fondamentali dello sviluppo economico e del riassetto del territorio. L”edilizia, nel bene e nel male, resta nella nostra Regione il volano di una economia asfittica che non riesce a decollare nè sul piano industriale nè su quello turistico, nonostante le migliaia di interventi “a pioggia sparsa” a sostegno di iniziative senza respiro imprenditoriale.

Con la legge sulla casa si sarebbe potuto mettere mano ad un rilancio del settore edilizio attraverso una modulazione di interventi di recupero del patrimonio edilizio fatiscente, in particolare dei Centri storici, con aumento di cubature ma anche con l”eliminazione di superfetazioni che oltre a creare disordine e degrado riducono la vivibilità di aree spesso di grande pregio monumentale e paesaggistico. In pratica si poteva soddisfare la richiesta, della popolazione e del mercato, di abitazioni adeguate agli standard di abitabilità ormai correnti riqualificando urbanisticamente realtà contrassegnate da degrado, fatiscenza, assenza dei servizi più elementari.

Penso a realtà come il Casamale di Somma Vesuviana, o ai centri storici di S.Anastasia, Ottaviano, Nola, Cimitile, Brusciano, per non parlare di Torre Annunziata, Torre del Greco, Castellammare. Si poteva anche pensare in alcune aree degradate da interventi casuali, approssimativi, di pessima qualità edilizia, senza servizi, a cominciare da strade, parcheggi, verde pubblico, aree attrezzate per il tempo libero, di sperimentare modalità innovative di abbattimento e ricostruzione sulla base di una progettazione urbanistica che assicurasse livelli elevati di qualità della vita, anche dal punto di vista dell”aggregazione sociale e culturale.

Tutta l”area a Nord di Napoli, da S.Pietro a Patierno (foto), a Casavatore, a Casoria, a Frattamaggiore, fino a Villaricca e Giugliano, è caratterizzata da una conurbazione informe, dove si affastellano palazzi per civili abitazioni, centri commerciali, officine artigianali, piccole imprese metallurgiche, elettriche, elettroniche, capannoni industriali dimessi o usati come depositi, quando non come discariche, scassi di automobili, impianti per il recupero di frazioni da rifiuti, nella quale anche la salute dei cittadini e dei lavoratori è messa a repentaglio.

Si poteva approfittare per mettere un poco d”ordine, separare i luoghi di abitazione e di vita dalle attività imprenditoriali più nocive per la salute e l”ambiente, aprire strade, abbellirle con aree a verde, magari attrezzate per il gioco dei bambini e per la socializzazione degli anziani. La leva economica dell”aumento possibile delle volumetrie per le unità abitative e quella della riqualificazione edilizia di aree dimesse poteva essere utilizzata per una grande operazione di bellezza di un territorio che ha notevoli potenzialità di sviluppo ma tutte affogate nella bruttezza, nel degrado, nell”inciviltà del vivere.

Il territorio della provincia di Napoli è un vero e proprio giacimento di ricchezze archeologiche, monumentali, artistiche, paesaggistiche che basterebbe riqualificare, connettere, collegare, valorizzare per realizzare il più grande parco a tema culturale d”Europa, e forse del mondo, con una enorme potenzialità di attrazione turistica e, quindi, di sviluppo economico ecosostenibile. Potrebbe essere il più bell”esempio di green economy e, invece, tutto è abbandonato a interventi estemporanei, grandi mostre, aree archeologiche sottoutilizzate o fuori di ogni itinerario, monumenti fatiscenti o irraggiungibili, come la Piscina Mirabilis.

Anche una risorsa come quella termale, sulla quale in tutti i paesi del mediterraneo si stanno facendo investimenti considerevoli, o è lasciata nelle mani di imprenditori che si limitano a vivere di rendita, o è abbandonata, come accede a Pozzuoli e a Castellammare. Tanto per fare un esempio dell”imbecillità che caratterizza i nostri politici: a Bagnoli, prima dell”insediamento dell”ILLVA, si contavano un centinaio di sorgenti termali, tutte regolarmente tombate per consentire l”insediamento della fabbrica.

Nessuno ha pensato che, dopo lo smantellamento dell”acciaieria, le sorgenti termali potessero costituire il capitale su cui ricostruire una ipotesi di economia e di sviluppo. Si poteva realizzare il più grande parco termale d”Europa in una cornice paesaggistica unica ed eccezionale. Hanno pensato solo a posti barca e nuovo cemento.
(Fonte foto: dal blog della giornalista Valentina Cirillo)

CITTÁ AL SETACCIO

LA VIOLENZA SULLE DONNE: UN MALE DEL NOSTRO TEMPO?

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La cronaca ci ricorda che la discriminazione di genere e la violenza sulle donne è pane quotidiano della società moderna, nonostante le leggi ne garantiscano sempre di più la dignità.
Di Simona Carandente

Il tema è di quelli noti, salito quasi all”improvviso alle luci della ribalta mediatica.
Anzi, stando al pullulare di associazioni, fondazioni, pubblicazioni sull”argomento sembra quasi che il tema della violenza sulle donne sia stato conosciuto solamente agli inizi degli anni “90.

Non si deve dimenticare, invece, che già nei primi anni 70, con il femminismo imperante e la rivoluzione del pensiero politico, esso ha cominciato ad affacciarsi sulla scena nazionale, mettendo per la prima volta in discussione, e pubblicamente, il ruolo esclusivo dell”uomo nella società civile, padre-padrone o marito che fosse, nonchè il ruolo patriarcale del maschio e la posizione di indiscusso predominio di questi, sia nella coppia che nella famiglia.

Sono gli anni nei quali, proprio sulla scorta del nuovo ruolo acquisito dalla donna nella società, viene riformato anche il diritto di famiglia (1975), con delle previsioni normative a carattere assolutamente innovativo quale la possibilità, per i coniugi, di fissare congiuntamente la residenza familiare in base alle comuni esigenze di lavoro, studio, interessi. Dal punto di vista squisitamente normativo, la donna non è più obbligata a seguire il coniuge ovunque questi voglia, sacrificando se stessa ed il proprio mondo.

Tuttavia, se dal punto di vista legislativo si assiste ad un”attenzione sempre maggiore al problema della dignità della donna, e della parità dei diritti civili, le discriminazioni di genere rappresentano ancora il pane quotidiano della società moderna, e la violenza sulle donne ne è la massima espressione.
Del resto, essa non conosce categorie sociali, culturali o limiti geografici: secondo uno studio pubblicato nel 1993 dalle Nazioni Unite sull”eliminazione della violenza contro le donne, essa è il prodotto di un meccanismo sociale che, da tempo immane, vede uomini e donne storicamente diseguali, con la tendenza dei primi a prevaricare e discriminare le seconde, con ogni mezzo.

Le forme di violenza appaiono, nel panorama internazionale, assolutamente variegate: si passa dagli abusi domestici, agli atti persecutori, ai delitti d”onore, fino a giungere a quelle estreme quali schiavitù sessuale, prostituzione forzata, mutilazioni genitali e, addirittura, l”utilizzo dell”acido per sfigurare il volto.
I dati Istat relativi all”anno 2006 lasciano senza parole: basti pensare che, secondo le testimonianze raccolte, ben il 91% degli stupri non viene denunciata all”autorità, lasciando i colpevoli di fatto impuniti e liberi di continuare ad agire, indisturbati. Inoltre, in un campione di donne di età compresa tra i 16 ed i 70 anni, è emerso che quasi sette milioni sono state vittima, almeno una volta nella vita, di violenza fisica o sessuale, in moltissimi casi da parte del partner.

Denunciare gli abusi ed i maltrattamenti è necessario, ma da solo non basta: occorre una vera e propria rivoluzione culturale, volta ad una piena e concreta parificazione tra i sessi, ed a far sì che la donna, sia tra le mura domestiche che nella società, non venga lasciata sola, ma possa beneficiare di una rete di sostegno non esclusivamente istituzionale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

AUGURI PER UNA SOCIETÁ OSSIMORICA

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Il prof. Giovanni Ariola risponde a vari quesiti arrivati in redazione da parte di lettori che seguono la rubrica “Lingua in laboratorio”.

Marco E. di Avella scrive: “Ho letto, non ricordo dove, che l”espressione “Cosa fatta capo ha” è stata inventata da Dante. Vorrei sapere se è confermata questa paternità e in quale opera la troviamo:”.
Rispondo: Dante usa l”espressione, però con le due proposizioni invertite, nel canto 28° dell”Inferno al v.107. Trascrivo, per contestualizzare, le due terzine che contengono il periodo completo: “E un ch”avea l”una e l”altra man mozza,/ levando i moncherin per l”aura fosca,/ sì che “”l sangue facea la faccia sozza,// gridò: “Ricordera”ti anche del Mosca,/ che disse, lasso! “Capo ha cosa fatta”,/ che fumal seme per la gente tosca”/”
Si tratta, lo dico per coloro che non avessero letto questo Canto, del fiorentino Mosca dei Lamberti, collocato da Dante nella nona bolgia dell”VIII cerchio dell”Inferno, dove sono puniti i seminatori di discordie con l”essere continuamente mutilati da un demonio mentre gli passano davanti in una processione che dura in eterno. Questo Mosca avrebbe consigliato, pronunziando appunto la frase in questione, gli Amidei di uccidere Buondelmonte che li aveva offesi, rifiutandosi di sposare, come aveva promesso, una fanciulla della loro famiglia. Insomma aveva consigliato di perpetrare un delitto d”onore.
Non è tuttavia accertato che sia stato Dante ad usare per primo tale espressione.
Antonio B. di Portici chiede delucidazioni in merito a “monolinguismo e plurilinguismo a scuola”
Rispondo con le parole di Tullio De Mauro: “L”abitudine all”addestramento monolinguistico ha privato e priva la scuola di immensi campi d”applicazione didattica, di sperimentazione, di intelligente costruzione di esperienze comunicative. La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerà come si può dire una cosa, in quale infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa”.
Se si vuole saperne di più, si legga per intero il breve saggio da cui è tratto questo brano: “Il plurilinguismo” in “La lingua italiana oggi: un problema scolastico e sociale”, a cura di L. Renzi e M. Cortellazzo, Il Mulino, 1977.
Un”altra lettura utile può essere quella del saggio di Claudio Marazzini “La lingua italiana – Profilo”, Ed. Il Mulino, 2002.
Anticipo un breve passo: “Gli attacchi alla maniera di Don Milani non furono gli unici rimproveri rivolti alla pedagogia linguistica corrente. Gli specialisti mossero sostanziali rilievi contro le tecniche tradizionali di insegnamento della grammatica, contro l”uso del tema quale unica forma di esercizio di scrittura, contro il mancato riferimento alla base dialettale dei discenti:..”(p.451).
Segnalo infine la ricca e quasi esaustiva bibliografia contenuta nello stesso testo.
Ernesto P. di Marigliano lamenta la pessima abitudine di certi personaggi intervistati in TV, esperti di questo o quel settore delle Arti, delle Scienze, delle Lettere, di usare un linguaggio eccessivamente tecnico, settoriale appunto e non del tutto comprensibile da parte dei telespettatori. “Un illustre sociologo – scrive il sig. Ernesto – ad esempio ha definito la nostra società ossimoricasenza precisare cosa volesse dire precisamente. Potrebbe aiutarmi a capire:.?”.
Sì, anch”io ho udito pronunziare più volte quest”espressionema non ricordo che sia mai stata data una spiegazione esplicita del suo significato.
Tento una mia interpretazione. Ossimoro ( o ossimòro), come si può leggere su qualsiasi dizionario, è parola derivante dal greco oksùmoron che deriva a sua volta da oksùmoros (= acutamente pazzo/stupido) è una figura retorica che consiste nell”accostare due parole di significato opposto e tali che sembrano escludersi a vicenda. Esistono in proposito esempi illustri e anche di uso corrente. Eccone un campionario.
Nel linguaggio corrente troviamo: lucida follia, ghiaccio bollente (detto di Anita Ekberg e anche titolo di una canzone cantata, se ricordo bene, da Tony Dallara), silenzio assordante, urlo silenzioso, riso amaro o umorismo amaro, barzellette tragiche (sono quelle che qualcuno si ostina a raccontare a persone che stanno male perchè senza lavoro o senza sostentamento per sè e per le proprie famiglie, o per altri motivi).
Ricordiamo le espressioni latine concordia discors (concordia tra posizionicontrastanti) e festina lente (affrettati adagio).
Esempi illustri: “disdegnoso gusto” (amaro piacere)di Dante nell”episodio di Pier Delle Vigne nel XIII Canto dell”Inferno; “il vento che tarda, la morte, la morte che vive” di Montale in “Notizie dal Monte Amiata” ne “Le occasioni”.
Si può anche ricordare un curioso sonetto/filastrocca di autore anonimo: “C”era una volta un ricco pover uomo/ che cavalcava un nero caval bianco,/ salì scendendo il campanil del duomo/ piegandosi dal destro lato manco.// Era un villan, figliol di gentiluomo,/ e di capelli nero, rosso e bianco./ Era fratello di un gigante nano/ che correa forte camminando piano.// Restò vedovo presto e s”ammalò/ quando la moglie sua si risposò./ Fu una lunga e penosa malattia// che in una notte se la portò via:/ disse al prete che stava tanto male/ e mandò gli altri al proprio funerale.” (Da “Enciclopedia dei Giochi” di Giampaolo Dossena, Mondadori, 2009)
Si rasenta come si vede il nonsenso (discorso senza senso).
Per riferirci più specificamente alla società, negli anni Settanta in cui si stava lavorando per attuare l”accordo politico tra DC e PCI che fu definito “compromesso storico”, si parlò, da parte di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, di un partito conservatore rivoluzionario, e si formò una categoria di persone che si chiamarono, con un ossimoro appunto, cattocomunismi (risultante della fusione o crasi di due parole: cattolici e comunisti. Può intendersi in due modi: coloro che, pur essendo cattolici, scelsero di votare il PCI e ne accettarono l”ideologia, limitatamente alla parte economica, sociale e politica; oppure coloro che, pur essendo schierati a sinistra e professando l”ideologia marxista, erano cattolici più o meno praticanti ).
Ancora oggi il Partito Democratico è composto, ossimoricamente, di cattolici ed ex-comunisti. Altri ossimori politici si possono considerare le espressioni “fascisti democratici”, “fascisti liberali”e “democratici autoritari”.
Sì, sono d”accordo, la nostra è in larga parte una società ossimorica (forse più esattamente si dovrebbe parlare di una società che ha la velleità e quindi tenta di essere ossimorica ma non sempre ci riesce). Se ciò sia un fatto positivo o negativo è un altro discorso.
Approssimandosi le festività con i tre eventi significativi del Natale, della fine dell”anno vecchio e dell”inizio dell”anno nuovo, il Laboratorio chiude e riaprirà dopo l”Epifania. Prima di chiudere, naturalmente gli auguri. Ecco il mio.
Scenda dall”alto, salga dal basso o comunque venga da qualche parte o, come è più logico, nasca naturalmente dall”intelligenza dell”uomo e si instauri ben salda nella mente di tutti una virtù oggi diventata introvabile, la mitezza.
“Il remissivo è colui che rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione. Il mite, no: rifiuta la distruttiva gara della vita per un senso di fastidio, per la vanità dei fini cui tende questa gara, per un senso profondo di distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella passione che, secondo Hobbes, era una delle ragioni della guerra di tutti contro tutti, la vanità o la vanagloria, che spinge gli uomini a voler primeggiare; infine, per una totale assenza della puntigliosità o dell”impuntatura che perpetua le liti anche per un nonnulla, in una successione di ripicchi e ritorsioni:.dello spirito di faida o di vendetta che conduce inevitabilmente al trionfo dell”uno sull”altro o alla morte di tutti e due:( Il mite) attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità”.
Non sono parole del Vangelo ma ne richiamano lo spirito. In realtà sono di Norberto Bobbio, che le scrive nel suo “Elogio della mitezza/ e altri scritti morali” (Ed. Il Saggiatore/NET, 2006, p.41). La fonte di ispirazione la indica lo stesso filosofo, è una delle Beatitudini pronunziate da Gesù: “Beati i miti perchè erediteranno la terra” (Matteo, v, 5).
Alla fine la mitezza che auguriamo, contraria oltretutto all”arroganza, alla protervia, alla violenza, alla prepotenza, non è una virtù passiva, anzi è la base attiva, l”habitus mentale necessario per un operare calmo ma costruttivo.
So che molti sono scettici in proposito:.ma una volta dicano “Non è vero, non ci credo, ma ci provo”.
Buone feste!