IL GIORNO DELLA MEMORIA. COMBATTERE LE FOLLIE

Testimoniare il ricordo per non dimenticare mai, è il valore della “Giornata della memoria”. L”appello del Premio Nobel per la Pace, Elie Wiesel.
Di Don Aniello Tortora

Con amici, visitando la Polonia, siamo stati anche ad Auschwitz-Birkenau, tempo fa. È stata una delle esperienze più belle e tristi (nello stesso tempo) della mia vita. Guardare da vicino, rendersi conto di persona di tutto quello che la “follia” umana ha potuto compiere, è un”esperienza che rimane impressa nel cuore e nella mente per tutta l”esistenza. In Italia si è dato ampio risalto alla Giornata.

Anche il papa tedesco è tornato sull”argomento. Frutto di una “megalomania disumana” e dell””odio razzista dell”ideologia nazista”, la Shoah perpetrata “nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista” non va dimentica. E bisogna dunque sempre pregare perchè “Dio onnipotente illumini i cuori e le menti affinchè non si ripetano mai tali terribili avvenimenti”. Per due volte, al termine dell”udienza generale di mercoledì 27 gennaio, Benedetto XVI è tornato a parlare dell”olocausto subìto dal popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale, come aveva fatto un anno fa allo Yad Vashem, durante la sua visita a Gerusalemme, e ancora prima nel discorso pronunciato nel 2006 ad Auschwitz-Birkenau.

“Esattamente 65 anni fa – ha detto testualmente il Papa in tedesco, dopo aver sintetizzato per i suoi connazionali il contenuto della catechesi – il 27 gennaio del 1945, il campo di concentramento di Auschwitz fu liberato dall”esercito sovietico. Le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti mostrarono al mondo a quale orribile crimine la megalomania disumana e l”odio razzista dell”ideologia nazista portarono in Germania”.

“Il ricordo di questi fatti – ha aggiunto Benedetto XVI – in particolare la tragedia della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, così come la testimonianza di tutti coloro che si sono opposti a questa follia a rischio della propria vita, ci ricorda sempre più il dovere dell”assoluto rispetto della dignità della persona e della vita umana”. Per il Papa, “tutte le persone di tutti i popoli e di ogni luogo devono percepirsi come una sola grande famiglia”, e di qui l”invocazione perchè “Dio onnipotente illumini i cuori e le menti affinchè non si ripetano mai tali terribili avvenimenti”.

“Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945 – ha continuato il papa – venivano aperti i cancelli del campo di concentramento nazista della città polacca di Oswiecim, nota con il nome tedesco di Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al mondo l”orrore di crimini di inaudita efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania nazista”. “Con animo commosso – ha proseguito – pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi aberranti e disumani”.

E, ancora una volta, ha concluso con l”auspicio che “la memoria di tali fatti, in particolare del dramma della Shoah che ha colpito il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto della dignità di ogni persona, perchè tutti gli uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente illumini i cuori e le menti, affinchè non si ripetano più tali tragedie!”.

Anche il Parlamento italiano ha commemorato il giorno della Memoria, invitando Elie Wiesel (foto), Premio Nobel per la Pace, il cui “leit motiv” del suo commovente intervento è stato: “Ricordare, perchè ciò non accada più” .

“Se uno ascolta un testimone, lo diventa a sua volta: quindi, leader e parlamentari italiani, diventate nostri testimoni”. Ha detto di non essere preoccupato di tramandare la memoria dello sterminio nazista quando non ci saranno più reduci e testimoni diretti dell”orrore dei campi, Elie Wiesel, lo scrittore ebreo premio Nobel per la Pace, l”unico sopravvissuto della sua famiglia all”inferno di Auschwitz e di Buchenwald. Il nodo, ha spiegato Wiesel, è che dopo lo sterminio di sei milioni di persone “il mondo si è rifiutato di ascoltare, imparare: altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Rwanda, la Bosnia, il Darfur e come possiamo comprendere l”antisemitismo oggi? Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall”antisemitismo, cosa potrà farlo?”.

Il premio Nobel ha anche invocato l”arresto del presidente iraniano Ahmadinejad, che si ostina a negare l”Olocausto e dichiara di voler distruggere Israele, e la sua traduzione davanti alla Corte dell”Aia per crimini contro l”umanità. E ha chiesto alle autorità italiane di adoperarsi, per primi a livello internazionale, per fare in modo che anche gli attentati suicidi siano considerati alla stessa stregua: crimini contro l”umanità. “Non servirà a fermarli – ha detto – ma forse fermerà i loro complici”.

Tantissime manifestazioni nel nostro Paese hanno dato ampio risalto al Giorno della Memoria. Mi auguro che veramente tutti ricordiamo tutto e che qualcuno organizzi i Giorni della Memoria per ricordare anche le “follie criminali” avvenute oltrecortina. Non esistono “follie dittatoriali” di destra o di sinistra. La follia è follia e va sempre ricordata- curata-combattuta.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

RICCHEZZA ESPRESSIVA DEL LINGUAGGIO GIOVANILE

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Nel dialogo che segue (neanche tanto inventato), i protagonisti discutono del linguaggio dei giovani, ed è uno spasso scoprire che è frutto di metafore e di associazioni di immagini.
Di Giovanni Ariola

– Non so – afferma il dottorino visibilmente soddisfatto di poter portare una sua personale esperienza nel colloquio che si sta svolgendo tra il prof. Carlo e il prof Eligio sul linguaggio usato dai giovani – da dove vengano fuori certe parole, da chi siano state pronunziate per primo, nè se abbiano una etimologia individuabile. Sono neologismi anomali, parole a volte inventate, altre volte trasformate, perfino stravolte nel significato e costituenti una lingua senza storia.

Con i miei compagni di liceo usavamo dire di qualcuno di noi che aveva fama di iettatore: porta seccia con la variante: è una seccia. Riflettendo sulla parola, poichè seccia è la versione dialettale di seppia ed è, per traslato, metafora di grullo, stupido, non si capisce come si arrivi al concetto di iella, sfortuna per il quale tra l”altro già esiste, sempre nel linguaggio giovanile, la parola sfiga con i derivati sfigato e sfigata, regolarmente registrati come termini colloquiali dai dizionari della lingua italiana. Ho consultato vari vocabolari dialettali. Essere seccia = essere minchione (Antonio Altamura) oppure essere grullo, sciocco (Francesco D”Ascoli). Fare “a seccia = fare lo spaccone (Altamura e D”Ascoli che spiega il traslato con l”abitudine del mollusco di avvolgersi in una cortina fumosa per nascondersi nei momenti di pericolo e richiama a tal proposito il dialettale fummo).

Il D”Ascoli registra anche mena” “o nniro “e seccia = gettare fumo negli occhi; malignare su qualcosa; allora ho pensato che si potrebbe partire da questa espressione per spiegare l”origine del significato di portare sfortuna. Insomma colui che porta iella (anche portasfiga) sarebbe una seccia, uno che mena “o nniro “e seccia, del nero inteso come influsso dannoso sulle persone e sulle cose che incontra.

– La ricostruzione – interviene il prof. Carlo – mi sembra verosimile e fondata, ma il passaggio metaforico può essere stato un fatto casuale non consapevole.

– Certo, come per la parola palla che per essere un oggetto pieno di aria, praticamente vuoto, passa a designare metaforicamente da una parte la bugia, che è un”affermazione priva di fondamento, falsa, dall”altra la persona che è vuota di materia grigia, stupida e in quanto tale fastidiosa, noiosa. Da palla l”altro traslato palloso e l”espressione che palle! Credo però che sia intervenuta nel tempo un”associazione di concetti e sia scattato un riferimento alle palle come testicoli come dimostrano le varianti di palloso = abboffapalle e rompipalle.(L”Altamura registra: nun m”abbuffà “a guallara!)

– Senza alcun dubbio – ammette il prof. Carlo – Una delle caratteristiche del linguaggio giovanile è proprio questa abbondanza di attività metaforica, conseguenza di una intensa e vivace attività associativa soprattutto di immagini più che di concetti, con una predominanza di riferimenti espliciti o semplicemente allusivi agli organi sessuali. Vedi le parole figo e figa (con le varianti fico e fica) per indicare un bel ragazzo o una bella ragazza Una volta ai tempi miei si sarebbe detto rispettivamente fusto e schiocca (quest”ultimo termine è forse variante fonica, ma anche credo una versione purgata e ingentilita di gnocca = organo sessuale femminile e quindi, per metonimia, ragazza molto attraente).

– Ci siamo alquanto allontanati – interviene il prof. Eligio – dall”assunto iniziale del nostro discorso. Assodato che il linguaggio giovanile è una sorta di gergo di gruppo tendente a fondare una identità interna, insomma un mezzo di riconoscimento tra pari e un segno di appartenenza ad un gruppo, per distinguersi dalla comunità degli adulti, anche se non necessariamente con l”intenzione di rendersi ad essi incomprensibili, c”è da chiedersi: come deve comportarsi la scuola nei confronti di questo linguaggio? Continuerà ad espungerlo in nome di un linguaggio standard, piuttosto astratto in verità, stabilito artificiosamente e imposto dall”alto, o deve essere più permissiva?

Anche in considerazione del fatto che è difficile trovare oggi modelli validi universali da proporre, visto che gli scrittori attuali accolgono nei loro scritti non solo queste parole ed espressioni del gergo colloquiale ma, per una esplicita intenzionalità mimetica e anche per una precisa concezione estetica, che vuole essere realistica, utilizzano ogni tipo di linguaggio che trovano nella realtà dei parlanti intorno a loro.

– Concordo con quello che dici. – aggiunge il collega – La domanda di fondo è ancora: quale italiano oggi? Anche perchè si è constatato che molti studenti lasciano la scuola senza sapere scrivere correttamente, commettendo errori di grammatica e in particolare di sintassi, e mostrando di possedere, come ha denunciato recentemente l”Accademia della Crusca, un lessico povero e improprio. Che deve fare la scuola? Bisogna darle atto che negli ultimi decenni si è molto aggiornata, almeno stando alle dichiarazioni e ai documenti programmatori. Non si sa poi nella prassi. La scuola, dunque, ha capito che deve stare al passo con i tempi e si è convertita finalmente al plurilinguismo.

Ma il punto dolente resta quello di svecchiare le tecniche didattiche. La tanto sbandierata educazione linguistica quasi sempre si riduce ad una lezione tradizionale. La scuola dovrebbe svolgere il suo ruolo che è quello di insegnare a conoscere e saper utilizzare il codice lingua con i molteplici sottocodici, linguaggi settoriali e gerghi, nonchè i vari registri e a contestualizzarli. Insomma i ragazzi dovrebbero imparare a scomporre e ricomporre la lingua in mille modi diversi: per far ciò, si dovrebbe attivare in ogni aula un laboratorio linguistico:.

Ha ascoltato le ultime affermazioni il prof. Piermario Z., che il prof. Geremia chiama oppositivamente ma scherzosamente, con rima pertinente e significativa, il rivoluzionario, e talvolta l”incendiario, appena entrato e impegnato a liberarsi, con qualche imprecazioncella tra i denti, di un vecchio trencio ( italianizzato dall”ingl. trench, impermeabile con cintura in vita; lo indossava il tenente Sheridan in una serie televisiva di telefilm polizieschi), sempre quello, a memoria di quanti lo conoscono, completamente zuppo.

– La scuola, secondo me – interviene con la irruenza e la foga abituali – dovrebbe essa stessa:. andare a scuola Sì, tanti professoroni che vi insegnano ovvero che presumono di insegnare, dovrebbero rimettersi a studiare per capire che cosa e come devono insegnare. Ma vi rendete conto che ci troviamo di fronte ad una mutazione antropologica. È cambiata la forma mentis dei nostri ragazzi che sono stati definiti digital natives. (continua)

IL DIALOGO PRECEDENTE

LE VOCI DELLA MEMORIA

Con il progetto “Scuole Aperte”, si discute anche di Shoah e della questione israelo-palestinese. Si riflette sul XX secolo e sui conflitti e stermini che il mondo ha dovuto conoscere.
Di Annamaria Franzoni

Agli appuntamenti del mercoledì di “Scuole Aperte” al Mercalli, che riprenderanno dal prossimo 3 febbraio, da qualche settimana si sono aggiunti quelli del martedì sui “Conflitti e gli stermini nel XX secolo” tenuti dal Prof. Francesco Soverina .
I ragazzi delle IV e delle V classi del Liceo Mercalli, infatti, stanno affrontando, di settimana in settimana, gli scottanti temi della Shoah e la questione israelo-palestinese, nell”ambito del Progetto Scuole Aperte.

Gli obiettivi, che tale attività extracurricolare si propone, sono finalizzati all”attivazione di una coscienza storico-culturale e allo sviluppo di uno spirito critico che consenta il riconoscimento del proprio e dell”altrui contesto storico culturale, per crescere nel rispetto reciproco.
I giovani liceali sono coinvolti in attività laboratoriali pomeridiane che li vedono protagonisti di una formazione partecipata e condivisa, animata magistralmente dal prof. Soverina, che li ha guida in un percorso di ricerca alla scoperta della ricchezza dell”altro, del valore della diversità e delle differenze, per individuare, attraverso la ricerca storica, le risorse umane presenti in ogni persona, favorendo il superamento di fobie legate a chi non si conosce e la riduzione dell”indifferenza culturale e sociale.

La proiezione di scene selezionate da film come -Amen, Il pianista, La tregua, Il bambino dal pigiama a righe-, la lettura di brani tratti dal -Settimo milione- di Tom Segev, -le riflessioni sulla Nakba-, sulla prima Intifada, la visione di brani del film -Valzer con Bashir-, il documentario sulla distruzione della città di Jenin, stimoleranno nei nostri giovani conoscenze significative e riflessioni che arricchiranno il percorso della loro formazione di cittadini attivi e consapevoli.

La loro esperienza di studio sarà inoltre arricchita dalle lezioni e da strumenti didattici curati dallo stesso prof.Francesco Soverina e realizzati dall”ICSR sullo sterminio nazista e sul conflitto israelo-palestinese.
Auguriamo ai nostri giovani e al loro docente un buon lavoro.

LA RUBRICA

IL BURNOUT. OVVERO, “MORIRE PER IL LAVORO E PER LA PROFESSIONE”

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Insegnanti e infermieri sono le categorie più esposte al rischio di ammalarsi della sindrome di Burnout. Cosa fare e come sfuggire alla sensazione di “sentirsi bruciati”.
Di Silvano Forcillo

“Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l”ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”. (Pablo Neruda)

La sindrome da Burnout, o più semplicemente burnout è il risultato di disturbi e di patologie derivanti da un grave stress fisico, psicologico ed emotivo che colpisce particolarmente le persone che esercitano le professioni d”aiuto: medici ospedalieri, medici di base, infermieri, insegnanti, educatori, poliziotti, poliziotti penitenziari, vigili del fuoco, carabinieri, psichiatri, psicologi, avvocati, assistenti sociali, fisioterapisti, personale della protezione civile, operatori del servizio civile, qualora essi non rispondano in maniera adeguata e in modo efficace ai carichi eccessivi di stress, che il loro lavoro li porta ad assumere.

Gli studi più recenti compiuti sulla sindrome da burnout hanno messo in evidenza tre particolari dimensioni, attraverso le quali si manifesta il burnout:

1) il deterioramento nei confronti del lavoro;
2) il deterioramento delle emozioni e dell”entusiasmo, che erano originariamente associate al lavoro;
3) il deterioramento dell”adattamento tra persona e ambiente lavorativo e tra persona e lavoro.

La prevalenza della sindrome da burnout, nelle varie professioni, pur non essendo stata ancora chiaramente definita, sembra essere molto elevata tra gli operatori sanitari, in modo particolare tra gli infermieri (il 40% degli infermieri ospedalieri rischia un elevato livello di burnout) e tra gli insegnanti (il 45% degli insegnanti va incontro ad elevati e allarmanti livelli di burnout).

Gli infermieri e gli insegnanti, quindi, così come dimostrano i dati statistici, rappresentano le due figure professionali più a rischio di burnout. Fare l”infermiere significa prendersi concretamente, faticosamente e continuamente cura della persona malata; soddisfare e appagare il più vitale dei bisogni umani: non soffrire, non provare dolore e stare bene in salute, per potere vivere sani e sereni la propria vita.

Fare l”insegnante significa prendersi onestamente, sinceramente e amorevolmente cura dell”alunno; significa alimentare e tenere accesa, senza mai farla spegnere, la sacra fiamma della “motivazione cognitiva”, con la quale ogni essere umano nasce, e con la quale, ogni uomo venuto al mondo, cresce, matura, sperimenta, progetta e costruisce la propria vita; fare l”insegnante, quindi, significa soddisfare e mai tradire l”irrinunciabile bisogno, insito in ogni alunno di conoscere, capire, osservare, sapere, scoprire, sperimentare e poter progettare e costruire la propria vita e la propria autorealizzazione.

La categoria degli infermieri e degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress di tipo professionale e la natura di queste due professioni seppure diverse, per la loro peculiare complessità e le specifiche difficoltà, se ricondotte allo specifico scenario scolastico e sanitario italiano, presentano lo stesso elevato rischio di burnout e simili problematiche che ad esso possono condurre:

  • la tipicità della professione insegnante: il difficile e delicato rapporto con studenti e genitori, classi numerose, situazione di precariato, conflittualità e rivalità tra colleghi, costante necessità di aggiornamento professionale, la rapida trasformazione della nostra società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale (crescita del numero degli studenti extracomunitari), il continuo evolversi delle nuove tecnologie (internet e informatica), il rincorrersi delle continue riforme (decreti delegati, autonomia scolastica, innalzamento della scuola dell”obbligo, riforma dei licei, ecc.), il difficile passaggio dall”individualismo al lavoro in team (più docenti per classe, ritorno al maestro unico, le compresenze), il mancato riconoscimento del ruolo istituzionale attribuito all”insegnante e il mancato riconoscimento retributivo (stipendio insoddisfacente e scarsa considerazione da parte dell”opinione pubblica)

  • la tipicità della professione infermiere: il difficile e delicato rapporto con i malati e i loro parenti, carenza di posti letto, malati sistemati su barelle nei corridoi, situazione di precariato, conflittualità e rivalità tra colleghi, costante necessità di aggiornamento professionale (gli ECM – Educazione Continua in Medicina), la rapida trasformazione della nostra società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale (crescita del numero dei malati e dei degenti extracomunitari), il continuo evolversi delle nuove tecnologie (internet e informatica), il rincorrersi delle continue riforme (eutanasia, testamento biologico, pillola abortiva, accanimento terapeutico, obiezione di coscienza), il mancato riconoscimento del ruolo istituzionale attribuito all”infermiere e il mancato riconoscimento retributivo (stipendio insoddisfacente e scarsa considerazione da parte dell”opinione pubblica).

Queste figure professionali sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona “aiutata”. Ne consegue che, se non adeguatamente sostenuti, facilitati e incoraggiati, questi soggetti cominciano a sviluppare e a risentire di un lento, inesorabile e graduale “logoramento”, o “esaurimento” psicofisico dovuto alla scarsità di energie e all”impossibilità di scaricare lo stress accumulato. In queste condizioni può anche accadere che questi professionisti si coinvolgano eccessivamente e/o negativamente con la persona “aiutata” facendosi un carico smisurato delle problematiche delle persone di cui sono responsabili e a cui devono badare e non riuscendo più a differenziare tra la loro vita e la vita dell”altro, vanno, in questo modo, inevitabilmente incontro ad una dolorosa depersonalizzazione, all”esaurimento emozionale e al tradimento dell”originaria ed entusiastica motivazione, con la quale si era consapevolmente scelta la propria attività lavorativa.

Le reazioni di adattamento che i singoli individui, sia insegnanti che infermieri adottano per far fronte al burnout, nel tentativo di opporsi ad una situazione che, se non affrontata per tempo e in modo efficace, può degenerare in malattia psicofisica, sono diversificate, a seconda dell”azione strategica, che si pensa di mettere in atto:

  • azioni dirette, cioè azioni e comportamenti, che tendono a volere vivere positivamente la situazione e a focalizzarsi sul problema piuttosto che sullo stato d”animo, o sulle personali emozioni suscitate dallo stesso.

  • azioni diversive, cioè azioni che mirano a evitare l”evento, adottando un atteggiamento e un comportamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di estranei.

  • azioni di fuga o di abbandono dell”attività, per salvarsi dalla situazione stressogena.

  • azioni palliative, cioè assumere comportamenti basati sul ricorso a sostanze, come caffè, fumo, alcool, farmaci, caramelle, dolci.

Tuttavia, un vero, efficace e significativo modo di prevenire il burnout, o di intervenire sull”insegnante, o sull”infermiere affetto da burnout è quello di attivare, a livello socio-istituzionale, o a livello personale un progetto terapeutico, attraverso un “sostegno di counseling”, o un “sostegno psicoterapeutico” personalizzato, che si prefigga di raggiungere quattro obiettivi uguali per tutti:

  • ridurre, ridimensionare, o meglio ancora, eliminare, le proprie aspettative rispetto al lavoro e all”apprezzamento che desideriamo ricevere dagli altri attenendosi il più concretamente e consapevolmente possibile alla realtà. È bene ricordare, che aspettativa è sinonimo di delusione e frustrazione.

  • Enfatizzare gli aspetti positivi del proprio lavoro ed evitare di concentrarsi e fermarsi unicamente e ossessivamente su quelli negativi e frustranti.

  • Coltivare interessi al di fuori del lavoro ed evitare di portare con sè e nei luoghi, al di fuori del lavoro, (in casa, nel rapporto coniugale e in quello genitoriale, nel gruppo di amici e nei momenti di divertimento e piacere) le problematiche professionali e lavorative.

  • Lavorare in compagnia, in team o in equipe, per non avvertire la solitudine e il peso della incomprensione e per potere condividere lo stress e le difficoltà dell”attività lavorativa.

A questo punto, credo che sia chiaro a chi legge, che il corretto approccio alla soluzione di un fenomeno così complesso e invalidante, come il burnout, sia l”intervento che preveda un”azione a livello personale con un supporto tecnico/specialistico, come la psicoterapia individuale, o di gruppo, o il setting di counseling, sanitario o scolastico. L”intervento specialistico di tipo psicologico deve tendere ad aiutare il soggetto a reimpostare la propria vita, la propria attività professionale e la relazione interpersonale. Un intervento particolarmente efficace, per la prevenzione dalla sindrome da burnout e per la guarigione di chi ne è affetto, è dato dalla psicoterapia di gruppo.

La psicoterapia di gruppo, infatti, riduce il senso di solitudine e di abbandono e migliora il sentimento di collaborazione e di aiuto reciproco, per questo risulta particolarmente indicata, nell”affrontare problematiche di tipo professionale, mancanza di autostima, disturbi d”ansia, comportamenti compulsivi, relazioni conflittuali, condizioni in cui è estremamente utile potersi confrontare con persone che hanno problemi similari, vedere come li affrontano e imparare vicendevolmente.

L”esperienza della psicoterapia di gruppo, soprattutto quelle ad approccio umanistico-esistenziale, promuovono l”autoconsapevolezza, l”autofiducia e l”autorealizzazione, peraltro, caratteristiche peculiari della “persona che funziona ad alto livello”, ovvero la persona perfettamente integrata (che tiene ben unite la dimensione cognitiva e quella emotiva), capace di ascoltare i suoi sentimenti in modo diretto e consapevole, senza sentirsi minacciata nè inadeguata nei confronti della vita, del lavoro e degli altri. Questa persona non sarà mai a rischio di burnout, perchè sa valutare in modo reale e ottimista il mondo in cui vive e la realtà che lo circonda.
(Fonte foto: Rete Internet)

ARGOMENTI GIÁ TRATTATI

PILLOLE DI “900. L’ITALIA CORRE VERSO GLI ANNI “90

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L”Italia di questi anni ha il vento in poppa, è cambiata, diventata più ricca e più disincantata.
Di Ciro Raia

In seguito ad una emorragia cerebrale, che l”ha colpito nel corso di una manifestazione politica a sostegno del voto per le europee, a Padova, l”11 giugno 1984, muore Enrico Berlinguer, il segretario generale del PCI. Berlinguer è stato l”uomo che ha marcato l”autonomia dei comunisti italiani da Mosca, che ha fatto della questione morale il suo obiettivo principale, che ha dato un importante contributo alla sconfitta del terrorismo.

Nel giorno del suo funerale, Sandro Pertini, il Presidente della Repubblica, lo saluta come un figlio ed un compagno di lotta; il Papa Giovanni Paolo II esprime profondo dolore e rispetto; Il Secolo d”Italia, l”organo di stampa del MSI, gli dedica un ricordo commosso e reverente. A Berlinguer succede Alessandro Natta.
Mentre il Presidente del Consiglio dei Ministri, Craxi, ed il cardinale Agostino Casaroli firmano il nuovo Concordato -ispirato a principi di maggiore indipendenza reciproca tra Stato e Chiesa-, ad Andreotti, ministro degli Esteri, si chiedono le dimissioni, perchè accusato di aver coperto e sostenuto il bancarottiere Michele Sindona.

Intanto, il boss Tommaso Buscetta (più volte arrestato e condannato per mercato nero, contrabbando del tabacco, traffico di stupefacenti), detto anche il boss dei due mondi o don Masino, comincia a collaborare col giudice Giovanni Falcone alla ricostruzione ed all”organizzazione della struttura di Cosa Nostra, contribuendo, così, a smantellare un sistema di potere illegittimo ed a lungo ritenuto inattaccabile.

Non si fermano, purtroppo, le stragi terroristiche. La sera del 23 dicembre 1984, in un tunnel nei pressi di S. Benedetto Val di Sembro, una bomba sventra il treno Rapido 904 Napoli-Milano. Si contano 15 morti ed oltre 100 feriti. Il giornalista Enzo Biagi scrive: “Perchè la morte, e in questo modo? Quali colpe ha questo popolo, che quando riacquista fiducia, viene ributtato nello sgomento? Anche nel male c”è misura: San Benedetto in Val di Sambro mi sembra ancor peggio di Marzabotto. Perchè alla violenza crudele sia aggiunge la viltà. Le truppe di Reder avevano una divisa, e firmavano i loro delitti: questi sono fantasmi che vogliono nascondere la loro bassezza e la paura anche a se stessi”.

L”Italia ha subito un profondo cambiamento. Si emoziona ad ogni strage e, contemporaneamente, si allontana sempre più dalla politica del Palazzo. Si chiude, quasi, in un individualismo preoccupante, causato anche dal forte miglioramento del tenore di vita. Negli ultimi venti anni (1962-1982), infatti, i consumi sono stati sempre in crescita. Per esempio, per la carne bovina il consumo è passato da 15,6 chilogrammi annui a testa a 25, 1 chilogrammi; per il pesce fresco da kg. 5,5 a kg. 9,7; per il formaggio da kg. 9,2 a kg. 15,1; per il caffè da kg. 2,2 a kg. 4,1. Il benessere della nazione si riscontra (sempre nel periodo 1962-1982), inoltre, nella lunghezza della rete autostradale (da 1351 a 5901 km) e delle strade statali (da 33.203 a 45.147 Km.), nel numero dei motoveicoli ed in quello delle autovetture (da 59 a 346 per ogni mille abitanti). Anche l”uso dell”aereo negli spostamenti degli italiani raggiunge numeri impensabili: da 2.374.664 passeggeri, nel 1962, a ben 14.251.171, nel 1982.

Inutile sottolinearlo, aumentano i consumi, la spesa per i divertimenti ed anche la busta paga: il salario di un bracciante avventizio (sempre nel periodo 1962-1982) è cresciuto di ben 36 volte; quello di un operaio di 17 volte, quello di un ferroviere di circa 13 volte! Aumentano, però, anche le frodi alimentari. Nel 1986 scoppia lo scandalo del vino adulterato al metanolo, che provoca 23 morti e molti casi di cecità. Il danno che ne consegue all”esportazione è di circa 600 miliardi di lire!
(Fonte foto: www.claudiocaprara.it)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

AVATAR, OVVERO IL CONTRARIO DI TUTTO. E ALLORA: AUGURI GELMINI!

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Avatar è una lettura trasformata della realtà che cambiamo a seconda della convenienza. Rasenta l”opportunismo ma è più sottile; è “dicere che Dio nun è Dio!”

Caro Direttore,
prima della visione del film (dopo avere assistito alla proiezione è diventato di più facile comprensione) mi sono chiesto il significato della parola sanscrita “avatar”. Ho appreso che, originariamente, significava “discesa in terra” e, successivamente, nella naturale evoluzione della lingua, è divenuta sinonimo di “trasformazione”, “ripresentazione”. Mi sono posto questo interrogativo, cercando di dare risposte alla naturale curiosità che mi connota nel cercare di capire fatti, persone e, ovviamente, parole che mi circondano.

Frequentando, per la mia attività professionale, il mondo dei giovani, non volevo, infatti, farmi trovare impreparato e incompetente così come lo fui nell”ascoltare, per esempio, neologismi (?) quali “sclerare” (star fuori di testa per la rabbia), “darsi un fiocco” (baciarsi con la lingua), “flasshare” (immaginarsi qualcosa), “pisciare” (andarsene, lasciarsi).
Dunque, avatar è una ripresentazione, una lettura trasformata e contaminata della realtà. È, forse, la descrizione di un nostro modo di vivere e di intendere la realtà, che, a secondo dello spirar del vento, il bianco lo fa diventare nero (e viceversa) o, come diceva un vecchio e saggio contadino di mia conoscenza, “è cazzo “e dicere che Dio nun è Dio!”.

Non si riesce a ben capire se abbiamo finto prima o dopo, se (quando e perchè) abbiamo creduto in una cosa o in una persona e poi l”abbiamo abiurata, se tutto è avvenuto per convenienza, superficialità, ignoranza o costume mentale. “Tutti viviamo, in maniera parziale ma permanente, subendo l”inganno oppure praticandolo, raccontando soltanto una parte, nascondendo un”altra parte e mai le stesse parti alle diverse persone che ci circondano.”, (Javier Marìas, “Domani nella battaglia pensa a me”, Einaudi, 1998).

Caro Direttore, l”ingiuria del tempo, che inesorabilmente passa, non mi ammorbidisce, anzi! Forse, come tutti, in talune situazioni pratico anch”io l”inganno (chi è senza peccato, scagli la prima pietra!), ma, sino all”ultimo rantolo, non sono disposto ad ingannarmi nè a farmi ingannare. Credo di avere avuti –senza presunzione alcuna- buoni maestri sia ingannatori che iningannabili. Perciò, non posso accettare che cambino i giudizi, le posizioni, gli sguardi lunghi. Certo, ogni cosa è soggetta a revisione ed ogni revisione, se correttamente suffragata da pezze d”appoggio, aiuta a capire meglio, ad approfondire, a riconsiderare (non per comodo), a risintonizzarsi. Insomma, una specie di resettaggio dopo l”attacco di ignominiosi ed ignobili hacker!

Però, creare avatar (specie simbolici) dovrebbe essere difficile e, invece, è esercizio quotidiano. Così avviene che tutto ciò che ci può dare un vantaggio costituisca un merito. Se amministratori incapaci (ma anche ladri) ci favoriscono, invochiamo per essi la ragion di Stato. Se, per convenienza, dobbiamo rivedere una nostra posizione, ci inventiamo il contesto, il retroterra culturale, il disagio della scelta, il travaglio psicologico, gli schemi dell”epoca, la tradizione, la consuetudine e non so quante altre cose.

La delimitazione dei confini del Parco del Vesuvio è stata, in principio, una intelligente intuizione per la salvaguardia e la conservazione dell”ambiente; ma è diventata, in seguito, una iattura per la popolazione che l”ha subita. Il varo della legge regionale per il divieto di costruire nella “zona rossa” (quella a rischio sismico e vulcanico) è stata, in principio, una norma di grande spessore civile; ma è stata trasformata, in seguito, in una norma fallimentare, che “ha impedito a poveri cittadini di ricorrere alla possibilità di non essere sradicati dalla propria terra” (e, magari, di morirci anche).

Il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, è stato salutato, in principio, come uno dei politici ed amministratori tra i più accorti, intelligenti e progressisti; in seguito, invece, è stato additato come uno che delle istituzioni ne ha fatto un feudo, come uno di cui bisogna sbarazzarsi subito, quasi puzzi o abbia la rogna. E si potrebbe continuare con sindaci-mito diventati sindaci-spazzatura, con educatori diventati corruttori, con fascisti diventati comunisti (sì lo so, non esistono più nè gli uni nè gli altri, ma è un modo di dire!), con militanti di sinistra diventati militanti di destra, con i convinti assertori delle primarie per la scelta dei candidati (già precedentemente scelti dalle oligarchie di partito) diventati ancor più convinti assertori dell”inutilità delle primarie, intese come una burla, una prestidigitazione, come il fare uscire un coniglio dal cilindro o esser capaci di riconoscere l”asso di cuore in un mazzo di 56 carte!

Dopo che il ministro leghista dell”Interno, Roberto Maroni, è stato nel casertano, il responsabile dell”ufficio scolastico di quella città –su indicazione della Prefettura- ha ritenuto doveroso emanare una circolare, indirizzata a tutte le scuole della provincia e volta ad avere dati “sulla presenza degli alunni stranieri e sulla dispersione scolastica”. Un vero censimento sugli studenti stranieri di recente immigrazione (ultimi tre anni), su quelli di seconda generazione, sui comunitari e sui nomadi. Vuoi vedere che si tratta dell”istruttoria per l”applicazione del famoso o famigerato tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi?

“Muore ignominiosamente la Repubblica./ Ignominiosamente la spiano/ i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti./ Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto./ Ignominiosamente si azzuffano tra di loro i suoi sciacalli./ Tutto accade ignominiosamente, tutto/ meno la morte medesima –cerco di farmi intendere-/ dinanzi a non so che tribunale/ di che sognata equità. E l”udienza è tolta”, (Mario Luzi, in “Al fuoco della controversia”, Garzanti, 1978).

Caro Direttore, mi chiedi, in questo caso, qual è l”eventuale quanto possibile avatar? Penso possa essere individuato nella contraddizione dei pensieri e delle parole, nelle mode contrastanti, nei lager dei comportamenti, nel gioco degli opposti: la solidarietà e l”egoismo; gli stranieri siamo noi e abbasso gli stranieri; il terzo tempo nelle partite di calcio e i cori contro Balotelli; il papa Karol Wojtyla ed il vescovo Richard Williamson; “Vorrei la pelle nera” e “La terra dei cachi”.

Direttore, a mezzanotte di venerdì scorso, davanti al sindaco di Sirmione (“Paene insularum insularumque, ocelle”, Catullo, XXXI), si è sposata Mariastella Gelmini, Ministro della Pubblica Istruzione. Verrebbe facile dire che “chiù nera d”a mezanotte nun po” venì!”. Ma, forse, nei giorni delle simulazioni, degli sfarzi, delle ipocrisie, sarebbe stato desiderio di molti indirizzarle un messaggio-avatar: “a te, xke cmq tvb”.
(Fonte foto: Rete Internet)

IL PROBLEMA DEI RIFIUTI NON É STATO RISOLTO

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La questione è scomparsa da TV e giornali, ma esiste e continua a provocare danni. Occorre chiarezza sulla Tarsu e decidere già da ora, e in modo definitivo, che a Terzigno non va aperta nessuna discarica.
Di Amato Lamberti

Di rifiuti non si parla più. Il problema sembra scomparso dalla Campania. In realtà è solo scomparso da giornali e televisioni, ma questo basta, nell”epoca di “second life”, o, se volete, di “Avatar”, per cancellare dall”agenda istituzionale la questione che ha caratterizzato gli ultimi tre o quattro anni di dibattito politico.

Naturalmente, restano tutti i problemi, a cominciare da quello dei rifiuti sversati illegalmente per le strade e le campagne, per finire alla raccolta differenziata che non decolla, alle discariche aperte e da aprire anche nelle aree a forte tutela ambientale, all”utilizzo di un termovalorizzatore blindato nel suo funzionamento per cui non si riesce nemmeno a sapere la quantità di rifiuti trattati e la composizione delle ceneri che comunque si prevede di smaltire nella discarica di Terzigno. Se ne continua a parlare solo perchè la Tarsu, la tassa per lo smaltimento rifiuti, ha raggiunto livelli impensabili e del tutto ingiustificati per i cittadini.

Non per gli amministratori che usano la tassa sui rifiuti per mettere le mani nelle tasche dei cittadini, e quindi aumentare le tasse, senza farsene accorgere, proprio come provetti borseggiatori. Naturalmente la giustificazione è che la legge impone di coprire al 100 % le spese del servizio, ma a parte il fatto che si potrebbe lavorare sulla riduzione dei costi, utilizzando meglio il personale e recuperando soldi dal conferimento delle frazioni differenziate (a proposito che fine fanno, visto che nei bilanci non compaiono?), qualcuno deve spiegare come mai con i soldi della Tarsu si fanno anche altre cose, le più diverse, dall”illuminazione stradale, ai marciapiedi, a lavori stradali di somma urgenza.

L”impressione, anzi la certezza, è che la Tarsu venga impiegata come fondo strategico di riserva dalle amministrazioni comunali per affrontare situazioni che richiedono pronta disponibilità di denaro in cassa. Si comprende così anche la reazione di tutti i sindaci a trasferire la riscossione della Tarsu all”amministrazione provinciale cui sono passate, finito il commissariamento, le competenze del piano rifiuti. Ma il problema, che non può essere lasciato galleggiare nel vuoto mediatico in attesa della sua riesplosione per una qualsiasi ragione anche casuale, resta quello dei rifiuti perchè nessuno può affermare che sia stato chiuso il ciclo integrato della raccolta e smaltimento rifiuti.

Innanzitutto resta aperta il problema delle discariche di Terzigno, nel cuore del Parco del Vesuvio, in una zona densamente abitata, tra coltivazioni agricole di grande qualità che rischiano oltre all”immagine anche la sopravvivenza, con investimenti nel settore turistico, in ripresa dopo la riapertura della strada Tirone per il Vesuvio, che rischiano di essere vanificati.

La decisione sulla riapertura della discarica in località Cava Vitiello è stata rimandata a dopo le ormai prossime elezioni regionali, e quindi al nuovo Presidente e al nuovo Consiglio, con il rischio che, per le esigenze di smaltimento nel frattempo inevase, si proceda ad una apertura manu militari della discarica incuranti delle legittime proteste dei cittadini, in allarme per la propria salute, e degli imprenditori, preoccupati per i loro investimenti.

Sarebbe bene, quindi, che del definitivo accantonamento, come io credo necessario, della decisione di riaprire Cava Vitiello si discutesse oggi, misurando anche le intenzioni delle forze politiche e dei candidati Governatori. Perchè è un problema politico, prima che tecnico. Le discariche, come mezzo e strumento di smaltimento dei rifiuti, vanno abbandonate e superate con impianti di digestione anaerobica che occupano poco spazio, non inquinano, non producono residui da smaltire a loro volta, e, economicamente, producono profitti, con la produzione di energia, che possono essere utilizzati anche per abbassare i costi dello smaltimento e le tasse per i cittadini.

Anche per la raccolta differenziata il problema è il riutilizzo delle frazioni differenziate. In Campania mancano gli impianti per il recupero e il riutilizzo dei materiali differenziati e di conseguenza si procede o allo stoccaggio o alla cessione più che alla vendita dei materiali differenziati. A fare affari sono gli imprenditori, soprattutto di altre regioni, che non pagano la materia prima ma realizzano prodotti spesso con notevole valore aggiunto. Beneficio per i cittadini e per le amministrazioni: niente.

Penso che ci sia materia per aprire un confronto serio tra cittadini e forze politiche per costruire nuovi scenari nei quali le esigenze dei cittadini di tutela della salute, di aumento della qualità della vita, di difesa delle attività produttive, a partire da quelle legate al territorio e alle sue tradizioni, siano considerate prioritarie e intoccabili.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

POMIGLIANO. PARTECIPAZIONE ATTIVA ED ETICA DEL BUON AMMINISTRATORE

L”Osservatorio “V. Bachelet”: una realtà e una presenza per la città.
Di Don Aniello Tortora

Ho partecipato lunedi sera (25 gennaio) al secondo incontro pubblico dell”Osservatorio cittadino “V. Bachelet”, di Pomigliano d”Arco, espressione dei cristiani laici impegnati nell”Azione Cattolica delle parrocchie della città.
Incontro interessantissimo, molto partecipato e attuale (come alcuni intervenuti hanno evidenziato). È ciò che serve, in questo momento storico, alle comunità cristiane e alla città tutta.

È stato distribuito anche un opuscolo che poi è stato illustrato egregiamente da Tommaso, Mimmo, Tina e Antonio, membri attivi dell”Osservatorio.
Voglio qui riportare alcuni stralci dell”opuscolo e che riguardano il senso della partecipazione attiva alla vita della città, dell”etica che deve avere un buon Amministratore e, soprattutto, di come si deve comportare un buon cittadino.

“La città è come la casa per una famiglia[…] La città è un laboratorio di convivenza, un luogo di crescita delle relazioni umane […] La città, per noi credenti, è soprattutto il luogo dove la storia degli uomini si intreccia con la storia della salvezza e sappiamo che entrambe si muovono verso la stessa direzione e la stessa meta: il Regno di Dio, Regno di Pace, di amore, di fratellanza e di giustizia”. (G. La Pira, Intervento al Comitato Internazionale della Croce Rossa)

Noi vorremmo
Un Amministratore che fosse:

1. Nella governance della città, guarda al “Bene Comune” come valore non negoziabile: la custodia e l”attenzione ai grandi temi dell”ambiente, sicurezza / legalità, urbanistica, siano principi sempre presenti nella programmazione della tua azione politica.
2. Conosci la città in ogni suo luogo, anfratto e periferia, custodiscila come si custodisce una casa che accoglie la famiglia; solo così potrai amministrarla lasciandoti guidare dal faro del suo bene.
3. Dai giusta importanza al confronto con le realtà giovanili presenti sul territorio, per creare/gestire spazi finalizzati alla formazione culturale giovanile.
4. Abbandona il vecchio stile di far politica: “Promettere senza preoccuparsi della possibilità di mantenere”. Promettere poco e mantenere quello che si è promesso è il primo canone dell”arte politica. Non usare i bisogni primari, specie delle fasce più deboli, per condurre la campagna elettorale.

5. Nel prendere decisioni, chiediti se le scelte che stai adottando siano conformi ai canoni di legalità e quindi non siano moralmente ricattabili.
6. Tieni presente sempre il principio di trasparenza e di responsabilità: dai ragione delle tue decisioni, non limitare l”informazione, sottoponiti al confronto con i cittadini in relazione alla carica ricoperta.
7. Non usare la tua influenza/potere per orientare:
a. L”assegnazione di qualunque tipo di beneficio ( appalti, sovvenzioni, contributi etc:);
b. La scelta di impiegati e collaboratori nell”ente non legata a criteri di competenza/merito.

8. Onora il tuo mandato valorizzando continuamente l”aggiornamento normativo, le competenze specifiche nelle materie per le quali sei chiamato a svolgere il tuo incarico;
9. Nel definire le priorità della tua azione politica, non orientarti a considerazioni di tipo economico o propagandistico: ogni piccolo problema merita attenzione e discernimento.
10. Abbi cura delle finanze a te affidate ispirandoti ai principi di economicità e razionalizzazione degli sprechi.

Noi vorremmo
Un Cittadino che fosse:

1. Prendi coscienza dell”importanza della partecipazione personale: una buona governance della città, richiede non solo un”amministrazione che abbia a cuore le sorti della città, ma anche la partecipazione attiva dei cittadini nella costruzione di progetti che abbiano come obiettivo centrale la qualità di vita delle persone e la realizzazione del Bene Comune.
2. Cerca di conoscere a fondo le problematiche della tua città per discernere le eventuali ragioni che ne impediscono il suo sviluppo integrale.
3. Preparati adeguatamente al voto. Studia criticamente i programmi dei candidati a sindaco prestando attenzione a che siano realizzabili e non frutto di campagna elettorale.
4. Partecipa alla vita socio – politico, anche attraverso la presenza ai consigli comunali : essi sono il mezzo per essere informati sia sul compimento delle promesse fatte dalla maggioranza, sia sulla giusta vigilanza che una buona minoranza deve compiere.

5. Collabora in maniera costruttiva con le istituzioni: questa è la strada per far vivere in maniera reale agli amministratori, i quotidiani bisogni dei cittadini (Cittadinanza Attiva)
6 . Non votare chi ti promette un posto di lavoro, considera piuttosto la politica occupazionale che il candidato intende attuare per la città. Il lavoro è un diritto, nessuno può commerciarlo come favore!
7. Nel definire il profilo del tuo candidato ideale tieni conto, dei suoi interessi, della sua moralità, della sua coerenza tra il dire e il fare, del suo rispetto della legalità e della giustizia e della sua modo di avere a cuore il bene della città. Non votare un candidato sol perchè ti è amico o parente o ti viene imposto.

8. La tua responsabilità verso una società giusta e legale, ti impone la denuncia di qualsiasi forma di illegalità di cui vieni a conoscenza (clientelismo, voto di scambio, concorsi e appalti pilotati etc..)
9. Dimostra di avere a cuore la tua città proponendo nel tuo quartiere esempi di vita civile a garanzia del rispetto dell”ambiente e della legalità.
10. Abbi a cuore l”ambiente della tua città informandoti sul consumo sostenibile e attuandolo e promuovendolo.
11. Non pensare solo a lamentarti; hai il dovere di denunciare le inefficienze dei servizi pubblici e lo stato di abbandono dei luoghi patrimonio della città.

Leggo sui giornali quello che sta accadendo per la formazione delle liste per le prossime elezioni.
Sarà necessario che tutti, non solo i candidati, ci “sottoponiamo” ad un vero e proprio esame di coscienza, se vogliamo che questa volta qualcosa veramente cambi nella concezione della cultura politica nel nostro territorio.

COME REAGISCONO I CITTADINI ALLA CULTURA POLITICA DOMINANTE

Partendo da argomenti già affrontati in articoli precedenti, è necessario fare il punto sulle reazioni dei cittadini, se e quando contrastano la cultura dominante.

Nella città del tiranno si possono formare due tipi di reazioni: una di opposizione e una di ribellione. Entrambe sviluppano il tema della ricerca di un contrasto alla cultura imperante, ma le metodologie che usano sono diverse.

La diversità dipende dalla tipologia della tirannide: se il tiranno è persona intelligente, come quelli della prima età greca (ricordiamo Clistene, tra essi), che ebbero comunque il merito di indebolire la classe aristocratica, aprendo la strada a nuovi equilibri, allora la città gode di un’opposizione creativa, di una fascia della popolazione che è attenta ad altri ideali politici, rispetto a quelli dominanti, ma se il tiranno è accecato dalla follia del protagonismo a tutti i costi il contrasto diventa ribellione.

Con l’avvento della democrazia in Grecia, infatti, il tiranno si connotò negativamente come il capo crudele, che usava un potere assoluto in modo arbitrario come appunto Dioniso di Siracusa, già citato nel predente articolo. Questa tipologia di tiranno genera la ribellione, una reazione compatta nella parte più viva e creativa della popolazione, che adotta a sua volta strumenti violenti di opposizione.
Cosa c’entra tutto questo con Berlusconi e le nostre città moderne?

Berlusconi coarta la ribellione, perchè traveste di sè stesso i suoi sudditi e quindi impedisce abilmente di far germinare il bisogno di spodestarlo. Come se non bastasse, poi, trova il tempo e l’abilità di originare lui stesso un’opposizione, la crea ad arte, in mancanza di un’efficace risposta dei gruppi politici che oggi si dicono avversari politici sia a livello locale, sia a livello nazionale.

A livello locale il potere si esprime solo nella clientela e l’opposizione lo segue ossequiente. Opposizione vuol dire, sviluppare una progettualità alternativa, che si radichi gradualmente nella città, invece nei nostri territori, tranne che in rari esempi, si traduce in convegni a cui partecipano gli stessi che li organizzano; in qualche sgrammaticato manifesto che non riesce a comunicare nemmeno un’informazione precisa e in lotte intestine all’interno dei partiti, di quei pochi che ci sono sempre stati, che conducono riti stanchi e impediscono a chicchessia di interloquire con logica civile.

A livello nazionale poi l’opposizione è incapace di esprimere unità e il dissenso trova spazio solo sui giornali o nelle trasmissioni televisive e si traduce in un litigio perenne, infecondo e sostanzialmente ridicolo.
In definitiva la città invisibile dell’opposizione è segnata dal terrore di caricarsi di una responsabilità e dalla mancanza di coraggio nel coltivarla: così la follia berlusconiana continua imperterrita e pervasiva.

LE CITTÁ INVISIBILI

ADOLESCENTI SUICIDI

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Non è semplice spiegare i motivi che spingono al suicidio un adolescente. Spesso però, la causa del comportamento insicuro e suicidario è tutta nell”interazione tra adulti e adolescenti.
Di Silvano Forcillo

Ecco un esempio di come, solitamente, l”adulto approccia, o cerca d”interessarsi di un adolescente: “:ciao come ti chiami? Quanti anni hai? Cosa fai, nella vita? Vai a scuola? Che classe frequenti? E vai bene a scuola? Ti piace studiare? Qual è la materia in cui sei più bravo? Sarai promosso quest”anno? Cosa farai da grande? …”.

Ecco un esempio di come, la maggior parte dei genitori, colloquia con i figli e s”interessa della loro vita, del loro modo di relazionarsi, comportarsi e vivere: “: ciao, sei tornato? Com”è andata oggi a scuola? Sei stato interrogato? Sei andato bene? Quanto hai preso? E com”è andato: (solitamente viene pronunciato il nome del migliore della classe, o dell”antagonista, o dell”amico più bravo)? Hai da fare molti compiti per domani? Dovrai essere interrogato in qualche materia? Organizzati bene e non perdere tempo, come al tuo solito e, soprattutto, non ridurti all”ultimo momento, come fai sempre!”.

“Ma mica andrai al calcetto, oggi, con tutti questi compiti da fare? Vedi che è già pronto per andare a tavola, sbrigati, vai in bagno, lavati le mani, mangia subito e vai a studiare e, mi raccomando, non accendere la play station, non navigare in internet e, soprattutto, non perdere tempo a chattare con gli altri! Non farmi litigare con tuo padre stasera, lo sai ti chiederà, se hai fatto i compiti, come hai trascorso la giornata, se hai perso tempo e, se mi hai fatto arrabbiare comportandoti male con me e con i tuoi fratelli!…”.

Ecco, poi, un esempio di come un genitore s”interessa molto seriamente e profondamente dei propri figli: “: ma ti senti bene? Cos”hai? Ti vedo così pallido! Ma cos”hai mangiato? Dove sei stato? Con chi sei stato? Ma c”è qualche problema? Hai fatto qualcosa di male? Guarda che io me ne accorgo e lo capisco subito, se c”è qualcosa che non va, lo sai, solo un genitore può capire un figlio, perciò è meglio che parli, che dici la verità e mi dici tutto:”.

Ed ecco, come fa, solitamente un insegnate, quando vuole interessarsi seriamente e profondamente dei suoi alunni: “:ma cosa ti sta capitando? È un po” di tempo che non vai più bene a scuola! Come mai non stai studiando più come sempre? Ma c”è qualche problema a casa? I tuoi vanno d”accordo? Litigano? Ti picchiano? Ma ti seguono nello studio? S”interessano dei tuoi compiti? Ti aiutano nel farli? Ti hanno messo un aiuto? S”interessano di come vivi, trascorri la giornata e di chi frequenti? Hai un problema d”amore? Stai assumendo qualcosa? Ti trovi nei guai? Ma sei incinta?…”.

Credo che, già questi pochi esempi del tipo d”interazione che, generalmente, s”instaura tra adulti e adolescenti, tra genitori e figli e tra insegnanti e alunni, potrebbe spiegare, se non addirittura costituire la principale causa del comportamento disorientato, insicuro, precario e suicidario degli adolescenti. Questi, infatti, sono, solo alcuni, dei classici esempi di come i cosiddetti “adulti”, siano essi genitori, insegnanti educatori, guide o, quant”altro, si attivano e si adoperano per garantire, agli adolescenti e ai giovani, salute, benessere, sicurezza, fiducia e speranza in un futuro migliore e realizzante. Gli adulti e la società degli adulti, infatti, anche, se onestamente e seriamente, sanno solamente essere pre-occupati per i giovani, i figli e gli alunni, cioè sanno solamente e unicamente perdersi nel Pre, piuttosto che, onestamente e seriamente occuparsi di loro.

Di cosa è fatto il “Pre“, in cui vivono, si perdono e muoiono gli adulti, facendo perdere, disperare e morire anche gli adolescenti di cui sono referenti, guide e responsabili?

Il Pre degli adulti è costituito solo dai fatti, dai doveri, dalle prestazioni, dagli obblighi, dalle critiche, dai giudizi, dalle esteriorità, dalle apparenze, dai confronti, dai paragoni, dai successi e dai fallimenti ed essi sanno relazionarsi, con i giovani solamente con questa modalità: “:hai studiato, hai fatto i compiti, hai ringraziato, hai risposto correttamente, ti sei comportato educatamente, hai lavato i denti, hai lavato le mani, hai cambiato i calzini, hai fatto il letto, hai fatto colazione? Hai mangiato tutto, hai messo in ordine la tua stanza, hai preparato la cartella, hai fatto i compiti, hai visto l”orario, hai detto?.., hai:, hai ..” .

Di cosa è fatto, invece, l””Occuparsi“, peraltro, uno stato d”animo e un modo di essere in cui dovrebbero stare e vivere costantemente gli adulti, per poter garantire la crescita, la maturazione, l”autodeterminazione, l”autorealizzazione e il successo formativo, lavorativo e sociale degli adolescenti i quali, neanche lontanamente, dovrebbero pensare e, peggio ancora, desiderare di rinunciare al prezioso bene della vita che è stata loro donata.

Occuparsi sinceramente, onestamente efficacemente degli adolescenti, dei giovani, di figli e degli alunni è relazionarsi, soprattutto, in quest”altro modo: “: sei contento di essere nato, sei felice, sei sereno, sei soddisfatto di te, ti piaci, ti accetti, ti stimi, ti vuoi bene, hai fiducia in te, stai attento a dividere il fare dall”essere, senti che io ti amo, ti accetto, ti stimo e ti rispetto? Ti sto bene come genitore, come docente, posso fare altro e meglio per te, c”è qualcosa che pensi debba cambiare del mio carattere per relazionarmi in modo più efficace e accettante per te? In che modo posso facilitare il tuo apprendimento, in che modo posso facilitare la tua crescita personale, sociale, culturale e professionale, in che modo posso renderti più interessante e piacevole la mia vicinanza, in che modo posso farti sentire il mio amore e il mio occuparmi di te, come posso rendere più incisiva, più significativa e concretamente valida la mia lezione, la mia materia e il mio aiuto?

Occuparsi
, quindi, e non pre-occuparsi degli adolescenti, penso sia la vera, efficace e concreta prevenzione dalle condotte a rischio, dalle condotte devianti e suicidarie. Stabilire un legame profondo, onesto e sincero, sicuramente permette al ragazzo di sentirsi compreso, accettato, protetto, appoggiato, sostenuto nella difficile fase di passaggio da bambino ad adulto e gli consente di vedere la vita in maniera più ottimistica e di viverla con serenità e non, come se questa fosse un peso, o una gara per eccellere e superare gli altri.

Una relazione profonda, onesta e sincera con l”adolescente, sarebbe in grado di evitare dolorose e premature morti e altre dolorose e devianti esperienze che, ugualmente portano i giovani alla morte dell”anima e del corpo. Occuparsi del mondo interiore e sensibile degli adolescenti, dei loro sentimenti, dei loro stati d”animo, delle loro ansie e paure, delle loro sofferenze psicologiche e insicurezze interiori, della loro confusione e del loro disperato bisogno di orientamento, anzichè, spronarli e obbligarli a funzionare, produrre, agire, fare e riuscire, eviterebbe loro il terrificante e doloroso desiderio di rinunciare alla vita e alle esperienze, sia spiacevoli che belle che essa ci offre.

“Nascere uomo su questa terra è un incarico sacro. Abbiamo una responsabilità sacra, dovuta a questo dono eccezionale che ci è stato fatto, ben al si sopra del dono meraviglioso che è la vita delle piante, dei pesci, dei boschi, degli uccelli e di tutte le creature che vivono sulla terra. Noi siamo in grado di prenderci cura di loro”. (SHENANDOAH ONONDAGA)
(Fonte foto: Rete Internet)

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