Il coraggio di cambiare

Aspetti commerciali della Festa delle lucerne. Sulla sua origine spunta una nuova pista ebraica.

Abbiamo visto tutti. Insieme ci siamo indignati, ma è finito il momento di perdersi in critiche sterili. Servono idee per rilanciare la cultura e la tradizione di Somma Vesuviana. Il dibattito sulla Festa delle lucerne, manifestazione cult della programmazione vesuviana si trascina stancamente. Tutti, ma proprio tutti hanno criticato l’aspetto consumistico della manifestazione, dove si è venduto troppo e si è venduto male. La malattia degli affari facili ha contagiato un po’ tutti. Un signore, arrivato da poco al Casamale ha iniziato la prima sera della Festa a vendere bibite in una bacinella di plastica. La seconda sera si è allargato con i panini. La terza ha aperto un ristorante abusivo. Da quando abbiamo ripreso la Festa delle lucerne è stato sempre così. Venditori abusivi, abitanti stessi del Casamale hanno improvvisato commerci ambulanti e stanziali, ricavandoci sempre un bel guadagno. Alla fine di ogni edizione ci sono state critiche feroci. A dispetto dei tanti furbi, decine e decine di ragazzi hanno lavorato gratis per realizzare la Festa. Hanno utilizzato le ferie, sono stati impegnati decine di giorni e ci hanno rimesso di tasca loro. Ogni volta che si tirava un consuntivo della Festa abbiamo sempre avuto a che fare con questo problema. Per cercare di mettere ordine si era pensato prima ad una Fondazione, poi si è passati all’associazione, ma come i fatti dimostrano non è cambiato nulla. Eppure quest’anno c’era il divieto di vendita diretta. Credo che mai una prescrizione comunale sia stata così disattesa. E’ stato il trionfo della disobbedienza di massa. Gli amici dell’Arci che hanno girato per la questua erano stati avvertiti. Un ragazzo disoccupato ha avuto il modo di avvisare: <Fate quello che volete, ma io durante la Festa apro una bancarella abusiva. Con i soldi ricavati posso campare tre mesi>. Come dargli torto? E’ profondamente ingiusto, ma quello che è successo era perfettamente prevedibile e non ci sarà mai ordine se non si creano le premesse per educare i visitatori, indirizzandoli verso un consumo di qualità, responsabile e consapevole. Solo così si potranno rendere improduttive le bancarelle del vino annacquato o le taverne improvvisate di pizza con la scarola e “freselle ammollate”. C’è anche da considerare che in qualche modo i venditori abusivi hanno reso un servizio. Ai ristoranti, ai negozi e alle bancarelle autorizzate nella scuola del Casamale hanno tolto poco. Tutti i ristoranti e gli esercizi commerciali del circondario hanno lavorato al massimo delle proprie potenzialità. Se non ci fossero stati i venditori abusivi sicuramente sarebbero sorti altri problemi e molti visitatori avrebbero preso la strada dei paesi vicini, neanche si sa quanto preparati a sfamare una massa così consistente di persone. Non bisogna minimamente giustificare chi si mette contro legge, improvvisandosi produttore e manipolatore di sostanze alimentari senza offrire nessuna garanzia di igiene, qualità e servizio. Ma sul grande commercio che si è fatto durante la Festa delle lucerne occorre  fare qualche riflessione che vada al di là della indignazione. Innanzitutto si dovrebbe analizzare proprio l’aspetto consumistico. Mi hanno colpito ad esempio delle riflessioni fatte da Rocco Marra, fotografo di scena di film importanti come “Romanzo criminale” che sta realizzando un documentario sulla Festa delle lucerne, comparandola con altre manifestazioni simili ebraiche ed indiane. Rocco ha ipotizzato che la Festa possa essere stata addirittura inventata dagli ebrei che a Somma hanno avuto un ruolo importante, tanto da avere ancora una strada ad essi dedicata. Franco Mosca, esperto di storia locale ha confermato che gli ebrei compaiono al Casamale all’epoca di Alfonso il Magnanimo, re Di Napoli nella prima metà del 1400. Come è successo in altre fortezze meridionali la colonia di ebrei si è insediata all’esterno delle mura della cittadella fortificata. Gli ebrei, poi, sono improvvisamente scomparsi, probabilmente a seguito dell’ editto di espulsione dal Regno di Napoli, datato 1510. A sostegno dell’ipotesi di Marra ci sono diversi elementi. La Festa delle lucerne e quella della Luce ebraica hanno in comune diversi simboli: le luci, le forme triangolari e le prospettive. La Festa della luce, una delle manifestazioni più importante della religione ebraica, cade nel periodo di massimo freddo, proprio quando c’è la neve. In alcuni comuni italiani il 5 agosto, giorno dedicato al culto della Madonna della neve, ci sono manifestazioni di chiara origine ebraica. A Barano, un paesino in provincia dell’Aquila il 5 agosto, la gente regala delle monetine a tutti i visitatori proprio in ricordo della presenza degli ebrei. Inoltre sempre secondo Marra <potrebbe essere stato il pragmatismo ebraico ad impedire alla religione cattolica di fagocitare completamente i contenuti arcaici della Festa>. Non sono uno storico e sicuramente l’ipotesi delle origini ebraiche della Festa presenterà numerose falle. Spetta agli storici dimostrare le illazioni. In mancanza di riferimenti storici anche questa opportunità, però, va presa in considerazione, non fosse altro per le numerose prove che sembrano essere a sostegno. Se, poi, “malauguratamente” per tutti gli antropologi e gli etnologi che l’hanno studiato e decantata, dovesse essere confermata l’ipotesi che la Festa delle lucerne è stata iniziata dagli ebrei, allora non si potrebbe sottacere l’aspetto commerciale. E’ risaputo  che gli antichi ebrei favorivano le iniziative del mondo contadino in cui c’era circolazione di denaro. A parte i connotati che sembrano essere costitutivi della manifestazione, credo che non vada sprecata la grande opportunità che essa offre. Nei dibattiti tenuti durante la Festa molti operatori si sono chiesti che senso possa avere costruire un altarino ad una manifestazione del mondo contadino, quando il lavoro dei campi, specialmente in questo periodo a Somma, è così in ribasso e vilipeso. Migliaia di persone sono venute ad ammirare il miracolo delle prospettive di luci, ma pochi si sono accorti che quest’anno le albicocche sono rimaste sugli alberi a marcire per mancanza di mercato. Eppure nell’ Annuario dei prodotti di eccellenza, le albicocche di Somma Vesuviana occupano un posto di tutto rispetto. La qualità dei nostri prodotti è risaputa e la domanda cresce. A causa di meccanismi perversi di mercato, però, i nostri agricoltori sono una specie in via di estinzione e con essi sta scomparendo una cultura, l’ambiente ed il paesaggio. Ecco che bisogna lavorare per trasformare la Festa delle lucerne in un’opportunità. Credo che alcune cose possano essere fatte subito. Intanto l’Arci deve riassumere la centralità nella promozione delle manifestazione perché appartiene ad un circuito nazionale sperimentato e collaudato che vive in simbiosi con il mondo cooperativo, con lo Slow food e con gli istituti di vigilanza etica. Poi la Festa delle lucerne dovrebbe essere biennale, o addirittura annuale, e dovrebbe essere legata ad una Fiera dei prodotti di eccellenza in via di estinzione. Allora avrebbero senso le bancarelle, tutte identificate da un marchio di qualità. Per dare spazio a questa Festa credo bisogna trovare soluzioni di maggiore respiro. Basta con le quattro porte! Basta con le soluzioni stucchevoli che non portano da nessuna parte! Si potrebbe ad esempio allestire un nuovo vicolo illuminato in quel vicoletto che da piazza Trivio conduce direttamente a ridosso delle Mura aragonesi per evitare congestionamenti e blocco totale del traffico a piedi. Gli organizzatori potrebbero inventarsi altre soluzioni per dare sempre all’antico borgo la centralità dell’evento, non disdegnando nel contempo di valorizzare tutta la città che vive e palpita durante la manifestazione. Ricordo che un’operazione del genere, con lo spostamento dell’asse di una manifestazione tradizionale, la facemmo negli anni Settanta. Riuscimmo a convincere i capi-paranza di spostare il concertino del “Tre della croce” dal Casamale in piazza Trivio e a chiamare la Nuova Compagnia di Canto popolare, invece che i soliti Pino Mauro e Mario Merola. Grazie a quella scelta è nato il fenomeno del folclore a Somma Vesuviana. Grazie a quella scelta sono nati successivamente “Il Villaggio vesuvio” e poi “E Zezi”, “Le nacchere rosse”, “Il gruppo della Zabatta” e le centinaia di paranze vesuviane che hanno calcato i migliori teatri del mondo. Grazie a quella intuizione personaggi importantissimi del nostro mondo contadino come “Zi Gennaro o Gnundo”, o “Giovanni Coffarelli”, hanno portato la voce dei nostri antichi avi negli Usa, in Europa e in tutte le nazioni del mondo. Se non dimostriamo coraggio e intelligenza della nostra cultura rimarrà solo qualche carta bruciata e la Festa delle lucerne si ripeterà stancamente ogni quattro anni con un carico di contraddizioni ancora più evidente.

DISPERATI E DISOCCUPATI

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Il rapporto Svimez di quest”anno ha rappresentato un Sud oltremodo povero e senza risorse. Dietro a quei dati negativi ci sono drammi personali e familiari che si consumano nel silenzio delle istituzioni.
Di Amato Lamberti

Anche quest”anno il rapporto Svimez sulla situazione economica del Mezzogiorno non ha sollevato tutta l”attenzione che pure avrebbe meritato. Sarà perchè esce a luglio quando i giornali e, soprattutto, la politica sono in altre faccende affaccendati, ma è quantomeno sconvolgente che la condizione di crisi praticamente irreversibile del Mezzogiorno, documentata da dati e percentuali in caduta verticale, non sollevi alcun allarme da parte dell”opinione pubblica e nemmeno da parte di chi per ruolo istituzionale può essere considerato responsabile della situazione denunciata, sia a livello nazionale che a livello regionale.

Nessun presidente delle regioni meridionali, nemmeno quelli confermati, hanno ritenuto importante almeno commentare la situazione, non dico azzardare qualche proposta da mettere magari in finanziaria,
I dati, forniti nel solito modo freddo e senza commenti, sono sconvolgenti. Mentre il resto d”Italia cresce, nel Sud il PIL è tornato ad essere quello di 10 anni fa, dopo un calo del 4.5% nel 2009 che fa seguito ad un calo del 3.8% registrato nel 2008. Il PIL per abitante è di 17.317 euro, contro i 29.449 euro del Nord, vale a dire quasi il 50% in meno.

Gli investimenti al Sud sono calati del 9.6% come i consumi che sono calati del 2.6%. Il valore aggiunto dell”industria è crollato del 15.8%, soprattutto nel comparto manifatturiero che viene considerato a “rischio di estinzione”. La prima ricaduta è sui livelli occupazionali, tanto è vero che il tasso di occupazione è passato, in un anno, dal 58.7% al 57.5%, e si sono persi 194.000 posti di lavoro, su un totale nazionale di 380.000 posti di lavoro in meno. Se si considera anche il 2008, i posti di lavoro persi sono 335.000, su un totale nazionale di 530.000. In pratica la crisi economica del Paese si scarica quasi tutta sul Mezzogiorno.

Per cercare lavoro i meridionali, soprattutto i giovani, hanno ripreso la strada dell”emigrazione: negli ultimi 20 anni ben 2.4 milioni di meridionali sono emigrati soprattutto nel Nord del Paese. Nel solo 2009, sono stati 114 mila gli emigranti, in maggior parte giovani diplomati e laureati. Naturalmente quando manca il lavoro tutto diventa più difficile, a partire dalla vita quotidiana. Nel Mezzogiorno 6.838.000 mila persone, di cui 889.000 lavoratori dipendenti e 760.000 pensionati, sono considerate a rischio povertà perchè hanno redditi che superano di poco i 1.000 euro. In pratica, al Sud, una famiglia su tre è povera o in condizioni di precarietà economica. Al Nord solo una famiglia su dieci è nelle stesse condizioni.

La povertà sembra così essere diventata la cifra distintiva del Mezzogiorno: il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese; il 47% delle famiglie è monoreddito, gode cioè di un solo stipendio; il 25.9%, vale a dire 1 su 4, arriva con difficoltà alla fine del mese; il 16.5% ,in Campania, ha in carico tre o più familiari. Il risultato è che il 44% delle famiglie nel Mezzogiorno non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 750 euro; una famiglia su cinque non può pagare il riscaldamento; il 30% non ha potuto comprare vestiti nel 2009; il 16.7% ha pagato con ritardo le bollette di acqua, luce e gas; il 20 % non è potuta andare dal medico specialista.

Una situazione drammatica che fa del Sud una vera e propria “valle di lacrime” se solo si pensa alle ricadute sulla vita di tutti i giorni di persone consegnate all”indigenza, alla ricerca di un qualsiasi lavoro per procurarsi un reddito che consenta loro di far fronte almeno alle spese obbligatorie, come le bollette di acqua, luce e gas, per non parlare delle tasse comunali e della Tarsu. Ma questi drammi personali e familiari si consumano nel silenzio delle istituzioni.

Lo Svimez sollecita, per invertire la tendenza al crollo dell”economia meridionale, interventi importanti per almeno 35 miliardi di euro di investimenti per le infrastrutture, oltre ad una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti privati nel Mezzogiorno. In pratica, sarebbe necessaria una intera manovra finanziaria interamente dedicata alle regioni meridionali. La politica continua a tacere come se non si rendesse conto del disastro sociale che questa situazione economica può ulteriormente incentivare. Fa impressione soprattutto il silenzio della politica locale e regionale, anche nei termini della richiesta di aiuto al Governo, di fronte ad una situazione che si va deteriorando tutti i giorni e che non può non produrre tensioni sociali difficilmente arginabili.

L”impressione è che i nostri politici continuino a sperare nelle straordinarie capacità di adattamento dei meridionali, a cominciare da quella di farsi la valigia e andarsene per il mondo a cercare fortuna. Nessuno pensa che ad andarsene sono sempre le energie e le intelligenze migliori e che l”emigrazione è sempre stata un danno per il Mezzogiorno, anche quando le rimesse degli emigranti consentivano la sopravvivenza delle donne e degli anziani rimasti nei paesi d”origine.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

La Festa delle Lucerne tra storia, magia e simbolismi – parte seconda

Lo specchio, le zucche vuote, i banchetti, i fantocci e la fede :  la festa delle lucerne nasce in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Struggente il canto in onore della Madonna della Neve, a cui è dedicata la festa. Ma c’’è continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo? 

I telai portalucerne, dunque, occupano ogni vicolo, lungo tutta la loro profondità, sino a formare una galleria di luce. Anzi, a rendere illimitato il luccichio, sul fondo del vicolo, uno specchio moltiplica all’infinito il percorso, che gli antropologi hanno interpretato simile a quello dell’inevitabile passaggio dalla vita alla morte. In tutte le culture popolari lo specchio è stato sempre considerato, nella sua simbologia, come una sorta di porta tra i due mondi: quello noto (appena vissuto) e quello parallelo ma ignoto dell’Altrove.    La festa delle lucerne, infatti, come già detto, è metafora di vita e di morte e, come tale, ne possiede tutti gli elementi. La lucerna, in quanto simbolo di vita, rappresenta il sesso femminile e maschile, la capacità di procreazione. Ma è anche simbolo di morte e richiama il lumino dei cimiteri, la luce a corredo dei catafalchi, i fuochi fatui, la vitalità che viene meno se non si aggiunge altro olio alla lucerna. A completare, poi, la simbologia vita-morte si aggiungono –nel cuore della festa- le scene dei banchetti e le zucche svuotate dei semi. Davanti ad ogni vicolo, davanti ad ogni galleria di luce sono collocati, infatti, dei fantocci di uomo e di donna – ‘o signore e ‘a signora, ‘o sposo e ‘a sposa– che siedono alla tavola imbandita, vero cardine di incontro domestico ma anche di cunzuòlo (conforto, consolazione), dono di cibi ricevuti dai vicini per un lutto in famiglia.    Ogni quadro famigliare è arricchito, poi, dalla fantasia dei casamalisti, dei masti di festa, che, dopo aver già provveduto alle spese dell’olio e delle terrecotte, addobbano gli ambienti ricorrendo ad originalità ma anche a stereotipi. Serti di felci, di castagno e di bionda ginestra vesuviana creano un’immaginaria stanza alle cui pareti sono appesi tiàne e ruoti (tegami di terraglia e teglie di rame), corone di peperoncini rossi (pupàvoli) insieme –talvolta- ad incredibili dipinti naif. Ed accanto alla tavola imbandita, in un improbabile inventario della memoria, non è difficile imbattersi, poi, in una vecchia macchina da cucire Singer, in un radiogrammofono con i panciuti 78 giri La Voce del Padrone, in un ferro da stiro a carbone, negli attrezzi per la campagna ed anche –segno dei tempi- in una televisione, in un frigorifero e nella plastica dei recipienti per il vino o per l’olio.    Poco più avanti, poi, ‘o signore e ‘a signora, sono uomini in carne ed ossa e le zuppiere fumano di pasta vera; come vere sono le giare di vino catalanesca, le bevute a garganella, le fette di anguria, le percòche nel vino. Quasi dappertutto c’è una fontanella con zampillo: l’acqua è elemento di vita primordiale.    Agli angoli delle stradine e dei vicoli, nel fondo dei portoni e tra gli alberi dei giardini compaiono delle zucche svuotate, alcune anche illuminate dall’interno, a simboleggiare un teschio, la morte. La zucca senza semi, d’altra parte, è incapace di riprodursi. È un anticipo della consumistica notte di Halloween: serve a mimare il ritorno dei morti sulla terra. Ma la zucca è pur’essa simbolo di vita: per la sua leggerezza e la sua impermeabilità, infatti, in tempi remotissimi, una volta essiccata, era utilizzata come recipiente per il vino o galleggiante, o, a coppia, come salvagente per i nuotatori principianti.   La festa delle lucerne può definirsi un relitto folcloristico. Nasce, infatti, in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Originariamente la festa fu celebrata –secondo alcuni studiosi- in onore di Diana, la divinità italica il cui culto introdusse a Roma Servio Tullio. Diana la luminosa era una dea dispensatrice di luce e protettrice delle partorienti; alle idi di agosto, nella valle di Aricia, nei pressi del lago di Nemi, le donne erano solite recarsi in processione per propiziarsi il parto o per ringraziare la dea per averle assistite. Secondo altre interpretazioni, invece, la festa fu celebrata in onore dell’italica Cerere, che, spesso, veniva associata al dio Libero/Bacco (e proprio al Casamale si son trovate tracce di un tempietto sacro a Bacco).  Cerere -in onore della quale i Romani, nel mese di aprile, celebravano le Cerealia ed, in estate, il sacrum anniversarium Cereris (la versione latina delle Tesmoforie, la festa delle donne in Grecia)- era, spesso, associata anche alla dea Terra. Dunque, una comunità agricola come quella di Somma Vesuviana celebrava la festa in onore di una dea, per ringraziare del raccolto ed annunziare la morte del ciclo estivo. Poi, la trasposizione. La dea Terra diventò Madonna e la sua festa si celebrò il 5 di agosto. Così oggi, nella data in cui, nella Roma caput mundi, si onorava la dea Salus (Salvezza), al Casamale, nei giorni, appunto, della festa delle lucerne, si continua a venerare la Madonna della Neve, la cui statua è conservata in una cappella della Chiesa della Collegiata.    È tutto un caso? C’è una continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo? Certo, la leggenda che attribuisce a papa Liberio (352-366) la fondazione, in Roma, della Basilica Liberiana o di Santa Maria ad Nives, nel punto in cui sull’Esquilino una insolita nevicata agostana tracciò il perimetro della chiesa, è molto lontana dalla realtà sommese. Più verosimilmente la pagana festa delle lucerne, che si celebrava da sempre nel mese di agosto, necessitava di una sua continuità nel calendario cattolico. Non a caso tutti i riti pagani cadenti tra la fine di luglio e i principi di agosto nacquero come ringraziamento per il raccolto e come propiziatori per l’aratura e la semina. E non è, forse, un caso –anche se sempre trascurato- che la chiesa cattolica il 5 agosto abbia inteso celebrare anche sant’Osvaldo, protettore dei mietitori ma certo non tanto famoso da prestare il nome a una festa popolare. Il discrimine è sicuramente nella forza miracolosa della Madonna. Scrive, infatti, Rino Camilleri nel suo “Grande libro dei Santi protettori” (Piemme, 1998): “Entrate in una chiesa qualsiasi e guardate davanti a quali immagini spesseggiano le candele accese. Ne troverete poche davanti ai capolavori dell’arte sacra e molte davanti a una statuetta di gesso della Vergine di Lourdes. Poche davanti a San paolo o San Tommaso d’Aquino, moltissime davanti a Sant’Antonio da Padova o a Santa Rita da Cascia. Perché? In verità non lo so, ma la statistica parla da sola. Con alcuni santi è più facile ottenere miracoli, con altri meno. Ovvio che la gente si rivolga più numerosa ai primi”.    Nacque, quindi, la festa della Madonna della Neve. Quella stessa Madonna, la cui statua –faccia rotonda, lunghi capelli a boccoli e corpetto snello-, portata a spalla dai fedeli, la sera del 5 agosto, attraversa le strette ed affollate stradine del Casamale, toccando tutte e quattro le Porte d’accesso all’antico borgo (Porta Piccioli, Porta Castello, Porta Terra, Porta dei Formosi). Al passaggio della Madonna la folla si accosta ai muri e cede il passo alla processione. Subito dopo, quasi a volerla proteggere o diventarne corpo unico, la stessa folla si chiude in un cordone massiccio e invalicabile. Intanto, dai balconi e dai terrazzi voci femminili modulano un inno alla Madonna, tanto simile ai canti delle Adonie, quando le devote del dio stazionavano sui lastrici solari, mentre bruciavano gli incensi nei giardini. E così, in un’atmosfera di devozione e di curiosità, si leva, soave e struggente, una litania, una nenia, un canto-preghiera-invocazione: “O Madonna della Neve, tu che aiuti i tuoi fedeli. O regina della pietà, tutte queste lucerne accese. O regina della città, ai piedi della Madonna è caduta una bella stella, nel fulgore del sole ardente cade la neve, che la fa bianca”.

LA GUERRA PER L’AUTONOMIA. CERCOLA CONTRO MASSA

La battaglia per “l”indi-
pendenza” delle frazioni. 1861: Cercola contro Massa, la pianura contro la montagna. Il destino della società vesuviana.
Di Carmine Cimmino

Un personaggio di cui abbiamo già parlato, Gaetano Martinez, comandante distrettuale della Guardia Nazionale, il 10 marzo 1861 fu costretto a precipitarsi a Massa di Somma, ove si stava sviluppando “un movimento di folla” contro Domenico Ricciardi, sindaco della città, ma nato e residente a Cercola, che di Massa era frazione. Martinez si trovò in mezzo a un subbuglio. Una folla di uomini e donne “bastantemente armata di mazze” cercava di raggiungere ad ogni costo, pressando e gridando, il sindaco, a fatica protetto dalle guardie nazionali di Massa, guidate dal capitano Piromallo.

Nel bailamme Martinez riuscì a capire che la folla accusava il Ricciardi di tramare in favore dell”autonomia di Cercola, “e di immiserire ancora di più” il capoluogo. Martinez sulle prime si vestì d”autorità e a muso duro “diede addosso a un chiassatore, Ciro Mellone”, sperando che gli altri si calmassero. Ma poichè non si calmarono, Martinez si ritirò precipitosamente: intanto da Cercola arrivavano le carrozzelle con le guardie nazionali della frazione, pronte a difendere il “loro” sindaco.

Il nuovo ordinamento politico ravvivò in tutto il territorio la guerra per l”autonomia che da tempo frazioni o “quartieri” importanti combattevano contro i capoluoghi per diventare comuni autonomi: Flocco contro Boscoreale, San Giuseppe contro Ottajano, Cercola contro Massa. E restava ancora da risolvere la spinosa questione dei confini tra Somma e Sant”Anastasia. All”origine di questa guerra c”erano il passato e il presente di un campanilismo esasperato; e c”era la contesa tra gruppi e consorterie per il controllo del potere politico locale e delle strutture economiche del territorio. La questione dell”autonomia di Cercola venne affrontata dal Consiglio Provinciale nella seduta del 19 Settembre 1865: il Presidente era Paolo Emilio Imbriani, Giuseppe Lazzaro era il segretario, e nei banchi dei consiglieri sedevano, tra gli altri, Francesco Avellino, il marchese Michele Avitabile, il marchese Rodolfo D” Afflitto, e Luigi Frojo.

Luigi Frojo, attraverso l”Istituto di Incoraggiamento e poi attraverso la Scuola di Portici, disegnò, per l”enologia vesuviana, una strategia di sviluppo che sarebbe ancora valida e funzionale, se a qualcuno interessasse veramente il destino dei vini del Somma-Vesuvio (la prossima edizione di Vesuvinum ci darà l”opportunità di affrontare la questione). Con grande lucidità Luigi Frojo osservò che questo “movimento” per l”autonomia era fatalmente imposto dalle ragioni della geografia e dell”economia: se a monte si produce, a valle si produce e si commercia; a valle si costruiscono case, strade e ferrovie.

Nel 1865, nel centro abitato di Massa vivevano 700 persone, a Cercola 1100: a Cercola era concentrata tutta l”attività economica del Comune. Il vino prodotto nelle zone “alpestri” veniva lavorato e venduto a Cercola, negli “stabilimenti” di Andrea Barone, Vincenzo D”Ambrosio e Giuseppe Montella, e una famiglia di sensali cercolesi, i Fiore, controllava il mercato delle pesche e delle albicocche prodotte negli orti di collina, tra Massa e San Sebastiano. Era a tal punto strategica la posizione di Cercola, che tra il 1865 e il 1880 vi immigrarono, da Barra, da Ponticelli, da Portici, da Sant” Anastasia, imprenditori importanti: i De Luca Bosso, che con i Ricciardi erano interessati agli appalti dei lavori pubblici: ponti, strade, ferrovie; i Paparo; i Montella e i Di Siena, che costruivano botti e fusti.

Botti costruiva a Cercola, nel 1876, un Ciro Mellone, omonimo del “chiassatore” che nel “61 aveva suscitato l”ira di Martinez. E non si può escludere che fosse la stessa persona. Il Domenico Ricciardi, che il Mellone chiassatore aveva cercato di portare sotto i colpi del suo bastone, nel 1888 era sindaco di Cercola, diventata intanto Comune autonomo.

In quella seduta del settembre del “65 Luigi Frojo invitò i presenti a considerare che le trasformazioni in atto del modello industriale e il disegno della rete ferroviaria spostavano in pianura, inesorabilmente, la linea di sviluppo dell”economia; e che questa tendenza risultava necessaria, di una necessità ferrea, nel territorio vesuviano interno, dove c”era spazio solo per gli investimenti nella lavorazione dei prodotti agricoli e nell”artigianato. La minaccia costante delle eruzioni e un sistema di vie montane “d”ordinario impraticabili” sconsigliavano la costruzione di “stabilimenti” dotati di apparati di macchine complesse e costose. A ovest, i porti di Torre e di Castellammare e la ferrovia Napoli-Portici-Salerno compensavano, in parte, la minaccia dell”incombente vulcano.

Le osservazioni di Frojo vennero puntualmente confermate dai fatti. Nel 1880 il comune più industrializzato del territorio vesuviano è, dopo Torre Annunziata, San Giovanni a Teduccio: ma più della metà degli operai lavora nei 15 pastifici a vapore, che per essere all”avanguardia – e lo sono, soprattutto quelli dei Savino -, non hanno bisogno di impianti troppo sofisticati. Inoltre, i pastifici, i dieci mulini (importanti quelli di Giuseppe Tartarone, di Ferdinando Savino, e dei fratelli Petriccione), lo stabilimento metallurgico Corradini -Mathieu e l”officina meccanica dei fratelli Davide sono dislocati lungo la strada del Porto, in una zona sostanzialmente riparata.

A San Giorgio a Cremano dava lavoro a più di 50 persone una “manifattura” che usava ancora sabbie vulcaniche, l””Antica Fabbrica di lastre, campane e bottiglie” di Giuseppe Bruno: vi si producevano “lastre semplici, doppie, rigate, colorate, opache, curvate, mussoline”, che gli ultimi Borbone avevano premiato con una sfilza di medaglie e di diplomi.

Luigi Frojo propose di accorpare in un solo Comune i “comuni contermini” di Pollena Trocchia San Sebastiano Massa di Somma e Cercola con l”aggiunta di una parte di Ponticelli “lungo la strada che dal Ponte della Cercola va alla Casina Petrone”. Sapeva che la sua proposta “urtava suscettività e permalosità”, ma riteneva che fosse necessario, “una volta tanto”, badare “all”interesse della massa, di cui tutti parlano, ma a cui nessuno veramente pensa.”. Un secolo e mezzo fa Luigi Frojo sollevava una questione di capitale importanza.
Qual è oggi lo stato delle cose? qual è il destino dei comuni vesuviani, dei comuni che fanno parte del Parco Nazionale del Vesuvio?
(Fonte foto: sit.provincia.napoli.it)

LA STORIA MAGRA

La Festa delle Lucerne, un modello culturale in cerca di una forma definitiva di rito

Ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti il proprio significato e ogni traccia suggerisce altre possibili  e suggestive letture.  

Questa festa è un raro esempio di modello culturale aperto che cerca la forma  definitiva    di rito. Mi viene di paragonarlo a un deposito archeologico, in cui sono confluiti molti relitti dello smisurato patrimonio delle tradizioni di Somma, e altri continuano ad aggiungersi, così che lo spettatore attento coglie, nello svolgersi dell’evento, la suggestione di un’energia che scompone per ricomporre . Poiché ogni aspetto della festa trasmette a tutti gli altri aspetti  il proprio significato, e ne riceve un incremento di senso, viene a crearsi un perfetto circolo ermeneutico, all’interno del quale gli oggetti, diventando cose, svelano gli intrecci molteplici delle relazioni, e le cose, caricandosi di valori simbolici, si aprono a ogni possibile lettura. La festa, proprio perché non ha ancora il rigore formale del rito, è un divenire, in cui il presente  innerva il passato e fa sì che la dialettica tra la morte e la vita risulti uno dei principi archetipi dell’evento e, inoltre, che ogni spettatore diventi  attore. Chi entra nello spazio della festa,  entra in uno spazio iniziatico: si separa dalla propria attualità, cerca la conoscenza di principi  e di forme che credeva di ignorare, e invece scopre che li aveva solo dimenticati. In questo senso, e’ una festa totalmente vesuviana, perché costruita sulla dimensione vesuviana del tempo, che è una dimensione circolare, in cui il flusso si dispiega  con ritmo non uniforme, ma per accelerazioni e per pause: un ritmo di pieni e di vuoti: è il tempo di Eraclito, è il tempo di Parmenide.  Nel flusso  la  Montagna  è un punto fermo: gli altri punti fermi sono la notte, l’acqua, lo specchio, la lucerna.

La notte e la lucerna ricordano che la festa ha le sue radici nel culto dei morti. La lucerna, a cui è dedicato lo splendido manifesto di quest’anno,  è affine ai tre manufatti, la coppa, il vaso, la brocca, sui quali Georg Simmel, Ernst Bloch e Martin Heidegger meditarono per scoprire l’elemento che trasforma  un oggetto anonimo e banale  in una cosa: e cioè in un nodo vitale di valori e di relazioni . La lucerna porta in sé la fiamma che fa luce finché è viva, finché non si spegne. Questa battaglia tra la vita e la morte, tra la luce e la tenebra,  si svolge sulla spazio cavo di un manufatto che ha la forma di un circolo: ma il beccuccio apre un varco nell’anello, interrompe la continuità della linea, mette in comunicazione  l’ interno e l’esterno, così come la porta dell’ Ade apre al mondo dei vivi il regno dei morti. E la civiltà contadina non ha mai escluso che la porta potesse essere attraversata in entrambi i sensi. I morti possono tornare, e non solo nel sogno, nelle visioni e negli incantesimi.  Alcuni teologi della Curia nolana  dopo le eruzioni del 1631 e del 1660 sostennero seriamente che l’ Atrio del Cavallo era una delle porte dell’Inferno, e un cronista dell’eruzione del 1631  scrisse, con non molta convinzione, in verità, che poco prima della catastrofe erano avvenuti alcuni prodigi di avvertimento: e tra questi si segnalava la resurrezione, con apparizione in luogo pubblico, di due defunti.  Candido Greco cesellò una splendida pagina sull’ipotesi che il nome stesso di  Somma fosse legato a Plutone, dio dei morti. La lucerna, l’abbondanza del cibo, il banchetto, si riferiscono, con evidenza, al simposio rituale che augurava al defunto un fausto viaggio nell’ aldilà e ,nello stesso tempo, prefigurava il convito a cui egli avrebbe partecipato nell’ Ade. Questo rito fu un cardine del culto dei morti presso gli Etruschi e, a partire dal II sec. a.C., presso le comunità delle città marittime di Campania e di Puglia, in cui più rapidamente si diffusero i culti misterici  greci, egiziani, orientali. Questo elemento rituale è sopravvissuto nella cerimonia, che ancora si pratica, del cuonzolo, il pranzo  in cui i parenti del defunto, subito dopo le esequie, consumano pietanze offerte dai vicini di casa.  

Al culto dei morti era collegato, a livello archetipo, il culto della fecondità: la relazione veniva svelata da una trama di miti che avevano come protagoniste  Cerere, dea delle messi,  sua figlia Proserpina rapita dallo zio Plutone, signore dei morti,   Diana, dea molteplice della verginità, delle fasi lunari, dei parti, della notte popolata da fantasmi e da mostri. La Madonna della Neve, a cui la festa delle lucerne è consacrata,  ha sotto la Sua materna tutela la salute e la fertilità, difende la vita degli uomini e i prodotti dei campi  dalla siccità che brucia la vegetazione e porta la febbre; in cambio, i contadini Le offrono  la loro fatica. E’ un’offerta sincera e umile:  la felce, che insieme a rami di castagno  adorna i luoghi della festa, rappresenta la sincerità, e  la castagna, che ha nutrito per secoli i vesuviani poveri, è il simbolo dell’ obbedienza: non a caso, il suo colore terroso è quello del saio dei francescani.  La neve suggerisce la purezza,  la vitalità dell’acqua, ma anche il gelo, e perciò anche la minaccia della morte che i vesuviani cercano di stornare da sé con la devozione per la Madonna, per i Suoi carismi e per i Suoi titoli , per quella Religione della Madre in cui francescani, domenicani e gesuiti fecero confluire, dopo averli purgati, alcuni valori essenziali dell’antica religiosità delle terre del Vesuvio e della Campania Felice.

Anche questa festa, come altre feste sommesi, conserva tracce cospicue di antichi riti iniziatici, la cui importanza e la cui vitalità  verranno certamente confermate dagli scavi archeologici . Il travestimento e il mascheramento riconducono al culto di Dioniso, che fu veramente il nume di questo territorio e ne segnò per sempre la storia. A Dioniso e alla Villa dei Misteri  fa pensare lo specchio, simbolo nodo di simboli:  “ cosa “ che duplica il mondo,  strumento della riflessione e dello sdoppiamento,  mezzo  grazie al quale l’uomo conquista la totale conoscenza di sé dopo essersi liberato dall’ “ inganno “ delle apparenze.  Alla forza simbolica dello specchio si richiamavano costantemente i predicatori gesuiti, quando invitavano i peccatori a riflettersi nella propria coscienza. La lunga stagione eruttiva che iniziò nel 1631 sconvolse dalle fondamenta il mondo vesuviano e portò in superficie pratiche e credenze che il tempo aveva sommerso. La Chiesa intervenne immediatamente, a frenare e a purgare. I Gesuiti napoletani inviarono nel territorio missionari di grande rilievo, come De Geronimo, Marquez, Martinez  e Mangrella,  i quali durante la missione del 1688, condotta in Ottajano, adottarono la pratica penitenziale della processione notturna . “ Per meglio muovere gli animi a compunzione e penitenza uscirono tre volte i Padri a notte inoltrata per le vie con l’immagine del Crocifisso e alcuni lumi, e in diversi posti… e cantavano alcune massime e disinganni, al cui eco uscivano quanti giungevano a sentirli: si teneva loro un breve discorso che si chiudeva con un atto di contrizione…”.Si legge nella relazione che le donne si affacciavano dalle “ logge “ per ascoltare  “ i disinganni “, per rispondere al canto e per pentirsi pubblicamente dei propri peccati.  Di questa pratica rimane qualche traccia nella festa sommese,  ed è una traccia che suggerisce, alla riflessione e alla ricerca, altre suggestive piste.

Ma che Festa è?

Il successo della Festa delle lucerne ha rilanciato proposte e discussioni. Molti si interrogano sul senso della manifestazione e sui suoi sviluppi futuri 

“Non ci fa paura la fatica, ma la perdita di senso”. La frase di Carlin Petrini sembra un vestito cucito addosso all’ultima edizione della Festa delle lucerne, di cui ancora conserviamo negli occhi immagini, visioni e tentazioni. La Festa 2010 ha lasciato aperti molti interrogativi. Non sono mancate le critiche. Ho incontrato molte persone che chiedevano “Ma che significa? Che senso ha?”. Nonostante le molteplici interpretazioni, i litri di inchiostro versati e milioni di parole scambiate in dibattiti, aule universitarie e simposi il significato della Festa resta sconosciuto ai più. Sarebbe il caso di interrogarsi sull’opportunità di rendere più leggibili i significati di una manifestazione in cui la gente ama calarsi per viverla profondamente. Non sono stati neanche pochi i reduci delle passate edizioni che hanno accennato alla perdita di senso. Eppure stavolta nelle decorazioni usate da bancarellari, cuochi dell’ultima ora e da enotecari improvvisati non c’era una sola cosa fuori posto. L’effetto scenico è stato eccezionale. Sembrava quasi che la gente del Casamale, guidata dalla mano di un esperto architetto dell’immaginario, avesse disegnato scenari d’incanto per costruire la grande suggestione. Non c’era, però, la stessa atmosfera delle passate edizioni. Qualcosa ha disturbato. Innanzitutto la folla. Un serpente ininterrotto di gente. Una sola massa. Un corpo enorme di persone. Milioni di teste. Il rauco vociare gracchiante. Esclamazioni, urlate ad alta voce. Altro che contemplazione del silenzio! Il Mediano è stato l’unico organo di stampa ad aver predetto che l’afflusso poteva rappresentare un problema. Per fortuna è andato tutto bene. Molti, però, hanno avuto paura. La Festa delle lucerne rischia di diventare uno spettacolo di consumo e si sottopone al giudizio di studiosi, esperti di comunicazione e del pubblico in tutta la sua bellezza, ma anche nelle contraddizioni. Contiene però nella sua stessa essenza elementi che la caratterizzano e che costruiscono i significati più profondi che spesso vengono celati perché non sembrano eclatanti. Spetta agli organizzatori rifondare la manifestazione, riportando a galla i valori fondanti. Non bisogna avere paura di rinnovare una tradizione che non può essere ingessata dai giudizi di critici e di esperti di arte, tradizione e della comunicazione. Tre episodi in particolare parlano della grande forza rigeneratrice di una comunità che non ama solo essere ammirata, ma che ha l’esigenza estrema di proiettarsi verso il futuro. Marilena è una ragazza di 31 anni che nel giorno della Feste delle lucerne si è licenziata dal suo impiego ad Aosta per venire a vivere a Somma, città da cui i suoi genitori sono emigrati 35 anni fa. Marilena ha curato l’addobbo di un vicolo  e con Ferdinando, poeta e barbiere ha costruito una scenetta davanti alle lucerne in cui sono stati rappresentate la speranza, la critica alla società attuale e la lotta all’inquinamento. Invece delle “papere” che molti antropologi definiscono derivate dal culto di Priapo, Marilena e Ferdinando hanno messo sott’acqua sacchetti di rifiuti e lattine. Sopra la scritta “Non vogliamo più che sia così”. Questo messaggio profondamente attuale modernizza il sistema di comunicazione, offre un senso alla Festa. Apre una prospettiva. Si proietta con piena legittimità verso il futuro. Rinnova la tradizione per conservarla  e per renderla più attuale che mai. I due giovani ragazzi, eredi della tradizione di antichi avi che hanno inventato il gioco delle lucerne, non hanno tenuto minimamente conto delle opinioni che di chi vorrebbe relegare la Festa in una specie di archetipo della memoria. Altro esempio positivo è quello di Lello Maione e dei suoi amici che hanno costruito un percorso matematico della  Feste delle lucerne, rimasto sconosciuto ai visitatori. In questa iniziativa c’è il germe del cambiamento di una società contadina che si rinnova, attualizzando i suoi contenuti senza aver paura di trasformarli in modello di comunicazione moderna e in ricerca scientifica. Non è stata un’operazione dotta. Uno snobismo intellettuale, ma un tentativo di rigenerarsi, utilizzando le stesse basi della tradizione. Un ultimo esempio è stato veramente commovente. L’ingegnere Arcangelo Rianna e Ciccillo Salierno, noto umorista  e suonatore di tamburo, la mattina di sabato, si sono visti aggirare, armati di metro e carta millimetrata, nei vicoli dove erano sistemate le strutture delle lucerne. Hanno voluto lasciare una documentazione scritta ai posteri sul sistema di allestimento dei quadri di legno su cui poggiano le lucerne. Sono gli ultimi rimasti in grado di farlo. <E’ stata una nostra iniziativa spontanea – hanno detto-. Quattro anno sono tanti e non vogliamo che si perda questa conoscenza>. In pratica hanno consegnato al Granaio della memoria il loro sapere. Un’azione degna dei loro antenati contadini che non hanno avuto mai paura di parlare di morte. Di esorcizzarla. E di costruirci sopra la rappresentazione “sacra” delle Festa delle lucerne.

IL MISTERO DEL “MUSSILLO”. L’INFELICE DESTINO DEL BACCALÁ

L”Officina dei sensi oggi, è alle prese col “mussillo” di stocco (“mussillo” perchè?) e col baccalà, il quale in salsa bianca piacerà e sarà lodato.
Di Carmine CimminoA mia madre, figlia e sorella di cavallai, bastava un colpo d”occhio per valutare il livello di “spugnatura” del “mussillo” di stocco, e per stabilire se conveniva cucinarlo “bianco” o “rosso”. A casa nostra il “mussillo” era di stocco: il baccalà entrava nel menù raramente: e a Natale solo “per devozione”. Mario Stefanile faceva nascere la parola “mussillo” da “musso”, che in napoletano è la bocca quando fa l”enfatica e risucchia nelle sue smorfie tutta l”espressività della faccia: “fare “o musso stuorto, tenere “o musso, metterse c””o musso”: che dovrebbero corrispondere all”italiano “tenere il broncio”, ma con in più un pizzico di risentimento urtante, di fastidiosa “sprucitezza”: soprattutto quando “” o musso” è lungo “”no parmo”, un palmo.

Con Stefanile si schierò Francesco D”Ascoli: ma nel suo vocabolario non viene spiegato cosa c”entri un piccolo muso, “”o mussillo”, con la schiena del merluzzo, lavorata a stocco e a baccalà. Andreoli nota che i napoletani chiamano “mussillo” anche il musino, il muggine (in latino, muxinus), alla cui famiglia appartiene il cefalo: e noi possiamo aggiungere che il nome “musino” Francesco Redi lo dava anche all”anguilla. Ma le cose non quadrano: non si capisce cosa c” entri il “musso”.

Renato De Falco considera “mussillo” una variante di “murzillo”, “”no muorzo piccerillo”, un boccone. Petronio Petrone in un articolo pubblicato tempo fa sul Denaro ha bocciato questa interpretazione “proprio per i motivi addotti dallo stesso De Falco”. Argomenta Petrone: mentre “”o mussillo” è la parte migliore dello stocco e del baccalà, “”e morzelle” sono pezzi di “scella” e scarto della sfilettatura: insomma roba di poco conto. Sfugge al Petrone che “”a morzella”, di cui parla lui, e “”o murzillo”, di cui parla De Falco, sono cose diversissime, nella lingua napoletana.

“”O murzillo”, scrive D”Ascoli, significa: pezzettino, bocconcino; bocconcino gustoso e gradevole; uomo di modeste dimensioni fisiche; bella ragazza che muove i sensi di chi la osserva. Anche oggi, nei luoghi in cui si parla ancora la lingua napoletana, di uno che abbia buon gusto – in fatto di cibo e in fatto di donne -, si dice: “gli piace “o meglio murzillo”. Dunque, anche una bella donna è “nu murzillo: il maschile non rimanda a un genere, ma all”assoluto di un”idea, come talvolta il neutro in latino e in greco.

Il Petrone fa nascere mussillo dalla mousse, dall” “impasto morbido, soffice, corposo che hanno anche il patè, il purè, il soufflè, la mousse di tonno”: “anche la mousse di frutta, banana, pera, pesca, somiglia, per consistenza, al filetto morbido e pastoso del baccalà”. È un” interpretazione ardita. La mousse e il mussillo provengono da filosofie e da sociologie del cibo che, dopo essersi a lungo ignorate, si stanno incontrando solo ora, in qualche tempio della cucina informale, in cui tutto sa di tutto, e dunque di niente. Inoltre, la virtù naturale del mussillo di stocco non è il “morbido”, ma il “calloso”, e più esattamente il “galluso”, e cioè una consistenza che non è mai durezza.

Il pezzo di “mussillo galluso” si sfoglia a punta di forchetta, e lo “sfoglio” è un godimento masticarlo: si torce in bocca, si fende, non si frantuma. Avrebbe detto Toulouse Lautrec, che era un grande cuoco – molti pittori lo sono stati, ci deve essere una ragione – avrebbe detto che lo stocco “galluso” cede dopo aver combattuto: il piacere nasce dalla combinazione dei due momenti. È perciò necessario che gli odori e le salse non stordiscano il valore della sostanza riottosa e arrendevole.

E dunque mussillo è una saggia variante di murzillo: vi si conserva per vie misteriose la memoria del latino medievale “musilum”, che non è solo la bocca, ma anche un rostro, un “corpo” allungato e sottile: così lo stocco si chiama stocco, perchè ha la forma di un bastone, e la perfetta funzionalità di un pugnale.

*** Baccalà: “Persona magra e sparuta, allampanata; anche, stupida, malaccorta”. La sentenza emessa da Giacomo Devoto e da Gian Carlo Oli è impietosa: quale delitto ha compiuto il baccalà per essere condannato a dare il nome a un tipo di persona tanto magra da trovarsi sul punto di sparire, di dissolversi, e tanto affamata da essere ridotta al lumicino, alla làmpana, cioè alla lampada? Il problema del baccalà è la sua forma, diciamo così, sformata: e con la forma, l”essere, in certe parti, solo pelle e lisca.

Nessun alimento mai ha suggerito con maggiore immediatezza la penitenza quaresimale e i sacrifici della povertà. Il baccalà non ha un sapore caratteristico, e se anche l”avesse, il sale lo spegnerebbe: “la sua fibra tigliosa – scrive Pellegrino Artusi, il divulgatore della cucina dell”Italia unita – non è confacente agli stomachi deboli, perciò io non l”ho mai potuto digerire. Questo salume supplisce, nei giorni di magro, con molto vantaggio, il pesce, che è insufficiente al consumo, caro di prezzo e spesso non fresco”.

Baccalà si chiama il tragico protagonista di una poesia di Eduardo: “Era luongo duje metre e vinticinche,// ” mmane appese mpont”a ddoje cordelle,// “a capa “e mbomma, “e piede a barchetelle:// “o mettetteno nomme Baccalà”.

Dalle ricette di Artusi: baccalà in salsa bianca. Lessate il baccalà e nettatelo dalla pelle, dalle lische e dalla spina. Lessate anche una patata di circa 150 grammi e tagliatela a tocchetti. Fate una “balsamella” con il latte e la farina e quando è cotta uniteci un poco di prezzemolo tritato, datele l”odore della noce moscata, versateci dentro la patata e salatela. Poi aggiungete il baccalà a pezzi, mescolate e dopo un poco di riposo servitelo: piacerà e sarà lodato.
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’AMORE AL TEMPO DI FACEBOOK

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Con i social network l”approccio all”amore è cambiato. Due sono le nuove figure: i fidanzati virtuali e i parloni informatici. Questi ultimi, preda della solitudine.
Di Luigi Jovino

Come cambia l”amore nell”epoca dei social network? Di risposte ce ne sono tante, considerato il gran parlare che se ne fa nei circoli affollati di sociologi e di scienziati della comunicazione. Sicuramente due nuove figure si elevano soprattutto: i fidanzati virtuali e i “parloni” informatici. Per sgomberare il campo da probabili equivoci occorre dire subito che i parloni informatici rappresentano il corrispettivo (in formato letterale) dei guardoni, incubo temutissimo dalle coppiette in “camporella”.

Il termine non deve sembrare dispregiativo e con una certa dose di fantasia si può anche pensare ad un tentativo di evoluzione del linguaggio. I parloni informatici attaccano in tutte le direzioni, dimenando avverbi, citazioni dotte e locuzioni forti. Vogliono impressionare e segnano con la mano pesante perchè sanno di avere a sostegno niente altro che la grammatica e qualche costruzione sintattica. In questo nuovo tentativo di approccio mancano i profumi, gli sguardi sinceri, i leggeri tentennamenti delle dita e le vedute in originale. I giovani, invece, sono più essenziali ed hanno creato un gergo fatto di numeri, troncamenti, segni, simboli e parole. Per indicare una misura del sentimento raddoppiano a dismisura le lettere del tvb e sembrano di aver risolto il problema.

Il linguaggio è universale e codificato. Massificato. I giovani hanno eliminato l”esclusività delle storie di amore. Vivono l”amore con gli altri. Si beano della globalizzazione. Hanno ridotto all”osso un sentimento e non sembrano farsene un grande problema. A differenza dei parloni, loro segano le parole. Quando hanno detto “amò” sentono di avere l”universo in tasca. Se sono vicini, poi, si abbracciano e si scambiano effusioni. Nel gioco al massacro hanno partita facile i professionisti della parola. Quelli che ci lavorano. Alla lunga, però, l”azzardo viene scoperto. In molti restano con un palmo di naso. C”è anche però chi cerca di difendersi dai nuovi attacchi di seduzione.

Furoreggia su Facebook un link con la scritta “Non sono interessato a relazioni d”amore” che molte persone inseriscono sulla propria bacheca a scanso di equivoci. In questo modo si cerca di selezionare gli utenti, tenendo lontano i pappagalli informatici. I social network rappresentano una conquista della civiltà moderna ed hanno grandi meriti per quanto riguarda la circolazione delle informazioni, specialmente nei paesi, come il nostro, in cui vige una dittatura gestita ad arte dal potere mediatico. I social network insomma non si discutono e andrebbero gestiti e studiati a scuola per le implicazioni positive che ne potrebbero derivare.

Tra i teen agers l”indice di gradimento è altissimo. Facebook è al secondo posto dopo la mamma e prima degli amichetti del cuore. Offrono grandi suggestioni. Sono vetrine in cui ci si può specchiare. Programmazione in rete personalizzata in cui ognuno può inventarsi una telenovela e vedersi rappresentato. Offrono alla gente la possibilità di esprimere il meglio o il peggio di sè. Basta che se ne faccia utile professione. Anche le persone che utilizzano il link con la freccia, però, non si fanno scrupolo di mettere le foto più belle, magari con leggeri ritocchi. C”è sempre qualcuno da colpire, e a cui va indirizzato un messaggio. Semplice, essenziale, ma comunque un messaggio. Non sono pochi neanche quelli che utilizzano nomi di fantasia, caricando foto dal web in un perverso gioco di scambio di identità.

Chi ha detto che la mancanza dell”autostima poteva essere considerata il male del secolo non ha pensato ai rimedi che può offrire Facebook. In qualche modo lenisce e cura le ferite e presenta il profilo di un”umanità varia. Gli infedeli cronici, per esempio, si tengono ben lontani dal mondo dei social network. Praticano il verbo del “nessuno deve sapere” e se vanno su Facebook o su Twitter lo fanno giusto per giocare, sperando di rafforzare il concetto contrario di quello che realmente sanno di essere. Su Facebook insomma circolano gli infedeli iniziati, infedeli timidi e personaggi che neanche immaginano di poter essere infedeli. Le tentazioni sono tante. Una frase, una parola, una faccina con il sorriso, due punti, apri parentesi e trattino breve. I segni hanno preso il posto dei sospiri e dei languidi sguardi d”amore.

La parola ha preso il sopravvento con l”aiuto della grafica. E molti tentativi di approccio colpiscono al cuore. Nel vorticoso mondo del virtuale anche le sensazioni però sono codificate in algoritmi e dipendono essenzialmente dai trasformatori di corrente o da una carica di batteria. In questo senso molto è cambiato sull”approccio all”amore. In tempo di guerra furoreggiava “Il segretario galante”, un libro indispensabile per gli innamorati semianalfabeti che riprendevano frasi appositamente costruite per impressionare e concupire le persone amate. Ho letto una lettera inviata dal fronte da un soldato alla sua fidanzata che più o meno cominciava così “Inviolata fanciulla, ti giunga il mio pensiero che sorvola da trincea in trincea”.

Nessuno si sognerebbe oggi di iniziare una frase con la locuzione “Inviolata fanciulla”. Si correrebbe il rischio di ricevere una sonora pernacchia oppure di offendere la persona amata per il semplice fatto di aver sottolineato un valore che può essere indesiderato. Per essere sicuri di non sbagliare i parloni informatici allora si affidano ai classici. Basta copiare una poesia, meglio ancora se si mette la foto di un tramonto o di un quadro impressionista ed il gioco è fatto. In amore la parola ha grandissima importanza. Nel suo libro “La chimica dell”amore” Piero Angela riporta decine di studi e di ricerche, concluse da prestigiose università di tutto il mondo in cui si dimostra l”effetto biochimico stimolante delle parole nell”atto sessuale.

Tra l”altro l”esperienza personale di ognuno di noi fornisce interessanti conferme. Per questione di cellule e di meccanismi neurotrasmettitori le femmine sembrano più influenzabili dalle parole. Capita, perciò, che dopo estenuanti chattate su Facebook o su Twitter le femmine, ma anche gli uomini, si sentano soddisfatte come se avessero consumato un lungo amplesso informatico. Alla lunga però il gioco non rende. Le parole restano parole. La solitudine la fa da padrone. E sale lento un senso di angoscia. L”amore ai tempi di Facebook è fatto soprattutto di questo: di solitudine, di rimorsi e di aspirazioni fallite. A volte sembra di essere in un ricovero per reduci che hanno abdicato, scegliendo solo il lato rappresentativo dell”amore.

Grande assente è l”autoironia che esprime al meglio la qualità di una persona. Più tranquilli, invece, sono i fidanzati informatici che si ritrovano ad ore stabilite per scambiarsi teneri messaggini. Al posto delle panchine uno schermo ai cristalli di quarzo ed una nuda tastiera. Segnano la rivincita sui parloni informatici, ma restano poca cosa. Roba da pubblicità progresso.

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É TEMPO DI VACANZE. CORTE CAUSA CRISI

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Il periodo estivo è sinonimo di vacanze, le quali devono fare i conti con la crisi. La durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media e una famiglia su dieci resterà a casa. Si consolida la “solidarietà estiva”.
Di Don Aniello Tortora

Domenica scorsa Papa Benedetto all”Angelus ha parlato delle vacanze. Così ha esordito: “Siamo ormai nel cuore dell”estate, almeno nell”emisfero boreale. È questo il tempo in cui sono chiuse le scuole e si concentra la maggior parte delle ferie. Anche le attività pastorali delle parrocchie sono ridotte, e io stesso ho sospeso per un periodo le udienze. È dunque un momento favorevole per dare il primo posto a ciò che effettivamente è più importante nella vita, vale a dire l”ascolto della Parola del Signore. Ce lo ricorda anche il Vangelo di questa domenica, con il celebre episodio della visita di Gesù a casa di Marta e Maria, narrato da san Luca (10,38-42).

Cari amici, come dicevo, questa pagina di Vangelo è quanto mai intonata al tempo delle ferie, perchè richiama il fatto che la persona umana deve sì lavorare, impegnarsi nelle occupazioni domestiche e professionali, ma ha bisogno prima di tutto di Dio, che è luce interiore di Amore e di Verità. Senza amore, anche le attività più importanti perdono di valore, e non danno gioia. Senza un significato profondo, tutto il nostro fare si riduce ad attivismo sterile e disordinato. E chi ci dà l”Amore e la Verità, se non Gesù Cristo? Impariamo dunque, fratelli, ad aiutarci gli uni gli altri, a collaborare, ma prima ancora a scegliere insieme la parte migliore, che è e sarà sempre il nostro bene più grande”.

Anche se c”è crisi, comunque si parte per le vacanze. Le statistiche però parlano chiaro: la durata delle ferie si accorcia a dodici giorni di media, e una famiglia su dieci resterà a casa. Estate come vacanza, ma anche solo come stacco dal lavoro, occasione per visitare luoghi, conoscere persone, stare con gli amici, ritemprare il fisico, concedersi la lettura di un libro, praticare sport, trascorrere più tempo di coppia, giocare con i figli. E, forse, anche ritrovare sè stessi attraverso spazi di silenzio e, per chi crede, di preghiera. Ma l”estate serve ad impegnarsi per “coltivare sè stessi” e condividere i disagi degli altri. Tantissimi, soprattutto giovani, dedicano il loro tempo ai campi di formazione e di approfondimento (penso all” Azione Cattolica e alle tante altre associazioni cattoliche e non). Come pure moltissimi approfittano di questo periodo per lasciare l”Italia e fare esperienze di solidarietà e di condivisione.

Anche qui, in Italia, la “solidarietà estiva” è molto estesa. Penso, in questo momento, al “luglio insieme, dell”Associazione AGVH, che si interessa dei disabili a Pomigliano. È bello vedere tanti volontari (ma ce ne vorrebbero molti di più!) dedicare le loro serate a questi nostri amici diversamente abili e regalare loro un sorriso, un”amicizia gratuita. Come pure i pellegrinaggi a Lourdes sono segno di attenzione al mondo, sempre più vasto, dei malati . Occorre, inoltre, rivolgere la nostra attenzione verso i tanti “volontari” delle nostre famiglie, che ben volentieri rinunciano ad una vacanza per stare vicino ad una mamma o ad un papà anziani o ad altri familiari costretti su un letto di dolore. Come pure serve tener presenti le tante persone che in questo periodo afoso sono inchiodati su un letto di un ospedale: anch”essi attendono una carezza, una visita, un”amicizia solidale.

La malasanità esiste da sempre nella nostra Regione. È necessario compiere tutti gli sforzi possibili per far funzionare sempre con migliori risultati, soprattutto in questo periodo, le strutture ambulatoriali e ospedaliere, mettendo al centro delle nostre attenzioni la persona malata e non il profitto. Il grado di civiltà di un popolo si misura anche dai servizi efficienti che sa offrire particolarmente in questo lasso di tempo. Anche le Amministrazioni comunali devono organizzare meglio e di più i loro servizi sociali, per rispondere alle tante richieste di aiuto, che in estate sono continuamente in crescita. La solidarietà, come la salute, non vanno mai in vacanza.

Le vacanze sono, ancora, l”occasione per godere e rispettare la natura, il creato. La nostra Italia, con le sue bellezze naturali (mare, fiumi, laghi, monti) è stata baciata da Dio. È compito di tutti custodire questi beni comuni, preziosissimi. Non sarebbe il caso, per noi campani, di rilanciare il turismo, anche come occasione per “creare lavoro”?
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA GUERRA PER BANDE ALLA REGIONE CAMPANIA

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È il ricatto la chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari, lontani dalle esigenze della gente e del Paese.
Di Amato Lamberti

Le spiagge libere dell”intero litorale campano non sono mai state così affollate come quest”anno. Spiagge libere è naturalmente un eufemismo per indicare luoghi abbandonati, privi di ogni manutenzione, dove i rifiuti si accumulano sulle spiagge, senza acqua, senza servizi igienici, dove il ristoro di una bottiglia d”acqua è assicurato solo da venditori ambulanti abusivi. Quest”affollamento è il segno più vistoso di una crisi economica che attanaglia molte famiglie soprattutto quelle numerose.

Fa impressione vedere una quantità impressionante di bambine e di bambini giocare nell”acqua schiumosa dal colore giallognolo-verdastro o su spiagge invase da detriti di ogni genere. Non ci sono i soldi, continua a ripetere la gente, per utilizzare gli stabilimenti balneari più o meno attrezzati, almeno per quanto riguarda la pulizia delle spiagge: il mare è lo stesso, come testimoniano le bandiere rosse dei divieti di balneazione. Alcuni stabilimenti hanno anche abbassato i prezzi, ma restano desolatamente deserti.

Sulla spiaggia i discorsi sono sempre gli stessi. Non si trova lavoro, le fabbriche chiudono, i fortunati sono quelli che possono godere della cassa integrazione, anche l”edilizia è ferma, i negozi familiari chiudono, non per ferie, ma per cessazione attività. Ma anche i supermercati incontrano difficoltà, qualcuno sta per chiudere, altri hanno già chiuso per fallimento, perfino Ikea a Salerno, da poco aperto, sembra vicino alla chiusura. Per non parlare degli alberghi, anche quelli del litorale; quelli aperti sono vuoti e rimediano con ristorante e discoteca serale, ma la maggior parte sono chiusi e hanno licenziato il personale.

Apri i giornali per cercare qualche speranza e ti accorgi che i problemi della gente non esistono. Parlano solo dei politici e delle loro beghe per acquistare o difendere un potere che è tutto interno ai loro apparati, e lo fanno con un linguaggio che è quello dei reality show, dove si complotta incontrandosi a cena, si preparano dossier falsi sulle abitudini sessuali degli avversari politici, si discute di nuovi scenari di governo, mentre si promuovono alla politica meteorine, escort, amanti e, qualche volta, legittime consorti, figli e nipoti, senz”altro titolo che quello del legame familiare o del potere di ricatto.

Ecco, forse il ricatto è la vera chiave di lettura di una politica trasformatasi in gestione di comitati d”affari che niente hanno a che fare con le esigenze della gente e del Paese. Tutto serve solo a fare affari; anche le innovazioni hanno diritto di cittadinanza solo se producono affari, incarichi, consulenze e tangenti. Il caso dell”eolico in Sardegna è emblematico. Ma i picchi si raggiungeranno con il ponte di Messina e con il ritorno al nucleare. Per non parlare dei termovalorizzatori, dei degassificatori, dei campi solari. Il problema non sono mai i risultati conseguibili e la ricaduta dei benefici sui cittadini, in termini di occupazione e di risparmio, ma gli affari realizzabili e il fieno da mettere in cascina, come dicevano una volta i valligiani del Nord.

Se poi si guarda a cosa succede nelle amministrazioni pubbliche in Campania veramente cadono solo le braccia. In Regione è guerra per bande, prima per conquistare la posizione di comando e poi per gestire i fondi disponibili, pochi o molti che siano. Il fatto che le imprese continuino a chiudere al ritmo di decine al giorno non vale neppure una riunione con gli industriali per capire che cosa stia succedendo. E, intanto, ogni giorno, centinaia di famiglie cadono in disperazione. Le uniche riunioni sono quelle con i disoccupati organizzati, sia perchè mettono sotto assedio i palazzi e sia perchè bisogna saldare i debiti elettorali contratti prima che vengano allo scoperto.

Le Province non meritano nessuna attenzione perchè sembrano impegnate solo nella dimostrazione di una inutilità tesa evidentemente a sostenere la richiesta sempre più pressante di cancellazione. A godere della loro esistenza sono solo assessori, consiglieri, consulenti per via dei compensi accreditati sempre con puntualità. Ad essi vanno aggiunti gli uffici stampa, in alcuni casi faraonici, che non si è capito a cosa possono servire visto che i giornali sembrano ignorare la stessa esistenza delle Province.
Il Comune di Napoli, forte del fatto che, secondo l”Istat, ha il maggior numero di famiglie in condizione sia di povertà estrema che di indigenza (insieme fanno il 30% delle famiglie, circa 300.000 persone), si dedica unicamente alle nomine nelle società partecipate (che a questo punto della legislatura sa tanto di sistemazione dei fedelissimi) e alla organizzazione di Estate a Napoli. Neppure il completamento dei cantieri avviati sembra una priorità, eppure lavorando su tre turni si potrebbe creare molta occupazione e completare i lavori entro settembre.

Due piccioni con una fava, si potrebbe dire. Altrove i lavori stradali si completano d”estate quando gli uffici e le scuole sono chiusi e molta gente è fuori per vacanza; a Napoli, non si lavora d”estate perchè si aspettano le piogge autunnali, il fermo dei lavori per inclemenza del tempo e il prolungamento all”infinito dei lavori, con relativa lievitazione dei costi. Una logica, quella del cantiere interminabile, dura a morire perchè troppi sono i vantaggi “politici” e chi se ne frega degli svantaggi per i cittadini.
(Fonte foto: rete Internet)

POLITICA E CAMORRA