L’ASSASSINIO ANNUNCIATO DEL BRIGANTE PILONE. L’ULTIMA FUGA DI LUIGI PANARIELLO

Nel Giugno del 1871, in un giorno di insopportabile afa, finì la piccola guerra del brigantaggio vesuviano. Di Carmine Cimmino

Dopo l’invasione di Terzigno, Antonio Cozzolino Pilone si spogliò dei panni del brigante filoborbonico (ammesso che li avesse mai indossati) e si vestì da capocamorra. Chiese danaro ai ricchi proprietari, fece rapide incursioni nel territorio di Sarno e sui monti Lattari, tolse alla camorra vesuviana il controllo delle “trafiche“, cioè del commercio delle partite di uva, sequestrò un Magliulo di Torre del Greco, lo liberò per 1500 ducati, e infine, il 30 gennaio del 1863, rapì il marchese Michele Avitabile, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli. Chiese un riscatto di 20000 ducati, si accontentò di 9000.

Il questore di Napoli, Nicola Amore, dichiarò che si era superato il limite estremo della decenza e pretese che si facesse terra bruciata intorno al brigante. Carabinieri e soldati smantellarono la banda di Pilone, che però riuscì a sfuggire alla cattura: una barca da pesca lo portò sulle coste del Lazio. Nell’inverno del ’67 Pilone ritornò sul Vesuvio. Dei suoi, non ritrovò nessuno: alcuni erano morti, altri stavano in carcere. Qualcuno finse di non ricordarsi di lui. Per due anni Pilone si sottrasse alla caccia di soldati e poliziotti, irridendoli e esasperandoli: le sue improvvise apparizioni notturne nelle selve del Vesuvio, la zoppia, l’astuzia, e l’ ammirazione che per lui nutriva “il popolo minuto“ ne fecero un personaggio leggendario.

Ma i capi della camorra vesuviana non potevano più consentire che, per colpa di uno solo, le forze dell’ordine mettessero il territorio in stato d’assedio, bloccassero tutti i traffici e disseminassero spie in ogni caffé tra Napoli e Torre. Bisognava ammazzare Pilone, non catturarlo. Era necessario evitare il clamore di un processo e il rischio che egli si pentisse e “cantasse“: su questo punto furono tutti d’accordo: camorristi e “galantuomini“.

Il 14 ottobre 1870, a Napoli, un traditore portò Pilone in un cerchio di almeno 15 poliziotti che vestiti in borghese e mischiati con la folla avevano occupato, sotto la regia del delegato Petrillo, un lungo tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’ Orto Botanico. Pilone, accompagnato forse dal suo giuda, scendeva dal Museo a passo lento, per la zoppia. Indossava una giacca di velluto, pantaloni di tela a righe, una cravatta viola, e un panciotto nero, che teneva aperto, "come costumano i contadini", scrisse un cronista. Calzava un cappello bianco e gli occhiali azzurri rendevano più gentile "il profilo regolare e piuttosto bello" del volto. Un attimo prima di entrare nel cerchio, il giuda si allontanò. Pilone capì, ma gli era già alle spalle l’appuntato Generoso Zicchelli: premendogli le costole con la punta del pugnale e con la canna del revolver, lo dichiarò in arresto.

Pilone si girò o parve all’appuntato che volesse girarsi per estrarre un’arma dal panciotto: ma poi si vide che non era armato. L’appuntato gli piantò il pugnale nel petto. Pilone crollò a terra e da terra cercò di parare i colpi che Zicchelli e un collega gli vibravano con furia in faccia e nello stomaco. Il brigante ebbe ancora la forza di accovacciarsi nella pozza del suo sangue, come per difendere il volto dalle lame; intanto i poliziotti gridavano alla folla agitata e minacciosa di star calma: siamo della Questura, quest’ uomo è Pilone. Infine lo caricarono su una carrozzella: dalla gola gli uscì un ultimo rantolo. Pilone morì prima che la carrozzella entrasse nel cortile della Questura.

Il prefetto telegrafò immediatamente un dispaccio al Sottoprefetto di Castellammare, e il Sottoprefetto immediatamente lo trasmise ai Sindaci di Ottajano, Gragnano, Pimonte, Lettere, Agerola e Castellammare "con la preghiera di dare la maggiore possibile pubblicità alla buona notizia contenuta nel dispaccio". Pochi giorni dopo l’ex deputato Cortese si presentò in Prefettura per comunicare che Salvatore Giordano, di Boscotrecase, aveva diritto alla taglia di lire 1500: 1000 promesse dal Comune di Ottajano, 500 dal Comune di Boscoreale.

Luigi Panariello di Raffaele, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che forse era spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto di mira , quello, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del Boccia, Maddalena Lullo di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, a prestare soccorso. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone in tenimento di Boscoreale. Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda.

Panariello scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essersi salvato, poiché i suoi inseguitori li vedeva e li sentiva sfiniti. Ma Giuseppe Cirillo di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della pianura grassa di vapori si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare. Quando il Cirillo gli fu vicino, egli gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì con forza al capo con il calcio dell’arma.

Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola "e lo rese cadavere". La spia di Terzigno ebbe un premio di trenta lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentato stupro: a Torre Annunziata un uomo era entrato in casa di una giovane sarta e aveva cercato di violentarla; la donna era riuscita a fuggire, ma l’uomo si era steso sul letto ad aspettarla. Con tutta calma.

La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì in un giorno di afa insopportabile. La saggia ironia della storia volle che Luigi Panariello venisse ucciso da un contadino che aveva fatto il servizio militare e s’era congedato con onore.

LA STORIA MAGRA

GIORNATE DI SPORT PROMOSSE DALLA FONDAZIONE A.PAVESI ONLUS

2° TROFEO IdeAle: stravince il Mercalli. La Fondazione Pavesi, che ha organizzato l”evento, è nata due anni fa per ricordare Ale, uno studente travolto da un pirata della strada. Di Annamaria Franzoni

Gli studenti del liceo scientifico ”G. Mercalli “ e del liceo Classico “Umberto I” di Napoli insieme a tanti altri ragazzi, sabato 9 ottobre, sono stati protagonisti della seconda giornata di sport “ideAle”, promossa dalla Fondazione Alessandro Pavesi ONLUS, nata due anni fa per ricordare Ale, un ragazzo di 19 anni, ex allievo del Mercalli, travolto da un pirata della strada in via Cilea a Napoli.

Lo scopo della manifestazione, che si è svolta nella splendida cornice della collina di Posillipo, al Green Park Tennis di viale Virgilio 12 (parco Virgiliano) è quello di diffondere fra i giovani valori di giustizia e solidarietà, proclamando il valore del convivere civile, attraverso l’esempio diretto dei ragazzi.
È stato un pomeriggio intenso di gare sportive in cui gli studenti dei licei Mercalli e Umberto hanno dimostrato tutta la loro voglia di vivere e tanto spirito sportivo affrontando incontri di pallavolo, tennis e calcetto: il 2° Trofeo ideAle è andato al Liceo Mercalli.

La manifestazione ha costituito uno splendido momento di incontro sportivo per i ragazzi ed un bella occasione per poter ricordare Ale e i suoi sogni con un sorriso.
Così i genitori di Alessandro, Maurizio e Paola, ci sintetizzano il senso che hanno queste splendide giornate ricche di emozioni, gioie, sorrisi, abbracci e tanta solidarietà:

“Un destino crudele ci ha tolto per sempre la meravigliosa compagnia di Ale, i sogni di un ragazzo di nemmeno 20 anni e i suoi incantevoli sorrisi. Un incidente nella notte, mentre tornava a casa in moto dopo aver salutato la sua ragazza. Aveva il casco, ma una macchina guidata da un pirata della strada ha fatto una manovra vietata, l’ha travolto ed è scappato via. L’affetto di tanti amici ci ha però indicato una strada e ci ha dato la forza per continuare un percorso nel segno di Ale, anche se senza di lui. Ci siamo accorti che attraverso i suoi sentimenti e i suoi valori che, anche se acerbi hanno contraddistinto la sua breve vita, Alessandro aveva seminato tanti piccoli semi e molti di questi sono germogliati dando vita a delle "piantine": di ideali, di valori positivi, di speranza”.

“Cominciava a credere in un mondo migliore, a combattere contro le ingiustizie e a non rassegnarsi di fronte all’ottusità di tanti e alla inconsistenza di alcuni modelli di vita. Sognava di studiare i diritti umani e di poter, un giorno, impegnarsi a favore del rispetto delle regole e dei più deboli. La Fondazione nasce per aiutare queste piantine a crescere e per continuare a seminarle, ricordando Alessandro con un sorriso e portando avanti le sue aspirazioni e gli ideali in cui credeva.
Insieme agli amici della Fondazione vorremmo aiutare i ragazzi a coltivare dentro di loro i semi della giustizia e della solidarietà: le piantine di Ale”.

“Lui credeva in questi valori, noi vogliamo continuare a crederci.
Il nostro logo è un germoglio nato da quei sogni di un ragazzo che hanno avuto la forza di perdurare e di radicarsi nei cuori dei nostri associati”.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA “VERTECENA” OVVERO LA DIALETTICA

0

Ritorna il dialogo, proposto dal prof. Giovanni Ariola, tra amici che riflettono di scuola e società.

– Sempre a proposito del libro del prof. Serianni (Luca Serianni, “l’ora di italiano”, Editori Laterza, 2010)– continua il prof. Piermario, rinfocolando il suo sdegno – Stiamo ancora una volta ad insistere su pratiche didattiche superate o inadeguate o, peggio, di poco, per non dire di nessun interesse per gli studenti. D’accordo quando propone come “obiettivo ragionevole – qualcuno potrebbe dire minimo – ….quello di mettere tutti i diciottenni scolarizzati nella condizione di capire pienamente l’editoriale di uno dei grandi quotidiani: leggere criticamente quel che scrivono Galli della Loggia, Scalfari, Gramellini significa prima di tutto essere al corrente dei grandi temi che si agitano sullo scenario nazionale e internazionale….”.

 

Ma perché, dico io, per raggiungere questo obiettivo non si adotta un itinerario didattico razionalmente fondato sui reali interessi dei ragazzi, calibrato sugli effettivi prerequisiti da essi posseduti e sui loro ritmi di apprendimento, insomma perché non riferirsi ai campi di esperienza degli adolescenti piuttosto che fare “un esperimento” in “una seconda superiore (non importa di quale indirizzo: tutti dovrebbero essere in grado di leggere il giornale!) (sic!)….prendendo in esame l’articolo di fondo apparso nel ‘Corriere della Sera’ del 15 febbraio 2010 e scritto, in una prosa stilisticamente nitida ed efficace, da Tommaso Padoa Schioppa (il tema è la crisi finanziaria della Grecia ecc. ecc.)…”(p.78). Perché proporre già in una seconda a ragazzi quindicenni un esercizio lessicale sul  testo di un economista che sarà pure pieno di dottrina ma di cui a quei ragazzi non importa un fico?

 

– È tempo credo – ribatte il prof. Eligio – di smetterla con questa difesa ad oltranza degli interessi degli alunni. A furia di coccolarli, acccondiscendere, assecondare,  rischiamo di farne dei deboli, degli infingardi e degli ignoranti,,,invece dobbiamo pretendere che acquisiscano le conoscenze e le competenze che oggi, in questo momento storico è necessario che abbiano per vivere bene loro e per svolgere ciascuno il suo ruolo nella società…

– Sto parlando – a stento si domina il prof. Incendiario – del punto di partenza del processo didattico e di apprendimento non di quello di arrivo. Dico che bisogna partire da quello che i ragazzi vogliono per guidarli ad acquisire quello che debbono

– Io farei leggere molta poesia … – dice convinto il prof. Fantasia.

– Possibilmente contemporanea… –  incalza il prof. Piermario.

 

I classici, debbono leggere i classici… – ribatte il prof. Eligio.

– Perché non lasciarli liberi  di scegliere, limitandoci noi docenti a proporre una pluralità di testi? Ma altra è la questione più importante da affrontare, si tratta di organizzare in classe un esercizio di lettura efficace e io dico piacevole accattivante perché i ragazzi imparino più facilmente un metodo critico di lettura….. Ad onor del vero, lo stesso prof. Serianni accenna alla ludodidattica, quando scrive: “L’acquisizione del lessico, specie per elementari e medie, può giovarsi anche di meccanismi ludici…” (p.47), ma la considera come una alternativa opzionale e non in assoluto necessaria, quale caratteristica essenziale e ineludibile della didattica generale.

 

Bisogna insomma rendere piacevole l’imparare…Ecco, per riferirmi ad un libro che citava poco fa il collega Carlo, un ottimo esercizio da proporre ai ragazzi: “Definizioni per gioco/ Dicevamo quant’è difficile dare una definizione di una parola. Spesso ce la caviamo con sinonimi: che cosa vuol dire gentile? Vuole dire cortese. La definizione al limite può anche essere estensiva: che cos’è un libro? Lo prendi dallo scaffale, e mostri materialmente l’oggetto. Oppure puoi dare una definizione enumerativa, spieghi la parola da definire con iponimi: frutta secca cos’è? Noci, nocciole, mandorle, arachidi…..”. Ma si può anche provare “per gioco a fornire definizioni sbagliate”, invitando poi i ragazzi a correggere….: abbarbicarsi: atto del tenersi saldamente attaccati ad una persona afferrandola per la barba; ….cassata: violento colpo inferto tramite una cassa o altro contenitore in legno; cefalea: pesca rituale del cefalo;….conti correnti: nobili dediti al footing; ….equinozio: matrimonio tra cavalli;…gabbiano: uccello che sta chiuso in gabbia; …mulatta: la femmina del mulo;…focaccia: tipo di foca particolarmente repellente;….”(L. Beccarla, Il mare in un imbuto/Dove va la lingua italiana, Einaudi, 2010, pp.56 – 57).

 

Il prof. Carlo ha ascoltato in silenzio la conversazione tra i colleghi. Intanto guarda il grande oblò/finestra che si staglia all’ultimo piano del palazzo di fronte e che, come un trompe-l’oeil, riflette il cielo terso e luminoso di questa splendida ottobrata. Eppure di tanto in tanto lo specchio dell’oblò si annerisce per il passaggio di nuvole scure.

– E’ un moto inarrestabile – pensa – Come la vita…come la storia…

 

– Alla fine – dice e la voce è grave come i pensieri –  c’è del vero nelle vostre tesi contrapposte: filoneismo e misoneismo, difesa della civiltà esistente ed elogio della civiltà sempre nuova che chiede spazio e attenzione, didattica del dovere e didattica del piacere…Non possiamo e non dovremmo fare altro che esercitare la nostra razionalità. Le parole che suonano di vuoto, lasciamole al loro destino. Se hanno la forza di durare o dopo una fase di morte apparente (catacresi temporanea) di risorgere riattivate, bene …nel caso contrario, giacciano in pace nei dizionari. Tra le parole che hanno avuto una vita lunghissima, annovererei la parola dialettica che ha avuto la forza di rinascere di epoca in epoca con significato mutato ma sempre vivo. Di questo termine ci dobbiamo sempre ricordare e guai a dimenticarlo.

 

Credo che siate d’accordo con me, che la storia sia un perenne processo dialettico, un continuo scontrarsi di forze diverse, dicotomiche o antinomiche, da cui verrà fuori la sintesi del domani. Permettemi questo aneddoto scherzoso e leggero. Ricordo un mio insegnante di filosofia che veniva in classe con tre quaderni sotto il braccio, erano di colori diversi , uno azzurro, uno arancione e un altro rosso. Apriva quello azzurro per leggerci alcuni brani più significativi del filosofo che stavamo trattando. Da quello arancione estraeva alcuni passi critici dei filosofi successivi sull’opera e sul pensiero del loro predecessore. In quello rosso c’erano i suoi pensieri. Erano brevi e li mandavamo a memoria. Ricordo ancora quelli su argomenti monotematici: la magnanimità, l’oblatività, la coseità, l’epimeleia. Altri erano definizioni personali su termini filosofici.

 

Tra questi, dialettica, appunto, che egli chiamava triangolazione virtuosa e funzionale. Per farci intendere più facilmente il processo dialettico, ci diceva “E’ come quando nei nostri capelli compare una vertecena(nel dialetto napoletano = ‘ciuffo di capelli rivolti in direzione contraria agli altri e perciò ribelli all’azione del pettine’ – F. D’Ascoli). I capelli ordinati sono la tesi, la vertecena è l’antitesi. A questo punto, che fare? Prima di tutto fare pulizia, procedere a una bella lavata ai capelli (detta con un forestierismo sciampo), quindi asciugarli con l’asciugacapelli (comunemente fon)  e infine lavorare con la spazzola per rimettere tutto in ordine. Ordine che sembra lo stesso di prima ma in effetti è nuovo, in quanto sintesi di una situazione preesistente trasformata dall’intervento umano.”

 

Allora, difendiamo la dialettica, interna ed esterna…ma, non esageriamo. Perché, al capezzale di un moribondo, mentre i medici (!!??) perdono troppo tempo a far dialettica, ossia a discutere e a litigare, il malato può anche morire!

ARTICOLO CORRELATO

IL PARCO DEL VESUVIO. OVVERO: UNA PUZZA CI SEPPELLIRÁ

Il piacere della precarietà di chi abita ai piedi del Vesuvio e la spietata verità della puzza. L”olfatto, implacabile come il rimorso, ha smascherato tutte le viltà vesuviane. Di Carmine CimminoUna storia del carattere di noi vesuviani risulterebbe, alla fine, una tragicommedia, scritta, musicata e messa in scena dal Vesuvio, ovviamente, e recitata, purtroppo, da attori mediocri , a cui tuttavia per tre secoli il Vesuvio ha garantito la sua complicità. Per tre secoli osservatori attenti e stupiti, viaggiatori, teologi, scrittori di taglia varia e di diversa scuola, hanno cercato di capire cosa spingesse i vesuviani a tornare, dopo ogni eruzione, in villaggi e paesi sgarrupati, a coltivare di nuovo gli orti, a ripiantare le viti, e a ricostruire le case: sebbene nessuno potesse garantire che il Vesuvio non si sarebbe agitato di nuovo, senza preavviso, di lì a un secolo o il giorno dopo.

Fu facile concludere che i vesuviani tornavano sollecitati dal coraggio, dall’amore dei luoghi, dal culto delle memorie: insomma da tutte quelle sonore parole di cui spesso ci serviamo per truccare la faccia della verità, quando la verità ha una faccia devastata dalle rughe. Grazie alla connivenza e alla complicità del vulcano, riuscimmo a far passare per nobili virtù – un mazzetto di nobili virtù – le manifestazioni di un solo, comune, vizioso sentimento: il piacere della precarietà. Le eruzioni divennero un colpo di fortuna, e fummo abili a trarre dalla catastrofe un utile cospicuo e imprevisto. Il Vesuvio ci consentiva di uscire fuori dalla linea del tempo, e dunque fuori dalla storia.

Napoli fuori dalla storia è il titolo dell’articolo con cui qualche tempo fa Benedetto Gravagnuolo è intervenuto, sul Corriere del Mezzogiorno, nel dibattito sulla città immobile. In un passaggio egli ha dissentito dalla tesi di Franco Piperno, per il quale questo ritardo epocale tante volte denunciato, quella disgrazia così spesso lamentata, si rovescia in una fortuna insperata. La fortuna sarebbe questa: restando fuori dalla storia, da questa storia, da questa modernità, Napoli potrebbe costruire un modello di civiltà alternativo a quello che imprigiona oggi la nostra vita. Gravagnuolo ricorda che questo paradosso l’aveva già pensato Pasolini: aggiungo che qualcosa di simile passò anche per la fervida mente di Petruccelli della Gattina.

Ma i napoletani e il loro immobilismo, e le ragioni di questo immobilismo, e il suo valore, costituiscono un problema a sé, non hanno niente in comune con noi vesuviani e con il nostro stare fuori dalla storia. Perché noi la modernità l’abbiamo accettata, e la condividiamo, ma dopo averla filtrata attraverso il sentimento della precarietà. Progettare il futuro, ridisegnare il profilo della comunità, combattere per i diritti, i diritti propri e quelli degli altri, guardare in faccia i problemi: tutte cose belle e buone, ma per gli altri, che non vivono sotto il Vesuvio. Per noi, non hanno senso: anche noi vorremmo, penseremmo, desidereremmo, anche noi bla bla bla: ma purtroppo c’è il Vesuvio: non ha senso costruire, in riva al mare, castelli che poi la natura violenta del mare spazzerà via con una sola ondata.

La scusa era, ed è, buona. Ci siamo seduti a terra, ad aspettare che il presente e il futuro ci venissero addosso. Il Vesuvio ci ha permesso di restare bambini. Bamboccioni, direbbe qualcuno. Ma la complicità del vulcano giustifica solo la vista e l’udito. A terra è steso un morto ammazzato, noi lo vediamo, ma solo per scavalcarlo. È una fotografia famosa, fece il giro del mondo, come quella dell’ uomo trucidato in pizzeria, la testa reclinata nel piatto della pizza, terribile metafora della napoletanità gaglioffa e trucida. Vista e udito sanno dissimulare, fingere, sanno non vedere e non sentire, sanno vedere e sentire ciò che non c’è: e dunque da noi prima che nel resto d’Italia è capitato che un delinquente tenesse pubblici sermoni sulla legalità e un immorale patentato tuonasse a difesa della moralità, e che noi applaudissimo: le mani possono essere isolate e sconnesse dall’intelletto, e l’intelletto dall’udito e dalla vista.

Quanti applausi abbiamo sprecato, e sprechiamo, quanti ne contaminiamo indirizzandoli a chi dovrebbe esser preso a torsi di cavoli in faccia. Abbiamo visto la Campania ridotta a pattumiera, ma non abbiamo visto, perché, per rassicurarci, la monnezza la nascondevano sotto le verze, sotto il pascolo degli animali da pascolo, sotto i meli e i peschi e i ciliegi, dentro le bistecche e dentro le melanzane, dentro l’acqua, dentro le cellule dei corpi aggrediti e stravolti dalla malattia. Vediamo e sentiamo, se vogliamo, e se vogliamo, non vediamo e non sentiamo. Ricordo la calma con cui, durante un convegno sulla discarica di Tufino, il pubblico ascoltò l’esperto che commentava le terribili statistiche dei decessi imputabili all’inquinamento del territorio. Quella calma spiegava tutto.

La morte è sempre un problema degli altri. E dunque che la monnezza appili i buchi nella pancia del Vesuvio, che si apra pure una discarica nel cuore del Parco Nazionale, del Parco che avrebbe dovuto fare, tutelare, proteggere bla bla bla. Fiumi di liquame immondo e di gorgogliante percolato inzuppino pure le radici delle vigne preziose e corrompano il corpo del vino più nobile d’Italia, un vino che è mito e storia come nessun altro vino al mondo. Abbiamo accettato tutto questo, abbiamo sopportato vergognosamente l’oltraggio estremo: a Roma dei signori lombardi hanno deciso che così doveva essere, e qui i nostri amministratori hanno piegato il capo, e noi abbiamo piegato il capo: se così deve essere, così sia.

Applausi. In fin dei conti è una discarica; che sarà mai una discarica: in fin dei conti, è colpa nostra, se non facciamo la differenziata, se non vogliamo l’inceneritore, è colpa nostra se dietro l’affare della monnezza c’è la camorra. In fin dei conti la discarica sta tra Terzigno e Bosco: a noi ottavianesi, o sommesi, o sangennaresi, che ce ne frega? Anche noi avemmo, e abbiamo, le nostre discariche.

La vista e l’udito si persuadono con poco. Tutto tranquillo. Perfino il Parco ha continuato a esistere: ma questa è una stranezza esagerata: questa stranezza ce la dovranno spiegare.
Poi è arrivata la puzza. Una puzza smisurata, molle, ferruginosa, la puzza ha occupato l’aria il cielo ha impregnato la terra, una puzza che circonda, avviluppa, macera, attacca i pori, artiglia il cervello, rintrona le orecchie, offusca gli occhi, ottenebra la luce, entra nelle narici e nella bocca come un fiato putrido, irride la nostra soglia di sopportazione, già avvilita e fiaccata da profumi lacche deodoranti dopobarba aromi e fragranze dai nomi esotici con la erre moscia. Non possiamo più fingere, non possiamo più fare teatro: l’olfatto non si acconcia alla nostra volontà, non si gira da un’altra parte, non fa finta di non percepire.

L’olfatto è un senso sincero e libero: è come la coscienza: è implacabile come il rimorso. Il Vesuvio, incazzato, non ha voluto occultare la puzza, non ha voluto aiutarci a nasconderci a noi stessi, ci ha trascinati davanti allo specchio del fetore, e dopo averci strappato dal viso le molte maschere, ci ha squadernato sotto gli occhi la sostanza della nostra viltà, vera, autentica, tangibile, assoluta. Ma forse è troppo tardi per un esame di coscienza.

Ci resta da fare una sola cosa: distillare questa puzza, e chiuderne l’essenza in flaconi e boccette, ed esportarla, regalarla , usarla come risposta silenziosa, pacifica e definitiva a tutti quei signori laccati e profumati che nei salotti televisivi, profumati e laccati, discutono, da lontano, di questa puzza, e, fingendo di sbraitare e di accapigliarsi, oppongono alla ciclopica terribile nuda realtà di questa puzza solo chiacchiere: chiacchiere a secchiate. Questa puzza potremmo chiamarla Notte vesuviana.
(Fonte foto: Rete Internet)

 LA RUBRICA

LE BESTEMMIE DEI POLITICI

0

Com”era prevedibile, la bestemmia di Berlusconi ha sollevato polemiche. Ma sono bestemmie contro gli altri anche quando, invece di perseguire il bene comune, si inseguono sporchi interessi di parte o solo di qualcuno! Di Don Aniello Tortora

Ha destato, come era prevedibile, molto interesse e scalpore su tutti i media, la bestemmia del presidente del Consiglio.
Prima la barzelletta sugli ebrei avidi di quattrini. Poi quella che prende di mira ancora una volta Rosy Bindi e si conclude con una sonora bestemmia. Molte, ovviamente, le reazioni. Dal mondo della politica, ma soprattutto, degli ebrei e del variegato e complesso mondo cattolico.
Netta la reazione di Amos Luzzatto, presidente della comunità ebraica di Venezia ed ex responsabile dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: «Prima di recuperare antichi stereotipi antisemiti di discutibile gusto – dice – un uomo pubblico farebbe bene a usare cautela. Su questi pregiudizi nei secoli si sono giustificate le peggiori discriminazioni e violenze».

L’ Avvenire, attraverso la voce del Direttore Tarquinio, è stato durissimo: ”Su ogni uomo delle Istituzioni, su ogni ministro e a maggior ragione sul capo del governo grava, inesorabile, un più alto dovere di sobrietà e di rispetto. Per ciò che si rappresenta, per i sentimenti dei cittadini e per Colui che non va nominato invano”.
Molte le reazioni anche a Mons. Fisichella, che ha quasi giustificato il premier, affermando che l’episodio andava “contestualizzato”.
Ma i commenti più duri sono venuti da Famiglia cristiana.
Un’offesa a tutti i cattolici’: così ‘Famiglia cristiana’, sul suo sito web, commenta la “bestemmia” del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

“Per raccontare l’ennesima barzelletta volgare sulle donne, il cavaliere Berlusconi si dà alla bestemmia. Il capo del Governo si concede ciò che non è permesso ai calciatori”, scrive l’edizione online del settimanale dei paolini. “Lui, Silvio Berlusconi, dice che la barzelletta, costruita da chissà chi per insultare Rosy Bindi e comprensiva di bestemmia finale, circolava già in Parlamento e quindi raccontarla in pubblico non era peccato”, ma “il rammendo è peggio del buco. Perché dimostra che, come sempre, il Cavaliere pretende di tenere il piede in tutte le scarpe possibili. Nel caso specifico, quello del signore galante e del sessista da bar. Dello statista e del teppistello di periferia. E, ancora peggio, del politico intriso di sentimenti cattolici quando si tratta di chiedere voti ma sostanzialmente estraneo al sentire cattolico in ogni altro momento della vita quotidiana”.

La bestemmia, prosegue ‘Famiglia cristiana’, “colpisce un lato per fortuna ancora molto reattivo dell`opinione pubblica, come dimostra per esempio la campagna (sostenuta con ripetuti interventi anche da Famiglia Cristiana) contro le imprecazioni dei calciatori, alcuni dei quali già squalificati e multati”. Il settimanale dei paolini rileva “l`ampia reazione di sdegno che si registra in queste ore, e che non può essere derubricata a semplice polemica (o persecuzione, come forse diranno i fan del Cavaliere) di stampo politico”.

“Si vorrebbe provare stupore di fronte a questa performance del primo ministro che pretende di aver evitato una guerra della Russia contro la Georgia e di aver salvato l`economia americana dalla crisi fornendo buoni consigli a Obama. Invece sappiamo tutti che non è la prima e certo non sarà l`ultima. Perché proprio dal Cavaliere – conclude il settimanale diretto da don Antonio Sciortino – arriva uno dei più chiari esempi di quel ‘cristianesimo alla carta’ o ‘cristianesimo usa e getta’ che è oggi tra le piaghe più profonde della vita sociale del nostro Paese”.

Per noi cristiani il Comandamento di “non pronunciare il nome di Dio invano” è sacro.
A me pare, però, che non esista bestemmia verso Dio senza bestemmia verso l’uomo, creato a Sua immagine e somiglianza e vera “gloria del Dio vivente”.
La reale bestemmia del presidente del Consiglio e del mondo della politica è offendere quotidianamente la dignità del popolo italiano, con i loro gossip e gli odi personali. A volte ho proprio l’impressione che argomenti futili e superficiali vengano montati ad arte per “drogare” l’opinione pubblica e distoglierla dal “pensare” ai reali problemi.
Si bestemmia contro gli altri quando, invece di perseguire il bene comune (di tutti e di ciascuno) si inseguono sporchi interessi di parte o solo di qualcuno!

Si bestemmia contro i giovani quando non si assicura loro un futuro con un lavoro dignitoso!
Si bestemmia contro i malati quando vengono curati bene solo coloro che sono raccomandati o possono pagarsi le cure!
Si bestemmia contro i più deboli quando si tagliano i fondi al Welfare state!
Si bestemmia contro l’ambiente quando si vogliono aprire altre discariche sul nostro territorio già altamente inquinato!
Si bestemmia contro la povera gente quando i diritti vengono scambiati per favori!

Come si può ben vedere, a me sembra che la vera barzelletta quotidiana siano lo stesso premier e tutti i politici, che ogni giorno ricorrono a queste bestemmie.
Per noi cristiani (e anche per quanti impegnati in politica si ispirano ai valori evangelici) quando precipitiamo nel peccato c’è la possibilità di risorgere attraverso la confessione, il ravvedimento, la conversione, la penitenza, l’impegno a non peccare più.
Un piccolo-grande esame di coscienza non farebbe mai male a nessuno!
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IN 6 LINGUE LA GUIDA AI DIRITTI E DOVERI DEI DETENUTI

0

La Guida ha lo scopo di fornire ai detenuti, ed ai loro familiari, uno strumento utile per districarsi nella realtà carceraria. Di Simona Carandente

Con una conferenza stampa tenutasi lo scorso 16 settembre, la Onlus "Il Carcere Possibile", con il patrocinio della Regione Campania e la collaborazione del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria ha presentato la Guida ai diritti e doveri dei detenuti, redatta con il contributo di numerosi esperti del mondo penitenziario e giuridico.
La guida, tradotta in inglese, francese, albanese, arabo e rumeno nasce con lo scopo di fornire ai detenuti, ed ai loro familiari, uno strumento per potersi districare nella complessa realtà carceraria, specie in caso di primo ingresso nei luoghi di detenzione nonché, ipotesi frequente, nel caso di detenuti stranieri e poco avvezzi all’uso della lingua italiana.

L’idea, come si apprende dagli stessi responsabili della Onlus, è importante e di ampio respiro, pur dovendo scontrarsi, inevitabilmente, con le lungaggini burocratiche, il sovraffollamento delle carceri, la mancanza di risorse economiche adeguate che ne impediscono, complessivamente, la concreta e piena attuazione in ambito penitenziario.
Attraverso la guida (scaricabile anche sul sito www.ilcarcerepossibileonlus.it), il detenuto viene seguito passo passo sin dal primo ingresso in istituto, dove in primis viene sottoposto a visita medica, ad un controllo di carattere generale e privato, momentaneamente, del denaro contante e degli effetti personali, custoditi per la durata della detenzione stessa.

Successivamente, al detenuto viene data la possibilità di comunicare ai familiari il proprio stato di detenzione, facendo sì che lo stesso venga assistito dal difensore di fiducia eventualmente nominato, o in mancanza da quello di ufficio, con possibilità di conferire con questi.
Mentre la presenza di denaro contante è assolutamente vietata all’interno del penitenziario, il detenuto può gestire un proprio "libretto", con l’indicazione delle entrate e delle uscite, con disponibilità massima pro capite di duemila euro per chi è in attesa di giudizio.

In un momento successivo, l’Amministrazione fornisce il cosiddetto corredo, con il necessario per l’igiene personale e la biancheria, con autorizzazione a fare eventualmente uso del proprio.
Particolare attenzione, tuttavia, è volta al tema del comportamento in Istituto, che deve essere improntato al rispetto di talune regole fondamentali: ad esempio, non è consentito al detenuto simulare il proprio stato di malattia, avere atteggiamenti molesti nei confronti degli altri, comunicare illegalmente verso l’esterno e trafficare beni di cui non sia consentito il possesso.

A coloro che si siano distinti per impegno nel lavoro, nei corsi scolastici e professionali, oppure dimostrino particolare disponibilità nell’aiutare i compagni, possono essere concesse delle ricompense, che spaziano dall’encomio, alla proposta di benefici alternativi alla detenzione fino a giungere, nei casi più eclatanti, alla proposta di grazia e di revoca anticipata della misura di sicurezza già inflitta. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CRISI DEI RIFIUTI. NESSUN MISTERO: ECCO I RESPONSABILI

0

La crisi ciclica la subiamo perchè non funziona la raccolta differenziata; e continuerà a non funzionare perchè il governo ha scelto la strada delle discariche e dei termovalorizzatori. Meriterebbero di essere presi a calci nel sedere.

I rifiuti a Napoli e in Campania sono una cartina di tornasole che evidenzia e mette a nudo tutte le incapacità di un ceto politico e amministrativo e di una classe dirigente di fronte alla soluzione di un problema che riguarda tutti i cittadini e la vivibilità stessa del territorio. Al di là di tutto quello che già è stato scritto sull’argomento, e in particolare al ruolo attribuito alla criminalità organizzata, vorrei porre l’accento sulla incapacità ad affrontare una questione certamente non semplice ma per la cui soluzione esistono procedure e tecnologie largamente sperimentate. Si producono sicuramente troppi rifiuti da parte di cittadini, di famiglie, ma anche di imprese commerciali, artigianali, agricole e industriali. Il primo problema sarebbe quello di diminuire per quanto possibile la produzione di rifiuti da parte di tutti.

Si potrebbe farlo in tanti modi a cominciare dal ridurre la quantità di rifiuti prodotti dalle famiglie, su cui oggi si scaricano funzioni che dovrebbero essere spostate sui produttori. Se le verdure e gli ortaggi arrivassero pulite nelle case, perché alcune operazioni di pulitura vengono realizzate a livello di mercati generali e di fruttivendoli, si ridurrebbe la quantità di umido prodotto a livello familiare. Se si semplificasse il confezionamento dei prodotti alimentari si avrebbe una drastica diminuzione di plastiche e cartoni da smaltire a livello familiare. Se le bottiglie di plastica fossero sostituite da bottiglie di vetro da riconsegnare o da riutilizzare diminuirebbe il volume delle plastiche da smaltire con procedimenti anche costosi e non remunerativi.

Ma gli esempi potrebbero essere tanti. Il secondo problema sarebbe quello di dare a tutti, e non solo alle famiglie, precise responsabilità in ordine allo smaltimento dei rifiuti prodotti anche attraverso il recupero dei contenitori riutilizzabili, direttamente o indirettamente. Un esempio: le aziende che utilizzano banda stagnata dovrebbero essere tenute a consorziarsi per assicurare, sul territorio, impianti di lavorazione dello scatolame conferito come rifiuto differenziato, per ridurre i costi e completare il ciclo raccolta-trattamento-riuso. Allo stesso modo tutti coloro che producono imballaggi dovrebbero essere realmente obbligati al loro recupero presso supermercati e negozi.
Il terzo problema è una raccolta differenziata seria che abitui la famiglie a separare l’umido dai materiali riciclabili, alluminio, plastica, banda stagnata, vetro, carta e cartone.

Non è un problema di difficile soluzione: bastano regole certe e controlli. Ma per rendere efficace la raccolta differenziata occorre motivare anche con premialità i cittadini virtuosi. I metodi sono tanti e basta solo scegliere tra le sperimentazioni che hanno dato i migliori risultati. Ma la raccolta differenziata deve ridurre significativamente le tasse, meglio sarebbe le tariffe, che i cittadini pagano per lo smaltimento, anche perché le frazioni differenziate vengono vendute ai Consorzi di raccolta e quindi i Comuni incassano soldi che devono andare a favore dei cittadini e non a sostegno di operazioni clientelari.

La raccolta differenziata, però, funziona realmente quando è supportata da impianti per il recupero e riutilizzo delle frazioni differenziate, a cominciare dall’umido e dall’indifferenziato, dislocati nella provincia di appartenenza o, al massimo, in una provincia limitrofa. In caso contrario, come avviene oggi per ragioni che non sono neppure misteriose, i costi dello smaltimento e del riuso lievitano e si scaricano, sempre come oggi avviene, sul cittadino contribuente. La realizzazione di questi impianti di lavorazione delle frazioni differenziate ha anche il vantaggio di produrre nuova occupazione e nuove imprese: cose molto significative in realtà come quella napoletana e campana afflitte da disoccupazione endemica e scarsità di imprese produttive. Che senso ha, e a chi giova, raccogliere l’umido in Campania e trattarlo, con produzione di energia e di compost, in Puglia o in Toscana?

Nessuna ricaduta occupazionale e industriale, solo costi aggiuntivi per i cittadini. Per realizzare un impianto di compostaggio non occorrono grandi aree, non occorrono grandi capitali, non occorrono tempi troppo lunghi, basterebbero, in condizioni normali di amministrazione, pochi mesi. Ma anche per realizzare impianti più sofisticati per il trattamento delle frazioni umide, come i biodigestori anaerobici e i gassificatori, senza nessun impatto ambientale e di ridotte dimensioni, basterebbero 12-18 mesi, sempre in condizioni normali di amministrazione pubblica. In situazioni di buona raccolta differenziata altri impianti, come i termovalorizzatori, sono del tutto inutili. Per il trattamento delle frazioni secche differenziate sono necessari impianti industriali che non richiedono grandi investimenti economici e tecnologici e che possono tutti essere realizzati con capitali privati senza particolari sostegni pubblici.

Lo stesso discorso vale per i biodigestori e per i gassificatori. Alla luce di queste considerazioni diventa ancora più difficile comprendere le situazioni di emergenza strutturale che si registrano in Campania e lo spreco di denaro pubblico realizzato in tutti questi anni e che continua ancora oggi. Dove la raccolta differenziata funziona non c’è alcun bisogno di discariche: servono solo impianti industriali e un corretto sistema di raccolta e di conferimento. Il tempo per attrezzare correttamente una discarica è lo stesso, quando non superiore, a quello necessario per la realizzazione di impianti industriali: perché, anche da parte del Governo, si è scelta la strada delle discariche e dei termovalorizzatori, invece di quella della raccolta differenziata e degli impianti per il trattamento delle frazioni differenziate?

Una domanda che tutti i cittadini dovrebbero rivolgere ai loro politici e ai loro amministratori, prima di mandarli a calci nel sedere fuori dalle amministrazioni locali e regionali, dal Parlamento e dal Governo.
(Fonte foto: Rete Internet)

POLITICA E CAMORRA

25 MARZO 1862: PILONE INVADE TERZIGNO

La nostra rubrica continua ad occuparsi del brigante Antonio Cozzolino Pilone. Anche la sua storia –come anticipato- si intreccia con quella della camorra vesuviana e nolana, da troppi studiosi non considerata a dovere. Di Carmine Cimmino

La “comitiva“ di Antonio Cozzolino Pilone divenne una formazione importante nell’autunno del ’61, quando in tutto il territorio vennero pubblicati i bandi dell’ Esercito italiano per la leva obbligatoria. Decine di giovani si “sbandarono“, si diedero alla macchia, “alla montagna“, per sottrarsi all’arruolamento, che li avrebbe portati nelle città del nord, lontano dalla loro terra, dalle loro famiglie, di cui spesso erano il solo sostegno. Pilone promise danaro, cibo, donne, il rispetto dei galantuomini e, al ritorno dei Borbone, onori, pensioni e il congedo perpetuo. Maddalena Vaiano di Boscoreale cercò di convincere il figlio, Vincenzo Federico, a non diventare brigante, ma il giovane la cacciò via: se tu non mi fossi madre, ti ucciderei con due palle in fronte.

E il contadino Francesco Napodano di Terzigno mandò a chiamare il padre nella casa di Luigi Menichini, proprietario, sensale del vino e costruttore di botti, perché il povero colono avesse il piacere di vedere il figlio, bandito e ricercato dalla polizia, che mangiava e beveva "lietamente", come ospite di riguardo, in casa del galantuomo, nella piazza di Terzigno. Anche i briganti del Vesuvio furono mossi dal risentimento sociale e dall’ idea che la violenza garantisca dignità e legittimazione: i nemici erano quelli di sempre, signori e galantuomini, e a loro importava poco che fossero borbonici o liberali. Angelo Ranieri, che "i probi cittadini" consideravano troppo sciocco per avere idee politiche, andava dicendo in giro che voleva guadagnare molto danaro o morire ammazzato.

I vicini controllavano ogni giorno la quantità di pane comprata da Pasquale Balzano, dei Passanti di Boscoreale: se la quantità superava la media, era certo che il Balzano ospitava Pilone. Dopo l’invasione, il giudice di Ottajano, Giovanni Costantino, interrogò Francesca Ranieri, di Terzigno, di 35 anni, monaca di casa e proprietaria, che la “voce pubblica“ accusava di essere amante di Pilone. La monaca respinse gli osceni sospetti: lei, Pilone lo aveva visto solo due volte, nella sua masseria di Santa Teresa a Terzigno e gli aveva chiesto, la seconda volta, una delle "immagini della Vergine del Carmine con i nastri rossi" che si diceva che il Papa stesso avesse donato al brigante. Pilone e i suoi avevano fame; lei, spinta solo dalla carità cristiana, aveva preparato, l’una e l’altra volta, pasta e fagioli, una frittura di baccalà, una " barrecchia di vino di Terzigno “.

Entrambe le volte, erano comparsi, tra le viti, soldati in perlustrazione: e i briganti erano fuggiti via, verso le Lave, con lo stocco sullo stomaco. Per il resto, lo sapevano tutti a Terzigno -aggiunse la Ranieri- che l’ amante di Pilone era una certa Maria, del rione Caprai, nota con il soprannome terribile di Puzzacane.

La lunga deposizione che Nicodemo Bifuco fu Nicola, proprietario, di 29 anni, capitano della Guardia Nazionale di Terzigno, rese al giudice subito dopo l’assalto al posto di guardia che da lui dipendeva, è soprattutto un’accusa limpida alla sua incapacità. Egli dichiarò che molti militi della Guardia Nazionale erano amici dei briganti, ma dovette ammettere che nessun provvedimento egli aveva preso per difendere il paese dalle loro trame e per impedire che accadesse quello che accadde. Dovette anche ammettere che durante l’incursione i briganti avevano sparato sulle finestre e sui portoni dei palazzi dei galantuomini, ma avevano risparmiato il palazzo di sua madre. Dalla ricostruzione che egli fece dei fatti risulta che tutti sapevano che il 25 marzo 1862 Pilone avrebbe invaso Terzigno: tutti, eccetto lui.

Quel giorno Gaetano Iuliano, maniscalco, già segnalato "per il contegno continuamente disprezzevole" verso il Bifulco e il partito liberale, s’allontanò dal posto di guardia, poiché il figlio era venuto a dirgli che bisognava correre a casa di Vincenzo Ranieri Mangiamelelle, per un soccorso d’urgenza al mulo ammalato. Prestato il soccorso, il maniscalco stava tornando al posto di guardia, quando, a suo dire, i briganti gli piombarono addosso e gli strapparono il fucile. Ma i briganti lo conoscevano bene, poiché avevano bussato qualche sera prima alla sua porta, e chiesto e ottenuto del vino, sotto lo sguardo attento di una vicina di casa. Che ne parlò al giudice, pur aggiungendo, per addolcire gli effetti della “soffiata”, che il maniscalco si piegava a Pilone solo per "timore".

Per tutto il giorno Carlo Rosa, panettiere, che anche da Guardia Nazionale continuava a manifestare il suo disprezzo per i liberali, fu più agitato del solito. Stava di guardia, ma non volle calzare il képi d’ordinanza e sull’imbrunire si allontanò dal suo posto con il collega Basilio Bianco, a cui voleva far gustare il suo vino. La sorella del Rosa, intanto, "sentendo un gran freddo", mandava il figlio di 10 anni a chiamare il marito Domenico Pisani, "sospetto ladro e spia della banda", che stava ad oziare nel caffé di Giuseppe Boccia. Domenicantonio Ranieri si fece rimpiazzare, e il figlio, un ragazzetto di 12 anni, svelò al giudice Costantino che pochi giorni prima era venuta a casa sua "una grande quantità di armati", che avevano molto bevuto con suo padre; lui, da un suo nascondiglio, li aveva a lungo osservati insieme a un cuginetto, che, indicandogli un uomo assai alto e robusto, dalla barba nera, gli aveva detto: quello è Pilone.

L’invasione di Terzigno non fu una passeggiata trionfale; la gente non scese in piazza, né sventolò i fazzoletti bianchi. Alcune guardie si batterono con coraggio contro la comitiva: Pilone aveva portato con sé Luigi Ranieri il Gagliardo, Luigi Carillo, Francesco Napodano, Luigi Auricchio, Giovanni Pagano, Domenico Cirigliano, Luigi Panariello, Angelo Ranieri Cazzullo. Fu Panariello – o il Gagliardo- a ferire a morte il tenente Giovanni Boccia sparandogli addosso a bruciapelo. Il bottino fu poca cosa: una tromba, qualche fucile arrugginito, qualche baionetta. Anche questa volta la retata, eseguita poche ore dopo l’attacco dai Carabinieri di Ottajano al comando del brigadiere Luigi Sacchetti, tirò su solo pesci piccoli. Su indicazione del Bifulco furono arrestate alcune guardie nazionali, i genitori di Napodano, la madre e la sorella del Carillo, la madre del Gagliardo e quella di Pagano, e Maria Puzzacane, accusati quasi tutte di fornire viveri ai briganti e di distribuire abitini della Madonna del Carmine.

Furono messi in carcere anche alcuni braccianti che si riunivano ogni giorno, all’alba, alla Croce di Boscoreale "per ritrovare fatica": ad aspettare, cioè, i caporali, che li avrebbero ingaggiati per una giornata di lavoro: non c’erano prove contro di loro, ma la polizia pensò che sapessero qualcosa sugli spostamenti della banda, poiché si muovevano di frequente per le masserie e le vigne del territorio: e poi erano povericristi, che nessuno difese, e per cui nessuno protestò.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA STORIA MAGRA

GLI STUDENTI RIVIVONO LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

Il 67° anniversario delle Quattro giornate di Napoli è stato rivissuto in modo particolare da oltre 50 studenti, presso l”Istituto Campano per la Storia della Resistenza. Di Annamaria Franzoni

La città di Napoli, nei giorni immediatamente precedenti all’arrivo delle forze alleate del 1° Ottobre 1943, si rese protagonista per prima, tra le grandi città europee, dell’insurrezione contro l’occupazione nazista e corre mito che durante le Quattro Giornate di Napoli la liberazione della città sia avvenuta grazie al coraggio dei suoi “scugnizzi”: la loro presenza , che si aggira intorno al 10%, su circa 2000 partecipanti, è stata sicuramente esaltata e enfatizzata dalla foto-simbolo che gli Americani diffusero allo scopo di sottolineare che l’esercito nazista fosse stato battuto da un esercito di adolescenti.

Nel corso delle numerose manifestazioni in memoria delle “giornate napoletane” due quinte classi dell’ISS "Pitagora" del Rione Toiano di Pozzuoli, il 30 Settembre scorso, sono state invitate a “ Ri-vivere le Quattro Giornate di Napoli” presso la sede dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, dell’Antifascismo e dell’Età Contemporanea “Vera Lombardi”, Via Costantino 25,
per commemorare il 67° anniversario di un evento poco noto alle giovani generazioni.
In una bella mattina settembrina, 27 ragazzi del Liceo Socio Psico Pedagogico e 31 ragazzi del Liceo Scientifico, accompagnati dai due docenti di Storia, prof.ssa Francesca De Simone e Andrea Buonajuto, hanno con allegria saltato un giorno di scuola per partecipare ad una lezione diversa, su di un argomento storico che ignoravano, ma che li incuriosiva.

La seconda guerra mondiale, infatti, è sì programma dell’ultimo anno, ma è oggetto di studio tardivo rispetto al mese di Settembre, ed è inutile sperare che ci sia in loro qualche lontano ricordo dalle scuole medie. Da un rapido sondaggio nelle scuole, inoltre, è emerso che pochissimi sono quelli che conoscono queste pagine di storia a noi così vicine…
Dunque un po’ istruiti velocemente, un po’ incuriositi dal luogo, erano ben disposti ad apprendere.
Tutta questa gioventù è stata accolta dalla direttrice dell’Istituto, Prof.ssa Giulia Buffardi, dal Prof. Francesco Soverina, responsabile della sezione didattica e dal Sig. Gennaro De Paola, splendido ottuagenario che con incredibile maestria ha saputo tenere i ragazzi attenti per più di 2 ore.

La sua testimonianza è stata molto più che toccante: gli allievi hanno pensato che di mestiere avesse fatto il docente, perché è stato bravissimo; invece è un ex partigiano, socio dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), più che avvezzo a portare il suo contributo nelle scuole, affinché i giovani non perdano la memoria, la fiducia nei valori, la speranza in un futuro di solidarietà, la capacità di ragionare sempre con la propria testa al di là delle fascinose e subdole mode.

È stato toccante e in alcuni momenti emozionante ascoltare i suoi racconti mentre ricordava gli esiti del primo conflitto mondiale, gli stati d’animo degli italiani quando hanno ingenuamente dato fiducia al fascismo, e quando hanno capito finalmente l’inganno al quale erano sottoposti da anni, gli eventi orribili della guerra, le sofferenze del popolo napoletano, l’eroismo di tutta una popolazione di fronte all’orrore nazista:due ore sono volate e non c’è quasi mai stato bisogno di richiamare l’attenzione di nessuno.

L’ICSR ha successivamente mostrato ai ragazzi 2 mostre permanenti, fotografiche, documentarie e pittoriche che, a suggello di quanto fino a quel momento ascoltato, hanno ancor di più impresso il significato di quegli eventi.
La lezione di storia fuori dalla tradizionale aula scolastica è stata resa possibile dalla disponibilità del Presidente dell’Istituto, Prof. Guido D’Agostino e dal D.S. Prof. Cesare Fournier che hanno reso possibile questa istruttiva lezione di vita, oltre che di storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA FILOSOFIA DEI MACCHERONI. PARTE III

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici e poco considerati dagli scapigliati, i maccheroni non ebbero fortuna nemmeno con il futurista Marinetti. Ma se potessero parlare, i maccheroni, anzi, se solo sapessimo ascoltarli: Di

Potrebbe osservare qualcuno che avrei dovuto prendere le mosse dal latino maccheronico, e da Teofilo Folengo, in cui le grasse Muse, Gosa, Comina, Strizza, Ma- felina, Togna e Pedala accendono un’ispirazione fatta di gnocchi e di polenta, di frittatine, di trippe e di frattaglie. Il latino maccheronico sa di cotenne e di lardo, di fiati densi e di sentori di sugna, e, dunque, non ha nulla in comune con la nobile e rigorosa naturalezza dei maccheroni che Artusi chiama napoletani, lunghi e coerenti con il loro calibro da un capo all’altro, distinti dalle paste, che sono rigidamente corte.

Anche sotto una coltre di parmigiano, o immersi in un lago di salsa di pomodoro, o mollemente circuiti dall’insidia della genovese, i maccheroni e le paste conservano una nuda grandezza, una catoniana simplicitas: sono una sostanza che si mostra sempre per quello che è. Una sostanza spinoziana. Ma stiamo anticipando.
Dunque, per bocca di Leopardi gli illuministi condannarono i maccheroni: ma proprio nella dura condanna ci fu una chiara legittimazione del principio che i maccheroni sono un degno argomento di gnoseologia, di morale, di etica, e mi sono permesso di aggiungere, di estetica.

Condannati senza appello da don Giacomo, maccheroni e pasta non potevano sperare nella comprensione dei romantici. L’ eroe romantico, pallido, esangue peggio che se fosse succhiato ogni giorno da Dracula, lunare e chiagnaruso, non riesco a immaginarlo intento a mangiare maccheroni e pasta con quella inflessibile concentrazione che ziti, penne, maltagliati e vermicelli pretendono dai loro devoti e in cui Filippo Sgruttendio, misterioso e ammirevole poeta, naufragava fino al punto di chiedere a Dio la grazia di una metamorfosi estrema: se Narciso è stato tramutato in fiore, io voglio diventare Maccherone.

Dunque, i romantici non ce li vedo, a consumar zuppiere di pasta: e tuttavia, la storia degli Italiani mi costringe a non escludere che anche i romantici, dopo aver ostentato in pubblico, urbi et orbi, il loro antimaccheronismo, si ritirassero di corsa in stanze segrete, e gettatisi in ginocchio davanti a piatti colmi di ziti al ragù, implorassero il perdono per la loro viltà, e, perdonati, e armati di forchetta, si lanciassero nella mischia vorace, a mangiar montagne di maccheroni fino all’ultimo maccherone. Se i maccheroni potessero parlare: mi correggo: se sapessimo ascoltarli, apprenderemmo innumerevoli storie di ipocriti e di doppiogiochisti: quanti ne hanno visti, e ancora ne vedono, i maccheroni, quante volte hanno protestato contro il commento del pubblico: s’è vvenduto pe’ nu piatto ‘e maccarune. Fanno bene a protestare, i maccheroni: è offensivo, per loro, essere accostati agli opportunisti e alle banderuole.

La dignità dei maccheroni può essere macchiata da sughi e salse, ma non dalla bava di chi si vende come vacca al mercato delle vacche. I farenielli che zompano da una bandiera all’altra, prontamente, lietamente, senza dolori di pancia e senza rimorsi, i perogliosi sbrevognati che portano la stessa maschera sulla faccia davanti e sulla faccia di dietro meritano di essere accostati non ai maccheroni, ma alle polpette e alle braciole di cotica, a cui, del resto, le loro due facce assomigliano: purpettari e arravogliabraciole. Il napoletano ha il nome adatto per ogni specie di uomini. Per fortuna.

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici, i maccheroni non trovarono sostegno nemmeno in Igino Ugo Tarchetti, lo scrittore scapigliato che sotto il tricolore dell’Italia unita combatté contro i briganti campani e lucani, e ebbe il coraggio di dire e di scrivere che i soldati italiani si comportavano, nelle terre del Sud, non da liberatori, ma da conquistatori. Pagò il suo coraggio con l’ostilità della casta militare e dei clan della politica, e continua a pagarlo con l’ oblio. Non è un grande scrittore, ma la fama sorrise e sorride a pennaioli che non valgono nemmeno un tacco dei suoi stivali: fu un coraggioso, e noi italiani non abbiamo né rispetto né pietà per i pazzi che si permettono di avere coraggio.

Un notevole racconto di Tarchetti, Un suicidio all’inglese, si apre con la scena del protagonista, il capitano Gubart, che nella sala da pranzo dell’ albergo Diomede a Pompei – l’ostessa era una delle amanti del brigante Pilone – sta divorando beccacce allo spiedo. Il capitano, che per certi versi è Tarchetti stesso, incomincia a intessere con il Vesuvio un silenzioso colloquio, fatto di solitarie arrampicate e di lunghe meditazioni e di copiose libagioni di vino alicante. Infine, vinto dalla disperazione per un amore non corrisposto, egli si uccide lanciandosi nel cratere del vulcano. Tarchetti ha colto perfettamente le intime corrispondenze che si intrecciano nello spirito delle cose: uno che tra le rovine di Pompei divora beccacce allo spiedo e tra le rocce del Vesuvio si ubriaca con vino spagnolo, è un suicida credibile; se avesse mangiato maccheroni e bevuto lacrima e falanghina, non si sarebbe ucciso, e men che mai per il no di una donna.

Poi ci fu l’attacco dei futuristi, il più duro, condotto dal loro capo in persona, Filippo Tommaso Marinetti, che tra il 1930 e il 1932 elaborò, con Luigi Colombo Fillia, teoria e ricette della cucina futurista. Ma prima di costruire il nuovo, Marinetti tentò di demolire la tradizione, e, dunque, i maccheroni, che ne erano il simbolo supremo. La guerra ai maccheroni il Marinetti venne a dichiararla proprio a Napoli, in una delle osterie più famose, i Due leoni. Mentre i camerieri correvano tra i tavoli a piazzare davanti ai clienti affamati piatti di pastasciutta e bottiglie di Gragnano e di Recupo, il capo dei futuristi lanciò l’ anatema contro i maccheroni, dichiarandoli nemici mortali della modernità dinamica, della velocità fascista, della rivoluzione permanente, e accusandoli di produrre lentezza di spirito, banalità, scetticismo, e corpi troppo floridi e pance prominenti e volumi di adipe.

Contro il piatto di maccheroni venivano schierati le audaci aereovivande della cucina futurista, e cioè portate di frutta (poca) e verdura (pochissima), che i commensali dovevano mangiare futuristicamente, e cioè accarezzando con la mano sinistra pezzi di carta vetrata e panni di raso e di velluto: i tocchi, le carezze e la forma stesso del tavolo, inclinato in modo da suggerire vagamente la forma di un velivolo, avrebbero prodotto l’impressione tattile del movimento. E venne schierato il carneplastico, che era una polpetta di carne a forma di tubo, ripiena di verdure cotte – una decina di tipi diversi-, e vennero schierate altre amenità.

Gli italiani reagirono alle proposte di Marinetti e Fillia come avevano reagito i napoletani la sera del comizio ai Due leoni: continuando a mangiare maccheroni: imperturbabili, questi, i maccheroni, e quelli, i napoletani che li mangiavano. Piace ricordare che il rivoluzionario Marinetti fu un rivoluzionario all’italiana: combattendo contro tutte le Accademie divenne Accademico d’ Italia. Piace sospettare che durante i banchetti dell’ Accademia abbia divorato non solo polpette e braciole di cotica, ma anche piatti di maccheroni, e piace immaginare che i maccheroni gli abbiano riso in faccia. I maccheroni sono pazienti, come notò Prezzolini, sanno aspettare e gustare la vendetta. Alla prossima. 
 

PARTE PRIMA
 

PARTE SECONDA