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Il piacere della precarietà di chi abita ai piedi del Vesuvio e la spietata verità della puzza. L”olfatto, implacabile come il rimorso, ha smascherato tutte le viltà vesuviane. Di Carmine CimminoUna storia del carattere di noi vesuviani risulterebbe, alla fine, una tragicommedia, scritta, musicata e messa in scena dal Vesuvio, ovviamente, e recitata, purtroppo, da attori mediocri , a cui tuttavia per tre secoli il Vesuvio ha garantito la sua complicità. Per tre secoli osservatori attenti e stupiti, viaggiatori, teologi, scrittori di taglia varia e di diversa scuola, hanno cercato di capire cosa spingesse i vesuviani a tornare, dopo ogni eruzione, in villaggi e paesi sgarrupati, a coltivare di nuovo gli orti, a ripiantare le viti, e a ricostruire le case: sebbene nessuno potesse garantire che il Vesuvio non si sarebbe agitato di nuovo, senza preavviso, di lì a un secolo o il giorno dopo.

Fu facile concludere che i vesuviani tornavano sollecitati dal coraggio, dall’amore dei luoghi, dal culto delle memorie: insomma da tutte quelle sonore parole di cui spesso ci serviamo per truccare la faccia della verità, quando la verità ha una faccia devastata dalle rughe. Grazie alla connivenza e alla complicità del vulcano, riuscimmo a far passare per nobili virtù – un mazzetto di nobili virtù – le manifestazioni di un solo, comune, vizioso sentimento: il piacere della precarietà. Le eruzioni divennero un colpo di fortuna, e fummo abili a trarre dalla catastrofe un utile cospicuo e imprevisto. Il Vesuvio ci consentiva di uscire fuori dalla linea del tempo, e dunque fuori dalla storia.

Napoli fuori dalla storia è il titolo dell’articolo con cui qualche tempo fa Benedetto Gravagnuolo è intervenuto, sul Corriere del Mezzogiorno, nel dibattito sulla città immobile. In un passaggio egli ha dissentito dalla tesi di Franco Piperno, per il quale questo ritardo epocale tante volte denunciato, quella disgrazia così spesso lamentata, si rovescia in una fortuna insperata. La fortuna sarebbe questa: restando fuori dalla storia, da questa storia, da questa modernità, Napoli potrebbe costruire un modello di civiltà alternativo a quello che imprigiona oggi la nostra vita. Gravagnuolo ricorda che questo paradosso l’aveva già pensato Pasolini: aggiungo che qualcosa di simile passò anche per la fervida mente di Petruccelli della Gattina.

Ma i napoletani e il loro immobilismo, e le ragioni di questo immobilismo, e il suo valore, costituiscono un problema a sé, non hanno niente in comune con noi vesuviani e con il nostro stare fuori dalla storia. Perché noi la modernità l’abbiamo accettata, e la condividiamo, ma dopo averla filtrata attraverso il sentimento della precarietà. Progettare il futuro, ridisegnare il profilo della comunità, combattere per i diritti, i diritti propri e quelli degli altri, guardare in faccia i problemi: tutte cose belle e buone, ma per gli altri, che non vivono sotto il Vesuvio. Per noi, non hanno senso: anche noi vorremmo, penseremmo, desidereremmo, anche noi bla bla bla: ma purtroppo c’è il Vesuvio: non ha senso costruire, in riva al mare, castelli che poi la natura violenta del mare spazzerà via con una sola ondata.

La scusa era, ed è, buona. Ci siamo seduti a terra, ad aspettare che il presente e il futuro ci venissero addosso. Il Vesuvio ci ha permesso di restare bambini. Bamboccioni, direbbe qualcuno. Ma la complicità del vulcano giustifica solo la vista e l’udito. A terra è steso un morto ammazzato, noi lo vediamo, ma solo per scavalcarlo. È una fotografia famosa, fece il giro del mondo, come quella dell’ uomo trucidato in pizzeria, la testa reclinata nel piatto della pizza, terribile metafora della napoletanità gaglioffa e trucida. Vista e udito sanno dissimulare, fingere, sanno non vedere e non sentire, sanno vedere e sentire ciò che non c’è: e dunque da noi prima che nel resto d’Italia è capitato che un delinquente tenesse pubblici sermoni sulla legalità e un immorale patentato tuonasse a difesa della moralità, e che noi applaudissimo: le mani possono essere isolate e sconnesse dall’intelletto, e l’intelletto dall’udito e dalla vista.

Quanti applausi abbiamo sprecato, e sprechiamo, quanti ne contaminiamo indirizzandoli a chi dovrebbe esser preso a torsi di cavoli in faccia. Abbiamo visto la Campania ridotta a pattumiera, ma non abbiamo visto, perché, per rassicurarci, la monnezza la nascondevano sotto le verze, sotto il pascolo degli animali da pascolo, sotto i meli e i peschi e i ciliegi, dentro le bistecche e dentro le melanzane, dentro l’acqua, dentro le cellule dei corpi aggrediti e stravolti dalla malattia. Vediamo e sentiamo, se vogliamo, e se vogliamo, non vediamo e non sentiamo. Ricordo la calma con cui, durante un convegno sulla discarica di Tufino, il pubblico ascoltò l’esperto che commentava le terribili statistiche dei decessi imputabili all’inquinamento del territorio. Quella calma spiegava tutto.

La morte è sempre un problema degli altri. E dunque che la monnezza appili i buchi nella pancia del Vesuvio, che si apra pure una discarica nel cuore del Parco Nazionale, del Parco che avrebbe dovuto fare, tutelare, proteggere bla bla bla. Fiumi di liquame immondo e di gorgogliante percolato inzuppino pure le radici delle vigne preziose e corrompano il corpo del vino più nobile d’Italia, un vino che è mito e storia come nessun altro vino al mondo. Abbiamo accettato tutto questo, abbiamo sopportato vergognosamente l’oltraggio estremo: a Roma dei signori lombardi hanno deciso che così doveva essere, e qui i nostri amministratori hanno piegato il capo, e noi abbiamo piegato il capo: se così deve essere, così sia.

Applausi. In fin dei conti è una discarica; che sarà mai una discarica: in fin dei conti, è colpa nostra, se non facciamo la differenziata, se non vogliamo l’inceneritore, è colpa nostra se dietro l’affare della monnezza c’è la camorra. In fin dei conti la discarica sta tra Terzigno e Bosco: a noi ottavianesi, o sommesi, o sangennaresi, che ce ne frega? Anche noi avemmo, e abbiamo, le nostre discariche.

La vista e l’udito si persuadono con poco. Tutto tranquillo. Perfino il Parco ha continuato a esistere: ma questa è una stranezza esagerata: questa stranezza ce la dovranno spiegare.
Poi è arrivata la puzza. Una puzza smisurata, molle, ferruginosa, la puzza ha occupato l’aria il cielo ha impregnato la terra, una puzza che circonda, avviluppa, macera, attacca i pori, artiglia il cervello, rintrona le orecchie, offusca gli occhi, ottenebra la luce, entra nelle narici e nella bocca come un fiato putrido, irride la nostra soglia di sopportazione, già avvilita e fiaccata da profumi lacche deodoranti dopobarba aromi e fragranze dai nomi esotici con la erre moscia. Non possiamo più fingere, non possiamo più fare teatro: l’olfatto non si acconcia alla nostra volontà, non si gira da un’altra parte, non fa finta di non percepire.

L’olfatto è un senso sincero e libero: è come la coscienza: è implacabile come il rimorso. Il Vesuvio, incazzato, non ha voluto occultare la puzza, non ha voluto aiutarci a nasconderci a noi stessi, ci ha trascinati davanti allo specchio del fetore, e dopo averci strappato dal viso le molte maschere, ci ha squadernato sotto gli occhi la sostanza della nostra viltà, vera, autentica, tangibile, assoluta. Ma forse è troppo tardi per un esame di coscienza.

Ci resta da fare una sola cosa: distillare questa puzza, e chiuderne l’essenza in flaconi e boccette, ed esportarla, regalarla , usarla come risposta silenziosa, pacifica e definitiva a tutti quei signori laccati e profumati che nei salotti televisivi, profumati e laccati, discutono, da lontano, di questa puzza, e, fingendo di sbraitare e di accapigliarsi, oppongono alla ciclopica terribile nuda realtà di questa puzza solo chiacchiere: chiacchiere a secchiate. Questa puzza potremmo chiamarla Notte vesuviana.
(Fonte foto: Rete Internet)

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