Home Terza pagina La Storia magra L’ASSASSINIO ANNUNCIATO DEL BRIGANTE PILONE. L’ULTIMA FUGA DI LUIGI PANARIELLO

L’ASSASSINIO ANNUNCIATO DEL BRIGANTE PILONE. L’ULTIMA FUGA DI LUIGI PANARIELLO

38
0
CONDIVIDI

Nel Giugno del 1871, in un giorno di insopportabile afa, finì la piccola guerra del brigantaggio vesuviano. Di Carmine Cimmino

Dopo l’invasione di Terzigno, Antonio Cozzolino Pilone si spogliò dei panni del brigante filoborbonico (ammesso che li avesse mai indossati) e si vestì da capocamorra. Chiese danaro ai ricchi proprietari, fece rapide incursioni nel territorio di Sarno e sui monti Lattari, tolse alla camorra vesuviana il controllo delle “trafiche“, cioè del commercio delle partite di uva, sequestrò un Magliulo di Torre del Greco, lo liberò per 1500 ducati, e infine, il 30 gennaio del 1863, rapì il marchese Michele Avitabile, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli. Chiese un riscatto di 20000 ducati, si accontentò di 9000.

Il questore di Napoli, Nicola Amore, dichiarò che si era superato il limite estremo della decenza e pretese che si facesse terra bruciata intorno al brigante. Carabinieri e soldati smantellarono la banda di Pilone, che però riuscì a sfuggire alla cattura: una barca da pesca lo portò sulle coste del Lazio. Nell’inverno del ’67 Pilone ritornò sul Vesuvio. Dei suoi, non ritrovò nessuno: alcuni erano morti, altri stavano in carcere. Qualcuno finse di non ricordarsi di lui. Per due anni Pilone si sottrasse alla caccia di soldati e poliziotti, irridendoli e esasperandoli: le sue improvvise apparizioni notturne nelle selve del Vesuvio, la zoppia, l’astuzia, e l’ ammirazione che per lui nutriva “il popolo minuto“ ne fecero un personaggio leggendario.

Ma i capi della camorra vesuviana non potevano più consentire che, per colpa di uno solo, le forze dell’ordine mettessero il territorio in stato d’assedio, bloccassero tutti i traffici e disseminassero spie in ogni caffé tra Napoli e Torre. Bisognava ammazzare Pilone, non catturarlo. Era necessario evitare il clamore di un processo e il rischio che egli si pentisse e “cantasse“: su questo punto furono tutti d’accordo: camorristi e “galantuomini“.

Il 14 ottobre 1870, a Napoli, un traditore portò Pilone in un cerchio di almeno 15 poliziotti che vestiti in borghese e mischiati con la folla avevano occupato, sotto la regia del delegato Petrillo, un lungo tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’ Orto Botanico. Pilone, accompagnato forse dal suo giuda, scendeva dal Museo a passo lento, per la zoppia. Indossava una giacca di velluto, pantaloni di tela a righe, una cravatta viola, e un panciotto nero, che teneva aperto, "come costumano i contadini", scrisse un cronista. Calzava un cappello bianco e gli occhiali azzurri rendevano più gentile "il profilo regolare e piuttosto bello" del volto. Un attimo prima di entrare nel cerchio, il giuda si allontanò. Pilone capì, ma gli era già alle spalle l’appuntato Generoso Zicchelli: premendogli le costole con la punta del pugnale e con la canna del revolver, lo dichiarò in arresto.

Pilone si girò o parve all’appuntato che volesse girarsi per estrarre un’arma dal panciotto: ma poi si vide che non era armato. L’appuntato gli piantò il pugnale nel petto. Pilone crollò a terra e da terra cercò di parare i colpi che Zicchelli e un collega gli vibravano con furia in faccia e nello stomaco. Il brigante ebbe ancora la forza di accovacciarsi nella pozza del suo sangue, come per difendere il volto dalle lame; intanto i poliziotti gridavano alla folla agitata e minacciosa di star calma: siamo della Questura, quest’ uomo è Pilone. Infine lo caricarono su una carrozzella: dalla gola gli uscì un ultimo rantolo. Pilone morì prima che la carrozzella entrasse nel cortile della Questura.

Il prefetto telegrafò immediatamente un dispaccio al Sottoprefetto di Castellammare, e il Sottoprefetto immediatamente lo trasmise ai Sindaci di Ottajano, Gragnano, Pimonte, Lettere, Agerola e Castellammare "con la preghiera di dare la maggiore possibile pubblicità alla buona notizia contenuta nel dispaccio". Pochi giorni dopo l’ex deputato Cortese si presentò in Prefettura per comunicare che Salvatore Giordano, di Boscotrecase, aveva diritto alla taglia di lire 1500: 1000 promesse dal Comune di Ottajano, 500 dal Comune di Boscoreale.

Luigi Panariello di Raffaele, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che forse era spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto di mira , quello, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del Boccia, Maddalena Lullo di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, a prestare soccorso. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone in tenimento di Boscoreale. Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda.

Panariello scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essersi salvato, poiché i suoi inseguitori li vedeva e li sentiva sfiniti. Ma Giuseppe Cirillo di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della pianura grassa di vapori si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare. Quando il Cirillo gli fu vicino, egli gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì con forza al capo con il calcio dell’arma.

Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola "e lo rese cadavere". La spia di Terzigno ebbe un premio di trenta lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentato stupro: a Torre Annunziata un uomo era entrato in casa di una giovane sarta e aveva cercato di violentarla; la donna era riuscita a fuggire, ma l’uomo si era steso sul letto ad aspettarla. Con tutta calma.

La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì in un giorno di afa insopportabile. La saggia ironia della storia volle che Luigi Panariello venisse ucciso da un contadino che aveva fatto il servizio militare e s’era congedato con onore.

LA STORIA MAGRA