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HAI PAURA DEL BUIO?

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Eva è una giovane rumena immigrata in Italia. Anna una ragazza che cerca il suo equilibrio tra lavoro, studio e famiglia. Attraverso il filtro dell”immigrazione, l”esordio di Coppola al cinema è soprattutto la storia di due solitudini che si incontrano.

Autore di molti interessanti programmi televisivi, Massimo Coppola fa il suo esordio alla regia di un lungometraggio con Hai paura del buio?. Quest’opera prima conferma l’originalità delle sue intuizioni, ma lascia un bel po’ di perplessità sulla capacità di distribuirle lungo la durata di un film, creando un’opera dalla struttura solida e con un certo equilibrio tra storia ed esposizione.

La trama, appunto, presenta da subito qualche lacuna. Al centro del film ci sono le vicende di due giovani donne. Una, Eva, è arrivata dalla Romania in Italia in cerca di un lavoro (ma non solo); Anna conduce un’esistenza complicata, tra il lavoro logorante alla FIAT di Melfi, lo studio e i problemi a casa con una nonna invalida e un padre nullafacente. Le loro vite si incroceranno per caso quando Eva sarà costretta a passare la sua prima notte in Italia nella macchina di Anna.

Sebbene sia evidente, da subito, l’intenzione di Coppola di rappresentare la solitudine non attraverso una trama elaborata ma con l’estetica dell’inquadratura perfetta, non si possono tralasciare alcune ingenuità del racconto, frutto di una sceneggiatura sì esile – e questa è una scelta azzeccata e rispettabile – ma soprattutto pigra. Anna, italiana del duemila, non ci pensa un secondo ad accogliere in casa un’immigrata rumena trovata in macchina. Non si vuole negare la possibilità che forme di umanità resistano anche in un’Italia sempre più violenta e timorosa, ma il nobile gesto della protagonista si perde in un racconto dove l’approfondimento psicologico dei personaggi è lasciato ai margini, risultando alla fine solo altamente improbabile.

Cosa spinge Anna ad accettare Eva in casa? È solo il riconoscimento reciproco di due persone sole? Sembrerebbe un po’ forzata la soluzione che la regia ci suggerisce, considerando anche come, nelle scene immediatamente successive all’apertura, la ragazza italiana mostrerà all’improvviso di tollerare poco la presenza di Eva. I buchi non finiscono qui. I pochi sviluppi narrativi presenti danno sempre l’idea di essere inseriti troppo rapidamente, stridendo con un ritmo che, al contrario, cerca ed esalta la lentezza.

Esemplare di un certo squilibrio nel racconto è proprio la presunta scena “madre”. In una sequenza molto lunga ed emotiva il regista cerca di farci capire le ragioni del disagio di Eva, mettendola a confronto con il vero motivo del suo viaggio in Italia (che qui non diremo per non rovinare la sorpresa, ma è facilmente intuibile dai primi minuti). La scena – molto lunga, si diceva, in rapporto alle altre – è ben scritta e girata, ma stravolge lo scorrere di un film che, fino a quel punto, aveva fatto di un certo iperrealismo anti-emotivo il suo tono principale e, in molti casi, perfetto nel descrivere le difficoltà sociali delle due protagoniste. Il regista concentra in una sequenza ricca di parole e sovraesposizione di sentimenti la spiegazione di un malessere che poteva essere tenuto sottotraccia e reso nello stile asciutto che caratterizza tutto il film.

Anche perché c’è un passaggio del film che, potenzialmente, ne stravolge il senso. Di fronte alla freddezza dei protagonisti, al modo innaturale con cui accettano lo svolgersi degli eventi, lo spettatore potrebbe trovarsi spiazzato e pensare – come si è detto – ad una sceneggiatura debole. Ma, circa alla metà del film, Eva ringrazia un ragazzo che le ha chiesto il motivo del suo arrivo in Italia: “finalmente, qualcuno me lo chiede”. Questa semplice battuta sembra la conferma di una freddezza voluta ed estremizzata da parte del regista, il quale, attraverso la sua protagonista, esprime il disorientamento per una realtà esterna che sembra non preoccuparsi delle vicende altrui, anche quando queste interferiscono con la propria vita.

Non una sceneggiatura approssimativa, dunque, ma la volontà di rappresentare, esagerandola, l’incomunicabilità. In quest’ottica diventa ancora più stonata la sequenza-risoluzione dove il regista sceglie di non rappresentare il disagio, ma di “spiegarlo”.
Superando le incertezze della struttura narrativa, la regia è comunque di grande qualità. La camera a mano rende ossessivo il pedinamento delle due protagoniste, riuscendo sempre ad inserirle alla perfezione in uno spazio esterno dove l’assenza è l’elemento principale: assenza di calore, di suoni, di parole, di relazioni interpersonali normali. I Joy Division forniscono la colonna sonora ideale, quasi logica, ad un film costruito intorno alla crisi della comunicazione.

In questo suo esordio, Massimo Coppola – al netto di alcune incertezze nella scrittura – mostra di avere una sua idea personale di cinema, basata sulla forza dell’immagine ricercata e antinaturalistica, e sceglie di applicarla ad un tema caldo – l’immigrazione – senza soffermarsi su analisi sociologiche, lasciando subito il centro della scena al racconto di due forme di solitudine che si incontrano.

Regia di Massimo Coppola, con Alexandra Pirici, Erica Fontana, Alfio Sorbello, Antonella Attili, Lia Bugnar.
Durata: 90 minuti
Paese: Italia
Uscita nelle sale: 6 maggio 2011
Voto: 6/10

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