Le polemiche sui mancati fuochi d”artificio dopo la processione di S.Michele ignorano il valore del rito. In un articolo su Onorato Medici, >dei principi di Ottajano, gravi errori. Di Carmine CimminoSpesso, troppo spesso, le apparenze ingannano: perfino gli specchi possono andare in confusione, come nel quadro di Paul Delvaux (foto).
Dunque, l’8 maggio scorso, a Ottaviano, la processione di San Michele, patrono della città, non ha avuto il conforto dei fuochi di artificio. Le forze dell’ordine, quando si sono accorte che botti e bombe erano state fabbricate con disprezzo delle norme, hanno disposto, giustamente, che le spalliere e le siepi di fuochi, disseminate lungo il percorso e ammassate nelle piazze e nel cuore dei quartieri storici, venissero smontate.
Professionisti e dilettanti dell’arte del parlare a vanvera hanno incominciato a chiedersi perché e per come il sindaco, gli assessori e i mastri della Commissione Centrale della Festa non avessero provveduto a ricordare in tempo ai mastri di quartiere che botti, bombe e fuochisti dovevano rispettare la legge. Domande impertinenti. Letteralmente. In questo benedetto paese si sa solo sparlare e zizzaneggiare. È capitato. Un disguido. Anzi, è un bene che sia capitato, ha detto qualcuno. L’anno venturo non capiterà. Amen. Ha sentenziato un’altra testa d’uovo, dopo lunga riflessione: Sai che ti dico? Forse la processione, senza fuochi, verrebbe anche meglio. Più agile. Più veloce. Non ha più senso questo spanteco di sei ore per le strade di Ottaviano. E a che serve questo bum !!! bum !!! che non finisce mai? Solo a spaccare i vetri e i timpani.
Insomma, è stata una processione perturbata: agitazioni e ondeggiamenti della folla, grovigli di gente a Piazza San Francesco, infiammate discussioni a piazza San Giovanni, gli angeli volano o non volano?, mentre l’ Arcangelo, che già era uscito dalla Sua Chiesa con 40 minuti di ritardo, aspettava, paziente, che la matassa si sbrogliasse. Il tutto, però, fa colore. Fa pubblicità. L’anno venturo, si spera, arriveranno torme di turisti. Ottaviano è oramai un paese da romanzo. Altro che Macondo. Altro che Vigata.
Se Bruno Arpaia fosse rimasto qui, già avrebbe vinto il Nobel. Forse vale la pena di ricordare a qualcuno, anche a qualche membro del clero, che le processioni di San Michele e della Madonna del Carmine fanno parte della storia civile di Ottaviano, prima ancora che di quella religiosa: sono i momenti assoluti in cui noi ottavianesi, credenti e non credenti, cattolici praticanti, atei, tiepidi e bizzochi, condividiamo tutti i valori della nostra identità, sentiamo l’orgoglio (l’orgoglio…) dell’appartenenza. Le vicende della storia hanno trasformato queste due processioni, che si celebrano ininterrottamente da più di tre secoli, in un rito. La forza magica del rito sta tutta nel fatto che ogni suo elemento si conserva intatto e tutte le sue fasi si ripetono ogni volta nello stesso ordine. Solo così il rito consente a chi vi partecipa di liberarsi, per un momento, dalla stretta del tempo implacabile, e di sentirsi un tutt’uno con quelli che furono.
La folla che domenica, turbata dal ritardo della “asciuta“, dell’ “uscita“ dell’Arcangelo, lo “chiamava“, battendo freneticamente le mani, e lo implorava perché apparisse sulla porta del Suo tempio, era la stessa folla che Lo chiamò nel 1779, nel 1858, nel 1906. In questo splendido rito i fuochi d’artificio significano non solo la gioia della fede e l’augurio di felicità che ogni quartiere fa a sé stesso, ma anche, ma soprattutto, la forza del fuoco “ buono“ contro il fuoco “cattivo“ del démone Vesuvio. È lo stesso valore apotropaico della “diana“ di botti, che, scortata dalla folla in delirio, sale fiammeggiando verso la Chiesa Madre e verso la Montagna, e apre il giorno di festa e scaccia le ultime tenebre della notte.
Mi dicono che gli Ottavianesi abbiano invaso i botteghini del lotto, per “giocare“ i numeri “situati“. Va bene così. Per la stremata economia della nostra città ogni brodo è un buon brodo.
Nel “numero unico“ “Palio 2011“, curato dal Circolo “A.Diaz“, è stato pubblicato un articolo del dott. Domenico Russo sui guai finanziari che avvelenarono gli ultimi anni della vita di Onorato Medici, dei principi di Ottajano. Non terrò conto dell’ ultima parte dell’ articolo, in cui l’autore fa alcune superficiali riflessioni sulle finanze della nobiltà napoletana nel sec.XIX, e fingerò di non aver letto il nome di Luigi de’ Medici. Nella prima parte l’autore trascrive da un documento “di alcune centinaia di fogli“ l’elenco dei beni su cui si abbatterono i decreti ingiuntivi sollecitati dai creditori dell’infelice Onorato.
Nobili sono le intenzioni del dott. Russo, il quale è convinto di contribuire, con le sue carte, “alla ricostruzione delle vicende storiche di Ottajano“ e mette a disposizione degli “storici locali“, che “in stragrande maggioranza“ le ignoravano, – sono parole del dottore- , le notizie da lui raccolte, in particolare quelle relative ai “diritti d’acqua“ che la Casa Medici “aveva su alcune sorgenti del fiume Sebeto a Serino“. Procediamo con ordine.
Anche se non sono uno “storico locale“, posso tuttavia affermare che le vicende di Onorato Medici non hanno nulla a che vedere con la storia di Ottajano. Onorato visse a Napoli e a Napoli, nell’ippodromo e nel mercato azionario, dissipò i suoi beni. Una descrizione sufficientemente precisa del patrimonio degli ultimi Medici di Ottajano si può ricavare dagli atti stilati, tra il 1886 e il 1897, dai notai Gaetano Martinez e Vincenzo Sanseverino. Gli atti sono conservati nell’Archivio Notarile di Napoli. Intorno a quel patrimonio si ingarbugliò, nel tempo, un incredibile viluppo di carte, soprattutto perché già nel 1874, quando morì Giuseppe IV Medici, non risultavano chiari alcuni diritti di proprietà e alcune linee di trasmissione dei beni.
È probabile che il principe, temendo che nel passaggio dai Borbone ai Savoia una parte del patrimonio gli venisse confiscata, abbia cercato di salvare vigne e masserie con il collaudato meccanismo di vendite e donazioni fittizie. Dopo l’eruzione del 1906 Angelica de’ Medici, nipote di Giuseppe IV, incassò, dichiarando di averne diritto, il contributo dello Stato per due vigneti di Terzigno “incendiati“ dal vulcano. Ma fu comunicato al generale Durelli, commissario straordinario, che i due vigneti da almeno dieci anni non appartenevano più ai Medici. Qualcosa di simile accadde anche per la Taverna del Passo.
Gli atti dei notai forniscono notizie fondamentali anche sulla provenienza, dal patrimonio dei Caracciolo avellinesi, dei “diritti d’acqua“ e dei fondi di Serino. A chi ha tempo e pazienza per ricostruire, attraverso le carte, la complicata mappa di incroci patrimoniali e di richiami rinvii e rimandi a una vera e propria selva di “cespiti“ , suggerisco di seguire le vicende, romanzesche, della quadreria di Giuseppe e Michele de’ Medici. Una parte di essa toccò ad Angelica, che la portò in dote al marito, Alfredo Correale. Alcuni “pezzi“ sono esposti nelle sale del Museo Correale di Sorrento. In queste sale c’è anche un fantastico tavolo per il gioco del biribissi, che forse appartenne a Luigi de’ Medici.
Credo che il dott. Russo confonda il palazzo Miranda Medici di via Chiaia , 142, con il palazzo che la famiglia possedeva a Santa Maria la Nova, “all’incontro dell’infermeria del convento“. In questo palazzo, che dai duchi di Bovino era passato ai Medici per le vie dei matrimoni, morì, nel marzo del 1663, Ottaviano de’ Medici, padre di quel Giuseppe I che fu il più grande dei principi di Ottajano, e uno dei protagonisti della storia di Napoli nella seconda metà del sec.XVII. Un’ultima osservazione. Il dottor Russo prima scrive che Onorato era fratello di Michele, penultimo principe di Ottajano, che morì nel 1882, poi si domanda perché “suo fratello Giuseppe che morì senza eredi…nel 1894 “ non sia intervenuto a risolvergli i problemi finanziari. Insomma, nell’articolo del dottore, Onorato è contemporaneamente fratello di Michele e fratello del figlio di Michele, e cioè di quel Giuseppe V che morì senza figli nel 1894.
L’errore è figlio della distrazione. Ovviamente. Ma serve maggiore attenzione. Mi dicono che “gli storici locali“, quando azzannano chi sbaglia, anche se sbaglia per distrazione, siano spietati e feroci.
(Foto: Quadro del 1933 di Paul Delvaux "Davanti allo specchio")




