La delinquenza minorile non è un fenomeno improvviso e inatteso. Dove nasce, perchè e per colpa di chi. Di Amato Lamberti
Le cronache di questi ultimi mesi hanno evidenziato che i reati commessi da giovani e ragazzi, i cosiddetti “minori”, non solo sono in aumento come numero, ma presentano caratteristiche di violenza ed efferatezza del tutto nuove, tanto che non è più facile distinguere la delinquenza minorile da quella adulta, organizzata o meno che sia. L’opinione pubblica è molto allarmata da questi fatti, ma gli organi di informazione fanno poco per far capire che non si tratta di fenomeni improvvisi e inattesi, ma dell’esito di un lungo percorso di evoluzione della criminalità minorile che è cresciuta perché non c’è stata nessuna attenzione a quanto succedeva nell’universo giovanile da parte delle istituzioni delegate al controllo sociale.
Negli ultimi quindici anni, la devianza minorile in Italia ha subito profonde trasformazioni. Sotto il profilo quantitativo, infatti, il numero dei ragazzi denunciati penalmente è più che raddoppiato; sotto il profilo qualitativo, alla difficile condizione di vita che nel Meridione vivono i cosiddetti “ragazzi della mafia” (cioè i minorenni coinvolti in attività di criminalità organizzata o che comunque ne hanno acquisito la subcultura) si contrappone – nelle Regioni centro-settentrionali – la consistente e talora massiccia presenza di ragazzi stranieri che commettono reati.
A questa non facile situazione si è aggiunta, di recente, quella costituita dall’emergere di una devianza nuova, con manifestazioni inedite, che vanno dal bullismo nelle scuole ad altre manifestazioni sul territorio, di una violenza tanto esasperata quanto immotivata. Si tratta di una devianza che presenta caratteristiche peculiari sue proprie, differenti da quelle prospettate in precedenza. Perciò, per distinguerla da quella tradizionale e quantitativamente molto più rilevante, essa viene correttamente definita con termini non tecnici, quali il “malessere del benessere”, ovvero, il “teppismo per noia”.
Si pongono quindi problemi nuovi e complessi per la giustizia minorile italiana, abituata in passato a gestire una devianza minorile di carattere poco evidente.
Fino a qualche tempo fa la cultura giuridica minorile- traendo spunto dalla tradizionale ripartizione di competenze prevista dalla legge per l’intervento del giudice minorile- operava una distinzione tra devianza minorile e delinquenza minorile, in base alla quale la devianza riguardava i comportamenti irregolari che non comportano la consumazione di reati (fughe da casa, tentativi di suicidio, assunzione di stupefacenti,etc.), mentre la delinquenza si riferiva alle condotte che configurano reati. Negli ultimi anni, tale distinzione è stata ritenuta superata e si è utilizzato il termine devianza per designare il fenomeno complessivamente considerato.
L’ordinamento vigente individua nella devianza minorile l’insieme dei fatti costituenti fattispecie di reato posti in essere da agenti la cui età varia in una fascia di 14 ai 18 anni. Tale delimitazione è convenzionale ed è frutto di una scelta del legislatore, sempre modificabile dallo stesso (recentemente si sono registrate numerose spinte ad abbassare la soglia della punibilità ai 12 anni). Pertanto se minore è ogni individuo che non ha ancora compiuto i 18 anni d’età, minore imputabile – cioè sottoponibile a procedimento penale – è solo il soggetto cosiddetto infradiciottenne, ma che abbia raggiunto i 14 anni d’età.
L’ordinamento penale attuale ha preso in considerazione il fenomeno della criminalità minorile e gli ha riservato un doppio trattamento differenziato: sia dal punto di vista sanzionatorio, sia dal punto di vista processuale. Cioè, il minore è punibile – quando commette un fatto di reato – solo se è constatata e provata concretamente la sua capacità d’intendere e di volere (intesa come maturità) e, comunque, la pena a lui comminata viene sempre scontata di un terzo.
Al fine di analizzare e comprendere la condotte devianti poste in essere da minori, è necessario interpretare queste ultime alla luce della formula proposta dallo psicologo sociale K. Lewin, secondo la quale il comportamento è sempre un prodotto della persona e del suo ambiente (psichico, psicologico sociale, ecc.) ad un dato momento.
Questa formula, applicata all’ambito delle condotte criminose, è particolarmente importante, in quanto tende ad evitare la categorizzazione e la classificazione dei comportamenti umani. Si ritiene, infatti, che la congiunta considerazione di fatti sociologici e psicologici consenta un livello di osservazione e di interpretazione più adeguati rispetto al problema che si vuole capire, interpretare e quindi mettere a fuoco.
Dal punto di vista teorico, il complesso fenomeno riguardante la criminalità minorile è da sempre oggetto di studio di psicologi e sociologi e l’ampiezza dell’argomento non consente di ridurre ad una sola teoria l’origine del fenomeno, poiché l’evoluzione della società e le nuove esperienze apportano nuove conoscenze e soluzioni.
In proposito, vari autori sostengono che sia possibile distinguere fra una delinquenza fisiologica, una delinquenza patologica endemica ed una delinquenza patologica epidermica.
La prima, quella fisiologica, è costituita da quelle condotte devianti spesso destinate a riassorbirsi con l’ingresso dell’adolescente nell’età matura e che si concretizzano essenzialmente nella commissione dei cosiddetti mickey mouse crimes.
Il fenomeno più rilevante per cui si caratterizza la delinquenza patologica endemica è, invece, il coinvolgimento di minori nella criminalità organizzata.
Già nel 1991 la Commissione d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari, aveva posto in luce con grande allarme l’aggravarsi di forme di criminalità minorile e «l’ingaggio di quote di minori nelle attività della delinquenza organizzata», soprattutto in riferimento alla commissione dei cosiddetti street crimes, ossia spaccio di droga, contrabbando, lotto clandestino, furti, rapine.
Infine, con il termine delinquenza patologica epidermica si fa riferimento alla devianza dei minori stranieri – indotti al crimine in età assai precoce – i quali vivono in contesti sociali segnati da marginalità, conflitti culturali, disadattamento, deprivazione relativa, modalità culturali proprie dal paese d’origine spesso non considerate legittime nel territorio ospitante.
Certamente, i giovani sono particolarmente sensibili alle influenze provenienti dall’esterno, in considerazione di caratteristiche psicologiche che li rendono plasmabili (immaturità della struttura della persona, instabilità emotiva, conflittualità adolescenziale con le figure parentali, insicurezza, ricerca della propria identità personale, etc.).
L’azione deviante di un adolescente rimanda spesso ad un quadro relazionale che sembra connotarsi per una genitorialità inefficace sul piano del controllo e, in generale, di inadeguatezza rispetto ai nuovi compiti evolutivi posti dal figlio. Sembra quindi delinearsi un quadro in cui emerge con forza la crisi della funzione genitoriale, intesa nel doppio significato di modello di riferimento e di ostacolo da superare.
La tradizionale famiglia patriarcale dall’epoca preindustriale – costituita da diverse e numerose generazioni, a volte conviventi – ha sempre rappresentato un ambiente sociale privilegiato, in cui le esigenze dell’individuo e, soprattutto, della prole, trovavano ascolto, attenzione e spesso disponibilità nell’adottare le più opportune soluzioni. La famiglia rappresentava, in altre parole, il sistema fondamentale, con valenze non solo di sostegno e di solidarietà in termini relazionali ristretti, tra tutti i suoi membri, ma anche l’ambiente privilegiato per la trasmissione d’esperienze tra generazioni, con chiare valenze educative e culturali. L’attuale famiglia nucleare, ridotta a pochi individui, non solo ha perso gran parte di queste funzioni educative, ma non riesce neanche a fornire un adeguato sostegno emotivo ed un sufficiente investimento affettivo verso i figli.
L’esperienza quotidiana dimostra come, sempre più spesso, i genitori siano in sostanza assenti dalla vita affettiva e relazionale dei figli, molte volte per motivi di lavoro o per il bisogno di realizzarsi – professionalmente e socialmente – fuori dall’ambito familiare. Le situazioni conflittuali all’interno delle famiglie sembrano moltiplicarsi e, sempre più frequentemente, sfociano in separazioni o divorzi. L’ostilità e le tensioni emotive presenti in ambito familiare sono proiettate, gran parte delle volte, sulla parte più indifesa – i figli – usati sovente in modo strumentale e ricattatorio. All’interno della famiglia, i disturbi comunicativi – studiati e trattati dalla psicoterapia familiare e di coppia – risultano sempre più numerosi ed evidenti.
L’aumento delle devianze giovanili è indice, inoltre, dell’esistenza di elementi disfunzionali all’interno della realtà sociale in generale. Per un adeguato percorso evolutivo è necessario, infatti, che il minore – nel suo processo di personalizzazione e di socializzazione – sia sostenuto anche dalla scuola e dalla società più in generale. Famiglia, scuola e società rappresentano, dunque, il luogo in cui il giovane acquisisce le prime regole morali, la consapevolezza che la vita è radicata non solo sui diritti, ma anche sui doveri. Un difficile rapporto dell’individuo con la famiglia, la scuola e gli altri agenti di socializzazione determinano quelle carenze di interiorizzazione del sistema normativo che, a loro volta, favoriscono la devianza.
Esiste un rapporto molto stretto anche tra il fenomeno della criminalità giovanile e la nascita della società complessa. Analogamente, la situazione attuale dei giovani – soprattutto degli adolescenti – è fortemente legata alla condizione della periferia metropolitana. Questo rapporto evidenzia in maniera netta le trasformazioni che sono avvenute negli ultimi anni all’interno della società complessa (o postindustriale). Non a caso, la periferia è lo spazio urbano in cui si verificano più facilmente le condizioni negative che portano alla devianza i giovani, i quali sono costretti a vivere in condizioni sociali precarie.
Il cambiamento della società contemporanea crea nuovi tipi di esclusione, più complessi se paragonati alla marginalità tradizionale della povertà in senso socio-economico. La maggior parte dei giovani di periferia ha la capacità di procurarsi i beni di consumo desiderati, mentre l’esclusione di tipo tradizionale rimane soprattutto per quanto riguarda l’accesso alla carriera scolastica.
La posizione marginale nel sistema scolastico, in seguito, si riflette sul mercato lavorativo, provocando problemi di disoccupazione e di motivazione nella ricerca di un impiego.
Nuovi tipi di esclusione, che si verificano soprattutto in ambito culturale sono rappresentati principalmente dalla mancanza di risorse simboliche (risorse di informazione e di capacità a muoversi nella complessità del sistema, risorse affettive per lo sviluppo del Sè). In questo modo, i ragazzi delle periferie non riescono a essere protagonisti delle trasformazioni della società moderna e le vivono, subendole, in maniera passiva.
Oggi i giovani sono bombardati dalle informazioni, dalle immagini e dagli stimoli che arrivano attraverso i mezzi di comunicazione e vivono il periodo difficile dell’adolescenza in un sistema sociale in cui i valori non sono più compatti.
Giocano in favore del disadattamento anche alcune caratteristiche individuali (carattereopatie, insufficienza intellettiva, nevrosi, disturbi emotivi, etc.) che possono rendere alcuni giovani più esposti a tale rischio.
Al tradizionale modello del ragazzo di periferia – che abita in quartieri a rischio, con famiglie prive di sostegno, o nella strada , che non frequenta la scuola – si sta sostituendo un modello diverso, con caratteristiche quasi opposte a quelle appena descritte.
Soprattutto nelle Regioni dell’Italia settentrionale, si va delineando una devianza proveniente da ragazzi appartenenti a famiglie benestanti, che si manifesta con comportamenti violenti immotivati (dall’omicidio del barbone allo stupro di gruppo), fino a gravi forme di estorsione o a devastazioni e saccheggi di case.
Dal punto di vista eziologico, è possibile ricercare le cause della devianza minorile nella vita familiare, dove regnano agiatezza e permissivismo, con conseguenze che possono essere devastanti per la normale crescita del giovane quando è circondato da genitori presi dal lavoro e dalla ricerca smodata del benessere.
(Fonte foto: Rete Internet)





