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“TUTTA SANT’ANASTASIA ACCORSE A VEDERE IL CADAVERE DEL BRIGANTE BARONE”

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Vincenzo Barone doveva morire. Nessuno voleva che arrivasse al processo. La sua morte chiuse l’agosto terribile che si era aperto con l’eccidio di Somma e con le stragi di Casalduni e di Pontelandolfo. Di Carmine Cimmino

La mattina del 27 agosto 1861 i bersaglieri del maggiore Calcagnini fucilarono a Sant’Anastasia il brigante Vincenzo Terracciano e la sera trucidarono Vincenzo Barone. All’articolo già pubblicato sulla morte di Barone aggiungo ora altri particolari e qualche osservazione. I carabinieri sapevano che Barone era sceso in paese già la sera del 23 agosto, e si era nascosto prima in casa di Luigi Di Marzo, poi in un pagliaio nella masseria della famiglia Quinto.

Ai carabinieri arrivò anche la notizia che Barone era ospite, non so quanto gradito, di un consigliere comunale, ma il comandante Sartoris ritenne che si trattasse di una “voce“ infondata. I carabinieri, le guardie nazionali e i bersaglieri di Calcagnini si mossero solo nel tardo pomeriggio del 27, quando Antonio De Luca, fratello della monaca di casa e doppiogiochista Maria Luigia e del parroco Giovanni, corse, secondo alcune fonti, da Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale, secondo altre, da Sartoris, e comunicò di aver saputo dal suo informatore Saverio Ardolino che Barone si era spostato con gli ultimi compagni a Trocchia, in casa Palamolla.

Nella nota ufficiale (n. 1423 del 29 agosto ) il Comando della VII Legione dei Carabinieri attribuì a Sartoris tutto il merito dell’azione che portò alla morte del brigante, mentre il Comando del VI Reggimento badò soltanto a spegnere i fari sugli informatori: i De Luca, gli Scarpati, e, probabilmente, anche i Gammella.

Del ruolo che gli Scarpati ebbero, prima e dopo il 1861, nella storia della camorra vesuviana, abbiamo già fatto cenno: le carte dimostrano che fu notevole anche il ruolo dei Gammella. Antonio Gammella, di Pollena, amico dei briganti De Sena, Vecchione e Ferriero, che a casa sua andarono a festeggiare l’uccisione del Miceli, aveva un passato di contrabbandiere e solidi vincoli con i camorristi di Resina, guidati da Nicola Scotto, ex sottufficiale borbonico: la loro base fu, per anni, la bettola “Ai quattro Orologi“, una specie di porto franco, dove si vendeva di tutto a tutti: armi, carte da viaggio, oggetti d’oro e d’argento, notizie e informazioni di ogni genere. Non a caso fu un cugino di Antonio, Raffaele Gammella, a dichiarare ufficialmente al sindaco di Trocchia, Domenico Russo, che Barone era morto:

l’anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone di anni 42, di professione serviente regnicolo, domiciliato in Pollena e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2,30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, di professione telajolo e proprietario, domiciliato in Sant’Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola. Nel 1864 un Vincenzo Mellone di Pollena venne arrestato dai carabinieri di Aversa, sotto l’accusa di far parte di una banda che razziava buoi e pecore nei “poderi“ del Pantano.

Le relazioni di Sartoris e di Calcagnini e il racconto del tenente Gaetano Negri, che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano, sono sostanzialmente concordi nel descrivere la morte di Barone. Al calar della sera il palazzo fu circondato da carabinieri, soldati e guardie nazionali. Un ragazzo che stava di guardia aprì immediatamente il portone: salirono di corsa al primo piano Sartoris, Calcagnini, il capitano Giuseppe Magnani, il tenente Gaetano Negri. I soldati del 6° abbrancarono nel corridoio Vincenzo Miranda che si stava lanciando giù da una finestra. In una stanza trovarono Luisa Mollo. Negri, nelle sue lettere, e Sartoris nella relazione ufficiale, raccontarono che la donna aveva indicato, con uno sguardo, un armadio chiuso.

Lì era nascosto Barone. Calcagnini e Sartoris sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, il brigante sparò gridando, forse, "sono qui", il Sartoris attraverso lo squarcio gli scaricò addosso la sua arma. Il Negri ricordava, invece, che "una scarica generale" s’era abbattuta sull’uomo chiuso nell’armadio, che, quando erano state aperte le ante, Barone respirava ancora, – era ferito al petto e impugnava la pistola -, e che si era spento dopo pochi minuti. I carabinieri scrissero, invece, che quando fu aperto l’armadio, Barone era già morto. La loro relazione è, su questo punto, più attendibile. La mattina del 28, alle 7.30, i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Gennaro Maione e ne esposero il cadavere in piazza Trivio, accanto a quello, martoriato, di Vincenzo Barone: accorse a vederli “tutto il popolo“ di Sant’Anastasia, e calessi e birocci arrivarono anche da Somma e da Pollena.

La devastazione della bocca, del naso e del cranio indusse qualcuno a credere che Barone, chiuso nell’armadio, si fosse sparato in bocca per non cadere vivo nelle mani dei “piemontesi“: lo sparo aveva provocato la fucileria. Luisa Mollo era soprannominata la “sciascia“. È uno spagnolismo a cui la lingua napoletana ha attribuito una vasto ventaglio di significati, da “trasandato nel vestire“ a “frivolo, vanitoso“. Non c’è contraddizione: la negligenza consapevole può essere un segno di eleganza. Luisa Mollo, che nella “gita“ a Ottajano indossava i pantaloni, aveva, secondo i cronisti che seguirono il processo, una naturale eleganza, e, aggiungiamo noi, il genio della recitazione. In tribunale interpretò abilmente la parte della “vittima delle voglie brutali“ di Barone, e riuscì a convincere il pubblico, i giornalisti, e, in parte, anche la giuria.

Di tutti gli attori che ebbero un ruolo nella storia di Barone e di Pilone nessuno mi ha incuriosito quanto Luisa Mollo: ne ho seguito le tracce, che però, nelle carte da me consultate, non vanno oltre il 1865.
Vincenzo Barone doveva morire. Nessuno voleva che arrivasse al processo. La sua morte chiuse l’agosto terribile che si era aperto con l’eccidio di Somma e con le stragi di Casalduni e di Pontelandolfo, in cui le bandiere dell’ esercito italiano si macchiarono d’infamia. Tra i giustizieri di Barone era Gaetano Negri, che di quelle stragi era stato testimone oculare, e ne aveva scritto al padre:

Gli abitanti di Pontelandolfo commisero il più nero tradimento: ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara…Se, invece dei briganti, che, per la massima parte, sono mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i preti (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti”.

Il maggiore Calcagnini si ritenne meritevole di una nota di elogio e di un avanzamento di carriera. Non ebbe né l’una, né l’altro. Anzi, gli venne raccomandato di essere più vigile, per il futuro, nel controllare, sul territorio che gli era affidato, i movimenti dei “sospetti“ e dei “manutengoli“. Nella III guerra d’indipendenza un maggiore Calcagnini si batté da coraggioso a Oliosi, nella prima fase dell’infelice battaglia di Custoza. Non so se sia la stessa persona. La storia è come il mare, che lascia sulla spiaggia ciottoli lisci e lustri, tutti uguali.
(Foto: Disegno di Gaetano Dura, “Il calesse di Resina”)

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