PATRIMONIO STORICO ARTISTICO RESTITUITO ALLA CITTÁ

Oggi, sabato 17 settembre, dopo la messa delle ore 19, saranno restituiti ai cittadini di Somma Vesuviana sette lunotti del chiostro rinascimentale di Santa Maria del Pozzo.

Un posto probabilmente conosciuto da pochi, dai soli cittadini di Somma Vesuviana, dai fedeli che lì celebrano da secoli i momenti più importanti delle loro vite, da qualche appassionato di storia locale.

Una tra le mille bellezze poco celebrate del nostro territorio, troppo ricco, forse, per poter valorizzare tutti i suoi splendori. Fratello minore in un Paese troppo ricco di arte e di storia che a volte dimentica le sue bellezze, il complesso di Santa Maria del pozzo, nonostante la rovina del tempo e le difficoltà di manutenzione, conserva intatto il suo fascino di luogo che ha raccolto nei secoli sacralità, spiritualità, storia, dominazioni, arte, vite vissute.
La storia della chiesa è lunga e si intreccia alla storia dei Re e delle Regine che hanno dominato queste terre.

Costruita da Re Roberto d’Angiò nel 1333 per ricordare l’incontro tra Giovanna (erede al trono di Napoli) con Andrea (figlio di Caroberto, Re d’Ungheria). Nel 1488 sepolta sotto fango e pietre. Fu la Regina Giovanna III d’Aragona, nel XVI secolo, a volere la costruzione di una nuova chiesa con annesso convento sopra quella più antica, che non fu però demolita.
Ma la storia non si ferma mai, le dominazioni cambiano, così come i gusti. È all’inizio del XVII secolo che l’interno del complesso subisce numerose trasformazioni e le originarie linee gotiche furono coperte da sovrastrutture barocche.
Nel 1920 la chiesa venne dichiarata monumento nazionale.

Un nuovo importante momento per la Chiesa sarà celebrato sabato prossimo, 17 settembre: la restituzione dei sette lunotti del 1700. Nel corso di una cerimonia solenne alla quale parteciperanno le massime autorità cittadine religiose e civiche, saranno presentati i primi sette lunotti rinascimentali del chiosco restaurati grazie a fondi di privati che tempo fa hanno adottato le opere.
Emanuele Coppola, assessore alla Cultura del Comune di Somma Vesuviana e responsabile dei Beni Culturali del complesso francescano dichiara «sono orgoglioso di poter consegnare alla collettività i primi sette lunotti del chiostro rinascimentale che la dottoressa Annalisa Pellecchia ha magistralmente ristrutturato con l’aiuto di 12 giovani stagisti».

Gli affreschi nella loro originaria bellezza saranno mostrati al pubblico successivamente alla messa delle 19. Degli otto adottati, sei sono stati finanziati dalla clinica di Santa Maria del Pozzo e uno invece dall’imprenditore sommese Gaetano Molaro. All’appello ne manca uno che sarà pronto nelle prossime settimane. “Al momento stiamo lavorando agli altri lunotti e ci auguriamo di poter farne adottare la ventina che restano da portare all’antico splendore” ha concluso il titolare alla Cultura dell’ente di Palazzo Torino. Il lavoro di restauro è stato guidato dalla Dr.ssa Annalisa Pellecchia che ci racconta «è un lavoro iniziato a febbraio.

Le opere sono a calce e risalgono alla fine del ‘700. È stato effettuato un lavoro di consolidamento delle superfici, di pulitura e un intervento pittorico. La cosa più interessante riguarda proprio l’intervento pittorico. È stato necessario un approfondito lavoro di analisi per poter ricostruire le scene e intervenire pittoricamente. In questa delicata ricostruzione, è stato prezioso l’aiuto di Padre Rufino Maryjka». Durante la cerimonia avverrà anche il saluto dello stesso Padre Rufino Maryjka, diventato vicario dei frati minori a Cracovia e che dunque lascerà la struttura che per anni ha guidato.

TERRAFERMA

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Premiato dalla giuria di Venezia, “Terraferma” di Crialese ha il ritmo di una favola amara dove i luoghi e le loro relazioni con gli uomini sono i veri protagonisti, tra la spensieratezza delle vacanze e la tragedia dell”immigrazione.

Dopo aver ricevuto – tra gli applausi e poche isolate perplessità – il premio speciale della giuria a Venezia, il nuovo film di Crialese conferma la statura d’autore raggiunta dal regista di origini siciliane, pur con qualche ingenuità che non intacca il valore complessivo dell’opera.

Su un’isoletta siciliana, Giulietta e Filippo – madre e figlio – vivono grazie alle uniche due risorse del posto: il pesce e i turisti. Mentre il ragazzo sembra contento di quella vita sempre uguale e non desidera altro che continuare a pescare con il nonno sulla barca del papà morto, la donna sogna la terraferma, di vendere la barca per ripartire daccapo e garantire al figlio una vita nuova, con la promessa di un lavoro più dignitoso e di un ambiente più stimolante. Ma, nel pieno dell’estate e dell’invasione turistica, un’altra invasione – quella degli immigrati che arrivano dal mare, ben più drammatica – condizionerà i progetti futuri della famiglia.

Il film di Crialese si gioca tutto su alcune dicotomie molto evidenti, al limite del didascalico. La prima parte dell’opera serve al regista a “creare” l’ambiente. La pesca, la vita semplice, l’immancabile funerale con tutta l’isola vestita a lutto: ricorrendo a qualche archetipo di troppo, riusciamo comunque a immergerci in una dimensione ben precisa dell’immaginario. E il primo “scontro” è quello tra le due umanità opposte che sconvolgono la vita sull’isola. I turisti vengono rappresentati come una massa indistinta, capace anche di atti umani di fronte all’emergenza (gli immigrati in mare), ma tendenzialmente poco incline a farsi rovinare la festa.

Molto efficaci alcune scelte della regia: dallo sbarco di orde di individui in calzoncini e infradito alla bellissima scena in cui su una piccola nave in mezzo al mare decine di persone si dimenano danzando, grottesca citazione della massa di immigrati assiepati su un’imbarcazione di fortuna durante la prima parte del film. Crialese è bravo a non calcare la mano sul contrasto facile facile tra il turista ricco e l’immigrato disperato. Il suo racconto lascia sempre al centro delle vicende la vita degli abitanti dell’isola, per i quali entrambe le forme di invasione arrivano a sconvolgere la normalità.

L’unico polo vagamente negativo, in questo senso, sembra essere il personaggio di Beppe Fiorello, gestore di un lido e animatore, per il quale gli immigrati sono solo un pericolo per la tranquillità dei vacanzieri. Seguendo lo schema delle contrapposizioni anche il mare diventa il simbolo di mondi differenti. Fonte di lavoro, spazio di relax, luogo di morte: la natura non è neutra, ma acquista senso solo attraverso lo sguardo degli uomini. Ed esiste una legge del mare custodita dai vecchi dell’isola, secondo la quale è proibito lasciare un uomo in mare. La sua semplicità – che risponde ad un senso primordiale di solidarietà – cozza con le ben più complesse vicende della terraferma e con le leggi dello Stato, per il quale un uomo in mare non sempre può essere salvato a cuor leggero.

Di contrapposizione in contrapposizione, anche la Terraferma del titolo si colora di sfumature assai diverse. E’ il luogo della vita vera per i turisti, alla quale ritorneranno dopo le concessioni esotiche dell’estate; è la meta di una vita diversa, sognata, per Giulietta e per tutti quelli che si sentono stretti nei ritmi dell’isola, scanditi dal mare e dalle stagioni; è un luogo lontano e sconosciuto per i vecchi dell’isola, per il nonno di Filippo, tutti custodi fieri di un modello di vita che nella sua semplicità continua a sopravvivere, tramandando costumi in lotta – e ormai sempre più in pericolo – contro la presunta “modernità”.

Infine – ed è questa l’immagine più complessa – la terraferma è la speranza per chi scappa da altre terre martoriate, è la meta lontanissima di viaggi incerti e pericolosi, la cui improvvisa apparizione può portare alla salvezza immediata, trasformandosi però in nuove forme di detenzione e di clandestinità. Pur con qualche approssimazione di troppo nel tratteggiare i personaggi, Crialese riesce a creare un film dove il vero protagonista è lo spazio vissuto, letto attraverso le interazioni tra gli uomini e i luoghi. L’isola, questo scoglio assente dalle carte geografiche, assume così un valore simbolico. Tra il mare e la terra, ha un valore di medium tra vite, aspirazioni e leggi differenti.

Piccola ma solida, è il luogo geografico e metafisico dell’eterna instabilità dell’esistenza, turbata da eventi e drammi che ne ridisegnano continuamente il senso, ma dalle quali non è mai esclusa – e in questo modo il film di Crialese si apre alla speranza – la possibilità di un gesto umano.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Emanuele Crialese, con Donatella Finocchiaro, Filippo Pucillo, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Martina Codecasa.
Durata: 90 minuti
Uscita nelle sale: 7 settembre 2011
Voto 6,5/10

LA RUBRICA

QUESTI POLITICI: É MEGLIO SE SE NE VANNO TUTTI A CASA!

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Questi mesi di crisi economica ci hanno confermato che siamo in balìa di una classe dirigente squallida, pettegola e vecchia. Di Don Aniello Tortora

L’Italia sta affrontando una delle crisi più rovinose del capitalismo. Un’estate così non s’era mai avuta. Il governo allo sbando e succube di interessi e di particolarismi parziali ed iniqui. Prima ha nascosto il disastro, poi lo ha inseguito in affanno. Cambiamenti continui, totale improvvisazione. Il premier è sembrato più preoccupato della tenuta della maggioranza che del bene del Paese. Anche le opposizioni sono sembrate alla ricerca stentata nell’elaborazione di una proposta alternativa.

Ognuno a difendere il “suo”, alla faccia del bene comune, da tutti proclamato, ma per niente perseguito. La situazione, secondo gli “addetti ai lavori”, è veramente tragica. Siamo indebitati come non mai e nessuno è più disposto a farci credito, se non a tassi usurai. E poi è tutto il mondo che sta male. Le risorse sono state pescate nelle zone più bisognose, le più colpite, ma non certamente dove sarebbe stato più logico e coerente. Ai ceti più privilegiati si doveva e poteva chiedere di più. Se non saranno i ricchi a pagare, chi pagherà? Non possono essere, ancora una volta, come sempre, i poveri a pagare l’egoismo di pochi.

E perché non si mette mano a una patrimoniale sui grandi beni immobili del Paese, affinché anche gli evasori (che sono tantissimi) abbiano a pagare, almeno in parte, in modo tale da raggiungere una più equa distribuzione della ricchezza del Paese, sostenendo in particolare le famiglie e i redditi da lavoro? Staremo a vedere quale impatto sociale avrà la manovra-bis, appena approvata dalla Camera e firmata dal Presidente. Negli anni ‘50 La Pira ipotizzò un programma con Le attese della povera gente, in cui insisteva sull’esigenza di dar vita ad un governo con un solo punto di programma: il lavoro. Papa Benedetto sia a Madrid che ad Ancona ha richiamato l’intera società per un “lavoro dignitoso, non precario”, da garantire ai giovani.

In Campania e sul nostro territorio la situazione diventa sempre più drammatica, con qualche piccola luce che si accende nel buio. Ad Avellino, nella Valle dell’Ufita, l’attività dello stabilimento Irisbus cesserà. Lo ha stabilito Fiat. Questo sito industriale dà lavoro a 1200 unità (con l’indotto circa 2000) in un territorio ad altissimo tasso di disoccupazione. L’Alenia, a Pomigliano, ricomincia il suo Calvario. Si prepara, purtroppo, l’ennesimo scippo per il nostro territorio: il progetto di fusione tra Alenia-Aermacchi ed Alenia Aeronautica prevede una squallida operazione di colonizzazione economica del Nord ai danni del Sud, spostando la Sede legale a Venegono, in provincia di Varese. La Lega “colpisce” ancora e tutti i politici stanno a guardare, soprattutto i “nostri”.

Sembra quasi che in Italia sia stata risolta per incanto la famosa “questione meridionale” e che, ora, sia necessario proporre quella “settentrionale” . Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze, perché questo pericolo sia scongiurato. E la Chiesa, come sempre, farà la sua parte.
Uno spiraglio di luce per la Fiat. Finalmente a novembre comincerà la produzione della Panda e i lavoratori riprendono a sperare.

Ancora una volta, per quanto sta accadendo, un’amara considerazione: abbiamo una classe dirigente squallida, pettegola e vecchia, incapace di prevedere e progettare, di pensare in grande. L’Italia ha bisogno, oggi più che mai, di respirare aria fresca e nuova, a pieni polmoni. Fosse per me, manderei tutti a casa. E non chiamiamolo qualunquismo. Il Vangelo dice che “non si può mettere vino nuovo in otri vecchi”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA TRANSAVANGUARDIA: UN FENOMENO DALLE RADICI SPICCATAMENTE CAMPANE

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Negli anni ottanta sotto la supervisione e la guida di Achille Bonito Oliva, la Transavanguardia italiana è proiettata nel circuito internazionale dell”arte neo-espressionista anche grazie a protagonisti campani.

Gli anni ottanta, dal punto di vista artistico, rappresentano un punto in cui al versante esplosivo e fortemente politicizzato che aveva caratterizzato i decenni precedenti subentra un momento dove all’energica socializzazione, le nuove generazioni, forse disorientate da drammatici eventi come il terrorismo e gli anni di piombo, oppongono una disillusione che le porta di fatto ad allontanarsi completamente da qualsiasi ideologia, rifugiandosi in una dimensione strettamente personale.

D’altronde quella del pendolo che, superate le difficoltà inerziali inverte la corsa e si precipita a percorrere il cammino opposto è una tendenza che nell’arte si ripete spesso e volentieri, confermando l’idea di un’alternanza bipolare, come era stata teorizzata da numerosi critici d’arte fin dall’inizio del Novecento. Corsi e ricorsi della storia (dell’arte, in questo caso) di vichiana memoria, insomma. In ambito italiano il ritorno al figurativo, dopo il rifiuto del eccessivo concettualismo e di ogni precedente avanguardia informale (si pensi all’Arte povera), esperienze che in nome di precise istanze ideologiche negavano il valore stesso dell’arte, coincide con l’affermarsi della Transavanguardia, un movimento tanto complesso quanto eterogeneo, che avrà modo di diffondersi al di là dei confini nostrani, consacrandosi a livello internazionale come uno dei fenomeni artistici più significativi degli anni ottanta.

Quello della Transavanguardia – lo ha ricordato spesso Achille Bonito Oliva che, della Transavanguardia è stato il mentore, ispiratore e organizzatore e che per conto suo, è nato a Caggiano, nel salernitano – è un fenomeno che spicca con una radice segnatamente campana. Dei “Magnifici Cinque”, infatti, Mimmo Paladino e Nicola De Maria sono beneventani – Paladino è nato e ha ancora uno studio a Paduli mentre De Maria è di Foglianise, non lontano da Benevento – e Francesco Clemente è nato a Napoli. Una trattazione esaustiva del movimento è dunque propedeutica e necessaria al fine di considerare le caratteristiche dei suoi fondatori, nostri conterranei, presi singolarmente, lanciati sulla scena pittorica mondiale e sulla cresta dell’onda da oltre trent’anni.

"La transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura, aprendosi verso una posizione di superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali e approdando al recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione".

Achille Bonito Oliva presentava così il movimento, nel 1979, coniandone la denominazione di Transavanguardia (oltre l’Avanguardia) identificandovi uno spiraglio pittorico fondamentale che rappresenta per l’Italia l’occasione di inserirsi a livello internazionale nel circuito dell’arte moderna, monopolizzato dai mercanti americani i quali, a suon di dollari, hanno fatto la fortuna di artisti indubbiamente validi come David Salle o Jean-Michel Basquiat.

In accordo con il fenomeno mondiale neo-espressionista, la Transavanguardia intende recuperare la figurazione, e attraverso toni talvolta ironici o passionali, si riallaccia liberamente ad un passato remoto, decisamente storicizzato: attinge al ricco spettro di possibilità pittoriche offerto dalle avanguardie, a prescindere da qualsiasi valutazione di ordine ideologico, nel nome di quei valori pittorici che per decenni avevano conosciuto un azzeramento che aveva toccato l’acme definitivo con l’Arte Concettuale.

Le possibilità espressive offerte sono molteplici e si prestano alle più eclettiche sperimentazioni; i principali punti di riferimento culturale diventano le esperienze nostrane del Futurismo e della Metafisica, ma non mancano chiare suggestioni cezanniane, surrealiste e, ovviamente, espressioniste, a loro volta intrise di esperienze d’arte popolare, da intendersi nella sua accezione più ampia, che spazia dalle reminiscenze folcloristiche del paesino più sperduto fino ai fotoromanzi a diffusione di massa.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LE INIZIATIVE PER LA DIMINUZIONE DELL’INSICUREZZA URBANA (5)

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Le politiche per la città sviluppate dal modello francese. Gli obiettivi della polizia di prossimità. Di Amato Lamberti

In Francia, diversamente dagli altri Stati dell’Unione, le iniziative in funzione della diminuzione dell’insicurezza hanno una storia più lunga e si inseriscono in un quadro giuridico e operativo più generale.
Già nel 1977, infatti, era stato istituito il Comitato di studio sulla violenza, la criminalità e la delinquenza, meglio noto come Rapporto Peyrefitte, che mise in evidenza come esistesse un vero e proprio sentimento generale d’insicurezza e propose una riorganizzazione delle due forze di polizia a competenza nazionale, la Polizia e la Gendarmeria, per cercare di contrastarlo.

Nel 1982, poi, il famoso Rapporto Bonnemaison redatto dalla Commission des maìres sur la sécurité, delineò per la prima volta la dimensione collettiva del fenomeno insicurezza urbana e propose di affidare ai sindaci un ruolo di primo piano nella gestione delle politiche locali di sicurezza.
I primi cittadini, infatti, avrebbero collaborato con strutture ed enti istituiti a livello centrale, intermedio e locale nati per facilitare questo nuovo tipo di rapporto fra Stato e collettività locali.
I giudizi sui risultati di queste iniziative, però, furono abbastanza duri soprattutto perché venne a mancare l’ impegno e una certa forma mentis da parte della polizia e dei vari enti, nell’applicare le direttive.

Fu così che, per porre rimedio a queste negligenze, nel 1995 fu approvata la Legge d’Orientamento e Programmazione sulla Sicurezza, o legge LOPS, voluta dal Ministro dell’Interno Pasqua.
In questa legge, si riconosce per la prima volta la sicurezza come diritto fondamentale con valore costituzionale. Sulla base di questa norma, nel 1997, il ministro Chevènement condusse una battaglia politica a tutto campo per fare in modo che il diritto alla sicurezza fosse considerato uguale per tutti e incentrato soprattutto sulla riduzione della microcriminalità e sulla garanzia della protezione a tutti i cittadini francesi.
Fu così che, nel 1981, fu redatto il Rapporto Dubedout sulla situazione delle periferie e, qualche anno dopo, nel 1989, venne istituita la Mission Banlieues che si proponeva di migliorare la realtà sociale e abitativa del sobborgo francese.

L’insieme di questi provvedimenti e iniziative vanno inquadrati in una politica più generale, chiamata in Francia “la politique de la ville”, che comprende tutte le proposte e le politiche d’intervento volte a risolvere i problemi della città e a migliorare la qualità della vita.
Gli obiettivi principali di questa politica sono la riqualificazione dei quartieri individuati come priorità territoriale, rompendo le logiche di istituzionalizzazione per proteggere i più deboli, e dando nuovo corso a forme di intervento pubblico basate sulla trasversalità istituzionale, la contrattazione e la partecipazione. Inoltre, questi provvedimenti cercano di trattare globalmente i problemi della vita quotidiana degli abitanti come l’educazione, il lavoro, la salute, la cultura e l’alloggio cercando di rispondere all’emergenza con strategie di prossimità.

Dal 1988, inoltre, la politique de la ville è usata anche per creare delle strutture formali a livello governativo, come le Delegazioni interministeriali e i Consigli nazionali della città, che propongono la decentralizzazione di alcune attività giudiziarie per avvicinarle ai cittadini.
Una delle tappe più significative, in questo senso, fu l’introduzione dei Contratti Locali di Sicurezza, importati poi anche in Italia. Questi Contratti sono delle vere e proprie procedure formali che impegnano i suoi firmatari nella messa in opera d’iniziative decise e sottoscritte a livello locale. I contratti francesi sono elaborati solo dopo un’attenta analisi da cui emergano le priorità d’intervento e le problematiche più urgenti, per le quali sono previsti attori coinvolti nella risoluzione e le risorse necessarie.

Secondo alcuni autori, questa vasta gamma d’interventi, nonostante la solida struttura di partenza, necessita ancora di molti miglioramenti, come il coinvolgimento di attori diversi dalle sole forze dell’ordine. La polizia francese, da parte sua, già da alcuni anni ha messo in atto alcuni sistemi specifici di contrasto al crimine e all’insicurezza come l’îlotage e la polizia di prossimità.
Il sistema degli îlotages risale a circa trent’anni fa, quando il Ministero dell’Interno propose una “tecnica di sorveglianza della pubblica via, per assicurare una presenza personalizzata, regolare, ostentata e rassicurante nei quartieri, mirato a prevenire i reati con un miglior inserimento dell’agente di polizia nel tessuto sociale e favorire l’avvicinamento fra polizia e cittadini”.
La missione dell’îlotier, infatti, è quella di osservare, ascoltare, dialogare, aiutare nonché agire sul sentimento di paura e isolamento.

Dopo anni di applicazione di questa metodologia è possibile identificare quelli che sono gli aspetti positivi e negativi. Tra gli elementi di positività, c’è il fatto che l’agente di polizia ha la possibilità di parlare con le persone e conoscerne le esigenze.
Inoltre, con questo dialogo, si propone l’immagine di una polizia più disponibile e umana che dovrebbe adoperare un approccio preventivo e di mediazione più che di repressione.
Gli aspetti negativi, invece, attengono alla sottocultura e all’auto-percezione dell’agente di polizia e del suo lavoro che, talvolta, rifiuta un’attività di carattere sociale a favore d’interventi di tipo repressivo e investigativo, nonché alla difficoltà di attuare questo tipo d’intervento nei quartieri più problematici.

In questi quartieri a rischio, gli obiettivi principali che la polizia deve perseguire sono:
– La lotta alla delinquenza in tutte le sue forme.
– La prevenzione delle violenze urbane.
– Il controllo del traffico di stupefacenti.
– Il mantenimento della sicurezza pubblica nei quartieri.
– Il consolidamento dei rapporti di fiducia con la popolazione.
– La lotta contro il sentimento d’insicurezza.

Dopo una prima analisi dell’attività della polizia di prossimità, il Ministro dell’Interno Chevènement ha evidenziato la necessità di modificare il rapporto tra istituzione, polizia e popolazione. L’obiettivo fondamentale della polizia di prossimità, infatti, è quello di creare le condizioni per una vera tranquillità pubblica, in cui la polizia possa anticipare e prevenire le difficoltà conoscendo il territorio. (continua -5)
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI APPUNTAMENTI PRECEDENTI

“COSÃŒ COM’É, IL PARCO DEL VESUVIO É INUTILE”

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Lettera aperta al Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio e al Sindaco di Ottaviano: “Non ci serve un Parco che tiene chiusi i cancelli al pubblico”. Di Carmine Cimmino

Al prof. Ugo Leone, Presidente dell’ Ente Parco Nazionale del Vesuvio
Al dott. Mario Iervolino, Sindaco di Ottaviano

Signori,
sapete, ovviamente, che domenica 11settembre la corsa automobilistica di slalom in salita non si è svolta e il 13° trofeo “Città di Ottaviano“, dedicato alla memoria di due ottavianesi, non è stato assegnato. I piloti, che venivano da tutte le regioni italiane, sono tornati in patria, ed è facile immaginare con quali pensieri, gli spettatori – era previsto l’arrivo di non meno di tremila persone- sono rimasti a casa. Non c’ è stata confusione, non c’è stato casino, nessuno ha disturbato il sonno profondo di Ottaviano: un sonno che ha ormai tutti i caratteri del coma.

La mattina di venerdì 8 settembre avevo sentito dire in piazza che la corsa automobilistica, che doveva svolgersi lungo i tornanti della via Valle delle Delizie, era stata annullata. Ho creduto che fossero chiacchiere. La sera un amico mi ha detto di aver letto da qualche parte che le auto non correvano più, perché mercoledì 7 due soci di Legambiente avevano scritto anche a voi, signor presidente e signor sindaco, per ricordarvi che ai sensi di un certo articolo di un certo DPR nell’area del Parco non possono svolgersi attività sportive con mezzi a motore. Credo che sia nostro diritto sapere da voi, signor presidente e signor sindaco, come sono andate le cose.
Perché la città di Ottaviano è stata esposta a una figura ocra e terra di Siena, che sono i colori con cui Segantini dipingeva, nei suoi “paesaggi“ montani, la merda di vacca, con rispetto parlando.

Perché i manifesti con il programma della corsa sono stati pubblicati, in grande numero e bene in vista, molto prima di mercoledì. Perché sui manifesti ci sono anche gli stemmi del Comune di Ottaviano e dell’Ente Parco, e non credo che gli organizzatori ne abbiano fatto uso senza essere autorizzati. Perché gli Ottavianesi tutti hanno visto uomini e mezzi impegnati, già prima di mercoledì, ad asfaltare la strada Valle delle Delizie, e a tirarla fuori, letteralmente, dalle “delizie“ che la ingombravano: immondizia e sterpaglie e chiome di alberi straripanti pericolosamente. Chi ha autorizzato quei lavori? Signor presidente e signor sindaco, a chi spetta la manutenzione della strada Valle delle Delizie? Alla Provincia? E gli uffici provinciali non inviano almeno una comunicazione al Comune e all’Ente Parco?

In ogni caso, gli Ottavianesi tutti dovrebbero ringraziare chi ha provveduto a ridare a via Valle delle Delizie la dignità e il decoro, che merita una delle più belle strade vesuviane. E la manutenzione di Palazzo Medici, a chi tocca? Mercoledì, a 48 ore dall’apertura di Vesuvinum 2011, lo “spettacolo“ della scalea del Palazzo, infestata da drappelli di steli di gramigna, era un triste spettacolo. Su quei drappelli di steli, e sulla tutela della flora vesuviana, sarebbe facile ricamare ironia.
Il danno economico di questo disastro è quasi pari al danno di immagine. Ristoratori, albergatori, fornitori di attrezzature, non solo non hanno incassato un centesimo, ma corrono il rischio di perdere anche i soldi investiti nell’approvvigionamento.

Gli organizzatori perdono i soldi della tassa d’iscrizione, perdono gli anticipi di spesa, perdono il loro tempo – sabato non riuscivano ancora a mettersi in contatto con i piloti siciliani partiti in nave con auto e bagagli – perdono amicizie, perdono entusiasmo: credo che non avranno più la voglia di metter su altre manifestazioni. Ed è un colpo durissimo per una città già vuota di energie, già priva di idee, in piena crisi di identità.

È superfluo chiedere ai soci di Legambiente perché si sono mossi solo mercoledì. Si sono mossi mercoledì, perché mercoledì hanno saputo. Perché poi i legambientisti, che sono così vigili e così presenti, che mi pare tengano una sede in prossimità del Palazzo Medici, abbiano saputo della corsa perfino dopo di me, che non sono un ambientalista, e non sono un patito dell’automobile e non ho mai superato, alla guida della mia carretta, i 70 kmh, è una domanda a cui ognuno darà la risposta che vuole. Io, che credo nell’ onnipotenza del caso, dico che è stato un caso. Amen.

Signor Sindaco, credo che sia venuto il momento di tirare le somme. Non ci serve un Parco che consideri Ottaviano una riserva indiana. Non ci serve un Parco che tiene chiusi i cancelli dei giardini del Palazzo. Signor Sindaco, quei giardini devono essere aperti al pubblico, ogni giorno: sono proprietà della gente. L’apertura di quei cancelli è una questione di principio: sono pronto a promuovere anche una raccolta di firme. E i sentieri che da Ottaviano salgono fino alla sommità del Vesuvio devono diventare percorsi attrezzati per un flusso continuo di turisti. Non c’è giorno in cui francesi, tedeschi, inglesi, ungheresi, svedesi, non ci chiedano se e dove troveranno, lungo i sentieri, punti di ristoro. Cosa dobbiamo rispondere?

Ho il sospetto che molti “crociati“ che si sono consacrati alla tutela del Somma-Vesuvio non sappiano niente della storia di questo ambiente, che è, prima di tutto, una storia di uomini, della loro fatica quotidiana, in cui l’uomo e la natura si sono plasmati a vicenda.
Signor presidente e signor sindaco, avete notato che non ho usato nemmeno una volta la parola legalità. Ve lo confesso: soffro di una sindrome rarissima: ogni volta che sento pronunciare quella parola, mi metto a ridere. Vorrei trattenermi, ma non ci riesco. È più forte di me. E me ne vergogno.

La sindrome si manifestò, per la prima volta, nel 2003, proprio nel Palazzo Medici, mentre ascoltavo il vivace discorso di un uomo politico. Il quale, all’improvviso, si abbandonò a una violenta arringa contro i camorristi: quelli che citò erano tutti già consegnati alla storia, o alle patrie galere, o alla quiescenza: di quelli che erano ancora in servizio, non ne nominò uno. Ma fu solo colpa del caso. La parola legalità la pronunciò 15 volte in 3 minuti: un record imbattuto. Pronunciava quella parola con qualche difficoltà, incespicando sulle liquide – il che non è da tutti – e mangiandosi la dentale. In un primo momento non capii: credevo che dicesse Alì Babà.
Quando l’equivoco fu chiaro, incominciai a ridere. E da allora mi capita ogni volta che sento la parola.

Signor presidente e signor sindaco, vi ringrazio dell’attenzione e vi saluto.

VIAGGI IN MUSICA PER IL POMIGLIANO JAZZ. DA AVISHAI COHEN A LIDIA MARCOTULLI

Non è stata la partita di calcio a fermare il pubblico del Pomigliano Jazz festival. L”annuncio della vittoria del Napoli viene dal palco, è lo stesso Papaleo a darne notizia.

Tanta musica e un mattatore per il pubblico del Pomigliano jazz. Dopo la musica di Choen sul palco Marcotulli e Biondini con Rocco Papaleo che passeggia tra il pubblico, improvvisato musicista.La serata inizia con Avishai Cohen, giovane trombettista, uno dei più apprezzati e seguiti da critica e pubblico, in continua e rapida ascesa nel panorama jazzistico internazionale. Musicista dalla singolare capacità e attitudine di usare la tromba come «bussola», concependola come uno strumento d’orientamento verso qualsiasi latitudine e longitudine stilistico-musicale, feconde zone d’esplorazione in cui il trombettista israelita ha saputo finora avventurarsi senza preconcetti d’ordine estetico e temporale. Il musicista si è esibito accompagnato da Yonathan Avishai pianoforte, Paolino Dalla Porta contrabbasso, Jeff Ballard batteria.

A seguire sul palco la bravissima Lidia Marcotulli, autrice della colonna sonora del pluripremiato «Basilicata coast to coast», di cui Papaleo è regista, e il fisarmonicista Luciano Biondini. Dai set cinematografici ai palchi musicali il passo a volte è breve. Così ha il via un misto di musica e narrazione, una passeggiata tra il pubblico. Tra toni surreali e qualche puntata verso l’iperrealismo, il Sud diviene simbolo di quell’Italia di provincia che in fondo si accontenta o meglio cerca di accontentarsi, pur insoddisfatta dell’attuale andamento delle cose: dalla descrizione di un semplice oggetto, per cantarne la storia, tra significati più immediati ed altri più reconditi o comunque simbolici, per arrivare a canzoni d’amore dal tono più disteso, intrise di sottile malinconia.E così, con la complicità e gli equilibrati virtuosismi di Marcotulli e Biondini, Papaleo in versione chansonnier conferisce sostanza e concretezza interpretativa a quell’essenzialità di vita propria del Meridione, sempre sospesa tra rassegnazione e sarcasmo misti ad un certo disincanto.

Così Definito dallo stesso Papaleo «dire concerto può essere fuorviante, dire spettacolo può essere fuorviante …quindi cominciamo!». Finale a sorpresa con Raiz sulle note dei Pink Floyd, «Shine On You Crazy Diamond».In Piazza Mercato, sempre a Pomigliano, concerto del quartetto di Simone Clarelli al sax contralto, Giuseppe Onofrietti al pianoforte, Salvatore Ponte al contrabbasso, Giuseppe D’Alessandro batteria, formazione poliedrica con una forte vocazione improvvisativa.
Anche se un ruolo importante è giocato dal materiale originale e dagli arrangiamenti, l’ensemble del vulcanico sassofonista (già al fianco di Louis Sclavis, Pietro Condorelli, Piero Odorici) coglie nell’unicità del momento il quid per costruire trame armoniche e ritmiche imprevedibili, difficilmente restringibili nella definizione di un determinato “genere”.

Il risultato è una musica dal forte impatto sonoro, con uno stile di matrice black.
Questa sera il concerto conclusivo con Stefano Bollani danish trio, Giovanni Guidi & the unknown rebel band e in Piazza Mercato Alessandro Tedesco low frequency quartet.
(Fonte Foto: Alessandro Pone)

I CASI DEL DIRITTO

L”assenza del lavoratore in malattia, durante la visita di controllo è giustificata, oltre che dal caso di forza maggiore, anche dall”esigenza di solidarietà familiare.

Il caso
L’ I.N.P.S ricorre in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Firenze che aveva dichiarato il diritto di un lavoratore a percepire l’indennità di malattia dal primo giorno di assenza, nonostante non fosse presente alla visita di controllo durante la fascia di reperibilità.

Nel corso del giudizio era rimasto accertato che il lavoratore si era allontanato dal proprio domicilio per recarsi a far visita alla propria madre, ricoverata in un centro specialistico di riabilitazione. Tale circostanza, per la Corte valeva ad integrare un giustificato motivo, che rendeva legittima l’assenza del lavoratore alla visita di controllo.

L’I.N.P.S. in Cassazione sosteneva che il giusto motivo, idoneo a giustificare l’assenza alla visita medica di controllo, deve essere connotato dalla forza maggiore e non da un’apprezzabile utilità, anche morale.
La Cassazione, sez. lavoro,con sentenza n. 5718, del 09 -03- 2010, respinge il ricorso dell’I.N.P.S. In particolare l’assenza del lavoratore alla visita di controllo, per non essere sanzionata, può essere giustificata, oltre che dal caso di forza maggiore, anche da una situazione etico-morale.

Nella specie la Corte ritiene che la situazione addotta dal lavoratore, e accertata con sentenza, configura un’esigenza di solidarietà e di vicinanza familiare. Infatti il lavoratore si era allontanato dall’abitazione per dare assistenza alla propria madre, ricoverata in un centro specialistico di riabilitazione e priva di altro sostegno morale, in quanto divorziata e senza familiari. Tale circostanza è stata ritenuta dalla Cassazione, senz’altro meritevole di tutela nell’ambito dei rapporti etico-sociali garantiti dalla Costituzione, ex art. 29 cost.

In conclusione la Cassazione respinge il ricorso dell’I.N.P.S. e dà ragione al lavoratore. Con tale sentenza la Cassazione enuncia un principio innovativo, secondo il quale l’assenza alla visita medica di controllo non è sanzionata, se è giustificata da un motivo costituzionalmente garantito.

LA RUBRICA

ANDARE PER SAGRE. CASOLA, FRAZIONE DI DOMICELLA

Siamo andati a Casola per l”appuntamento annuale con un piatto semplice e raffinato: i vermicelli con la “granella” di nocciole. Quanta storia in questo frutto. Di Carmine CimminoÈ bello andare per sagre: si conoscono i luoghi attraverso la gente, e si conosce la gente attraverso la cucina, le chiacchiere, i modi della festa: non c’è conoscenza più completa e più precisa. Degli altri e di sé. Seneca scrisse una volta che disprezzava la folla, perché, quando gli accadeva di stare a lungo in mezzo ad essa, tornava a casa contaminato da tutti i suoi vizi: un contagio dello spirito. Seneca scrisse questa cattiveria in preda a un attacco improvviso e acuto di snobismo da intellettuale.

La sua vita e le sue opere dimostrano che egli scese nella profondità degli abissi dell’animo umano e ne scalò le vette: e questi sono due sport che si imparano e si praticano in una sola palestra: il “contagio“ della gente. Imparare a vedere, imparare a capire, imparare ad ascoltare: insomma, imparare: non c’è esercizio più affascinante. Casola è frazione di Domicella: i nomi Domicella e Casola hanno, più o meno, lo stesso significato, piccola casa, con una variazione del grado di nobiltà. A Casola la settimana scorsa si è tenuta la tradizionale “festa“ della frutta secca: agli inizi la manifestazione era dedicata, se non ricordo male, esclusivamente alla nocciola. Che è un simbolo archetipo della civiltà del territorio, e costituisce ancora oggi una fonte cospicua di ricchezza, anche se la concorrenza è forte: ma per fortuna il consumo di cioccolato dolci e gelati resiste tenacemente a ogni crisi.

Nei contratti matrimoniali il numero delle moggia “arbustate“ a nocciolo stava in cima alla lista dei beni dotali delle ragazze del Nolano e del Vallo di Lauro. Nel 1854 davanti al notaio Andrea Velleca di Cicciano Delfino Mascolo, di Sperone, garantisce al futuro genero Aniello Gatta di Camposano che sua figlia Nunzia porterà in dote, tra l’altro, anche 18 moggia di “selva di nocelle campotiche”; e nel 1879, davanti al notaio nolano G.B. Di Palma, che ha studio al n. 1 di via del Foro Boario, Domenico Miele, di Roccarainola, “sensale di vino“, dà alla figlia Teresa, promessa al proprietario di Tufino Beniamino Stefanelli, 15 moggia di “nocelleto, con casa, vasca e pozzo, all’inizio della strada che dalla Schiava sale a Visciano“: dove ancora si coltivano le nocciole mortarelle.

Promette inoltre, il generoso sensale, che, celebrato il matrimonio, per i primi tre anni “cadranno su di lui“ l’ingaggio delle “opere“, cioè dei braccianti arruolati per la raccolta, e le spese per lo scavo dei “gradoni“, e cioè delle fosse che nei noccioleti situati lungo i pendii vengono ancora oggi scavate intorno agli alberi, per evitare che le “lave“ di acqua piovana portino via le nocciole e le ammassino nei fondi di altri proprietari. Il Miele terrà per sé metà della muniglia (Puoti la chiamava moniglia), e cioè dei gusci delle nocciole usati per alimentare il fuoco dei bracieri e delle fornacelle. Era fatale che la storia, la forma del frutto e l’ironia amara dei napoletani attribuissero al termine anche il significato di moneta.

Prima dell’impiego delle macchine, raccogliere nocciole era una fatica da spezzare le reni: che toccava quasi sempre alle donne. Piegate su sé stesse, per dieci, dodici ore, raccoglievano, sceglievano, scartavano le nocciole “nizze“ o “toccate“, vuote, acide, danneggiate dagli scoiattoli e dai “corachiatta“. I sensali volevano frutti perfetti: e bastava un difetto minimo per provocare la “resa“ delle partite di nocciole. E da qui pagamenti sospesi, liti, risse sanguinose. Mi hanno raccontato che ancora trenta, quaranta anni fa durante la raccolta le donne intonavano nenie indecifrabili, confusa eredità del passato. La nocciola, come tutti i frutti chiusi in un solido guscio di funereo color marrone, porta in sé i simboli della morte e della saggezza: la verga di nocciolo armava la mano dei pastori – i pastori di D’ Annunzio a settembre, quando è tempo di “ migrare”, rinnovano “la verga di avellano“- e quella dei sacerdoti celti .

Il torrone è dolce legato al culto dei defunti: le nocciole intere che la massa dello zucchero attanaglia nella morsa della dolcezza ci dicono quanto sia affascinante e difficile la battaglia tra il fato e il libero arbitrio, tra l’autonomia e la ferrea costrizione. Avete notato che fascio di sensazioni si produce dallo sgranocchiare un pezzo di torrone?

Andiamo a Casola per l’appuntamento annuale con un piatto semplice e raffinato: i vermicelli con la “granella“ di nocciole. La piazza – giardino di Casola è ampia e ben tenuta: una vivace fontana addolcisce, con il rumore e il movimento dell’acqua, il peso dell’afa. C’è un’aria famigliare, di sincera cordialità. Davanti al gazebo dei vermicelli con le nocciole alle venti e trenta già è lunga la fila di coloro che aspettano, pazienti, il piatto: uno degli addetti narra, simpaticamente, che i napoletani mangiavano spaghetti e vermicelli con la forchetta e con il cucchiaio: il cucchiaio faceva da perno per il moto rotatorio della forchetta che “arravoglia“: poi vennero i francesi, e sentenziarono che l’uso del cucchiaio era una cafonata.

Intanto, io osservo una signora che osserva, vigile e immobile, i vermicelli immersi nel pentolone: fulmineo è il movimento con cui tira fuori la massa di pasta dall’acqua micidiale: la granella di nocciola piove su di essa, e un attimo dopo la pasta ingranellata viene tutta irrorata, lentamente, con il soffritto, il cui calore completa la cottura con un ultimo artistico tocco. Ne viene fuori un piatto perfetto: e non era cosa facile. I piatti semplici sono difficili, come è difficile scrivere usando solo verbi e sostantivi, senza ricorrere alle spezie ingannevoli di aggettivi e di avverbi. La sostanza della nocciola domina il piatto.

L’olio, la punta di “forte“ e i vermicelli stessi svolgono bene la loro funzione servile, di contrasto: l’olio e la punta di forte esaltano, per contrasto, il sapore della nocciola, che si apre con una nota di freschezza e si chiude con un pizzico di calore; i vermicelli sottolineano con misura il piacere tattile che la granella, sapientemente macinata, procura al palato. L’olio non è né aggressivo né sciapo: ha ammorbidito la crudezza, ma non ha intaccato la forza, e la sua torpida mollezza è corretta in modo equilibrato dal forte. I frammenti di granella sollecitano il gusto a muoversi, a scoprire, a meditare sulla durata di un piacere che i vermicelli sostengono splendidamente con il calibro, con la misura e con la giusta solidità. Nella mano e nei sensi della signora che ha cucinato questo piatto c’è lo spirito del luogo e del tempo.

Torniamo in pianura per l’antica strada che da Lauro porta al bivio di San Paolo Belsito: in bocca dura a lungo la sensazione di un piacere robusto, lineare ed elegante. Fingo di non aver visto un manifesto che nel descrivere il programma della sagra maltratta la grafia della lingua napoletana.
(Foto: Quadro di Francesco Paolo Michetti, "Guidando il gregge", 1885)

L’OFFICINA DEI SENSI

LA 68a EDIZIONE DELLA MOSTRA INTERNAZIONALE DI VENEZIA: BREVE RASSEGNA DEI FILM IN GARA

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Punta di diamante delle rassegne italiane, la Mostra di Venezia torna con un cartellone molto interessante, dove spiccano i nomi di Polanski, Sokurov, Cronenberg e Ferrara e con la consueta strizzata d”occhio alle superstar americane.

Appuntamento fisso per gli appassionati di cinema e per quelli che non disdegnano una ventata di glamour di tanto in tanto, il Cinema torna come ogni anno a Venezia con la 68a edizione della Mostra internazionale d’Arte cinematografica.

E col passaggio da un anno al successivo – anche per tenere il passo di un mercato dei festival sempre in espansione – la mostra si ingrandisce, crescono i numeri e si arricchisce l’offerta. Aumenta il numero dei film visionati, portando a 65 le opere che saranno presentate nelle varie sezioni. Migliorano i servizi di trasporto, le sale per il pubblico, l’offerta logistica. Ma saranno i film e le star internazionali a lasciare il segno, si spera, in un meccanismo non sempre legato all’effettiva qualità dei titoli in mostra. Paragonata alla straordinaria offerta del recente festival di Cannes, la Mostra di Venezia 2011 sembra più modesta. Tuttavia, nel lotto dei film, troviamo alcuni grandi nomi.

Superfavorito al successo finale, Polanski ha incantato Venezia con il suo Carnage, che mette in scena il confronto tra due famiglie di Brooklyn chiamate a risolvere i problemi dei loro figli. Mentre il regista russo Sokurov chiude il suo discorso sul potere (dopo Moloch, Taurus e Il Sole) con la rilettura del mito del Faust. Tra i film in competizione più “chiacchierati”, spicca l’ultima fatica alla regia di George Clooney che, a prescindere dal valore dell’opera, svolge sempre alla perfezione il ruolo di calamita per i media. Il suo Le idi di marzo si inserisce in un filone storico del cinema americano, ovvero il racconto della corruzione del potere politico, al quale non sono mai estranei i meccanismi dell’informazione.

Molto rumore anche per Un été brûlant di Philippe Garrel, con annesso nudo super-pubblicizzato di Monica Bellucci. Ma, vista l’accoglienza di critica e pubblico, le forme della Bellucci sono destinate a rappresentare l’unico motivo di interesse dell’opera. Alla voce “usato sicuro” troviamo due vecchie glorie del cinema, Abel Ferrara e David Cronenberg. Il primo, reduce da anni di documentari, torna al lungometraggio dopo il non troppo esaltante Go Go Tales del 2007; 4:44 Last day on Earth è un film difficilmente classificabile, con al centro una coppia che cerca di vivere al meglio le ultime ore che precedono la fine del Mondo.

Anche Cronenberg, tra gli alti e i bassi degli ultimi anni di carriera, ci riprova con A Dangerous Method, storia dei rapporti complicati nella Vienna d’inizio Novecento tra Carl Jung e Sigmund Freud. Il risultato? Buone critiche per Abel Ferrara, più contenuto l’apprezzamento per il regista canadese. Al contrario, fa il pieno di consensi in un clima trionfale all’anteprima per la stampa Killer Joe di William Friedkin (regista de L’Esorcista). Estremo e con evoluzioni grottesche, come da tradizione, il plot del film: due fratelli assumono un killer per uccidere la madre ed intascarne l’assicurazione.

Sull’onda del successo dell’horror-vampiresco (ma di ottima qualità) Lasciami entrare, sbarca a Venezia anche lo svedese Tomas Alfredson, presentando La Talpa, spy-story tratta da un romanzo di Le Carrè, molto apprezzata da pubblico e critica. Con in bacheca già due premi della giuria a Cannes (2006 per Red road e 2009 per Fish tank) e un Oscar per il miglior cortometraggio (Wasp, 2005), prova l’assalto al Leone d’Oro la regista britannica Andrea Arnold, alle prese con un compito complicato: rileggere in modo originale il classico di Emily Brontë Wuthering Heights. Come al solito, nutrita anche la rappresentanza del cinema asiatico, con ben 5 registi tra Cina, Giappone e Taiwan.

Grande spazio viene riservato alla proiezione di film di giovani esordienti, mentre la sezione fuori concorso presenta i consueti nomi importanti: Al Pacino, Soderbergh, Ermanno Olmi, tra gli altri, con l’aggiunta della curiosità per la nuova prova alla regia di Madonna, vera star delle prime giornate del Festival. Tre invece i registi italiani in gara. Gian Alfonso Pacinotti con L’ultimo terrestre, Emanuele Crialese con Terraferma e Cristina Comencini con Quando la notte. Buona l’accoglienza del pubblico per i primi due, terribile invece per la Comencini: fischi, risate nei momenti drammatici, stroncature della critica.

In realtà, nessuno dei tre sembra in grado di poter lottare per il Leone d’Oro, che pare affare ristretto a Polanski, Clooney, Cronenberg e, possibile sorpresa dell’ultima ora, Alfredson.
(Fonte foto: Rete Internet)

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