LA PRESENZA DEI DOCENTI NON SI PUÃ’ RILEVARE CON I MARCATEMPO

La prestazione dell’insegnante è vincolata al rispetto dell’orario scolastico delle lezioni: rispetto rilevabile dai registri di classe, che rappresentano pur sempre una forma obiettiva di riscontro.

Il caso
Un docente di ruolo presso un Istituto commerciale per geometri, ha proposto ricorso contro il Provveditore agli Studi di Isernia e il preside dell’Istituto, ove presta servizio, per sentire dichiarare nulla la sanzione disciplinare della censura inflittagli dal Provveditore agli Studi per non avere rispettato l’ordine impartitogli dal Preside di marcare l’orario di servizio, sia in entrata che in uscita, con il cartellino magnetico.

Il docente in sede di giudizio sostiene che non si può imporre al personale docente l’obbligo di marcare la presenza in Istituto mediante il cartellino magnetico, tenuto conto che una simile modalità costituisce un controllo irragionevole additivo e soltanto alternativo rispetto agli strumenti obbligatoriamente utilizzati a tal fine nell’ambito scolastico, quali il registro di classe ed il giornale del professore.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso.
Sostiene la Corte che dalla giurisprudenza di legittimità e da quella amministrativa si ricava il principio che per i dipendenti pubblici l’obbligo di adempiere alle formalità prescritte per il controllo dell’orario di lavoro deve discendere da apposita fonte normativa legale o contrattuale.
La giurisprudenza amministrativa è univoca nell’affermare l’esigenza di una fonte normativa specifica per la facoltà di sottoporre il personale dipendente al controllo delle presenze mediante orologi marcatempo o altri sistemi di registrazione.

Nel settore scolastico il DLgs 16 aprile 1994 n. 297, art.396 (testo unico della scuola) affida al preside compiti di promozione e coordinamento, nell’ambito dello stesso t. u. del contratto collettivo. Quest’ultimo prevede come materia di informazione preventiva i criteri e le modalità relativi all’organizzazione del lavoro del personale docente, educativo ed ATA. L’articolo 89 del contratto collettivo del 24 luglio del 2003 prevede l’obbligo per il personale ATA di adempiere alle formalità previste per la rilevazione delle presenze, mentre analogo obbligo non è previsto per il personale docente.

Il Provveditorato, intimato, che peraltro dopo il primo grado si è disinteressato della causa, non indica la fonte contrattuale della disposizione impartita dal Preside dell’Istituto al personale docente di timbrare il cartellino, che pertanto deve ritenersi illegittima.
Con la sentenza della Cassazione del 12 maggio 2006, n. 11025 si è voluto ribadire il principio che nessuna sanzione può essere inflitta al dipendente di un’amministrazione se non discende da apposita fonte normativa o legale.

LA RUBRICA

A OTTAVIANO IL PARCO DEL VESUVIO E IL COMUNE SONO SEPARATI IN CASA

Il colloquio col Presidente del Parco aiuta a svelare molti dubbi. Di fondo, però, resta forte la sensazione che manca la collaborazione con il Comune. Di Carmine CimminoLe risposte che, nel colloquio di lunedì 19 settembre, il prof. Ugo Leone, Presidente dell’Ente Parco del Vesuvio, ha dato alle mie domande, sono di una chiarezza didattica. Incomincio dalla coda. Il Presidente ricorda i benefici che il Parco ha portato e porta da sé, per il fatto stesso che esiste: i fondi dei Pirap, la lotta contro l’abusivismo edilizio, le battaglie contro l’ampliamento della discarica di Terzigno e contro l’istallazione di altre discariche sul Somma- Vesuvio, la tutela delle radici culturali.

La questione dei sentieri. I sentieri della Foresta Tirone-Alto Vesuvio funzionano sotto il diretto controllo della Guardia Forestale. Tutti gli altri potranno diventare funzionali solo dopo che i Comuni interessati avranno dichiarato luoghi di interesse pubblico i siti su cui quei percorsi “insistono“, e che sono ancora proprietà privata. A quel punto, l’Ente bandirà, con fondi già stanziati, gare di appalto per i lavori di ripristino e di manutenzione dei sentieri, che vennero aperti e strutturati, secondo i principi dell’ingegneria naturalistica, da una cooperativa di ex LSU. Questa cooperativa venne messa in liquidazione nei primi mesi del 2008.

Ma per bandire le gare serve un Direttore Generale. Da un anno l’ Ente Parco non ha un Direttore Generale: si aspetta che il Ministero competente lo scelga e lo nomini. Senza Direttore Generale non si può bandire nemmeno la gara d’appalto per i lavori di deumidificazione degli ambienti del Palazzo Medici, che dovrebbero accogliere gli impiegati della sede di San Sebastiano. Giova ricordare che gli impiegati sono 14. In tutto. Alcuni lavorano a San Sebastiano, altri a Ottaviano. L’Ente non è in grado di aprire al pubblico, ogni giorno, i giardini del Palazzo Medici: non può garantire, per l’evidente carenza di personale, la sicurezza degli utenti e l’integrità delle strutture.
Per quel che concerne “l’ uso“ delle parti del Palazzo Medici, le relazioni tra il Comune di Ottaviano e l’Amministrazione dell’Ente Parco sono ancora regolate dai principi generali del capitolato con cui l’ Amministrazione Saviano concesse all’ Ente il Palazzo.

«A tutt’oggi, – dice il Presidente – non c’è un protocollo d’intesa, approvato dal Comune e dall’ Ente, che definisca procedure, responsabilità e oneri di spesa per chi, Associazione o gruppo di cittadini, voglia organizzare manifestazioni nelle strutture dell’ edificio. Ci sono delle bozze di concordato, proposte dall’ Ente: si aspetta la risposta dell’ Amministrazione Comunale». Sulla corsa automobilistica annullata il Presidente dichiara che molto prima di domenica 11 settembre qualcuno gli parlò della gara, ma in modo informale. Non è pervenuta all’ Ente Parco nessuna richiesta ufficiale. C’è stato chi, dopo aver visto che erano stati affissi manifesti con il logo dell’ Ente e che si erano messi in moto gli uffici dell’ Amministrazione Provinciale e della Prefettura per gli interventi di competenza, ha provveduto – era già giovedì 8 – ad “allertare“ il Parco del Vesuvio.

Che non aveva dato alcuna autorizzazione: del resto, non avrebbe potuto, poiché il percorso previsto attraversava zone esplicitamente tutelate dalla legge 394 del 1991 che si esprime chiaramente contro la possibilità che in un’area protetta si autorizzino corse di mezzi a motore. Il Presidente conferma la sua disponibilità a individuare percorsi alternativi.

Dunque, nella disputa sulla corsa, la palla passa al sindaco di Ottaviano, a cui chiederemo lumi. Quella corsa annullata pare un argomento già dimenticato e cancellato: pare, ma non è così. La memoria degli Ottavianesi è cenere che nasconde il fuoco, per proteggerlo e alimentarlo. Questo è un Parco nato non male, ma “strano“. Qualcuno riteneva che non avesse alcun senso istituire un Parco in un territorio da sempre densamente abitato e coltivato. Per giustificare il paradosso, si assegnò all’Ente anche il compito di tutelare i centri storici di Somma e di Ottaviano, di cui si riconosceva il valore storico e artistico. Nel territorio il perimetro della zona rossa è stato tracciato direttamente sulle carte, come fecero gli Inglesi colonialisti in Africa, in Palestina e in Mesopotamia: questi sono i confini, e se non vi vanno bene, chiagnitivelle vui.

A destra è Ottaviano, e perciò non si costruisce (oddio, non si dovrebbe costruire…), di fronte, a due metri, è Nola, o Saviano, o Somma, e si può costruire: con tanto di licenza debitamente timbrata, firmata e protocollata. Il Vesuvio, scrisse Mastriani, quando si incazza, è un pazzo ubriaco. Non sa nulla di leggi, di zone colorate, di Puc.
Oggi, l’ Ente Parco non ha soldi e non ha personale. Da un anno l’Ente non ha il Direttore Generale, ha un Direttore f.f., facente funzione. Quali funzioni? Non può nemmeno bandire una gara per appaltare i lavori di deumidificazione di 4 stanze.

E allora? Senza Direttore, il Parco è una macchina senza motore. C’è il rischio serio che l’Ente si riduca, al di là delle intenzioni dei singoli, in un centro di smistamento di stipendi, di qualche poltrona, di qualche incarico, di qualche patente di Apostolo dell’anticamorra e di Cavaliere Templare della Legge. Un Parco ridotto a far questo non è solo inutile: è doppiamente dannoso. La scienza politica, il diritto pubblico, la pratica amministrativa e il buon senso indicano la strada che porta a un’accettabile soluzione dei problemi. La strada è il principio di sussidiarietà. Le istituzioni meno deboli aiutano quelle più deboli nel conseguimento di un obiettivo comune, che è il bene dei cittadini.

Ma a Ottaviano diventa un’impresa da Titani anche aprire al pubblico i giardini di Palazzo Medici: nella città sede del Parco l’Ente Parco e l’Amministrazione Comunale convivono da separati in casa. Cosa impedisce di approvare un protocollo d’intesa e un regolamento che consentano al Comune di spalancare i cancelli del Palazzo, di curare la manutenzione dei luoghi e di snellire le procedure per l’organizzazione di “eventi“ (chiedo perdono per l’uso di questa insopportabile parola)? Dove sta l’ostacolo? Nel caso, nelle cose, nelle intenzioni di qualcuno? È il Comune che non risponde alle proposte del Parco, o è il contrario?

Sabato 17 l’Ente Parco ha ospitato nei giardini del Palazzo Nello Mascia, che ha recitato il monologo tratto dal libro di Tommaso Sodano e Nello Trocchia “La peste“: da applausi gli interventi, canori e musicali, di Ciccio Merolla. Gli Ottavianesi presenti erano sette, otto. Non di più. Penso che il tema dell’ “assenza“ sarà il centro dell’intervista al sindaco di Ottaviano. Il tema dell’ “assenza“ e del buio: il buio che circondava il Palazzo era un buio reale, che l’immaginazione trasformava in metafora. Questo buio fitto e vasto sta sempre lì. Venite a visitarlo. Non si paga biglietto, non si richiede prenotazione. Offre la ditta.
(Foto: Quadro di Carlo Bonavia, Il Vesuvio in eruzione e la Lanterna del Porto, 1755-57)

MELANCHOLIA

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Lars Von Trier torna con un film sulla fine del mondo. Il pianeta Melancholia si avvicina alla Terra, minacciando di distruggerla. In un clima da catastrofe imminente, due sorelle si interrogano sull”umanità e sul suo destino.

Per recensire Melancholia basterebbe dire che è un film di Lars Von Trier. L’affermazione è meno banale di quanto possa sembrare.

I fan devoti ormai seguono il regista danese in tutte le sue peripezie cinematografiche (e non), perdonandogli anche pastrocchi come l’ultimo Antichrist; critica e pubblico neutrale lo hanno ormai abbandonato da tempo, convinti che, dopotutto, di questo regista sopravvalutato e poco sopportabile si possono considerare imprescindibili giusto 2-3 film. Morale: i vontrieriani ameranno Melancholia, chiudendo gli occhi davanti ad alcuni difetti di produzione, e gli altri, probabilmente, si annoieranno o criticheranno l’opera ben oltre il dovuto. Tuttavia, sebbene divida come pochi altri registi contemporanei, non è ancora del tutto impossibile affrontare un nuovo film di Von Trier con serenità e un certo distacco.

E liberata la mente dalle polemiche festivaliere e dal personaggio molto, troppo, ingombrante, si può affermare che questo Melancholia – pur ambizioso, ridondante e squilibrato nelle sue due parti – è tranquillamente uno dei migliori film dell’annata. I primi 5 minuti già rappresentano una bella sfida. Sulle note di Wagner (Tristano e Isotta) una serie di immagini oniriche passano sullo schermo senza un’apparente connessione, se non la ricorrente figura di Justine (Kirsten Dunst) e un certo morboso senso di disfacimento, della natura e degli uomini insieme, che lo spettatore non riesce ancora a spiegarsi.

Questo avvio ricercato è l’ideale per chi sostiene l’eccessivo formalismo di Von Trier; eppure, al di là dell’indiscutibile potere evocativo della regia del danese, sarò lo stesso sviluppo narrativo del film a giustificare un’introduzione così impegnativa. Terminato il prologo, inizia il film, con una struttura divisa in due parti. La trama sembra una fusione tra due pallini “narrativi” di Von Trier: il dramma familiare/sociale (Dancer in the dark, Le onde del destino, Dogville, per citare solo gli esempi più famosi) e gli scenari apocalittici, approfonditi soprattutto nella prima parte della sua filmografia (L’elemento del crimine, Epidemic, Europa). I rapporti tra due sorelle – Justin e Claire – si intrecciano infatti con l’avvicinarsi alla terra del pianeta Melancholia.

Nel primo capitolo viene mostrata la festa di matrimonio di una Justin affascinata dal pianeta che si avvicina; nel secondo, assistiamo all’ansia di Claire, spaventata dalla possibilità di un impatto di Melancholia con la Terra. Le due parti sono molto diverse, sia per lo stile sia per contenuti. Il capitolo su Justin si inserisce nella grande tradizione del cinema scandinavo sulle ipocrisie della classe borghese; citando Festen di Vinterberg e con un occhio al maestro Bergman, un rito sociale come il matrimonio viene trasformato in una piccola farsa tragicomica, detonatore perfetto per tutti gli odi repressi. Il linguaggio di questa prima parte è molto variegato.

Con ironia feroce Von Trier si abbatte sui suoi personaggi, sottoponendoli a situazioni bizzarre; ma, allo stesso tempo, lontano e impercettibile come il pianeta Melancholia, sentiamo un vago senso di malessere che incombe sul film, concentrato soprattutto sulla figura di Justin, ragazza anomala che tenta, con il matrimonio, la via della normalità. Ma il suo è uno sforzo destinato a fallire: con il passare dei minuti il disagio, il suo sentirsi fuori luogo, diventerà insostenibile. La farsa del matrimonio verrà così smascherata. Più monocorde il secondo capitolo. Nella stessa villa del matrimonio, le due sorelle (più il marito e il figlio di Claire) aspettano l’avvicinarsi di Melancholia, tra emozione e paura.

Qui lo stile si fa più asciutto e predomina l’attesa della catastrofe. La coerenza tematica del regista danese è stupefacente. Il pessimismo antropologico è il vero fulcro narrativo. Justine non comprende il terrore della sorella per la fine di una Terra che, con la sua malvagità, non mancherà a nessuno. Un piccolo gesto di umanità illuminerà il finale, senza poter però cambiare l’impianto nerissimo del film. La novità è che Von Trier questa volta gioca con due personaggi in modo simmetrico, come fossero specchi. Justine è animata da un rifiuto delle norme sociali e da un pessimismo radicale che prescinde da Melancholia, subendone anzi il fascino morboso dettato dalla potenza della natura.

Claire, al contrario, con il suo matrimonio perfetto, la famiglia e la vita ordinata, percepisce il disfacimento solo quando il pericolo esterno (il pianeta in avvicinamento) arriva a minacciare le sue cose. E in quel momento, incapace di reagire, non le rimarrà che affidarsi alla forza della sorella. In Melancholia ritroviamo il Von Trier più amaro e autentico. Dopo anni di ritratti sociali disperati, il regista arriva alla distruzione della terra, mostrandosi benevolo verso l’unico personaggio che accetta la catastrofe come degna conclusione delle vicende umane.

Pessimista ed esagerato, con riferimenti in abbondanza al cinema di Tarkovskij, Von Trier conferma, tra una polemica e l’altro, di essere uno dei pochi autori in grado di proseguire con autonomia e costanza un percorso artistico ben preciso.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Lars Von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling
Durata: 130 minuti
Uscita nelle sale: prossimamente
Voto 7,5/10

LA RUBRICA

ALENIA. SI VANIFICA LA SOLIDARIETÁ NAZIONALE

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La crisi dell”Alenia somiglia sempre di più ad uno scippo della politica del Nord ai danni di un”Azienda del Sud. Si è completamente rotto il Patto di Solidarietà Nazionale. Di Don Aniello Tortora

Parteciperò, insieme al vescovo di Nola, Mons. Beniamino Depalma, al Consiglio comunale straordinario di Pomigliano d’Arco per dare solidarietà all’Alenia che sta vivendo la sua via Crucis.
La crisi che ha investito l’economia mondiale non ha risparmiato il comparto aeronautico.

Attualmente anche l’Alenia Aeronautica sta vivendo una fase di crisi che, dopo un primo periodo di cassa integrazione, passando ad un accordo di mobilità volontaria, è arrivata ad un piano di riorganizzazione che prevede il trasferimento della sede legale di Pomigliano d’Arco a Venegono (Varese), sede dell’incorporata Aermacchi. E c’è l’apertura di una procedura di cig per ristrutturazione che tra il 2011 e il 2016 dovrà portare alla fuoriuscita dal ciclo produttivo di circa 1200 dipendenti.

La Chiesa condivide pienamente le giuste preoccupazioni e i legittimi timori dei lavoratori, che temono tagli soprattutto nell’area campana. Ai problemi, già gravissimi della Fiat, si aggiungono, ora, quelli dell’Alenia. Un colpo durissimo non solo per la città di Pomigliano, ma per tantissime famiglie dell’intero territorio. Nel 1989 i vescovi italiani ci hanno donato un documento coraggioso e profetico “Chiesa italiana e Mezzogiorno, Sviluppo nella solidarietà”, che così si introduceva: “Il Paese non crescerà se non insieme”. Richiamava, cioè, l’intera Chiesa e, soprattutto, l’Italia intera, a considerare il Meridione non come problema di tutto il Paese, non come un peso, ma come risorsa per l’intera Nazione, nell’ottica di uno sviluppo vero e nella solidarietà.

L’attuale vicenda Alenia sembra aver vanificato gli sforzi attuati negli anni passati nel cammino di solidarietà nazionale.
A tutti questa riorganizzazione è sembrata l’ennesimo “scippo” ai danni di un’Azienda del Sud, condizionata da scelte politiche antisolidaristiche. Drammaticamente si è avuta conferma che il piano industriale è stato dettato da logiche politiche territoriali del Nord. Un piano che, depauperando l’aeronautica in Campania, umilia delle competenze confermate da successi industriali e commerciali, di elevato spessore tecnologico e apprezzati a livello internazionale, vanto del nostro territorio. Sussiste una provata preoccupazione che si perderanno posti di lavoro, con le conseguenti drammatiche ricadute sociali su un territorio già altamente in crisi di lavoro.

Papa Benedetto XVI, ad Ancona, nell’area Fincantieri, concludendo il Congresso Eucaristico Nazionale, ha affermato con forza che è necessario restituire dignità al lavoro, superando disoccupazione e precariato. Così ha detto: ”La forza del potere e dell’economia non sono sufficienti da sole ad organizzare la società. Serve, quindi, un nuovo modello di sviluppo, uno sviluppo sociale positivo, che ha al centro la persona, specie quella povera, malata o disagiata. Dal Pane della vita trarrà vigore una rinnovata capacità educativa attenta a testimoniare i valori fondamentali dell’esistenza, del sapere, del patrimonio spirituale e culturale; la sua vitalità ci farà abitare la città degli uomini con la disponibilità a spenderci nell’orizzonte del bene comune per la costruzione di una società più equa e fraterna”.

Non riuscendo in alcun modo ad intravedere quali siano le ragioni di carattere economico o le strategie di mercato alla base di questo penalizzante riassetto organizzativo, non mi sembra affatto azzardato supporre che le motivazioni di fondo siano di tutt’altra natura. È necessario che il Governo, ormai in ostaggio della Lega, scongiuri questo nuovo schiaffo alla dignità di quella parte del Sud, che, grazie a competenze ed eccellenze riconosciute in questo campo, si è resa protagonista del proprio sviluppo.

I politici della Campania, in questo particolare momento, devono far sentire con forza la loro voce. Devono sentirsi chiamati a mobilitarsi incessantemente, determinati e compatti, al di là dei loro schieramenti, per impedire che questo scippo si realizzi. Occorre conservare e rilanciare l’industria aeronautica nella nostra regione, fiore all’occhiello dell’economia meridionale, senza sacrificare, né posti di lavoro né livelli di competitività.
(Fonte foto: Rete Internet)

IL GIOTTO NAPOLETANO. ROBERTO D”ODERISIO E GLI AFFRESCHI DELL’INCORONATA

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Tra i seguaci della scuola di Giotto in Campania spicca Roberto d”Oderisio; suoi gli affreschi della chiesa napoletana dell”Incoronata, da secoli ritenuti opera del celeberrimo maestro toscano.

“La personalità artistica di Giotto fu costantemente presente agli intellettuali del tempo, in quanto unanimemente riconosciuta come momento di snodo della cultura pittorica occidentale” e “di certo sappiamo che il maestro fu per i contemporanei l’assoluto protagonista e dominatore del panorama figurativo del tempo, divenendo ben presto l’autore-simbolo dell’intero Medioevo”.

Le parole di Alessandro Tomei riassumono in poche righe quello che fu l’ampio e immediato successo del celebre pittore fiorentino. Giotto fu difatti, sin da subito, additato come un artista straordinario, dalle spiccate doti manuali ed intellettuali. Elogiato dai grandi personaggi del suo tempo, come Dante, Boccaccio e Petrarca, fu ricercatissimo in tutta Italia e conosciutissimo in tutta Europa. La fama internazionale di cui godette l’artista toscano è certamente legata ai numerosi discepoli e seguaci che in breve tempo seppero diffondere il “giottismo” in tutto il vecchio continente e alla presunta presenza di alcune sue tavole ad Avignone, allora sede stabile del papato.

Tuttavia l’“internazionalità” di Giotto è da ricercare sopratutto nel suo periodo napoletano. Napoli era a quel tempo, infatti, la capitale di un regno angioino, ossia francese, e pertanto fortemente legata alla Francia da stretti vincoli politici, economici e culturali. Lavorare per gli Angiò significava conquistare fama a livello europeo. Lo sapeva bene l’altro grande artista del Trecento, Simone Martini, che proprio grazie all’appoggio della dinastia partenopea poté concludere la sua carriera ad Avignone. Quando nel 1328 giunge a Napoli Giotto, sessantenne, è ormai all’apice del successo.

Consapevole di non poter deludere le aspettative di un re e di una corte estremamente colti, il maestro, accompagnato dalla sua equipe, riuscirà in pochi anni ad approntare quelli che, se fossero sopravvissuti alle ingiurie del tempo e della storia, avremmo potuto considerare i più grandi capolavori del genio fiorentino, sia per l’ampiezza delle superfici dipinte (si pensa addirittura tutta la chiesa e parte del convento di Santa Chiara) che per il valore fortemente intellettuale dei temi trattati (se si considera particolarmente all’avanguardia il ciclo degli “Uomini Illustri” un tempo in Castel Nuovo). A questo Giotto, artisticamente e culturalmente maturo, guardarono quei tanti pittori napoletani e campani reclutati dal maestro fiorentino per i due grandi cantieri di Santa Chiara e del Maschio Angioino.

Formatasi a stretto contatto con Giotto e con la sua folta Bottega o semplicemente ammirando le straordinarie opere che il “sommo pittore” lasciò a Napoli, si può dire che un’intera generazione di artisti locali crebbe all’insegna del giottismo. Non a caso l’intero Trecento artistico napoletano è dominato da quella che gli esperti chiamano “scuola giottesca”. A questa “scuola” appartenne anche Roberto d’Oderisio, un pittore che gli studi recenti hanno fortemente rivalutato e che può considerarsi oggi uno degli artisti più importanti della seconda metà del XIV secolo. Di lui si conosce poco. Si sa che lavorò in territorio salernitano (la “Crocifissione” proveniente dalla chiesa di San Francesco a Eboli è la sola opera firmata dall’artista) e per alcune chiese di Napoli, nonché per Carlo III di Durazzo che lo nominò suo “familiare” nel 1382.

Da pochi anni le ricerche di Paola Vitolo hanno permesso di far luce su questa personalità artistica. Al d’Oderisio spetterebbe, secondo la studiosa, la paternità degli affreschi della chiesa napoletana di Spina Corona, oggi conosciuta come l’Incoronata, in Via Medina. Le teorie della Vitolo si basano sull’errata interpretazione che i critici del Cinquecento diedero agli scritti del Petrarca, il quale elenca tra le opere di Giotto a Napoli una “cappella reale” che Vasari e altri vollero erroneamente collocata all’esterno del castello, non lontano dalla fortezza angioina. Un equivoco fomentato dalla scomparsa, a cavallo tra il XV e XVI secolo, degli affreschi giotteschi in Castel Nuovo e che ebbe grande fortuna nei secoli successivi.

Solo agli inizi del Novecento, il ritrovamento di alcune tracce di pitture di scuola giottesca negli sguanci delle finestre della Cappella Palatina del Maschio Angioino, la “Cappella reale” di cui parlava il Petrarca, poté definitivamente porre fine alla questione. Restava tuttavia da scoprire lo sconosciuto autore dei dipinti dell’Incoronata. Grazie al contributo di Ferdinando Bologna, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso si era occupato di Roberto d’Oderisio, Paola Vitolo ha potuto oggi individuare nel pittore partenopeo l’unico possibile artefice delle pitture della chiesa. Il “Giotto napoletano”, l’artista cioè più vicino, a Napoli, allo stile del grande maestro, non poteva essere che lui.

Cresciuto come tanti altri artisti all’ombra del maestro toscano, Roberto è sicuramente il massimo esponente della corrente giottesca che caratterizzò l’arte napoletana nella seconda metà del Trecento. Un artista straordinario, i cui affreschi nell’Incoronata furono creduti opera dello stesso Giotto e la cui maestria ha ingannato per secoli anche gli occhi dei critici più accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL MODELLO ITALIANO PER LE PAURE URBANE: SICUREZZA E SOLIDARIETÁ (6)

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In Italia il modello di contrasto alla paura urbana ha diversi limiti, su tutti, l”assenza di unanimità fra gli amministratori locali, che alternano l”entusiasmo ad una totale indifferenza. Di Amato Lamberti

Il problema insicurezza in Italia necessita di una trattazione diversa rispetto agli altri paesi europei per vari ordini di motivi.
In primis, perché le politiche di contrasto all’insicurezza sono partite in ritardo rispetto alla legislatura generale e a quella relativa all’impiego delle forze di polizia.
Questo ritardo è attribuibile, secondo Carrer, non solo alle lungaggini burocratiche cui siamo soliti in Italia, ma anche al fatto che nel nostro paese esiste un capitale di volontari legati ad una tradizione laica e confessionale decennale.

La collaborazione quotidiana tra cittadini e pubblica amministrazione ha implementato negli anni un aumento di capitale sociale, per arrivare al raggiungimento di obiettivi comuni.
Nel corso degli anni, la consapevolezza dei cittadini e la loro percezione dell’insicurezza li hanno resi disponibili a collaborare con la pubblica amministrazione fino a raggiungere livelli significativi.
I dati statistici mostrano come l’insicurezza nel nostro paese sia collegata per lo più a fenomeni delinquenziali, anche se esiste un divario molto ampio tra la criminalità effettiva, la reale situazione di pericolo oggettivo che ognuno può correre e la sensazione di disagio che viviamo quotidianamente.

Benché i dati ufficiali relativi alle denunce dei reati indichino una riduzione globale dei fenomeni criminali, i cittadini italiani si dichiarano ugualmente insicuri, per cui non resta che supporre che tendiamo ad esagerare situazioni ben oltre la loro oggettiva gravità.
Il ritardo di partenza dell’Italia nell’adozione di strategie di difesa dall’insicurezza, ha portato però sia una conoscenza approfondita che un’elaborazione specifica di quelle che sono state le esperienze condotte all’estero. Quest’analisi preselettiva delle diverse strategie di contrasto ha introdotto in Italia, almeno inizialmente, un insieme d’iniziative volte a intervenire sulla qualità della vita. Si è cercato, infatti, di coinvolgere fin da subito i diversi attori, locali e centrali, presenti sul territorio, piuttosto che a militarizzare le città.

Nonostante ci siano delle sostanziali differenze tra il nord e il sud della penisola, gli strumenti principali di contrasto alla paura urbana rimangono i “Protocolli di sicurezza” e i “Contratti di sicurezza”, che come abbiamo già sottolineato seguono il modello francese.
Il primo protocollo di sicurezza fu firmato nel 1998 a Modena fra il Prefetto provinciale e il Sindaco della città, in cui erano previste iniziative di recupero di spazi e zone degradate.
Solamente tra il 1998 e il 1999 furono firmati una cinquantina di protocolli sul modello modenese, ognuno con le sue peculiarità. Dopo i due anni di sperimentazione necessari, il Protocollo di Sicurezza è stato trasformato in Contratto con una durata corrispondente alla legislatura comunale in corso.

La differenza sostanziale tra i documenti francesi e quelli italiani sta nel fatto che i primi si basano su analisi preventive della situazione e prevedono disponibilità economiche a bilancio per attuare quanto previsto, nonché delle valutazioni in itinere ed ex post. I protocolli italiani, invece, impegnano i firmatari su dati di fatto e obblighi istituzionali legati all’impegno, collaborazione e coordinamento per cui risentono, sul piano operativo, dell’assenza di scadenze e disponibilità di bilanci propri per attuare le iniziative previste. Altro limite del modello italiano è l’assenza di unanimità fra gli amministratori locali, che alternano consapevolezza ed entusiasmo ad una totale indifferenza. Dei tantissimi protocolli che sono stati fatti in Italia, solo alcuni sono stati trasformati in contratti.

Solamente dopo la richiesta ufficiale dell’ANCI e del Forum Italiano per la Sicurezza Urbana, il Ministero dell’Interno istituì un gruppo di lavoro di verifica sullo stato d’attuazione dei protocolli di sicurezza.

Lo stesso Ministero dell’Interno, negli ultimi anni, ha messo in atto, oltre ai protocolli e ai contratti, una serie d’iniziative collegate alla gestione della sicurezza e al controllo del territorio, in cui “da una concezione che vedeva la prevenzione intimamente connessa al controllo del territorio, attuato in un’ottica di presidio, si è passati ad una formula aperta e interattiva nella quale le istanze dei cittadini assumono un ruolo di assoluta prevalenza ed anzi di ineludibile riferimento dell’azione. Tale nuovo atteggiamento prevede, da una parte, la conoscenza approfondita del territorio e dei vari fenomeni sociali, economici e, soprattutto, criminali che lo caratterizzano, dall’altra parte, lo sviluppo di tecniche operative”.

Il passo che abbiamo citato, è abbastanza esaustivo del modus operandi che caratterizza ancora oggi la realtà italiana delle politiche di contrasto. Il nostro paese ha puntato da sempre sull’attivismo delle parti sociali del territorio ed anche sui movimenti e sulle organizzazioni che ne promuovono la difesa. La più recente iniziativa in tal senso è l’istituzione della “polizia di prossimità”, anch’essa mutuata dall’esperienza francese, ma che, in realtà, esiste già da anni con la presenza della polizia municipale.

Quest’iniziativa di cui mancano dei dati oggettivi proprio per la sua recente introduzione, è stata definita dal Ministero dell’Interno come “una filosofia operativa che s’inserisce nella complessiva pianificazione dell’azione di polizia e modifica l’approccio professionale degli operatori chiamati ad espletare attività di controllo del territorio, soprattutto a livello di quartiere. L’azione di polizia potrà, così, incidere in modo positivo sulla percezione di sicurezza dei cittadini e, anche quando non riuscirà ad eliminare le cause che provocano i suoi timori, costituirà, comunque, una rassicurante vicinanza e un momento di compartecipazione ai suoi problemi”.

Il ritardo con cui il nostro paese approda all’emergenza insicurezza urbana è dovuto al fatto che la scena dell’illegalità è stata dominata per decenni dagli eventi di tipo malavitoso.
Il terrorismo, la violenza e l’invasività della criminalità di stampo mafioso, come sottolinea il capo della polizia De Gennaro “hanno anestetizzato il nostro Paese rispetto alla percezione della costante aggressione portata alla collettività dalla cosiddetta criminalità diffusa. Solo da qualche tempo, quindi, è esploso l’allarme sociale per quella che veniva bonariamente definita microcriminalità.
Il cittadino-utente di servizi pubblici comincia a pretendere, con decisione, un rinnovato impegno della polizia in questo settore, e un approccio nuovo verso questo problema”.

Proprio per questo, insieme al poliziotto specializzato, è introdotta la figura del poliziotto della strada, della porta accanto, il cui ruolo lo porta a diretto contatto con la gente e a farsi carico delle paure e dei problemi di tutti.
Al poliziotto di quartiere non è chiesto solo di contrastare la criminalità ma anche di creare un sodalizio col cittadino, che deve diventare in questo senso un punto di riferimento e un partner attivo nel controllo sociale del territorio, insieme con gli altri enti locali e le forze sane della società.
Per riuscire in questa difficile attività di collaborazione, il primo compito che la polizia di prossimità deve espletare è quello di conoscere le reali esigenze di chi abita il territorio, soprattutto delle vittime dei reati e delle categorie maggiormente vittimizzate, imparando a gestire le aspettative del cittadino locale. Tuttavia, non manca chi è critico verso la polizia di prossimità. Ne parleremo la prossima settimana, a chiusura di questo dossier. (6-continua)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA E GLI APPROFONDIMENTI

GIÁ TRA I BRIGANTI IL DENARO ERA UN’ARMA PIÙ EFFICACE DEGLI SCHIOPPI

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A metà dell’Ottocento, nelle relazioni di malaffare con i burocrati e con i politici la delinquenza organizzata vesuviana e nolana era già una Maestra. La camorra napoletana, invece, era solo un’allieva. Di Carmine Cimmino

Dal libro I briganti del Vesuvio, di Carmine Cimmino
Per tutti i “personaggi“ di questo libro, per briganti e camorristi, per manutengoli e spie, per gli iniqui interpreti di una iniqua legalità, io sento, e esprimo sinceramente, il rispetto che si deve a chi nella morte e nel silenzio del tempo finito è diventato figura perfetta della storia. Colpe eventuali furono già pagate, nel tempo e nello spazio della storia, dalla pena del vivere. (Nota dell’ autore).

Bersaglieri, carabinieri e guardie nazionali furono implacabili nello smantellamento della rete che aveva protetto Barone. Spezzarono le maglie “deboli“, risparmiarono i “galantuomini“ che giuravano fedeltà al nuovo ordine, e dimostravano con i fatti, – denunce, delazioni e tradimenti – di essere degni anche di rappresentarlo e di amministrarlo, questo nuovo ordine, dopo un periodo di “purificazione“ e di penitenza.

Tra l’agosto e l’ottobre del ’61 La Marmora e Cialdini accelerarono la militarizzazione del governo dell’Italia Meridionale e pretesero che i liberali tacessero sulle continue violazioni delle legge che si consentivano gli ufficiali, e non solo nella caccia ai briganti, ma anche nella requisizione di alloggi, di animali, di vettovaglie. Fu un’interminabile storia di vessazioni e di violenze che disgustarono il popolo “minuto“ e scatenarono a Napoli e a Castellammare proteste e tumulti contro “i piemontesi“ e, a Nola, perfino contro alcuni ufficiali garibaldini che pretendevano di bere gratis il vino in una taverna “dietro il Duomo“. La stampa filoborbonica soffiò sulle fiamme già alte.

Un cronista scriveva sul Nomade del 31 ottobre 1861: Il piemontesismo (specie di cancrena sociale, della quale da pochi mesi in qua abbiamo avuto spettacolo ) si è largamente diramato fra noi, e presenta proporzioni allarmanti. Non v’ha amministrazione, della quale non sia capo un piemontese. Si tolgono gli impiegati napoletani, e si mandano a casa per farli surrogare da piemontesi… si sono mandati dal Piemonte fin otto nutrici all’ospizio dei trovatelli. Il latte delle nostre donne è latte rivoluzionario?”.

Dopo la morte di Barone, i carabinieri arrestarono i fratelli Alberino di Somma, perché li ritennero capaci di riorganizzare i resti della banda. La spia Luigi Del Gaudio fece catturare a Napoli Salvatore Alberino, mentre trattava l’acquisto di armi con due romani, Augusto Severo e Isidoro Sargenti. Nel verbale d’arresto venne dato grande rilievo al fatto che Salvatore «portava con sé “il bastone“ animato di ferro», l’arma dei camorristi. Non era solo una nota di colore: Silvio Spaventa e Nicola Amore già da qualche mese avevano incominciato a far passare, tra i giornalisti, il principio che i briganti del Napoletano e del Nolano non erano “ribelli“ e nemmeno “briganti“, ma camorristi e delinquenti comuni.

Francesco Trinchera, che aveva villa in Pollena, e l’on. Ricciardi salvarono dall’arresto Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo, il quale nel giugno del ’61 aveva ricevuto nella sua “casina di Trocchia“ la visita di una “masnada di uomini armati di fucili e di mazze“. Ai carabinieri, che lo avevano interrogato il giorno dopo, il Torchiarolo disse di non aver riconosciuto il capo, che gli aveva estorto 48 ducati. Una lettera trovata addosso a Barone dimostrò che il conte, saggio produttore di vini, era un bugiardo imprudente: la lettera, indirizzata a Barone, egli l’aveva scritta di suo pugno, e con un tono chiaramente amichevole.

Il 7 settembre 1861 un “villano ignoto“ gli consegnò un biglietto di Domenico Piccirillo, superstite della banda, che gli chiedeva 60 ducati. Questa volta il Torchiarolo informò i carabinieri, che tuttavia continuarono a controllarne, con discrezione, i movimenti fino al 1865: l’anno prima era scattato l’allarme per la frequente presenza di francesi nella villa di Trocchia, e il Torchiarolo aveva dovuto pazientemente spiegare, e dimostrare, che gli ospiti stranieri venivano a visitare i suoi vigneti. Nella caccia agli ultimi seguaci di Barone si distinse il sindaco di Somma Michele Pellegrino. Nel dicembre del ’61 venne arrestato il soldato sbandato Sabato Mautone, e guardie sommesi, travestite da facchini e da cocchieri, catturarono a Napoli, in piazza Mercato, due concittadini, entrambi “ sbandati “, Francesco Terracciano e Luigi Siraco (o Sirico).

Questo Siraco, che aveva fama di essere “omicidiale“ nell’uso del coltello, era stato ingaggiato da una banda di contrabbandieri di farina. Nel giugno del ’62 le Guardie Nazionali di Somma entrarono nel territorio di Saviano e catturarono “in propria casa“ Nunzio Notaro, “ricettatore di briganti“. Da Saviano irruppero nelle terre di Marigliano e misero le “morsette“ ai polsi di Giacomo Antonio Ambrosino, che era accusato di omicidio. Nel luglio vennero presi Francesco Nivolo e Francesco Paolucci. Nel ’63, con l’ uccisione di Giuseppe, brigante, e con la cattura del fratello Raffaele, disertore, venne definitamene sgominato il clan dei Maiello sommesi che dal dicembre del ’61 avevano stretto una salda alleanza con i Pipolo di Pomigliano per il controllo del contrabbando delle carni lungo la strada Napoli – Nola.

L’anno prima, nel marzo, era stato catturato Lorenzo Maiello, entrato nel primo elenco di ricercati pericolosi pubblicato dal Ministero di Polizia. L’azione dei “galantuomini“ contro i resti della banda Barone fu implacabile, anche perché essi volevano evitare che si rinnovasse la nera leggenda di Liberatore Monda. Tra il 1848 e il 1850 tra Somma, Sant’ Anastasia, Brusciano, Marigliano e Nola imperversò la comitiva del Catanese. Ucciso il Catanese, la banda venne riorganizzata da Liberatore Monda di Marigliano e dai fratelli Giuseppe, Domenico e Raffaele Sarno, detti i “Micco“ di Brusciano. Per due anni i Monda e i Sarno misero a ferro e a fuoco il territorio: sequestrarono ricchi possidenti, imposero tangenti, misero le mani su traffici e affari, corruppero guardie urbane, “eletti“ e sindaci.

Soprattutto il Monda dimostrò di aver compreso che a certi livelli il danaro è un’arma molto più efficace degli schioppi, perché non fa rumore, e va diritto al cuore. Le carte d’archivio, inedite, dimostrano in modo chiaro che, a metà dell’Ottocento, nell’intrecciare relazioni di malaffare con i burocrati e con i politici la delinquenza organizzata vesuviana e nolana era già una Maestra, mentre la camorra napoletana era solo un’allieva, volenterosa certamente, ma troppo rumorosa.

Riflettiamo sulla dimensione del malaffare: il contrabbando delle carni fresche e delle carni salate, il controllo del mercato del vino, il controllo dei mercati ortofrutticoli di Sant’ Anastasia, di Nola, di Sarno, il controllo della “ filiera “ delle farine lungo le strade Avellino-Nola – Palma- Sarno, e Avellino – Nola – Torre Annunziata, le cave, i querceti di Ottajano, di Palma, di Quindici. E, infine, gli appalti comunali.
(Foto: Acquerello di Giacinto Gigante, Falciatrici, 1860)

LA STORIA MAGRA

RISPOSTE AI LETTORI

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Il prof. Giovanni Ariola risponde alle domande di alcuni lettori. Gli argomenti riguardano l”abolizione delle Province e “La banalità del male”.

Elisa C. da Casoria scrive – Ho letto sui giornali e ascoltato dalla TV che è intenzione del nostro governo varare una legge costituzionale che abolisce tutte le province. Sarebbe veramente una iattura in quanto determinerebbe un inevitabile accentramento burocratico, ossia il contrario di quel mai abbastanza esaltato decentramento promosso da quando è andata in vigore la nostra Costituzione.

Inoltre causerebbe una confusione anche terminologica, ad esempio non si potrebbe più dire che un tal paese è in provincia di quella tal città capoluogo…Siamo alle solite. La nostra classe dirigente non riesce a sottrarsi al gioco perverso del pendolarismo. Fuor di metafora intendo sottolineare la cattiva abitudine di passare da un estremo a quello opposto, non prendendo in considerazione la possibilità di scegliere una posizione intermedia.

Con ciò non si vuol dire che era da preferire la decisione di abolire solo le province piccole (con meno di trecentomila abitanti), sarebbe stato ingiusto e anche piuttosto stupido, ma si vuol evidenziare l’opportunità di procedere, invece di abolirle, ad una riforma radicale delle istituzioni provinciali in modo da renderle più agili, meno costose, più funzionali e più efficienti sempre al fine di migliorare i servizi dovuti ai cittadini. In tal modo, questione non secondaria, si salverebbe una famiglia lessicale che è ben radicata nella nostra tradizione civile oltre che culturale.

Mi riferisco a parole come provinciale o provincialesco, provincialismo o provincialità, e a locuzioni come costumi provinciali, mentalità provinciale, pettegolezzi di provincia…Penso anche al bel libro di Michele Prisco “La provincia addormentata”…

Risposta – Non si può non essere d’accordo con la gentile lettrice sia per l’amaro ma adeguato giudizio politico sia per la denuncia del guasto che si produrrebbe nell’area semantica legata alla parola provincia, che è antica, risalendo, come si sa, alla sistemazione dei territori conquistati da parte dei Romani. Ciò detto, suggerirei tuttavia, prima di preoccuparsi e di rammaricarsi, di attendere che la legge sia approvata (l’iter come è noto, trattandosi di legge di modifica della Costituzione, è lungo e difficoltoso, e in questo caso dobbiamo dire: per fortuna!).

Allo stato attuale esiste un Disegno di legge costituzionale, approvato dal Consiglio dei Ministri nella riunione dell’8 settembre scorso il cui testo è stato trasmesso alla Conferenza Unificata (Composta dalla Conferenza Stato-Regioni e dalla Conferenza Stato-Città ed Autonomie Locali) per il primo esame. Il primo articolo di questo Ddl contiene una serie impressionante di soppressioni, ovviamente nei vari articoli del testo costituzionale, della parola provincia, insomma un vero e proprio provincicidio con una puntigliosità e una precisione, necessarie quanto si vuole ma che rasentano il sadismo. Per approdare nel secondo articolo a questa geniale pensata:

Art. 2 – 1 – All’articolo 117 della Costituzione, è premesso il seguente periodo: «Spetta alla legge regionale…disciplinare sull’intero territorio regionale forme associative quali enti locali regionali (la sottolineatura è nostra) per l’esercizio delle funzioni di governo di area vasta nonché il relativo ordinamento».
2 – Le regioni…disciplinano l’ordinamento dei medesimi in modo da assicurare che ogni ente locale regionale abbia una popolazione di almeno 300 mila abitanti oppure un’estensione territoriale di 3.000 chilometri quadrati. Ogni ente locale regionale ha un presidente. La legge regionale può prevedere per il solo presidente l’elezione a suffragio universale diretto…”

Insomma le province, cacciate dalla porta, potrebbero rientrare dalla finestra. Solo alla misera parola provincia e alla sua sfortunata famiglia sarebbe dato il benservito (o variando, se diversamente aggrada, le vecchie ma gloriose parole sarebbero licenziate, mandate in pensione, archiviate, rottamate o, nel migliore dei casi, consegnate al polveroso silenzio del Museo delle parole ormai in disuso).

Aldo M. da Caserta scrive: “Nel suo ultimo intervento su ‘Il Mediano’ (“Estate rilassante…ma non troppo” del 5 settembre u.s.), riferendosi ad Anders Berhing Breivik, l’autore dei sanguinosi fatti di Oslo, ha scritto che il suo volto conferma in chi avesse ancora dubbi la banalità del male di cui parla Hannah Arendt”. Non mi è molto chiaro cosa intendesse dire. Vorrebbe precisare?

Risposta – Come si sa, l’opera dell’Arendt “La banalità del male” contiene il resoconto delle centoventi sedute nelle quali si espletò il processo celebrato a Gerusalemme nel 1961 contro il criminale nazista Otto Adolf Eichmann, accusato di essere colpevole di aver diretto le operazioni di deportazione di milioni di Ebrei nei campi di sterminio. La scrittrice, che vi assisté come inviata del “New Yorker”, non si limitò ad un semplice reportage ma accompagnò questo con riflessioni e considerazioni personali che divennero parte fondamentale ed originale del suo libro.

Tra l’altro l’Arendt si sofferma a lungo sull’analisi del personaggio Eichmann e sulle connessioni dei tratti principali del suo carattere con le azioni disumane compiute. Ora, istituendo un raffronto del criminale nazista con quello norvegese, ci sembra di poter rilevare, tra le tante differenze, anche alcune affinità. Prima di tutto il volto di Breivik, segnato da un sorriso, beffardo sì ma sereno come di uno che partecipi ad un evento normale della vita e perfino ad una festa, è molto simile al volto ‘normale’, di uomo comune, di Eichmann, di cui parla la scrittrice tedesca. Ambedue i criminali inoltre ammettono di aver commesso i fatti che vengono loro imputati ma dichiarano di non essere colpevoli, perché hanno fatto quello che loro ritenevano necessario e giusto fare.

Infine sia Eichmann che Breivik, obbedendo ad una dottrina aberrante e disumana, si prefiggevano come obiettivo finale l’eliminazione di una parte dell’umanità ritenuta di razza inferiore e capace di inquinare la propria razza e la propria civiltà.
Per rispondere alla sua domanda, con la mia affermazione intendevo sottolineare appunto la prima delle affinità appena enunciate. Insomma chi guarda il volto di Breivik, come è apparso sui giornali ma anche come si può vedere nelle varie foto pubblicate su internet e scattate in vari periodi della sua vita, è colpito dall’assoluta ‘normalità’ di quel volto, tanto che alla fine si conclude: non sembra affatto un criminale.

È quello che la Arendt scrive di Eichmann: “Ma il guaio del caso Eichman era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica……che questo nuovo tipo di criminale, realmente hostis generis umani, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male…” (Da “La banalità del male”, Feltrinelli Editore, Milano, 1999, p. 282).

Questa acuta e profonda annotazione getta luce su tanti eventi e situazioni della storia passata e recente dell’Italia e del mondo, permettendone l’interpretazione e il giudizio.
 

LA RUBRICA

UN BAMBINO SI FERISCE USANDO LO SCIVOLO. A PAGARE I DANNI DEVE ESSERE IL COMUNE

L”utilizzazione inusuale di uno scivolo, non esonera l”ente gestore da qualsiasi responsabilità.

Il genitore di un minore denuncia un Comune della Campania deducendo che, mentre aiutava il figlio a scendere dallo scivolo nella villa comunale, a causa della mancanza di una vite di fissaggio, il quarto dito della mano sinistra era rimasto impigliato nella lamiera, ed in conseguenza delle gravi lesioni gli era stato amputato.
Il Tribunale di Nola accoglieva la domanda e condannava il Comune a pagare Euro 13.944,29, da rivalutare.

Il Comune ricorreva alla Corte di Appello di Napoli che accoglieva le sue ragioni affermando che, pur sussistendo una potenziale responsabilità da parte del Comune, poiché lo scivolo è situato in un giardino comunale, il genitore non ha provato il nesso causale tra l’accaduto e lo scivolo,al contrario esiste la prova di un uso anomalo dello stesso, poiché il minore era salito in senso inverso e tale fatto è idoneo da solo a cagionare l’evento, escludendo perciò la responsabilità del Comune per mancanza di nesso causale diretto tra lo scivolo ed il danno.
Ricorre per Cassazione il genitore del minore, che arriva alla seguente decisione:

“La responsabilità ex art. 2051 c.c. è di natura oggettiva ed è connessa unicamente alla potenzialità dannosa della cosa in custodia; per escluderla non vale riferirsi al comportamento del danneggiato, che nel nostro caso era la discesa da uno scivolo per giochi dei bambini, dato che ciò non può esser considerato idoneo ad interrompere il nesso tra la pericolosità della cosa e danno, ma se mai idoneo ad integrare un concorso di colpe”.

Pertanto, scontato che l’evento dannoso occorso al minore è stato cagionato dallo scivolo situato nella villa comunale, per escludere la responsabilità del Comune, custode di esso, non è sufficiente che il Comune abbia provato le buone condizioni di manutenzione dello stesso e l’uso improprio del predetto gioco da parte del minore, salito aggrappandosi ai tubolari sottostanti il piano in lamiera predisposto per la discesa, anziché dalle apposite scalette.

Il Comune avrebbe dovuto dimostrare che tale utilizzazione era assolutamente inusuale, sia da parte dei minori che delle persone adulte, e quindi imprevedibile, sì che la condotta del minore ha interrotto il nesso causale tra lo scivolo e l’amputazione del dito che la parte sottostante della lamiera di esso ha provocato, e che di conseguenza l’evento non era evitabile mediante l’adozione di opportune cautele, come ad esempio il divieto di tale uso improprio, ovvero il rivestimento dei tubolari sottostanti la lamiera con materiale di gomma o comunque non tagliente.

Con queste motivazioni la Cassazione III civile 21 maggio – 22 settembre 2009, n. 20415 dà ragione al genitore, in quanto il Comune non ha dimostrato che l’utilizzazione dello scivolo era assolutamente inusuale ed imprevedibile.

LA RUBRICA

I GIORNI DEL LACRYMA CHRISTI

Quest”anno, con la quarta edizione di Vesuvinum, l”omaggio alla civiltà vesuviana l”ha fatto non solo il vino ma anche l”olio del Vesuvio. Di Carmine CimminoTra il 9 e l’11 settembre si è tenuta la quarta edizione di Vesuvinum – I giorni del lacryma Christi. La manifestazione si è svolta nel Palazzo Medici di Ottaviano. Per favore, non chiamatelo castello. Non è un castello. Conservò i tratti di luogo fortificato fino alla metà del ‘700, allorché Giuseppe II Medici, raffinato musicista, capo di una loggia massonica, fratello maggiore del cavalier Luigi, chiese a un architetto allievo del Sanfelice di trasformare il tetro fortilizio in un “luogo“ incantato, in cui si fondessero armoniosamente i modelli del palazzo di città e della “villa“ vesuviana, i valori del paesaggio e le funzioni di un centro amministrativo, che nel 1830 controllava con rigore il “dare“ e l’ ”avere“ per centinaia di moggia di vigneto selezionato, per le masserie in Puglia e in Calabria, per decine di bassi e di botteghe dati in affitto nel centro di Napoli.

E l’allievo del Sanfelice fece il miracolo: ancora oggi le pietre si imbevono di luce in un gioco di riflessi vermigli e, a guardarlo da un certo punto di via valle delle Delizie, il palazzo appare essenziale nel paesaggio, nota necessaria nel ritmo delle linee e delle masse che vanno a costruire la montagna, alta sul respiro del verde. Non chiamatelo castello: lo so, castello fa colore, suggerisce storie di guerre di camorra, soprattutto a chi ha visto certi film. Chiamatelo palazzo.

Quest’anno l’omaggio alla civiltà vesuviana l’ha fatto non solo il vino, ma anche l’olio: lo straordinario olio del Vesuvio, che venne celebrato dal Frojo, e che Vincenzo Ambrosio, patron di Villadora, sta riportando all’antico fasto: e non è solo un modo di dire: perché è un olio fastoso, nobile, ricco, anche superbo, ma generoso, perché si mette sempre al servizio dei sapori, e se sono sapori fiacchi li irrobustisce, e se sono sapori, diciamo così, sbrigliati, li mette in riga. È un olio magistrale. Vincenzo Ambrosio sta difendendo con i fatti, con l’impegno, con intuizioni geniali la vesuvianità: ha rispetto dei luoghi e ha rispetto del suo essere imprenditore vesuviano.

Albertino Capasso e Giuseppe Aliberti, sommeliers di passioni enologiche, hanno illustrato con cristallina chiarezza a fortunati visitatori le virtù, il carattere e il temperamento del vino Catalanesca. Che è, a parer mio, un vino da meditazione: si accompagna al silenzio, ai pensieri, e ai ricordi richiamati in superficie con l’aiuto di una caponata e del pane cuotto. Somma, Ottaviano e Sant’Anastasia potrebbero costruire intorno al catalanesca un vero e proprio festival della filosofia lungo i sentieri del Parco. Per fortuna, la filosofia non inquina: e dunque per i permessi non ci dovrebbero essere problemi. Nello spirito dell’innovazione Michele Romano, presidente dell’associazione Strada del vino Vesuvio, ha attrezzato un ristorante: in quella che fu la scuderia del Palazzo.

Qui riposavano i cavalli persano e i purosangue arabi, che furono, con il vino e il teatro, una passione dei Medici. Nel ristorante sono stati serviti, venerdì e sabato, a cura dell‘AIRAV (associazione ristoratori e albergatori vesuviani ) menu tipici delle nostre terre. Sabato sera il cuoco ha spiegato ai convitati che è possibile coniugare estro e tradizione, anche perché i piatti fondamentali e archetipi della cucina nostra sono come il nostro carattere, e il nostro carattere è come la punta dei giavellotti che usavano i legionari di Cesare: flessibile intorno a un nocciolo duro. Il cuoco la lezione l’ha impartita non con le chiacchiere, ma con i piatti, e, in particolare con il fagottino di crèpes con tagliolini alle verdurine su passatina di pomodoro del piennolo. Molti vezzosi diminutivi per un piatto dal sapore pieno, rotondo, sferico, in cui la passatina di pomodoro dettava i tempi dell’alternanza tra il sapore schietto e leale della pasta e quello frivolo e sbarazzino delle verdure.

Nei gialli di classe e nei quadri la verità si annida nei dettagli: e dunque ho il diritto di dire che il soffice babà con dettagli di frutta fresca, in salsa ai frutti di bosco era un babà filosofico, una sfida ermeneutica: un babà solo che diventava tanti babà quanti erano i dettagli. Un capolavoro di sapori e di colori. Per capire veramente – la verità dell’intuizione – quanto sia difficile al gusto esprimere tutta la sua energia senza l’aiuto degli altri sensi avreste dovuto mangiare la cupoletta di melanzana e il broccolo napoletano – un broccolo asciutto, tirato, nervoso – mentre a un metro da voi si esibiva, in uno spettacolosa tarantella, il gruppo “‘A perteca“ di Pino Iove, e due ballerini, veramente “invasati“ dal dio della tammorra, disegnavano le figure con tale simpatia che parve, a un certo punto, che la musica uscisse non dagli strumenti, ma dai loro corpi.

La notte bianca della tammorra, con ‘ A perteca , la paranza La giuglianese e il Gruppo Via del Popolo è stata una splendida idea. Il Premio Amodio Pesce è stato assegnato a De Falco per il lacryma bianco, a Michele Romano per il rosso, a Sannino per il rosato, a Villa Pironti per il lacryma invecchiato. Un suggerimento per l’anno prossimo: il pubblico della cerimonia di premiazione ha il diritto di conoscere l’elenco di tutti i vini in concorso per ogni categoria. Come in tutte le competizioni, il valore di una vittoria è dato non solo dalle virtù del vincitore, ma anche dal nome e dalle qualità degli sconfitti. Spero che il segretario della commissione, Sergio Romano, sia d’accordo con me. Se non è d’accordo, non fa niente. A un enologo come Sergio si perdona tutto, a patto che continui a cavar fuori dai vini vesuviani la loro anima segreta: egli sa che quest’anima è classica, è ritmo di armonia.

Qualcuno crede invece che i vini vesuviani siano di spirito romantico e scapigliato, e perciò va a finire che non sanno ascoltarne la voce, non li capiscono, e perciò li strapazzano. Amodio Pesce fu un grande psicologo dei vini vesuviani: discorreva, con scienza e con emozione, del loro carattere e del loro temperamento. Una volta uno dei grandi vecchi dell’enologia del Vesuvio, Fiore Romano, mi ha detto che il vino bisogna educarlo. Voleva farmi capire che il miracolo del vino nasce dalla misteriosa corrispondenza tra la terra, il clima, la personalità del contadino, la personalità di chi vinifica. Il vino è un’azione teatrale ed è un rito religioso. Il vino mentre viene educato educa.
(Foto: Palazzo Medici. Documenti d’archivio donati dalla famiglia Lancellotti)

L’OFFICINA DEI SENSI