A metà dell’Ottocento, nelle relazioni di malaffare con i burocrati e con i politici la delinquenza organizzata vesuviana e nolana era già una Maestra. La camorra napoletana, invece, era solo un’allieva. Di Carmine Cimmino
Dal libro I briganti del Vesuvio, di Carmine Cimmino
Per tutti i “personaggi“ di questo libro, per briganti e camorristi, per manutengoli e spie, per gli iniqui interpreti di una iniqua legalità, io sento, e esprimo sinceramente, il rispetto che si deve a chi nella morte e nel silenzio del tempo finito è diventato figura perfetta della storia. Colpe eventuali furono già pagate, nel tempo e nello spazio della storia, dalla pena del vivere. (Nota dell’ autore).
Bersaglieri, carabinieri e guardie nazionali furono implacabili nello smantellamento della rete che aveva protetto Barone. Spezzarono le maglie “deboli“, risparmiarono i “galantuomini“ che giuravano fedeltà al nuovo ordine, e dimostravano con i fatti, – denunce, delazioni e tradimenti – di essere degni anche di rappresentarlo e di amministrarlo, questo nuovo ordine, dopo un periodo di “purificazione“ e di penitenza.
Tra l’agosto e l’ottobre del ’61 La Marmora e Cialdini accelerarono la militarizzazione del governo dell’Italia Meridionale e pretesero che i liberali tacessero sulle continue violazioni delle legge che si consentivano gli ufficiali, e non solo nella caccia ai briganti, ma anche nella requisizione di alloggi, di animali, di vettovaglie. Fu un’interminabile storia di vessazioni e di violenze che disgustarono il popolo “minuto“ e scatenarono a Napoli e a Castellammare proteste e tumulti contro “i piemontesi“ e, a Nola, perfino contro alcuni ufficiali garibaldini che pretendevano di bere gratis il vino in una taverna “dietro il Duomo“. La stampa filoborbonica soffiò sulle fiamme già alte.
Un cronista scriveva sul Nomade del 31 ottobre 1861: Il piemontesismo (specie di cancrena sociale, della quale da pochi mesi in qua abbiamo avuto spettacolo ) si è largamente diramato fra noi, e presenta proporzioni allarmanti. Non v’ha amministrazione, della quale non sia capo un piemontese. Si tolgono gli impiegati napoletani, e si mandano a casa per farli surrogare da piemontesi… si sono mandati dal Piemonte fin otto nutrici all’ospizio dei trovatelli. Il latte delle nostre donne è latte rivoluzionario?”.
Dopo la morte di Barone, i carabinieri arrestarono i fratelli Alberino di Somma, perché li ritennero capaci di riorganizzare i resti della banda. La spia Luigi Del Gaudio fece catturare a Napoli Salvatore Alberino, mentre trattava l’acquisto di armi con due romani, Augusto Severo e Isidoro Sargenti. Nel verbale d’arresto venne dato grande rilievo al fatto che Salvatore «portava con sé “il bastone“ animato di ferro», l’arma dei camorristi. Non era solo una nota di colore: Silvio Spaventa e Nicola Amore già da qualche mese avevano incominciato a far passare, tra i giornalisti, il principio che i briganti del Napoletano e del Nolano non erano “ribelli“ e nemmeno “briganti“, ma camorristi e delinquenti comuni.
Francesco Trinchera, che aveva villa in Pollena, e l’on. Ricciardi salvarono dall’arresto Ambrogio Caracciolo di Torchiarolo, il quale nel giugno del ’61 aveva ricevuto nella sua “casina di Trocchia“ la visita di una “masnada di uomini armati di fucili e di mazze“. Ai carabinieri, che lo avevano interrogato il giorno dopo, il Torchiarolo disse di non aver riconosciuto il capo, che gli aveva estorto 48 ducati. Una lettera trovata addosso a Barone dimostrò che il conte, saggio produttore di vini, era un bugiardo imprudente: la lettera, indirizzata a Barone, egli l’aveva scritta di suo pugno, e con un tono chiaramente amichevole.
Il 7 settembre 1861 un “villano ignoto“ gli consegnò un biglietto di Domenico Piccirillo, superstite della banda, che gli chiedeva 60 ducati. Questa volta il Torchiarolo informò i carabinieri, che tuttavia continuarono a controllarne, con discrezione, i movimenti fino al 1865: l’anno prima era scattato l’allarme per la frequente presenza di francesi nella villa di Trocchia, e il Torchiarolo aveva dovuto pazientemente spiegare, e dimostrare, che gli ospiti stranieri venivano a visitare i suoi vigneti. Nella caccia agli ultimi seguaci di Barone si distinse il sindaco di Somma Michele Pellegrino. Nel dicembre del ’61 venne arrestato il soldato sbandato Sabato Mautone, e guardie sommesi, travestite da facchini e da cocchieri, catturarono a Napoli, in piazza Mercato, due concittadini, entrambi “ sbandati “, Francesco Terracciano e Luigi Siraco (o Sirico).
Questo Siraco, che aveva fama di essere “omicidiale“ nell’uso del coltello, era stato ingaggiato da una banda di contrabbandieri di farina. Nel giugno del ’62 le Guardie Nazionali di Somma entrarono nel territorio di Saviano e catturarono “in propria casa“ Nunzio Notaro, “ricettatore di briganti“. Da Saviano irruppero nelle terre di Marigliano e misero le “morsette“ ai polsi di Giacomo Antonio Ambrosino, che era accusato di omicidio. Nel luglio vennero presi Francesco Nivolo e Francesco Paolucci. Nel ’63, con l’ uccisione di Giuseppe, brigante, e con la cattura del fratello Raffaele, disertore, venne definitamene sgominato il clan dei Maiello sommesi che dal dicembre del ’61 avevano stretto una salda alleanza con i Pipolo di Pomigliano per il controllo del contrabbando delle carni lungo la strada Napoli – Nola.
L’anno prima, nel marzo, era stato catturato Lorenzo Maiello, entrato nel primo elenco di ricercati pericolosi pubblicato dal Ministero di Polizia. L’azione dei “galantuomini“ contro i resti della banda Barone fu implacabile, anche perché essi volevano evitare che si rinnovasse la nera leggenda di Liberatore Monda. Tra il 1848 e il 1850 tra Somma, Sant’ Anastasia, Brusciano, Marigliano e Nola imperversò la comitiva del Catanese. Ucciso il Catanese, la banda venne riorganizzata da Liberatore Monda di Marigliano e dai fratelli Giuseppe, Domenico e Raffaele Sarno, detti i “Micco“ di Brusciano. Per due anni i Monda e i Sarno misero a ferro e a fuoco il territorio: sequestrarono ricchi possidenti, imposero tangenti, misero le mani su traffici e affari, corruppero guardie urbane, “eletti“ e sindaci.
Soprattutto il Monda dimostrò di aver compreso che a certi livelli il danaro è un’arma molto più efficace degli schioppi, perché non fa rumore, e va diritto al cuore. Le carte d’archivio, inedite, dimostrano in modo chiaro che, a metà dell’Ottocento, nell’intrecciare relazioni di malaffare con i burocrati e con i politici la delinquenza organizzata vesuviana e nolana era già una Maestra, mentre la camorra napoletana era solo un’allieva, volenterosa certamente, ma troppo rumorosa.
Riflettiamo sulla dimensione del malaffare: il contrabbando delle carni fresche e delle carni salate, il controllo del mercato del vino, il controllo dei mercati ortofrutticoli di Sant’ Anastasia, di Nola, di Sarno, il controllo della “ filiera “ delle farine lungo le strade Avellino-Nola – Palma- Sarno, e Avellino – Nola – Torre Annunziata, le cave, i querceti di Ottajano, di Palma, di Quindici. E, infine, gli appalti comunali.
(Foto: Acquerello di Giacinto Gigante, Falciatrici, 1860)
LA STORIA MAGRA