Lars Von Trier torna con un film sulla fine del mondo. Il pianeta Melancholia si avvicina alla Terra, minacciando di distruggerla. In un clima da catastrofe imminente, due sorelle si interrogano sull”umanità e sul suo destino.
Per recensire Melancholia basterebbe dire che è un film di Lars Von Trier. L’affermazione è meno banale di quanto possa sembrare.
I fan devoti ormai seguono il regista danese in tutte le sue peripezie cinematografiche (e non), perdonandogli anche pastrocchi come l’ultimo Antichrist; critica e pubblico neutrale lo hanno ormai abbandonato da tempo, convinti che, dopotutto, di questo regista sopravvalutato e poco sopportabile si possono considerare imprescindibili giusto 2-3 film. Morale: i vontrieriani ameranno Melancholia, chiudendo gli occhi davanti ad alcuni difetti di produzione, e gli altri, probabilmente, si annoieranno o criticheranno l’opera ben oltre il dovuto. Tuttavia, sebbene divida come pochi altri registi contemporanei, non è ancora del tutto impossibile affrontare un nuovo film di Von Trier con serenità e un certo distacco.
E liberata la mente dalle polemiche festivaliere e dal personaggio molto, troppo, ingombrante, si può affermare che questo Melancholia – pur ambizioso, ridondante e squilibrato nelle sue due parti – è tranquillamente uno dei migliori film dell’annata. I primi 5 minuti già rappresentano una bella sfida. Sulle note di Wagner (Tristano e Isotta) una serie di immagini oniriche passano sullo schermo senza un’apparente connessione, se non la ricorrente figura di Justine (Kirsten Dunst) e un certo morboso senso di disfacimento, della natura e degli uomini insieme, che lo spettatore non riesce ancora a spiegarsi.
Questo avvio ricercato è l’ideale per chi sostiene l’eccessivo formalismo di Von Trier; eppure, al di là dell’indiscutibile potere evocativo della regia del danese, sarò lo stesso sviluppo narrativo del film a giustificare un’introduzione così impegnativa. Terminato il prologo, inizia il film, con una struttura divisa in due parti. La trama sembra una fusione tra due pallini “narrativi” di Von Trier: il dramma familiare/sociale (Dancer in the dark, Le onde del destino, Dogville, per citare solo gli esempi più famosi) e gli scenari apocalittici, approfonditi soprattutto nella prima parte della sua filmografia (L’elemento del crimine, Epidemic, Europa). I rapporti tra due sorelle – Justin e Claire – si intrecciano infatti con l’avvicinarsi alla terra del pianeta Melancholia.
Nel primo capitolo viene mostrata la festa di matrimonio di una Justin affascinata dal pianeta che si avvicina; nel secondo, assistiamo all’ansia di Claire, spaventata dalla possibilità di un impatto di Melancholia con la Terra. Le due parti sono molto diverse, sia per lo stile sia per contenuti. Il capitolo su Justin si inserisce nella grande tradizione del cinema scandinavo sulle ipocrisie della classe borghese; citando Festen di Vinterberg e con un occhio al maestro Bergman, un rito sociale come il matrimonio viene trasformato in una piccola farsa tragicomica, detonatore perfetto per tutti gli odi repressi. Il linguaggio di questa prima parte è molto variegato.
Con ironia feroce Von Trier si abbatte sui suoi personaggi, sottoponendoli a situazioni bizzarre; ma, allo stesso tempo, lontano e impercettibile come il pianeta Melancholia, sentiamo un vago senso di malessere che incombe sul film, concentrato soprattutto sulla figura di Justin, ragazza anomala che tenta, con il matrimonio, la via della normalità. Ma il suo è uno sforzo destinato a fallire: con il passare dei minuti il disagio, il suo sentirsi fuori luogo, diventerà insostenibile. La farsa del matrimonio verrà così smascherata. Più monocorde il secondo capitolo. Nella stessa villa del matrimonio, le due sorelle (più il marito e il figlio di Claire) aspettano l’avvicinarsi di Melancholia, tra emozione e paura.
Qui lo stile si fa più asciutto e predomina l’attesa della catastrofe. La coerenza tematica del regista danese è stupefacente. Il pessimismo antropologico è il vero fulcro narrativo. Justine non comprende il terrore della sorella per la fine di una Terra che, con la sua malvagità, non mancherà a nessuno. Un piccolo gesto di umanità illuminerà il finale, senza poter però cambiare l’impianto nerissimo del film. La novità è che Von Trier questa volta gioca con due personaggi in modo simmetrico, come fossero specchi. Justine è animata da un rifiuto delle norme sociali e da un pessimismo radicale che prescinde da Melancholia, subendone anzi il fascino morboso dettato dalla potenza della natura.
Claire, al contrario, con il suo matrimonio perfetto, la famiglia e la vita ordinata, percepisce il disfacimento solo quando il pericolo esterno (il pianeta in avvicinamento) arriva a minacciare le sue cose. E in quel momento, incapace di reagire, non le rimarrà che affidarsi alla forza della sorella. In Melancholia ritroviamo il Von Trier più amaro e autentico. Dopo anni di ritratti sociali disperati, il regista arriva alla distruzione della terra, mostrandosi benevolo verso l’unico personaggio che accetta la catastrofe come degna conclusione delle vicende umane.
Pessimista ed esagerato, con riferimenti in abbondanza al cinema di Tarkovskij, Von Trier conferma, tra una polemica e l’altro, di essere uno dei pochi autori in grado di proseguire con autonomia e costanza un percorso artistico ben preciso.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Lars Von Trier, con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling
Durata: 130 minuti
Uscita nelle sale: prossimamente
Voto 7,5/10





