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IL GIOTTO NAPOLETANO. ROBERTO D”ODERISIO E GLI AFFRESCHI DELL’INCORONATA

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Tra i seguaci della scuola di Giotto in Campania spicca Roberto d”Oderisio; suoi gli affreschi della chiesa napoletana dell”Incoronata, da secoli ritenuti opera del celeberrimo maestro toscano.

“La personalità artistica di Giotto fu costantemente presente agli intellettuali del tempo, in quanto unanimemente riconosciuta come momento di snodo della cultura pittorica occidentale” e “di certo sappiamo che il maestro fu per i contemporanei l’assoluto protagonista e dominatore del panorama figurativo del tempo, divenendo ben presto l’autore-simbolo dell’intero Medioevo”.

Le parole di Alessandro Tomei riassumono in poche righe quello che fu l’ampio e immediato successo del celebre pittore fiorentino. Giotto fu difatti, sin da subito, additato come un artista straordinario, dalle spiccate doti manuali ed intellettuali. Elogiato dai grandi personaggi del suo tempo, come Dante, Boccaccio e Petrarca, fu ricercatissimo in tutta Italia e conosciutissimo in tutta Europa. La fama internazionale di cui godette l’artista toscano è certamente legata ai numerosi discepoli e seguaci che in breve tempo seppero diffondere il “giottismo” in tutto il vecchio continente e alla presunta presenza di alcune sue tavole ad Avignone, allora sede stabile del papato.

Tuttavia l’“internazionalità” di Giotto è da ricercare sopratutto nel suo periodo napoletano. Napoli era a quel tempo, infatti, la capitale di un regno angioino, ossia francese, e pertanto fortemente legata alla Francia da stretti vincoli politici, economici e culturali. Lavorare per gli Angiò significava conquistare fama a livello europeo. Lo sapeva bene l’altro grande artista del Trecento, Simone Martini, che proprio grazie all’appoggio della dinastia partenopea poté concludere la sua carriera ad Avignone. Quando nel 1328 giunge a Napoli Giotto, sessantenne, è ormai all’apice del successo.

Consapevole di non poter deludere le aspettative di un re e di una corte estremamente colti, il maestro, accompagnato dalla sua equipe, riuscirà in pochi anni ad approntare quelli che, se fossero sopravvissuti alle ingiurie del tempo e della storia, avremmo potuto considerare i più grandi capolavori del genio fiorentino, sia per l’ampiezza delle superfici dipinte (si pensa addirittura tutta la chiesa e parte del convento di Santa Chiara) che per il valore fortemente intellettuale dei temi trattati (se si considera particolarmente all’avanguardia il ciclo degli “Uomini Illustri” un tempo in Castel Nuovo). A questo Giotto, artisticamente e culturalmente maturo, guardarono quei tanti pittori napoletani e campani reclutati dal maestro fiorentino per i due grandi cantieri di Santa Chiara e del Maschio Angioino.

Formatasi a stretto contatto con Giotto e con la sua folta Bottega o semplicemente ammirando le straordinarie opere che il “sommo pittore” lasciò a Napoli, si può dire che un’intera generazione di artisti locali crebbe all’insegna del giottismo. Non a caso l’intero Trecento artistico napoletano è dominato da quella che gli esperti chiamano “scuola giottesca”. A questa “scuola” appartenne anche Roberto d’Oderisio, un pittore che gli studi recenti hanno fortemente rivalutato e che può considerarsi oggi uno degli artisti più importanti della seconda metà del XIV secolo. Di lui si conosce poco. Si sa che lavorò in territorio salernitano (la “Crocifissione” proveniente dalla chiesa di San Francesco a Eboli è la sola opera firmata dall’artista) e per alcune chiese di Napoli, nonché per Carlo III di Durazzo che lo nominò suo “familiare” nel 1382.

Da pochi anni le ricerche di Paola Vitolo hanno permesso di far luce su questa personalità artistica. Al d’Oderisio spetterebbe, secondo la studiosa, la paternità degli affreschi della chiesa napoletana di Spina Corona, oggi conosciuta come l’Incoronata, in Via Medina. Le teorie della Vitolo si basano sull’errata interpretazione che i critici del Cinquecento diedero agli scritti del Petrarca, il quale elenca tra le opere di Giotto a Napoli una “cappella reale” che Vasari e altri vollero erroneamente collocata all’esterno del castello, non lontano dalla fortezza angioina. Un equivoco fomentato dalla scomparsa, a cavallo tra il XV e XVI secolo, degli affreschi giotteschi in Castel Nuovo e che ebbe grande fortuna nei secoli successivi.

Solo agli inizi del Novecento, il ritrovamento di alcune tracce di pitture di scuola giottesca negli sguanci delle finestre della Cappella Palatina del Maschio Angioino, la “Cappella reale” di cui parlava il Petrarca, poté definitivamente porre fine alla questione. Restava tuttavia da scoprire lo sconosciuto autore dei dipinti dell’Incoronata. Grazie al contributo di Ferdinando Bologna, che tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso si era occupato di Roberto d’Oderisio, Paola Vitolo ha potuto oggi individuare nel pittore partenopeo l’unico possibile artefice delle pitture della chiesa. Il “Giotto napoletano”, l’artista cioè più vicino, a Napoli, allo stile del grande maestro, non poteva essere che lui.

Cresciuto come tanti altri artisti all’ombra del maestro toscano, Roberto è sicuramente il massimo esponente della corrente giottesca che caratterizzò l’arte napoletana nella seconda metà del Trecento. Un artista straordinario, i cui affreschi nell’Incoronata furono creduti opera dello stesso Giotto e la cui maestria ha ingannato per secoli anche gli occhi dei critici più accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

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