LA MACROECONOMIA DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

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Una analisi degli elementi macroeconomici delle organizzazioni criminali, dove capiremo se la presenza delle organizzazioni criminali effettivamente indebolisce l”efficienza di un sistema produttivo.

Il sistema economico può essere distinto in due raggruppamenti di soggetti: le imprese e le famiglie.
Tra questi due “agenti” si realizza uno scambio che prende il nome di processo economico.
Le imprese utilizzano i servizi lavorativi di alcune famiglie per produrre l’insieme di beni e servizi il cui flusso cumulato in un determinato arco temporale costituisce il reddito della collettività esaminata. Le famiglie soddisfano le esigenze individuali dei propri componenti acquistando dalle imprese i beni e i servizi necessari al sostentamento.

Naturalmente, non tutto l’insieme della produzione e del consumo che si realizza in una società risponde ai criteri della leicità.
La domanda di consumo illecito costituisce una probabile sottrazione alla domanda di beni e servizi legali, determinando una riduzione del reddito prodotto dalle imprese e della ricchezza alla collettività.
Si concepisce dunque che la presenza di estese frange sociali dedite alla produzione di beni e servizi illeciti e capaci di attirare domanda equivalente ha l’effetto di distorcere la struttura di consumo di una società, distogliendo la domanda dal settore legale per indirizzarla verso il settore illegale.

Ciò non significa che di per sé il reddito del sistema preso in considerazione debba necessariamente risultare inferiore in presenza di un’organizzazione criminale di quanto non sarebbe in caso di sua assenza.
L’ipotesi di partenza del ragionamento è dunque che l’intero ammontare di reddito nazionale che affluisce al settore criminale rappresenta domanda sottratta al settore legale e dunque non riemersa in un circolo produttivo.
Inoltre i percettori di reddito illegale utilizzano a loro volta la remunerazione dell’attività illecita esercitando domanda di beni e servizi illegali, compensando il circuito legale per la domanda sottratta.

Da questo punto di vista, la presenza del settore criminale potrebbe causare semplicemente una ridistribuzione tra soggetti della stessa capacità di spesa, ma nella misura in cui l’ammontare di domanda di beni e servizi legali non viene modificata nel suo complesso, il reddito sociale non risulterebbe dunque di per se ridotto.
Il problema resta nel caso in cui i percettori di reddito illegale dovessero spendere in consumo di beni e servizi legali l’intero reddito di cui essi si appropriano.
Ogni euro non riemerso nel circuito della domanda legale è di fatto un euro di prodotto che le imprese non potranno offrire, un euro sottratto di fatti al reddito nazionale.

Appare chiaro che la presenza di organizzazioni criminali può essere neutrale rispetto al reddito sociale solo nel caso in cui la “propensione al consumo legale” dei percettori di redditi illeciti dovesse risultare pari ad uno, quando l’intero reddito viene consumato.
Tuttavia, vi è da dubitare che la “propensione al consumo legale” dei percettori di redditi illeciti possa effettivamente essere pari all’unità, che il settore criminale trasformi in domanda di beni e servizi leciti l’intera quota di reddito sottratta al circuito legale tramite l’imposizione o la fornitura delle prestazioni illecite.

Dunque possiamo affermare che la presenza delle organizzazioni criminali effettivamente indebolisce l’efficienza di un sistema produttivo.

LA RUBRICA

L’ASSOCIAZIONE IL TORCHIO OSPITA LA SECONDA EDIZIONE DI “TORREFAZIONE TEATRALE”

La Carrozza d”Oro presenta la rassegna teatrale curata da Luana Martucci. Fino a maggio 2012 un appuntamento mensile con il teatro presso il Torchio. Inizio spettacoli ore 21:00.

Ad ottobre ha avuto il via la seconda edizione di Torrefazione Teatrale, che per l’edizione del 2012 presenta un interessante cartellone, sotto la direzione artistica di Luana Martucci.
Debuttato con «Le tre giornate di Emma», il prossimo appuntamento il 12 e 13 novembre 2011, con «Sole in Toro e Luna in Capricorno» presentato da Hobos Teatro, due atti unici sulla guerra.
L’appuntamento di dicembre, il 10 e l’11, con L’infame, Virus Teatrale.

 Tratta il tema dei rapporti di mafia. Un pesce piccolo, un camorrista di piccolo calibro, tradisce il suo clan originario poi quello al quale era passato infine si pente e denuncia i compagni di malavita, diventando così INFAME due volte, in cui Mazza ‘e Scopa è un pentito ‘sui generis’ cui fanno fuori l’intera famiglia, nella logica della vendetta trasversale, rivela un mondo fatto di violenza e normalità negata, un mondo nel quale tutti hanno un soprannome, ‘nu contranomme, più o meno eccentrico, più o meno minaccioso, più o meno ridicolo. Primo appuntamento del 2012, il 28 e il 29 gennaio, con «Non colpevole» prodotto da La Mansarda e Kaos Teatro. Sul processo di Otto Adolf Eichmann. Il “Normale” Eichmann incarna perfettamente l’immagine spaventosa di un grigio, efficiente burocrate al servizio del male, un impiegato modello insomma specializzato nello sterminio scientifico degli esseri umani.

Una visione del dramma della Soha, visto con gli occhi degli esecutori, testimonianza, se possibile, ancora più agghiacciante degli eventi accaduti nei campi di concentramento.
«R.AE.D. Requiem Aeternam Dona» è lo spettacolo previsto per febbraio 2012, 11 e 12, presentato da Prometeo e Vidra, il cui protagonista, Donnie, ventriloquo in un club della periferia americana, vive in simbiosi con il pupazzo Jimmy il Buffo. Lola, assistente del Mago Michel, è innamorata di Donnie, ma è ricambiata da Jimmy. Una storia d’amore surreale raccontata con un’inedita formula rappresentativa che si potrebbe sintetizzare nell’espressione di “spettacolo- concerto”.

L’appuntamento di marzo, il 10 e l’11, è con «I Pedoni dell’Aria» che presenta «Sonata per parole e altre rovine», opera che scava nelle macerie del senso per ritrovare il gesto primario che si infigge nel tempo, attraversa le percezioni, ne scrive la storia, in virtù di un’esperienza che sia unica, performativa, necessaria, immediata. Intorno a questo desiderio comunicativo si aprirà lo spazio di questa performance. Le musiche che costituiscono la trama di questa esperienza densa di contaminazioni, saranno a cura di GroupZero, i suoni saranno avvolti dalle video visioni di Alessandro De Vita che proverà a cucire allucinazioni, voci, suoni, rumori e azioni.
Il 14 e 15 aprile 2012 sarà la volta de «Il teatro nel Baule» con «C’era una notte», storie da bancone, a ritmo di blues. Un barista, un intruso e una vecchia donnaccia si raccontano in una notte qualsiasi, davanti ad un pubblico di clienti-spettatori, in un bar di periferia.

Intanto un pianista unto, cieco e ubriaco suona. Tra doppi sensi, parole di troppo e graffiante sarcasmo si snodano le storie dei personaggi mentre la musica va avanti, sempre più affondata nell’aria. Musica dal vivo e vino accompagneranno i clienti-spettatori in questo viaggio nei bassifondi.
L’ultimo appuntamento il 12 e il 13 di maggio con il «Teatro di Legno» che presenterà «Giorni perduti», la donna al centro della scena, dall’apparenza di una barbona, una folle che parla da sola, ci racconta una storia, si rivolge direttamente al pubblico, come se fosse gente capitata per caso sulla sua strada e a cui ha necessità di rivolgersi.

Affiorano stralci di un evento biografico narrato senza linearità e a cui si alternano canzoni, ricordi e frammenti del Pinocchio collodiano. Monologo teatrale liberamente tratto da un brevissimo racconto di Dino Buzzati, una storia semplice che unisce realismo e narrazione onirica e affronta il complesso tema dell’egoismo, dell’individualismo e, più in generale, del valore dell’esistenza. La rassegna si concluderà con la presentazione del testo vincitore del Premio di drammaturgia La Carrozza degli Hobos il 26 e 27 maggio 2012.

LITE TRA INSEGNANTI DURANTE IL COLLEGIO DEI DOCENTI

Nel caso che trattiamo, le offese rivolte ad una collega di scuola non vengono considerate ingiuriose da Tribunale. La Cassazione, invece, ribalta il verdetto.

Il docente M.A viene assolto dal Tribunale di Tivoli per le offese arrecate alla collega A.F, la quale ricorre in Cassazione.
I fatti contestati al docente M.A si erano svolti in una scuola, in cui tanto il predetto che la parte offesa prestavano servizio come insegnanti, e secondo l’ipotesi di accusa si erano verificati in due diverse circostanze, e cioè una prima volta durante il collegio dei docenti e poi successivamente nell’ambito di un vivace diverbio, al quale aveva assistito la stessa preside.

Il Tribunale di Tivoli ha ritenuto che le espressioni, usate dal docente M.A.,“prevaricatrice”, “maleducata”, “priva di dignità”, non avessero rilevanza penale non costituendo ingiuria, mentre per l’altro epiteto ingiurioso (”necrofila fallica”) non risultava proposta querela (condizione necessaria per procedere). Il Tribunale di Tivoli non ha ravvisato, poi, minaccia alcuna nella condotta del M.A, pur dando atto che la lite si era svolta in due fasi, e che nella seconda fase l’imputato aveva fatto irruzione nello studio della preside, ove l’antagonista aveva trovato riparo, tentando di aggredirla fisicamente, tentativo non riuscito per l’interposizione dello prof. S. che già aveva evitato pochi minuti prima che la lite trascendesse a vie di fatto.

Quanto poi alle lesioni volontarie (secondo la professoressa, lo stress emotivo le aveva cagionato un rialzo brusco della pressione), il Tribunale ha osservato che si era trattato di esito del litigio del tutto imprevedibile, non ascrivibile all’imputato neppure a titolo di colpa.
La professoressa A.F., in sede difensiva, sostiene che avrebbe potuto applicarsi al caso di specie quantomeno l’art. 586 c.p., stante l’incontestata sequenza dei fatti e la violenza del tentativo di aggressione fisica posto in essere dall’imputato, che aveva fatto irruzione nell’ufficio della presidenza, e per frenarne l’impeto era stato necessario l’intervento di più persone, che avevano allontanato di peso l’imputato mentre la preside urlava di chiamare i carabinieri.

Analoga censura prospetta la ricorrente quanto alle minacce, a suo avviso inequivocabilmente integrate dalla condotta del M., ed alle ingiurie, che lo stesso imputato aveva ritenuto tali.
La Cassazione ritiene che il ricorso della professoressa è fondato sotto tutti i profili dedotti, atteso che la sentenza del Tribunale di Tivoli:

1) afferma che le invettive rivolte dal M. alla attuale ricorrente non avevano valenza denigratoria nonostante la loro evidente portata ingiuriosa, risultante anche dal contesto e dalla pluralità delle espressioni offensive, indubbiamente e chiaramente lesive del prestigio professionale, della dignità e del decoro della professoressa;
2) sostiene che l’imputato non aveva tenuto atteggiamento minaccioso nei confronti dell’antagonista, contraddicendo la stessa ricostruzione del fatto esposta in sentenza;
3) esclude l’applicazione del dettato dell’art. 586 c.p. in relazione alle lesioni volontarie contestate, con affermazione meramente assertiva, sostanzialmente immotivata.

La sentenza impugnata dovrà essere pertanto annullata con rinvio al Tribunale di Tivoli, che provvederà a nuovo e motivato esame della vicenda, dando congrua motivazione delle ragioni della decisione, riesaminando anche la portata della querela.
Con questa decisione la Corte di Cassazione Sez. Quinta Pen. – Sent. del 27.06.2011, n. 25611, mette in discussione la posizione giuridica del docente M.A.,il quale rischia di essere penalmente condannato per la condotta tenuta nei confronti della collega.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=44

THIS MUST BE THE PLACE

Una rockstar fuori dalle scene e con una vita ormai monotona raggiunge gli Stati Uniti per un ultimo saluto al padre morente. Il viaggio fornirà l”occasione per fuggire dalla noia e interrogarsi sulla propria esistenza.

Cheyenne è una rockstar in pensione da 30 anni. Ogni mattina si sveglia e si trucca come se fossero ancora gli anni Ottanta e dovesse tenere un concerto; invece la sua giornata passa in modo tranquillo e ordinario: un caffé con Mary, una chiacchierata con un amico, lo sport con la moglie.

Cheyenne è soprattutto un sopravvissuto. Il passato non lo tormenta, né soffre per l’oblio dorato in cui è confinato. Eppure tutto in lui sembra appartenere ad un altro tempo. La sua calma, il volto sereno ma perso, la saggezza che confina con una geniale idiozia, lo collocano in un mondo isolato, una sorta di vecchio reperto venuto da chissà dove e che cerca ancora qualche uso possibile, qualcosa che lo porti lontano dalla noia e, forse, anche da quel trucco diventato l’ultimo disperato tentativo di rivendicare un’identità. Un’improvvisa chiamata dagli Stati Uniti – con la notizia della malattia del padre – offrirà lo spunto per un viaggio e per un piccolo cambiamento.

Dopo i successi festivalieri, Sorrentino si cimenta con una coproduzione internazionale nella quale il richiamo esercitato dal talento straordinario di Sean Penn è una delle carte vincenti. Tutta la prima parte del film è perfetta. La rockstar che se ne va a passeggio col suo trolley per le strade di Dublino, appariscente ed eccessiva nel trucco e nei vestiti, eppure dedita alle attività più banali, è una figura cinematografica indimenticabile. Sono le immagini a creare il personaggio, il volto strepitoso di Sean Penn, la capacità innata di Sorrentino di fissare la stranezza più grande nel dettaglio e riuscire a renderla concreta, reale. In mano ad altri registi, il film sarebbe scivolato nella macchietta più grottesca, quasi ridicola.

Al contrario, This must be the place (il titolo cita una canzone dei Talking Heads) si regge su una malinconia autentica che, dietro al trucco, alla parlata lenta e ai capelli ingombranti, ha la sua radice profonda nel sentirsi inutili e fuori dal tempo. Ma qualcosa nell’impianto del film comincia a vacillare dal momento in cui la storia si sposta negli Stati Uniti. Nella prima parte Cheyenne è il protagonista assoluto, bizzarro, di un mondo ordinario e grigio che sembra girargli intorno senza scalfirlo. Nella parte americana, Sorrentino circonda Sean Penn di una serie di luoghi e personaggi tipici della tradizione del road movie – cadendo anche nel clichè – che sembrano quasi coprire il protagonista e spingerlo ai margini, confinato in un conflitto con il padre che non può essere il vero centro del film.

E non può esserlo perché la costruzione psicologica e narrativa dell’opera non ha la forza di supportare un discorso talmente complesso. Paradossalmente, è lo stesso Cheyenne a chiarirlo, rispondendo alla moglie che gli chiede se fosse alla ricerca di se stesso con un significativo “Sono nel New Mexico, non in India”. La molla che spinge la rockstar a intraprendere il viaggio, splendidamente costruita nella prima parte, è l’insistente sensazione di inutilità. Il rapporto tormentato con il padre diventa l’aspetto critico del film: Sorrentino ci costruisce la seconda parte, ma senza dargli la profondità di analisi necessaria. Così col passare dei minuti l’opera sembra sfilacciarsi, perdersi in personaggi e scene costruiti a tavolino, ammassando intorno a Cheyenne una danza di caratteri e situazioni bizzarre spesso fini a se stesse.

Il risultato è un film discontinuo. La forza della prima parte, eccezionale rappresentazione di una maschera tragicomica, si diluisce quando la narrazione diventa più complessa e affollata e Cheyenne si perde negli stereotipi del road movie e dei rapporti padre-figlio. Nonostante questo difetto, This must be the place rimane un ottimo film, non il migliore di Sorrentino, ma comunque in grado di regalare l’immagine meravigliosa di un personaggio destinato a rimanere nella storia.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Paolo Sorrentino, con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson
Durata: 120 minuti
Uscita nelle sale: 14 ottobre 2011
Voto 7/10

LA RUBRICA

PER UN PARTITO DEI CATTOLICI NON ESISTONO RICETTE

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Il serrato confronto sull”impegno dei cristiani in politica, gira attorno all”esperienza della DC ma non tiene conto della lezione di Luigi Sturzo. Di Don Aniello Tortora

Si fa un gran parlare dei cattolici e della chiesa, in questi giorni, su tutti i giornali e in tutti i salotti televisivi. Dopo la recente ed esplosiva Prolusione di Bagnasco e il Convegno di Todi dei movimenti promosso dal Forum delle associazioni d’ispirazione cristiana nel mondo del lavoro, i riflettori sono puntati sul mondo cattolico e sull’impegno dei cristiani in politica. Sono molti i commentatori ed esperti (ma anche semplici fedeli) a parlare della ri-nascita di un nuovo partito cattolico.

Dalle stesse dichiarazioni di politici dei diversi schieramenti abbiamo anche scoperto che sono parecchi quelli che si autodefiniscono cattolici: difensori addirittura della morale cattolica. Ma quasi nessuno se n’è accorto! Ognuno tira, come ovvio, l’acqua al suo mulino, strumentalizzando le parole del Cardinale Bagnasco e lo stesso seminario di Todi sul tema: “La buona politica per il bene comune”.

Il Cardinale Bagnasco, introducendo i lavori ha detto chiaramente che per i cattolici l’impegno politico non è un optional. Ha addirittura affermato che “se per nessuno è possibile l’assenteismo sociale, per i cristiani è un peccato di omissione”. Di tale impegno dovrebbero “rallegrarsi tutti”, senza “temere per la laicità dello Stato”, perché la presenza dei credenti in Cristo nella sfera pubblica non mira a “imporre dei valori confessionali in un contesto pluralistico e complesso”, quanto piuttosto a ricordare i valori sui quali si fonda ogni convivenza umana. Vita, famiglia, libertà educativa e religiosa. Princìpi non negoziabili dai quali discende “ogni altro valore necessario al bene della persona e della società”.

Nessuno sa cosa accadrà, nello stesso variegato e frammentato mondo cattolico. Il futuro è molto incerto. Si sta solo riflettendo sul da farsi. Non esistono ricette.
Recentemente ho avuto modo di leggere sull’Avvenire un commento sulla questione, molto preciso e chiaro, di un cattolico sociale-doc, il prof. Giorgio Campanini, dalla saggezza del quale, con i suoi ottant’anni, abbiamo tutti da imparare.

Nell’articolo Campanini dice che “nell’attuale vivace dibattito sulla presenza dei cattolici in politica si è fatto reiteratamente riferimento, come era inevitabile che avvenisse, all’esperienza della Democrazia cristiana, ora per tentare di rinnovarla, ora per decretare l’impossibilità di un ritorno al passato; ma a mio avviso si è un po’ dimenticata la lezione antecedente – e per certi aspetti oggi assai più attuale – di Luigi Sturzo”. E continua affermando che “già nel Discorso di Caltagirone del 1905 (fondativo di quello che sarebbe stato poi, sia pure per una brevissima stagione, il Partito popolare italiano) Sturzo dava due fondamentali e attualissime indicazioni:

la prima era che avrebbe dovuto trattarsi di un partito "di" cattolici, con carattere schiettamente laico, posto nella vita pubblica nazionale al pari di tutti gli altri e senza investiture (o protezioni) ecclesiastiche; la seconda era che, definendo la sua fisionomia sulla base di un preciso programma politico (e non in forza delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica) sarebbe stato inevitabile che questo partito di cattolici dovesse operare una scelta: «O sinceramente conservatori o sinceramente democratici: una condizione ibrida toglie consistenza di partito e confonde la personalità nostra con quella dei conservatori liberali»”.

A questo punto della sua riflessione il prof. Campanini affronta con chiarezza il tema del giorno, dicendo: “L’alternativa posta da Sturzo appare ancora oggi attuale: o si è "partito della Chiesa" (e in tal caso si realizzerebbe, certo, una qualche unità, ma si smarrirebbe la legittima laicità della politica); o si è "partito nazionale". L’ipotesi di un "partito della Chiesa" – ammesso che vi sia chi intenda seriamente sostenerla – urta contro il principio della laicità della politica e opera una scelta di campo che inevitabilmente rende i credenti una "parte", con rischi non sottovalutabili in ordine alla missione evangelizzatrice. È possibile che sia una ipotesi da prendere in considerazione in circostanze particolari – come talora è avvenuto – ma solo come extrema ratio (e non sembra che sia questo l’attuale caso italiano)”.

“Non resta dunque che l’altra ipotesi, che i «sinceramente conservatori» stiano da una parte (né ci si dovrebbe vergognare di questo) e i «sinceramente democratici» stiano da un’altra parte: gli uni e gli altri, inevitabilmente, insieme ad altri che sono «sinceramente conservatori» o «sinceramente democratici», ma non necessariamente, anche, cattolici”.

Così conclude – il prof. Campanini – il suo commento sulle pagine del quotidiano cattolico: “Vi è da scandalizzarsi per questa impossibile unità? Credo di no: a condizione, tuttavia, che i «sinceramente conservatori» e i «sinceramente democratici» facciano sino in fondo la loro parte là dove legittimamente decideranno di collocarsi. Agli uni e agli altri la Chiesa potrà guardare, sia pure tenendo le distanze, con simpatia, senza che nessuno possa pensare di annettersela. Né ciò significa un atteggiamento, da parte della Chiesa di spettatore muto e distaccato, perché al contrario essa potrà e dovrà continuare la sua missione super partes di riaffermazione e di richiamo ai grandi valori evangelici e ai cardini dell’umanesimo cristiano, vitali per la stessa vita pubblica”.

“Non mancheranno, tanto ai «sinceri conservatori» quanto ai «sinceri democratici» i problemi di coscienza, le difficili scelte, forse i drammi: ma tutto questo è il pane quotidiano di una politica sempre consapevole di navigare nel mare agitato e talora tumultuoso delle «cose penultime»”.

A me sembra che queste riflessioni, a prescindere dalle future posizioni politiche, debbano essere tenute in grande conto sia da parte dei vescovi che dagli stessi laici cattolici impegnati in politica.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

“DALLA TERRA DEI FUOCHI” ALLA FNAC. ALBUM D”ESORDIO DEGLI R&FUSION

Artisti nati all”ombra del Vesuvio, gli R&Fusion, presentano l”album di esordio “Dalla terra dei fuochi”, (Fullheads/Magmamà – Audioglobe) venerdì 21 ottobre alle 18, presso il Forum della Fnac di Napoli.

Cinque giovani musicisti con le loro note e le loro parole, alla ricerca del giusto equilibrio tra sonorità nuove e una dialettica musicale in continua sperimentazione. Un equilibrio sostenuto con travolgente creatività che rende le nove tracce del disco un vero e proprio viaggio tra stili ed armonie, brillanti e al contempo eclettiche. L’interpretazione dei R&Fusion è sentita e genuina, proposta al pubblico attraverso strumenti tradizionali come chitarra, batteria e pianoforte integrati alle melodie del sax e del contrabbasso.
A caratterizzare l’identità dell’album, un attaccamento viscerale e lucido alla propria terra, una Napoli egoista rappresentata senza facili illusioni. La difficoltà contemporanea ad andare oltre le apparenze in un’era dominata dalle immagini, dalla superficialità e dal voyeurismo delle relazioni virtuali.

Il disco spazia a tutto tondo: pop, jazz, musica classica, esprimendo la vera anima dei poliedrici musicisti senza tuttavia frantumare l’unicum coerente e incisivo che racconta e schiaffeggia l’attualità attraverso un rimando incessante tra il pubblico e il privato, tra l’ impegno sociale e l’eco dei dolori personali.
Ricerca incessante e fusione di generi, la costante curiosità per le sperimentazioni innovative e la valorizzazione del dialetto napoletano. Un viaggio sonoro inafferrabile, intensamente jazz ma scosso da slanci pop e da un mood autoriale che interpreta con originalità le aspettative dell’avanguardia indie, riappropriandosi perfino delle ricercatezze della musica classica.

La band composta da Emanuele Ammendola (contrabbasso, voce), Marco Fiorenzano (pianoforte), Paolo Pironti (sax alto e soprano), Luca Di Sieno (oboe, percussioni, chitarra, voce), Pietro De Luca Bossa (batteria, voce) ed Eduardo Ammendola (videoproiezioni e sortite teatrali).
Un progetto che nel titolo evoca il disastro ambientale che da troppi anni avvelena la provincia di Napoli e Caserta, area di provenienza degli artisti martorizzata dai roghi tossici e illegali. Il legame con le radici chiarisce l’identità dell’album. «Aveto e forte» ritrae una Napoli individualista in uno sfogo disincantato: «Basta che nun toccano a me – Che me ne fotte e l’altra gente». Polemica che si allarga all’intero Paese, vittima della corruzione dilagante in «Assai stupida», dove il dialetto lascia spazio a una provocatoria ballata in italiano: «Occhio è Ita – E’ Ita-politica – Quella che promette – E scappa coi soldi – E non li acchiappi più».

L’impossibilità di andare oltre le apparenze in un’era dominata dalle immagini, la superficialità e il voyeurismo delle relazioni virtuali: «Sai mi han detto che non sei – Come sembri io non direi – Lo so che l’abito non fa mai il monaco – Ma non nell’era del video che impera» da «Come sembri». Le contraddizioni del mondo e l’indagine introspettiva delle intime profondità dell’animo, leitmotiv della toccante «Cantame».Celebra la pura musica, invece, «Dawi», riflessiva digressione strumentale che ammalia per l’intrinseca serenità che domina le seduzioni del pianoforte e le calde intrusioni del sassofono. A caratterizzare «Dalla terra dei fuochi», un pregnante lirismo, così carico di emozioni e pathos da svelare un’energica espressività persino nel minimalismo delle strofe stringate di «Sofia dorme già». Ispirazione che dà il meglio di sé nella poetica «Ninno» che sembra giungere da lontano, erede delle preziose nenie dell’antico canzoniere partenopeo di cui il brano recupera l’essenza immaginifica in una fertile continuità artistica.
(Fonte Foto: Ufficio Stampa R&Fusion)

ECCO QUANDO SI ALLEGGERISCE LA MACCHINA DELLA GIUSTIZIA

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I riti alternativi: in particolare, il giudizio abbreviato ed il cosiddetto “patteggiamento”, che prevede un accordo sulla pena da infliggere ma esclude il risarcimento alla vittima del reato. Di Simona Carandente

Vi sono terminologie ed istituti, propri del diritto processuale penale, che entrano prepotentemente a far parte del linguaggio quotidiano di ognuno di noi, non implicando però necessariamente, anzi a volte escludendo del tutto, la conoscenza reale ed approfondita del loro significato, sia in termini tecnici che logico- giuridici.

Chiaramente, sarebbe impossibile in questa sede poter enucleare, e conseguentemente sviscerare, gli istituti dell’ordinamento positivo e renderli comprensibili ai più, pur investendo questi ultimi aspetti significativi del nostro quotidiano e di quello che avviene nella vita di tutti i giorni.
Ad esempio capita sovente, specie in relazione ai più delicati casi di cronaca, di vedere che il procedimento penale venga definito senza passare per la fase dibattimentale, utilizzando i riti "speciali", introdotti nell’ordinamento positivo proprio per ragioni di economia processuale, con innegabili vantaggi per quel che concerne la sanzione penale e l’intero sistema giustizia.

Scegliendo il giudizio abbreviato, disciplinato dal codice di rito agli art. 438 e seguenti, l’imputato può chiedere che il processo sia definito all’udienza preliminare, o in quella dibattimentale, allo stato degli atti, ovvero facendo sì che la sentenza del giudicante si fondi, esclusivamente, sugli elementi raccolti dagli organismi di procura nel corso delle indagini preliminari. Optando per tale forma processuale, l’imputato alleggerisce non poco la macchina della giustizia: niente testimoni da dover citare, niente lunghe e costose udienze dibattimentali, visto che il processo si definisce di norma in una sola udienza. A fronte di tali benefici, l’ordinamento riconosce all’imputato uno sconto di pena, nella misura di un terzo, proprio in virtù della natura premiale dell’istituto.

Accettando che il procedimento venga definito allo stato degli atti, l’imputato può, ad esempio, giovarsi dello sconto di pena conseguente alla scelta del rito, pur in presenza di fatti e circostanze che, in buona sostanza, ne renderebbero impossibile o comunque inverosimile l’assoluzione. Nel caso contrario, in mancanza di netti elementi di prova a suo carico, vi sarà invece l’indubbio vantaggio di blindare l’acquisizione di nuovo materiale probatorio, essendo appunto la sentenza finale vincolata agli atti di indagine già presenti.

Con l’applicazione della pena su richiesta delle parti, invece (il cd. patteggiamento), previsto dagli art. 444 e seguenti del codice di rito, vi è un vero e proprio accordo tra imputato (attraverso il proprio difensore o personalmente) e ufficio di procura sulla pena da infliggere in concreto. Anche in questo caso, lo sconto di pena conseguente alla scelta del rito è nella misura di un terzo, ma con il vantaggio della certezza del suo ammontare, posto che all’organo giudicante viene sottoposto l’accordo già formalizzato tra le parti, da dover semplicemente ratificare o rigettare. Optando per tale forma, l’imputato esclude di fatto ogni possibilità di risarcimento della parte civile, ovvero della vittima del reato.

A questa, difatti, non resterà che poter intentare un’autonoma azione sul piano civilistico, mentre sul piano penale non potrà esserci alcun ristoro, né in termini economici né sostanziali.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

“DA SUD. LE RADICI MERIDIONALI DELL’UNITÁ NAZIONALE”

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Inaugurata al Palazzo Reale di Napoli la mostra sui 150 anni di patriottismo in Italia Meridionale. Documenti, quadri e cimeli per ricordare tutto quello che “da Sud” è stato fatto per unire l”Italia.

Inserita nelle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità Nazionale, la mostra ripercorre la storia del Risorgimento italiano attraverso le vicende dell’Italia meridionale. Dalla Rivoluzione del 1799 ai moti del ’48, dalla spedizione dei Mille all’incontro a Teano, l’evento celebra il contributo del sud all’edificazione dello Stato Unitario.

“In una Italia tentata da seduzioni separatiste e in un Mezzogiorno attratto da nostalgie neoborboniche”, spiegano gli organizzatori, la mostra si propone di rivalutare “la forza morale e la concretezza storica che ebbe il patriottismo meridionale” e di mettere in luce il ruolo attivo che il Mezzogiorno ebbe nella realizzazione del progetto unitario. Un Mezzogiorno che volle l’Italia e fu determinante nel crearla. Un “Sud” che non fu preda passiva di conquiste “esterne”, ma protagonista principale delle vicende unitarie. Per circa settant’anni, sottolineano ancora gli organizzatori, intere generazioni di patrioti meridionali non rimasero impassibili di fronte ai sogni e alle speranze maturate nell’Italia dell’Ottocento, ma, l’una dopo l’altra, contribuirono a fare dell’Italia un unico stato.

Per far rivivere quei sentimenti e quegli ideali, la mostra, a cura di Luigi Mascilli Migliorini e Anna Villari, promossa dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unità tecnica di Missione per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, con la Soprintendenza per i beni architettonici, paesaggistici, artistici ed etnoantropologici per Napoli e Provincia, in collaborazione con la Prefettura e il Comune di Napoli e la Fondazione Valenzi, propone un ampio ciclo di testimonianze storiche. Per capire cosa significò essere meridionali e patrioti nella prima metà dell’Ottocento, oltre alla tradizionale esposizione di opere d’arte e documenti del tempo, l’evento si avvale di supporti multimediali in grado di offrire, al pubblico odierno, un’esperienza visiva “moderna”, capace di rievocare, con i nuovi mezzi, un passato quanto mai “presente”.

Tanti i capolavori d’arte, provenienti dai musei e dalle gallerie di tutta Italia. Vere e proprie “Istantanee dal Risorgimento”, come l’“Ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli” (foto): una veduta di Piazza Plebiscito con il Palazzo Reale (luoghi simbolo della Napoli preunitaria e postunitaria), opera del grande Ippolito Caffi, pittore veneto e patriota garibaldino, morto nella battaglia di Lissa del 1866. Tanti gli artisti in esposizione. Tele che fanno riflettere, perché catturarono in esse le ambizioni di un popolo, prima ancora che meridionale o settentrionale, Italiano.

Infine, una ricca sezione, dedicata all’“Attività dei Prefetti nel Mezzogiorno” postunitario, invita a riflettere su quella “questione meridionale” che resta, ancora oggi, uno dei capitoli più oscuri della storia d’Italia. Una mostra che si presenta, quindi, come un mosaico di immagini che raccontano una storia scritta “da Sud”. “Non una storia minore né una storia di vinti, ma una delle pagine più alte ed efficaci del Risorgimento nazionale”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL PARTITO POLITICO: COSÌ LIQUIDO, COSÌ LEGGERO:

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Il nostro contesto sociale ci offre un dato certo: l”individuo si trova in uno stato di solitudine. La domanda è se un partito liquido e leggero è capace di rappresentare questa condizione. Di Amato Lamberti

L’espressione "società liquida" è ormai entrata nel dibattito politico e giornalistico, certamente per la diffusione che hanno avuto gli studi e le opere di Zygmunt Bauman, ma anche per la capacità di questa espressione di fotografare la frantumazione e la parcellizzazione, a tutti i livelli, della società di oggi.

Spesso però nel dibattito, soprattutto politico, resta sullo sfondo la causa fondante di questo fenomeno, vale a dire il passaggio dalla società industriale, caratterizzata dalla presenza di classi sociali ben definite, da una produzione molto standardizzata, dal lavoro salariato e da un’alta concentrazione di mano d’opera, a una società identificabile come "postindustriale", nella quale il precedente assetto sociale tende a disarticolarsi, le identità collettive sfumano i loro contorni, le associazioni portatrici di interessi generali perdono la loro originaria funzione di agenti della coesione sociali e i legami di appartenenza che le caratterizzavano si disgregano.
Non a caso la cifra fondamentale della post-modernità è proprio l’atomizzarsi dei rapporti sociali e la conseguente "individualizzazione" della vita di relazione.

Queste trasformazioni di natura economico-sociale non potevano non esercitare un influsso anche sulla politica e sui partiti. In particolare, soprattutto durante la seconda metà del secolo scorso, abbiamo assistito al passaggio dal partito "di massa", in grado di educare le masse e integrarle nel sistema, a un partito molto diverso, disponibile ad aprirsi a un ventaglio di ceti sociali anziché ad una sola classe, attento a diffondere il proprio messaggio attraverso un uso massiccio dei media, sempre più lontano dal territorio e dai suoi bisogni, ma nel contempo, come osservano diversi autori, sempre più incardinato "dentro" lo Stato, anche per compensare, attraverso il finanziamento pubblico, il venir meno delle risorse umane e materiali un tempo assicurate da una "membership" ormai in progressiva diminuzione.

A partire dagli anni novanta, inoltre, abbiamo assistito a un fenomeno che ha del paradossale: alla luce della sempre più accentuata disaffezione verso la politica che ha colpito le società occidentali, molti partiti, bisognosi comunque di legittimazione e riconoscimento da parte della propria base, hanno attivato meccanismi atti a garantire una maggiore partecipazione degli iscritti (e in Italia anche degli elettori) ai processi decisionali (si pensi all’uso delle "primarie"), promuovendo processi di democratizzazione al proprio interno, ma incentivando anche strategie di tipo plebiscitario, che nel favorire un rapporto diretto tra leadership e iscritti, hanno in realtà permesso di bypassare i dirigenti e i quadri intermedi, nonché i militanti e gli attivisti, che sono sempre stati la vera ossatura dei partiti di massa. Il risultato più evidente – e paradossale- è che proprio l’investitura "dal basso" finisce per concedere al leader un’ampia libertà di manovra "dall’alto".

Viene da chiedersi se siamo dunque di fronte a una linea involutiva unidirezionale e senza possibilità di ritorno, e se i grandi partiti occidentali siano caratterizzati in modo totalizzante dalle trasformazioni organizzative sopra descritte o conservino ancora alcuni tratti rilevanti del proprio passato. Insomma, ci si può chiedere: L’atomizzazione sociale di questo scorcio di secolo e la solitudine in cui oggi versa l’individuo (anche quella di rapportarsi al mondo esterno attraverso il confronto solitario con il proprio PC), possono essere rappresentate (e se del caso, contrastate) da un partito "liquido", "leggero", dove quel che conta è il rapporto "diretto" fra il singolo e il leader e la partecipazione si riduce al momento elettorale dell’investitura? O c’è bisogno di un’altra soluzione e di una prospettiva diversa? E soprattutto: i partiti sono ancora necessari?

In realtà, sia dal punto di vista normativo che empirico, la dottrina più recente ha riconsiderato il ruolo dei partiti e l’importanza della loro dimensione popolare e associativa, richiamando se si vuole le caratteristiche del vecchio partito di massa ma in forme completamente nuove, in quanto depurate dagli aspetti burocratici e ideologici che lo appesantivano.

Infatti, a partire dalla rivalutazione della "democrazia rappresentativa" come un processo che permette ai cittadini di partecipare attivamente alla vita politica, rendendosi protagonisti anche dopo e al di là dell’atto formale del voto e tenendo altresì conto delle acquisizioni di un altro importante filone di studi, quello della "democrazia deliberativa" -secondo il quale ciò che importa non è solo contare o aggregare le idee dei cittadini attraverso procedure di voto, ma permettere ad esse di formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica (sulla base della forza del migliore argomento e della partecipazione di tutti)- è emersa l’opportunità e praticabilità di una tipologia di partito che si ispiri a condizioni di democrazia interna qualitativamente più apprezzabili di quelle offerte dei modelli elitistici e plebiscitari.

Un partito, cioè, che da un lato, promuova regole e procedure in grado di responsabilizzare i gruppi dirigenti, chiamando periodicamente la leadership a rispondere del proprio operato presso i livelli intermedi e più bassi; dall’altro organizzi al proprio interno luoghi di discussione (agorà, anche telematiche) sulle idee e sulle opinioni, attivando spazi di confronto in cui i diversi punti di vista di un problema o sulla stessa linea del partito si possano confrontare e in cui si possa anche ammettere l’eventualità di un mutamento delle opinioni e dei giudizi iniziali posti come base del confronto. In pratica la stessa leadership si determina non sulla base della posizione di potere ma in riferimento alla capacità di dare risposte operative ai bisogni e alle esigenze collettivi.

È evidente come tutto ciò possa produrre notevoli vantaggi. Infatti, se si aprono all’interno dei partiti canali e circuiti comunicativi che favoriscono una partecipazione vera e continuativa, e non saltuaria e occasionale, da parte dei cittadini, si creano anche le condizioni, reali e non fittizie, affinché l’individuo possa, attraverso la politica, superare la sua condizione di solitudine e dissociazione e contrastare il suo spontaneo ritirarsi nella sfera privata. Non solo: strutturando una sfera pubblica di discussione al proprio interno, il partito sarebbe anche maggiormente in grado di intercettare le domande provenienti dalla società civile, individuare le questioni da porre al centro dell’agenda politica, e,quindi, dare vita, pur in un periodo di destrutturazione delle identità collettive, a quella comunanza di valori e principi (una volta dette ideologie) di cui oggi palesemente i partiti sono carenti.

In altre parole, la liquidità sociale non si governa con "più", ma con "meno" liquidità politica e istituzionale. I partiti, quindi, servono ancora, ma il problema della loro identità non è né superato né insignificante, e resta, comunque, tutto da definire.
(Fonte foto: Rete Internet)

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“OTTAVIANO, CITTADINA DELLA PROVINCIA DI NAPOLI, STA MORENDO”

Lettera ai sigg. consiglieri di minoranza del Consiglio Comunale di Ottaviano (Prima parte). Di Carmine Cimmino

quell’occhio inespressivo che crepitava come una lampadina guasta
David Foster Wallace

Signori,
sento il dovere di parlarvi dei topi, delle zoccole, dei vermi e dei miasmi tossici che da qualche anno infestano i luoghi e il “clima“ del Liceo Classico della nostra città. Ho temuto, la prima volta che se ne parlò, che animali e fiati immondi venissero su dalle misteriose fogne che attraversano il ventre di Ottaviano, ma poi, per fortuna, si è visto che dietro il tutto c’era, e c’è, la mano degli allievi. Per fortuna. Non vi meravigliate. Lo ripeto: per fortuna. Cercherò di illustrare il mio pensiero: confido nella vostra pazienza. Che è forte, si è fatta le ossa nella noia mortale delle sedute del consiglio comunale in cui da sette anni si affronta un solo tema: i debiti fuori bilancio.

Sempre e solo debiti fuori bilancio. La colpa è della città di Ottaviano, che non ha problemi e che non ha bisogno di nulla: tutto vi funziona a meraviglia. Tutto funziona come è necessario che funzioni. In linea di principio, non dovrei parlare di questo Liceo, perché non ne ho mai avuto una conoscenza diretta. Sostenni, a fatica, il peso degli studi in altra scuola, e in tempi altri. E tuttavia oso metter bocca nella vicenda, perché mi pare che anche su questi topi e vermi e zoccole e miasmi si sia montato il teatrino chiassoso di due categorie di persone che non sopporto: i moralisti della domenica, e gli urloni che parlano di tutto, soprattutto di ciò che non sanno. La solita sbobba scipita: ma che Liceo è questo, in cui da tre anni certi alunni si divertono, impunemente, a liberare nelle aule e nei cessi topi vermi e zoccole e ad avvelenare i polmoni e lo stomaco di compagni e docenti?

I docenti non riescono a capire che ci fanno una figura assai magra? Perché l’Amministrazione Comunale non è intervenuta a tutelare il prestigio di una Scuola che fa parte del patrimonio culturale e della storia sociale di Ottaviano, bla bla bla? E ti pareva: ormai, in questa incredibile nostra città l’Amministrazione Comunale è colpevole di tutto: anche se piove, soprattutto se piove di sabato, e il mercato nuovo si allaga, e ci vuole la barca per andare a comprare camicette e peperoni, i soliti noti diranno che è colpa del sindaco e degli assessori. Il quale sindaco non so se sia superstizioso: se lo è, farebbe bene a proteggersi, perché si sta diffondendo il vezzo di dire che egli latita, …il sindaco latita… è latitante… la latitanza del sindaco… È un’immagine poco elegante. Soprattutto con questi chiari di luna. Ma torniamo al Liceo.

Partiamo da un punto su cui c’è il consenso di tutti coloro che ne conoscono la storia remota, passata, recente e presente. Un punto fermo: questo Liceo, dopo decenni grigi e opachi, finalmente, da sei anni, o da cinque, o da quattro, ha imboccato la via della resurrezione e del risorgimento. E dunque, se questa è una verità assodata e tetragona, i mormoratori qualunquisti ne tirino tutte le conseguenze, “leggano” alla luce di questo vero anche i vermi i topi le zoccole, anche i micidiali miasmi delle fiale tossiche. Si sforzino di capire che dietro le apparenze di tanta schifezza non c’è il bullismo vigliacco di un drappello di mezzecalzette, che si muovono sicuri nell’obbrobrio dell’omertà e della cecità collettive, ma c’è la richiesta forte di un progetto culturale nuovo, dal respiro vasto e possente (fialette permettendo).

Questi ragazzi armati di topi e di vermi costituiscono un’élite. E non sono dei vigliacchi. Si nascondono solo perché sono umili e modesti: e perciò preferiscono che sui loro nomi non si accendano i fari della notorietà. Sono colti: ma fingono di non esserlo. Per protesta. Sanno di lettere e di filosofia, di arte e di scienze esatte. Sanno che Giulio Cesare era di Roma, che Socrate sta nel libro di filosofia dopo il capitolo dei presocratici, e che la terza guerra di indipendenza è stata combattuta dopo la seconda: sanno perfino che la Terra è una palla che si muove. E tuttavia non amano esibire un tale corredo di conoscenze. Per protesta.

Essi sono stufi del bello, dell’armonia, della simmetria. Essi sono i seguaci di una nuova estetica: l’Estetica del Brutto. Centocinquanta anni or sono Karl Rosenkranz disse che un giorno il Brutto avrebbe trionfato sul Bello. Il momento è venuto. E questi ragazzi del Liceo di Ottaviano sono stati pronti a capirlo. Onore al merito. Umberto Eco, dico Umberto Eco, non un pincopallino qualsiasi, la sua “Storia della Bruttezza” l’ha pubblicata nel 2007: credeva di essere stato il primo a fiutare il vento nuovo. Non immaginava che i ragazzi di un liceo della provincia napoletana l’avevano fiutato prima di lui. Questa è la mia lettura dei fatti. Qualcuno obietterà che sarebbe più salutare e più elegante affidare la richiesta del rinnovamento culturale a strumenti diversi da topi zoccole vermi e miasmi.

E io rispondo che il perbenismo ipocrita è, in questa Italia da sagrestia, una palude oceanica. Questi brillanti ragazzi sanno che il mezzo è il messaggio. Nel 1961 cosa fece Piero Manzoni (no, non Alessandro, brillanti ragazzi, Alessandro Manzoni è un’altra cosa, di un altro tempo: lo so che lo sapete), cosa fece Piero Manzoni per protestare contro la concezione tradizionale del ruolo dell’artista come “produttore“ di opere? Non scrisse manifesti, non dipinse quadri, non scattò fotografie: racchiuse i suoi escrementi in scatolette- 30gr. in ogni scatoletta -, che costituiscono la serie Merda d’artista, e oggi sono esposte nei musei, e fanno parte di importanti collezioni private. Se vi dico che vennero vendute a un prezzo ricavato dalla quotazione dell’oro, forse non mi crederete. Ma è la verità.

Signori, questa élite del Liceo interpreta lo spirito del tempo e dimostra che il respiro di ogni rivoluzione è la somma di molti respiri. Signori consiglieri di minoranza, tenetevi stretti ai braccioli delle vostre sedie. Ora vi dico che, a parer mio, l’ Amministrazione Comunale non interviene, non perché il sindaco latiti, ma perché l’Amministrazione e questi brillanti ragazzi, ispirati dal genio dei luoghi, lavorano intorno alla stesso fantastico progetto: fare di Ottaviano il foro e il monumento del trionfo del Brutto. Certo, questa è solo una mia lettura di fatti così mirabili: è solo una mia opinione. Forse è solo una mia speranza. So che vi sono altre letture, di cui darò notizia nei prossimi articoli.

Chiedo scusa a tutti, ma in questo momento “devo“ parlare di Ottaviano: non posso tacere mentre la mia città è un laboratorio di progetti così ambiziosi. Ottaviano muore, e proprio perché muore, potrebbe vivere. Il miracolo del Brutto…
(Quadro: Salvator Dalì, Costruzione molle con fagioli bolliti, 1936)

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