Il nostro contesto sociale ci offre un dato certo: l”individuo si trova in uno stato di solitudine. La domanda è se un partito liquido e leggero è capace di rappresentare questa condizione. Di Amato Lamberti
L’espressione "società liquida" è ormai entrata nel dibattito politico e giornalistico, certamente per la diffusione che hanno avuto gli studi e le opere di Zygmunt Bauman, ma anche per la capacità di questa espressione di fotografare la frantumazione e la parcellizzazione, a tutti i livelli, della società di oggi.
Spesso però nel dibattito, soprattutto politico, resta sullo sfondo la causa fondante di questo fenomeno, vale a dire il passaggio dalla società industriale, caratterizzata dalla presenza di classi sociali ben definite, da una produzione molto standardizzata, dal lavoro salariato e da un’alta concentrazione di mano d’opera, a una società identificabile come "postindustriale", nella quale il precedente assetto sociale tende a disarticolarsi, le identità collettive sfumano i loro contorni, le associazioni portatrici di interessi generali perdono la loro originaria funzione di agenti della coesione sociali e i legami di appartenenza che le caratterizzavano si disgregano.
Non a caso la cifra fondamentale della post-modernità è proprio l’atomizzarsi dei rapporti sociali e la conseguente "individualizzazione" della vita di relazione.
Queste trasformazioni di natura economico-sociale non potevano non esercitare un influsso anche sulla politica e sui partiti. In particolare, soprattutto durante la seconda metà del secolo scorso, abbiamo assistito al passaggio dal partito "di massa", in grado di educare le masse e integrarle nel sistema, a un partito molto diverso, disponibile ad aprirsi a un ventaglio di ceti sociali anziché ad una sola classe, attento a diffondere il proprio messaggio attraverso un uso massiccio dei media, sempre più lontano dal territorio e dai suoi bisogni, ma nel contempo, come osservano diversi autori, sempre più incardinato "dentro" lo Stato, anche per compensare, attraverso il finanziamento pubblico, il venir meno delle risorse umane e materiali un tempo assicurate da una "membership" ormai in progressiva diminuzione.
A partire dagli anni novanta, inoltre, abbiamo assistito a un fenomeno che ha del paradossale: alla luce della sempre più accentuata disaffezione verso la politica che ha colpito le società occidentali, molti partiti, bisognosi comunque di legittimazione e riconoscimento da parte della propria base, hanno attivato meccanismi atti a garantire una maggiore partecipazione degli iscritti (e in Italia anche degli elettori) ai processi decisionali (si pensi all’uso delle "primarie"), promuovendo processi di democratizzazione al proprio interno, ma incentivando anche strategie di tipo plebiscitario, che nel favorire un rapporto diretto tra leadership e iscritti, hanno in realtà permesso di bypassare i dirigenti e i quadri intermedi, nonché i militanti e gli attivisti, che sono sempre stati la vera ossatura dei partiti di massa. Il risultato più evidente – e paradossale- è che proprio l’investitura "dal basso" finisce per concedere al leader un’ampia libertà di manovra "dall’alto".
Viene da chiedersi se siamo dunque di fronte a una linea involutiva unidirezionale e senza possibilità di ritorno, e se i grandi partiti occidentali siano caratterizzati in modo totalizzante dalle trasformazioni organizzative sopra descritte o conservino ancora alcuni tratti rilevanti del proprio passato. Insomma, ci si può chiedere: L’atomizzazione sociale di questo scorcio di secolo e la solitudine in cui oggi versa l’individuo (anche quella di rapportarsi al mondo esterno attraverso il confronto solitario con il proprio PC), possono essere rappresentate (e se del caso, contrastate) da un partito "liquido", "leggero", dove quel che conta è il rapporto "diretto" fra il singolo e il leader e la partecipazione si riduce al momento elettorale dell’investitura? O c’è bisogno di un’altra soluzione e di una prospettiva diversa? E soprattutto: i partiti sono ancora necessari?
In realtà, sia dal punto di vista normativo che empirico, la dottrina più recente ha riconsiderato il ruolo dei partiti e l’importanza della loro dimensione popolare e associativa, richiamando se si vuole le caratteristiche del vecchio partito di massa ma in forme completamente nuove, in quanto depurate dagli aspetti burocratici e ideologici che lo appesantivano.
Infatti, a partire dalla rivalutazione della "democrazia rappresentativa" come un processo che permette ai cittadini di partecipare attivamente alla vita politica, rendendosi protagonisti anche dopo e al di là dell’atto formale del voto e tenendo altresì conto delle acquisizioni di un altro importante filone di studi, quello della "democrazia deliberativa" -secondo il quale ciò che importa non è solo contare o aggregare le idee dei cittadini attraverso procedure di voto, ma permettere ad esse di formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica (sulla base della forza del migliore argomento e della partecipazione di tutti)- è emersa l’opportunità e praticabilità di una tipologia di partito che si ispiri a condizioni di democrazia interna qualitativamente più apprezzabili di quelle offerte dei modelli elitistici e plebiscitari.
Un partito, cioè, che da un lato, promuova regole e procedure in grado di responsabilizzare i gruppi dirigenti, chiamando periodicamente la leadership a rispondere del proprio operato presso i livelli intermedi e più bassi; dall’altro organizzi al proprio interno luoghi di discussione (agorà, anche telematiche) sulle idee e sulle opinioni, attivando spazi di confronto in cui i diversi punti di vista di un problema o sulla stessa linea del partito si possano confrontare e in cui si possa anche ammettere l’eventualità di un mutamento delle opinioni e dei giudizi iniziali posti come base del confronto. In pratica la stessa leadership si determina non sulla base della posizione di potere ma in riferimento alla capacità di dare risposte operative ai bisogni e alle esigenze collettivi.
È evidente come tutto ciò possa produrre notevoli vantaggi. Infatti, se si aprono all’interno dei partiti canali e circuiti comunicativi che favoriscono una partecipazione vera e continuativa, e non saltuaria e occasionale, da parte dei cittadini, si creano anche le condizioni, reali e non fittizie, affinché l’individuo possa, attraverso la politica, superare la sua condizione di solitudine e dissociazione e contrastare il suo spontaneo ritirarsi nella sfera privata. Non solo: strutturando una sfera pubblica di discussione al proprio interno, il partito sarebbe anche maggiormente in grado di intercettare le domande provenienti dalla società civile, individuare le questioni da porre al centro dell’agenda politica, e,quindi, dare vita, pur in un periodo di destrutturazione delle identità collettive, a quella comunanza di valori e principi (una volta dette ideologie) di cui oggi palesemente i partiti sono carenti.
In altre parole, la liquidità sociale non si governa con "più", ma con "meno" liquidità politica e istituzionale. I partiti, quindi, servono ancora, ma il problema della loro identità non è né superato né insignificante, e resta, comunque, tutto da definire.
(Fonte foto: Rete Internet)
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