Si è concluso il giudizio di primo grado. Il verdetto: un anno e 8 mesi di reclusione per cinque ex responsabili dello stabilimento e per due camici bianchi aziendali. Riconosciuto soltanto un decesso per la presenza di amianto non controllato.
Un anno e otto mesi di reclusione per cinque ex direttori della fabbrica e, caso senza precedenti in Italia, anche per due medici aziendali. E poi: risarcimenti per una provvisionale di 200mila euro. E’la sentenza di primo grado relativa al processo Montefibre, il processo sulla strage dimenticata di centinaia di operai del grande impianto chimico di Acerra, lavoratori morti di cancro tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma il verdetto, emanato nel tardo pomeriggio di ieri dal giudice monocratico Daniela Critelli, lascia scontenti tutti, accusa e difesa. Un dato emblematico: la condanna per omicidio colposo dei dirigenti e dei medici della Montefibre è stata comminata per la morte di un solo operaio, cioè dell’unico lavoratore, deceduto per un mesotelioma causato dalla presenza di amianto in fabbrica, per il quale il tribunale ha riconosciuto lo status di vittima della scorretta e consapevole condotta aziendale.
Dal decesso di quest’unico operaio, la cui famiglia si è vista riconosciuta dal tribunale un risarcimento provvisionale di 200mila euro, è scaturita la condanna dei due medici aziendali e dei cinque ex direttori della fabbrica di contrada Pagliarone: Giovanni Elefante, Roberto Paolantoni, Gennaro Ferrentino, Luigi Patron, e Giuseppe Starace. Dirigenti che però sono stati assolti, sia pure con formula dubitativa, per la morte di altri 82 operai uccisi da tumori polmonari o laringei. Il giudice ha riconosciuto risarcimenti anche per i parenti di altri due lavoratori morti a causa del mesotelioma. Invece, circa la situazione di altri due colleghi, deceduti anch’essi per mesotelioma, il reato è stato prescritto. Per un altro ancora dovrà iniziare un secondo iter giudiziario ad hoc. Il che significa che sono rimasti a bocca asciutta i parenti di 77 operai morti non di mesotelioma ma di varie patologie tumorali.
“ Non solo siamo rimasti a bocca asciutta – il commento dei familiari dei tanti operai deceduti – ma siamo stati soprattutto offesi da una giustizia ingiusta, che non è riuscita a ristabilire la verità su quello che è stato un vero e proprio sterminio ”. Nel 2000 avevano sporto denuncia contro la Montefibre i parenti di 320 operai deceduti per cancro. Poco dopo il pubblico ministero della procura di Nola, Giuseppe Cimmarotta, ha aperto l’inchiesta. Il processo è iniziato nel 2007. Al centro del dibattimento era finita la posizione di soli 83 dipendenti. Ma, appena alcune settimane fa, la commissione scientifica nominata dal tribunale ha stabilito, al termine di una serie di lungaggini, che soltanto 6 operai sono certamente morti a causa della presenza di amianto in fabbrica. Quindi il tribunale, per giungere alla sentenza di condanna dei responsabili di stabilimento, ha valutato la morte di un unico lavoratore.
Cosa che ha lasciato di stucco anche i legali della difesa. C’è da aggiungere inoltre che il pm aveva chiesto per i dirigenti e i medici aziendali pene più alte di quelle stabilite dal verdetto, condanne che variavano da 2 anni e 9 mesi a 4 anni e 4 mesi di reclusione. “ Da un lato – commenta il pm Cimmarotta – sono soddisfatto perché il tribunale ha riconosciuto la presenza di amianto in fabbrica e la responsabilità anche dei medici aziendali, caso credo unico in Italia, nell’omicidio colposo di cui è stato vittima un lavoratore. Dall’altro lato però – l’amarezza del pubblico ministero – non si può essere altrettanto soddisfatti perché tutti gli altri tumori non sono stati presi in considerazione ”. Cimmarotta ha aggiunto che con ogni probabilità si appellerà contro questa sentenza. “ Siamo sfiduciati, ci cadono le braccia – concludono i parenti degli operai morti – a questo punto speriamo che col secondo grado arrivi quella giustizia vera che aspettiamo da decenni ”.
