Contrabbando di sigarette. Con questa accusa i carabinieri della Stazione di Borgoloreto e della Compagnia Stella hanno dato esecuzione ad un’Ordinanza di Custodia Cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 28 soggetti ritenuti appartenenti a 2 associazioni dedite alla vendita illegaledi tabacco. Gli arrestati operavano tra Casavatore, Afragola, Ercolano, Caivano, San Sebastiano al Vesuvio, Casoria, Casalnuovo di Napoli e San Giorgio a Cremano .
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, hanno consentito di ricostruire l’organigramma delle due associazioni criminali. Erano strutturate come imprese e collocavano ingenti quantitativi di tabacchi di contrabbando sul mercato napoletano avvalendosi di una filiera di distribuzione piramidale caratterizzata da diverse figure con compiti diversi (i produttori all’estero, gli importatori, i grossisti ed i rivenditori a chi allestisce bancarelle in strada). I contrabbandieri, ad esempio, introducevano i tabacchi sul territorio italiano tramite tir che attraversavano i valichi di frontiera del Nord Est e nascondevano le stecche con carichi di copertura (pannelli di poliuretano o blocchi di mattonelle).
Le indagini sono state condotte anche grazie alla collaborazione di diverse Autorità di Polizia europee tra le quali il General Inspectorate of the Romanian Border Police, l’O.L.A.F. (Ufficio anti frodi dell’Unione Europea, con sede a Bruxelles) e lo S.C.I.P. (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) della Direzione Centrale della Polizia Criminale attraverso la Divisione Sirene e l’Ufficio dell’Esperto per la Sicurezza in Romania.
È stata dimostrata la commissione di reati in più stati esteri tanto che il Pubblico Ministero ha contestato la transnazionalità del reato, circostanza condivisa dal Gip che nell’ordinanza.
Le indagini, svolte attraverso intercettazioni, videoriprese e servizi di osservazione, hanno consentito di individuare numerosi depositi a Napoli e in provincia.
Nel corso dell’indagine sono state arrestate in flagranza di reato 20 persone e sequestrate 14 tonnellate di sigarette di contrabbando con un rilevante danno economico -in termini di evasione di imposte, accise e dazi doganali- pari a circa 2,5 milioni di euro.
In particolare il 29 maggio 2017, durante i servizi di osservazione e pedinamento effettuati anche con l’ausilio di videocamere installate in uno dei depositi in uso al sodalizio, è stato intercettato un semi-articolato con targa rumena e rimorchio dal quale venivano scaricati bancali di pannelli isolanti pieni di stecche di contrabbando del peso di oltre 6 tonnellate.
Un’esperienza che sicuramente non dimenticheranno, quella vissuta a Coverciano dalle giovanissime campionesse della S.C. Striano: nella sede del settore tecnico della FIGC, infatti, la categoria Pulcini Femminile, scelta per rappresentare la Campania nel corso dell’11° Grassroots Festival, ha dato prova di grande maturità sportiva e forte spirito di squadra.
Due giorni, il 15 e il 16 giugno, vissuti a pieno nel Paradiso del calcio italiano, durante i quali le atlete, accompagnate da un valido staff, hanno visitato il Museo del Calcio, sono state impegnate in molteplici attività ed hanno partecipato ad un torneo con le altre regioni, distinguendosi per rispetto e disciplina.
Ad attenderle, al ritorno, un orgoglioso paese in esultanza: nei giardini pubblici di Striano l’amministrazione comunale, retta dal sindaco Antonio Del Giudice, ha accolto la squadra con una festa di bentornato a cui ha preso parte l’intera cittadinanza.
Conclusasi questa meravigliosa avventura, alle future promesse del calcio femminile non resta che continuare, con crescente determinazione, a percorrere la strada intrapresa.
La S.C. Striano al Museo del Calcio a CovercianoLo staff della S.C. StrianoLe atlete della S.C. Striano in campo
Il consigliere regionale Cirillo e i consiglieri comunali Caramiello e Avolio: “Stop a convenzione con Città Metropolitana, la dimora va affidata a un direttore esperto”
“Il fallimento della gestione della Reggia di Portici è contenuto in un dato inconfutabile. Sebbene, infatti, sia stato istituito un biglietto integrato per la visita del il sito borbonico e del Museo ferroviario di Pietrarsa, in un solo anno sono state certificate 200mila presenze a Pietrarsa a fronte delle 20mila alla Reggia nello stesso arco temporale. Un flop figlio di mancata visione e scarsa programmazione di iniziative tese alla valorizzazione della dimora realizzata da Carlo di Borbone nel 1738, che nulla ha da invidiare alla Reggia di Caserta, ma che da sempre è abbandonata dall’indifferenza di autorità a ogni livello istituzionale. Sono anni che attendiamo l’installazione della pinacoteca, il restauro del teatrino di corte, che contiene affreschi di valore inestimabile, oltre a una diversa e migliore redistribuzione dei locali della Federico II”. E’ quanto denunciano il consigliere regionale M5S Luigi Cirillo, firmatario di un’interrogazione, e i consiglieri al Comune di Portici Alessandro Caramiello e Domenico Avolio.
“Resta inspiegabile – sottolineano i portavoce M5S – la scelta di limitare le visite nei soli giorni di giovedì, venerdì, sabato e domenica. Alla giunta regionale chiediamo di sapere se si prevedono iniziative e risorse finalizzate alla valorizzazione della reggia borbonica. In vista della scadenza della convenzione tra Città Metropolitana e il Musa, che gestisce le aree museali del sito, chiediamo al ministero dei Beni Culturali di ripensare la gestione, anche prendendo in considerazione la nomina di un direttore, esperto del settore, come avviene con la Reggia di Caserta e il Real Bosco di Capodimonte, che abbia requisiti, esperienza e competenze giuste per far rinascere e valorizzare uno dei siti monumentali e storici più belli al mondo”.
Cominciava al liceo la passione per la musica che ha portato tre giovani di Somma Vesuviana alla conquista del mercato musicale.
Empty, Mr.Cry, Guisdx, al secolo Donato Di Palma, Carmine Allocca, Guido Perillo, sono tre giovanissimi di Somma Vesuviana con un legame forte, fatto di amicizia cominciata tra i banchi di scuola e proseguita poi con un percorso musicale che mette insieme il rap di Mr. Cry ed Empty con la capacità di intuizione da produttore di Guido Perillo Dj e portavoce di un trio, che tra le fila di YouTube, promette di accompagnare l’estate dei giovani con un suono, mix dance di rap e pop, in una scena musicale pronta ad accogliere il loro talento in ascesa. La traccia uscita in questi giorni: “Un’estate che”, accende già la rete, e si presenta con un sound cosmopolita, un testo fresco e originale, un ritmo che resta fermo nella testa. Il dietro le quinte dei percorsi musicali, non si può che chiederlo ai protagonisti e Guido Perillo racconta così il cammino fatto per arrivare ad oggi.
Guido Perillo portavoce del trio. Raccontaci un po’ di voi
«Siamo indipendenti, ma amici prima di tutto, proveniamo dallo stesso Liceo il Torricelli di Somma Vesuviana. Donato e Carmine insieme avevano già un loro gruppo rap, io da Dj mi sono occupato prevalentemente di musica dance. Conoscevo da tempo il loro talento e ho cercato una traccia che potesse legarci, qualcosa di adatto per l’estate, è nata così la nostra collaborazione al pezzo “Un’estate che”.»
Vi siete divisi la scrittura e la composizione del brano?
«Le parole sono loro, la base mia.»
Il genere che vi inquadra?
«Racchiuso tra pop e rap, è un mix che si è fuso con la mia passione per la Dance.»
Ricordi gli esordi? Come è cominciato tutto?
«Carmine e Donato iniziavano molto prima di me, il loro duo rap cominciava ai tempi del liceo con le prime manifestazioni iniziate proprio a scuola, piano hanno tramutato la loro passione in qualcosa di pubblico. Io da Dj seguivo facendo la mia musica, quattro anni fa ho poi avvicinato il mondo della produzione. Quando è nata la base di “Un’estate che” ho pensato subito a loro due per la voce. Ora è già ascoltabile in rete.»
In futuro lavorerete ancora insieme?
«Credo che avremo un percorso differente. Diciamo che i nostri generi si sono uniti per dare vita a qualcosa di diverso, e ognuno vorrebbe avere la propria direzione. Loro hanno un canale YouTube come Empty & Mr.Cry, io sono su iTunes e Spotify.»
Avete percorsi e suoni che vi differenziano…
«Io ascolto molta dance, meno trap. Sì, abbiamo diverse identità musicali.»
La musica può influenzare in qualche modo chi ascolta?
«Immagino che sia una sorta di tramite di emozioni. Ovunque si legge un messaggio. Credo che se comunque si voglia parlare di responsabilità, sia una condivisione a metà con chi ti educa. Io ascolto musica costantemente, vivo la musica, e posso dire che sia una dimensione che ha la sua influenza. Cerco comunque di essere positivo nei messaggi, nel mio caso specifico la musica dance deve far staccare la spina, dare anche un po’ di pausa dalle ansie della vita.»
Il futuro vi vedrà legati ancora?
«Probabilmente sì, ma nel mio progetto futuro c’è soprattutto viaggiare e portate all’estero la mia musica.»
La periferia in qualche modo può essere trampolino ma anche ostacolo…
«Purtroppo sì. Nel caso della musica dance in generale, non solo in periferia, in Italia prevale altro. Ci sono generi e sotto generi da ascoltare con una diversa predisposizione che non sempre c’è. Io cerco di uscire fuori, cosciente che la musica dance debba avere un’etichetta estera prevalentemente, cosa che è un po’ un limite. Il percorso è un po’ più difficile. Vorrei emergere facendo musica, oltre che diventare un personaggio pubblico del momento, vorrei la di fare musica.»
C’è molta maturità nelle cose che dici e evidentemente molto studio consapevole dietro…
« Ho studiato pianoforte da quando ero piccolo, è stata la base da cui partire.»
La base è sempre lo studio…
« Assolutamente. Puoi permetterti la libertà di esprimerti quando sei consapevole, e la consapevolezza, la sicurezza, te la rende la conoscenza, anche delle tue stesse capacità.»
C’è anche l’università…
« Io studio chimica, Donato scienze motorie. L’obiettivo è avere un secondo sbocco… Un’alternativa diversa. Dare spazio allo studio, al sogno e alla libertà di fare musica.»
La scuola di corso Umberto I diretta dalla preside Maria Capone (che andrà in pensione di qui a poche settimane) è finita su tutte le cronache nazionali per il crollo della parete durante il quale rimasero feriti lievemente due bambini e un’insegnante. Ora lo stesso plesso è al centro di polemiche che stanno assumendo toni e colori politici, gli stessi che dovrebbero stare ben lontani dalle scuole. Nell’ultima riunione di Consiglio di Istituto è stata ridiscussa una deliberazione che già a maggio scorso aveva ricevuto il no dell’assemblea e che anche stavolta non è passata: l’utilizzo dei locali scolastici per campi estivi, con tanto di patrocinio morale del Comune. In quella sede una componente eletta del Consiglio di Istituto, l’avvocato Nunzia Manno, ha sbattuto la porta e ha rassegnato le dimissioni. Ma è giusto o meno concedere l’utilizzo di una scuola, che tanto bene in salute non sta, per attività estive e ricreative a favore dei bambini? Una cosa bella, certo. Ma è opportuno? In merito ci sono varie posizioni, ma cominciamo da quelle ufficiali, ossia la delibera della giunta Abete n. 149 del 14 giugno 2019 e le precedenti deliberazioni del consiglio di istituto.
Nella suddetta delibera di giunta, avente ad oggetto appunto «Estate 2019 – Attività per minori: concessione patrocinio morale ed uso gratuito dei locali scolastici per campi estivi», la giunta premette che al Comune sono arrivate richieste di utilizzo delle strutture scolastiche per lo svolgimento dei Campi Estivi 2019. Più di una in verità: la parrocchia San Francesco ai Romani ha richiesto (con protocollo del 4 giugno 2019) il bocciodromo comunale dietro la parrocchia per utilizzarlo dal 24 giugno al 31 luglio; l’associazione ASD Centro Studi Danza Incantesimo (con protocollo del 5 aprile 2019) ha richiesto il plesso di corso Umberto dal 10 giugno all’11 agosto; l’associazione Divertilandia (con protocollo del 29 aprile 2019) ha richiesto il plesso Strettola o il plesso ex centro Liguori dal 1 luglio all’11 agosto; e infine l’Asd Fortitudo Pallacanestro (con protocollo del 2 maggio 2019) ha richiesto di utilizzare la palestra coperta e quella scoperta della Francesco d’Assisi dal 17 giugno al 2 agosto. Un fervore di attività che può solo far del bene al paese, chiariamo, ma nella delibera si esplicita anche la difficoltà riscontrata proprio per il plesso di corso Umberto che fa parte del I Istituto Comprensivo Tenente Mario De Rosa quello, per esplicitare tutti i fatti, dove ancora otto aule sono chiuse, dove la palestra non può essere utilizzata, dove i cornicioni sono assicurati da reti di protezione e così via.
Ebbene, nella delibera della giunta Abete si rimarca che la concessione dei locali scolastici è subordinata al rilascio del nullaosta dei dirigenti scolastici circa l’assenza di attività didattiche nel periodo richiesto, come previsto dal vigente regolamento per l’uso degli impianti sportivi (?) scolastici in orario extrascolastico. Detto ciò, sindaco e assessori richiamano due note, una del 22 maggio 2019 (la richiesta di concedere i locali era già stata discussa in consiglio di istituto e respinta) e una del 7 giugno scorso. Due note in cui si esprime il diniego all’utilizzo delle strutture scolastiche. Ma poi si fa riferimento alla nota (protocollo 2071 del 14 giugno 2019) con la quale la scuola comunica al Comune il predetto diniego con gli esiti della votazione in consiglio di istituto e, nella delibera di giunta, si legge: «la nota non esplicita i motivi posti a fondamento del deliberato del Consiglio di Istituto e che pertanto questo deve essere inteso quale conferma dei motivi già evidenziati con nota del 7 giugno».
A questo punto la giunta considera «abnorme» il deliberato «non rientrando nelle facoltà del Consiglio di Istituto negare l’assenso all’utilizzo dei locali scolastici per motivi diversi da quelli indicati dalla norma». E la norma è il dlgs n.297 del 16 aprile 1994, in particolare dall’articolo 94 e seguenti, come indicato anche in delibera. La norma è chiara e dispone quando e come possono essere utilizzate le attrezzature delle scuole per attività diverse da quelle scolastiche. Precisamente, all’art. 96, comma 4, 5 e 6, si legge: «Gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile; il comune o la provincia hanno facoltà di disporne la temporanea concessione, previo assenso dei consigli di circolo o di istituto, nel rispetto dei criteri stabiliti dal consiglio scolastico provinciale. 5. Le autorizzazioni sono trasmesse di volta in volta, per iscritto, agli interessati che hanno inoltrato formale istanza e devono stabilire le modalità dell’uso e le conseguenti responsabilità in ordine alla sicurezza, all’igiene ed alla salvaguardia del patrimonio. 6. Nell’ambito delle strutture scolastiche, in orari non dedicati all’attività istituzionale o nel periodo estivo, possono essere attuate, a norma dell’articolo 1 della legge 19 luglio 1991 n. 216, iniziative volte a tutelare e favorire la crescita, la maturazione individuale e la socializzazione della persona di età minore al fine di fronteggiare il rischio di coinvolgimento dei minori in attività criminose».
Dopodiché, la giunta si dice favorevole, stabilisce il valore sociale, sportivo ed educativo delle proposte presentate e concede l’uso dei locali delle scuola (come di tutte le altre strutture richieste dalle diverse associazioni), stabilendo che ciascuna delle associazioni è tenuta ad ospitare gratuitamente nei campi estivi almeno cinque minori segnalati dai servizi sociali.
Tutto in ordine, all’apparenza. Ma ricapitoliamo. Il primo diniego all’utilizzo della struttura era arrivato a maggio, con un voto unanime dei presenti, deliberato (poiché non all’ordine del giorno della seduta) in “varie ed eventuali”. Questa decisione non era evidentemente gradita all’amministrazione comunale che ha spinto affinché ci si ritornasse. Perché è vero che in questa nazione vige l’autonomia scolastica e che di certo la scuola non ha più alcun vincolo di subordinazione agli enti locali, ma è pur vero che la norma sulle concessioni delle strutture presenta qualche pur lieve apertura alle interpretazioni che giuristi degni di nota consigliano di superare con appositi protocolli d’intesa. Qui però non c’è stato alcun protocollo, bensì una seconda convocazione del consiglio di istituto chiamato a deliberare ciò che aveva già deliberato una volta all’unanimità dei presenti. Stavolta la cosa si è svolta in maniera diversa: un unico punto all’ordine del giorno e ancora una volta il diniego, stavolta con quattro voti a favore dell’utilizzo. Diniego che la giunta non ha tenuto in considerazione, concedendo le strutture. In quella sede la componente Nunzia Manno ha deciso di dimettersi. E ci spiega perché. «Quella è la scuola della mia infanzia e lì ho voluto mandare mia figlia – dice l’avvocato Manno – quando si è votato la prima volta io non ero presente ma sarei stata d’accordo con chi ha optato per il diniego, perché considerando la situazione della struttura e tutto quello che era accaduto, pensavamo che i tre mesi estivi potessero essere utilizzati per rendere la scuola più vivibile. Invece abbiamo saputo che c’erano state pressioni perché ci fosse un’altra convocazione e sinceramente non capisco perché: il deliberato precedente era valido. In ogni caso la riunione del 7 giugno è stata nauseante, chi come me non era d’accordo a concedere i locali della scuola è stato accusato di osteggiare la cosa per non ben precisati motivi politici e a questo proposito devo dire che non solo non mi sono mai candidata ma che non voto neppure a Sant’Anastasia, pur essendo la mia città della quale cercherò sempre fare il bene. Invece credo che si stiano usando i bambini come alibi perché si deve accontentare qualcun altro, anzi è stato detto in quella seduta che nei verbali si sarebbe indicato perché ciascun votante non dava il suo consenso. Ed è una cosa vergognosa, come se si stessero schedando i membri del consiglio di istituto per poi riportare a chi di dovere. Preciso, non ho nulla contro le associazioni ma forse destinare le pur belle attività in altre scuole più idonee sarebbe stato meglio, invece si è voluto procedere con una delibera che scavalca il parere vincolante del consiglio di istituto, utilizzandolo e mettendolo al servizio di un elettorato di parte». Nunzia Manno si è dimessa, ma non ha alcuna intenzione di tacere. «Il sindaco si prendesse pure le responsabilità come non ha mai fatto negli ultimi tre anni e io lo so bene perché è esattamente questo il tempo per il quale ho fatto parte del consiglio di istituto e mai nessuna delle nostre istanze, protocollate debitamente, ha avuto risposta, sono tutte rimaste lettera morta. E la cosa più indegna è che con l’atteggiamento preso in queste ore dall’amministrazione si avallano considerazioni social di esponenti di associazioni che si consentono di dire che non era nostra competenza concedere la struttura…e allora perché abbiamo votato, perché il legislatore ha sentito la necessità di attribuire ai consigli di istituto un parere vincolante? I campi estivi sono belli, ma non sono certo beneficenza, questo è bene dirlo. Mia figlia ha frequentato lo stesso che si è deciso a tutti i costi di voler tenere quest’anno per la cifra di 40 euro alla settimana. Basta far due conti. Allora facessero il campo estivo, a settembre poi si constaterà ancora che ci sono cornicioni con reti di contenimento per un’emergenza ormai cronica, che ci sono bagni fatiscenti, aule dismesse e decidessero chi deve assumersi colpe e responsabilità gravi. Ricordasse il sindaco, arrivato a novembre scorso a promettere che tutte queste cose le avrebbe risolte, che si sono persi finanziamenti regionali ed europei. E soprattutto non si pensi che le mie dimissioni mi sollevino dalla responsabilità di madre, perché adesso valuterò un esposto in Procura e chiederò di verificare il piano sicurezza e l’assicurazione per quanto concerne il progetto presentato dall’associazione. Nulla contro sindaco e amministrazione, ma ormai questa è una questione etica e di tutela dei bambini ospitati, per esempio, a progetti di sport senza nemmeno poter usufruire di una palestra perché non idonea. Ho deciso per le dimissioni semplicemente perché credo non sussistano più le condizioni per dare continuità e fede ad un impegno che ho assunto con le mamme, tutto ciò per cui ho lottato insieme a tante altre brave persone è stato vanificato e non mi sento né tutelata né rappresentata. Questo atteggiamento saprei bene come chiamarlo ma, essendo una donna di legge e per la legge, lo definisco per ora un sopruso puro e semplice».
Ieri sera (lunedì 17 aprile) anche la maggioranza che sostiene il sindaco Abete ha detto la propria sulla vicenda, con un manifesto pubblico dove compaiono i simboli di tutte le sette liste. Con un monito: «Tenete fuori la politica dalle scuole» e l’insinuazione che qualcuno non accetti il risultato elettorale.
«Non ci sto – commenta Nunzia Manno – la politica non la stiamo facendo noi, la fanno loro. Noi abbiamo solo chiesto si intervenisse per aggiustare la scuola e chiesto garanzie nel caso si ripetessero episodi simili a quello dell’aprile scorso. Ci voleva un atto di forza e di coraggio che non hanno compreso, invece il manifesto con il quale, quello sì, si portano i dissidi politici a scuola lo hanno fatto loro, delegittimando il Consiglio di Istituto. Spero, prima per i bambini e poi per loro, che tutto fili liscio e che tutto sia in regola. Per quanto mi riguarda, provvederò a tutelarmi in altra maniera».
È di qualche ora fa uno scontro tra due auto, una Daewoo e una Panda, in via Circumvallazione, all’altezza dell’incrocio che porta a Santa Maria a Castello e via De Matha. Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente ma, stando ai primi rilievi, la causa potrebbe essere l’ eccessiva velocità. Una delle due auto scendeva da via Castello e l’altra saliva e andava in direzione Sant’Anastasia. In una delle due auto c’erano una mamma con la sua figlioletta di quattro anni e proprio la bimba sembra aver riportato qualche ferita in più. Sul posto la polizia municipale e l’ambulanza del 118 che ha trasportato la bimba all’ospedale Santobono. I passeggeri dell’ altra auto hanno riportato ferite lievi e si sono recati al pronto soccorso con mezzi propri.
“Onorati di aver contribuito anche quest’anno al successo di una delle manifestazioni più interessanti dell’area nolana che, accanto alla promozione del territorio, da ben ventiquattro anni affianca la conoscenza dei luoghi e di opere letterarie apprezzate in tutto lo Stivale. Ecco perché continueremo a lavorare al fianco di quegli enti che ben riescono ad interpretare le giuste intuizioni”: così commenta l’imprenditore nolano Francesco Napolitano la riuscita del “Premio Cimitile” su cui è calato il sipario dopo una settimana di eventi, reading, presentazione di libri e momenti musicali. Una grande vetrina promossa dalla Fondazione Premio Cimitile, e sostenuta, tra gli altri, anche da Francesco Napolitano, ed ispirata quest’anno ai Santi Paolino e Felice restituendo alla kermesse la naturale sacralità morale. Tanti gli ospiti che hanno accompagnato la cerimonia di premiazione con performance artistiche di rilievo.
“Sono questi i canali di comunicazione che ben si coniugano con le linee programmatiche di sviluppo del territorio – continua Francesco Napolitano – Fare rete mettendo in campo le giuste sinergie è la strada da perseguire per delineare nuovi ed importanti successi”.
È ormai divenuto una vera e propria piaga fuori controllo il campo rom autorizzato che si trova nel territorio di Caivano ma in un campagna praticamente molto vicina agli abitati dei comuni di Acerra, Afragola e Casalnuovo, a poca distanza dalla stazione Porta di Napoli dell’alta velocità ferroviaria. Qui un giorno si e l’altro pure gli abitanti dell’insediamento realizzato negli anni Novanta incendiano tonnellate di rifiuti, solidi urbani, pezzi di frigoriferi e lavatrici, pneumatici, che ogni giorno scaricano attorno all’accampamento dopo averli prelevati dal mercato nero locale degli scarti. Un mercato nero molto probabilmente gestito dalla camorra della zona ma che nessuno da queste parti è mai riuscito a smascherare. Intanto il campo nomadi ubicato in località Cinquevie è diventato una grande discarica in cui vengono smantellati elettrodomestici usati. Uno sversatoio che si è espanso fino inglobare l’attigua villa mai ultimata che l’antimafia ha confiscato anni fa al clan Moccia, il clan egemone nell’area. La struttura della villa, completamente recintata ma totalmente abusiva, non è mai stata abbattuta e mai nessuno si è preso la briga di dare il via a un progetto di riutilizzo del bene confiscato. E ora, sia all’interno che all’esterno dell’edificio realizzato dai mafiosi, oltre ai rifiuti sono sorte altre baracche dei nomadi, che lavorano gli scarti scaricati sul posto dopo averli prelevati dai negozi abusivi e dalle ditte della mala che operano nel settore dello smaltimento. Quando poi questi scarti dopo essere stati scaricati accanto ai campi coltivati si fanno troppo ingombranti i rom appiccano il fuoco per ridurne il volume. Roghi che stanno appestando l’aria di un territorio già pesantemente contaminato e peraltro popolato da circa 200mila persone. Il tutto sta avvenendo nell’assenza sistematica dei controlli dovuti da parte delle forze dell’ordine, dei comuni e di tutti gli altri enti preposti. Tutta questa situazione è stata raccontata in un esposto che gli ambientalisti hanno trasmesso alle procure competenti e al commissario straordinario del Comune di Caivano, nonché ai sindaci di Acerra, Afragola e Casalnuovo, al commissario straordinario addetto al fenomeno dei roghi in Terra dei Fuochi, Gerlando Iorio, e all’Asl Napoli 2 Nord. La denuncia è stata sottoscritta dall’associazione “volontari antiroghi”, dall’ “associazione guardie ambientali”, dal “M5S Casalnuovo”, dagli “attivisti M5S Acerra, Caivano e Afragola”. Si chiedono “un intervento immediato di bonifica e politiche di integrazione in grado di persuadere i nomadi a non prelevare più i rifiuti dall’ecomafia locale”.
il campo rom autorizzato vero e proprio, anche qui discariche, sul perimetro esterno
“Siamo di fronte a una tragedia, decidere di far valere le proprie ragioni uccidendo chi sta di fronte è aberrante. Chi esce di casa impugnando una pistola e spara cinque colpi è intenzionato a uccidere. Le ragioni che hanno scatenato la furia dell’83enne non sono la parte più importante della questione quanto il rischio che certi episodi si possano ripetere se si continua ad armare la mano della gente attraverso il concetto che farsi giustizia da soli è possibile”. Lo hanno detto Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale della Campania per i Verdi e il conduttore radiofonico Gianni Simioli.
“Va necessariamente evitata la diffusione delle armi rendendo complicato il venirne in possesso, per evitare che anche da noi si verifichino le carneficine americane. C’è il rischio che si finisca a vivere come in un Far West, faccio fuoco contro chi mi crea dei problemi e questo non ha nulla a che vedere con la legittima difesa. La giustizia fai da te è un messaggio sbagliato”. Insomma “bisogna contenere il rischio di una deriva aggressiva – hanno aggiunto – le proprie ragioni si discutono nelle aule di tribunale e non impugnando armi da fuoco. E’ categoricamente vietato soffiare sul fuoco con la probabilità di accendere le menti più predisposte”.
Dalla cronistoria del tempo – riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza – si viene a sapere che la vita all’interno del monastero Carmelitano di Somma Vesuviana non scorreva sempre serena, anzi il comportamento delle consorelle, spesso, non era consono al loro stato e, soprattutto, irrispettoso delle regole stabilite.
Nel 1618, a seguito di decisione dell’Università (governo locale), fu costruito a Somma un monastero di Donne Monache dell’Ordine di S. Maria del Carmine. Lo stabile si componeva di una chiesa con annesso convento inserito nel mastio aragonese (oggi Chiesa e convento dei Padri Trinitari). Questo monastero, di patronato cittadino, ospitava all’epoca sedici monache e veniva amministrato da quattro governatori nominati dall’Università. Il governo locale assegnava annualmente un sussidio di 400 ducati al convento per il sostentamento delle monacelle. I predetti governatori avevano il duro compito di curare l’amministrazione del pio luogo e di vigilare sulla buona condotta delle religiose, facendo rispettare le capitolazioni del buon governo, approvate da Papa Urbano VIII (1568 – 1644). Dalla cronistoria del tempo – riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza – si viene a sapere che la vita all’interno del monastero non scorreva sempre serena, anzi il comportamento delle consorelle, spesso, non era consono al loro stato e, soprattutto, irrispettoso delle regole stabilite. Durante il biennio 1792 – 1793, i quattro governatori – Andrea de Felice, Francesco Antonio Sirico, Tommaso Setaro e Giuseppe Tipaldi – si trovarono a gestire una comunità indisciplinata. Le sedici religiose – tredici per recitare il divino officio e le altre converse – erano sorde a tutti i richiami di uniformarsi alla stretta osservanza delle regole del convento.
Nel chiuso della clausura la disubbidienza e l’arbitrio regnavano sovrani, con grave pregiudizio dell’Università patrona e dell’intera cittadinanza, come riferisce Cocozza. Stanchi e avviliti del comportamento poco edificante, i governatori furono costretti a chiedere l’intervento del re Ferdinando I, il quale, a sua volta, con lettera del 20 marzo 1792, invitò il Vescovo della Diocesi di Nola, Monsignor Filippo Lopez y Roio, a riferire su quanto stava accadendo in quel convento di Somma e ad individuare una serie di provvedimenti atti a ripristinare la buona disciplina della comunità religiosa. Anche il governo locale si vide costretto ad intervenire per tutelare i suoi diritti morali, concedendo ai governatori in carica l’ ampia facoltà di agire in ogni corte contro le focose monache carmelitane e oltretutto di riformare, se necessario, le antiche regole del Seicento, rendendole più restrittive e disciplinanti. Già precedentemente, nel 1765, il Vescovo di Nola, Arcivescovo Mons. Nicola Sanchez de Luna, avendo avuto notizia che alcuni senza timore di Dio e delle pene ecclesiastiche si facevano lecito di portarsi a parlare colle signore monache del monastero di Somma, con grave pregiudizio ancora della stima del monastero e delle coscienze di esse signore monache…, impartì rigide disposizioni per porre riparo all’inconveniente.
Il Vescovo decretò che nessuna persona, ad eccezione, dei congiunti di primo e secondo grado, potesse parlare con le monache senza l’espressa licenza del Vescovo, rilasciata caso per caso e notificata direttamente alla madre abbadessa del monastero. L’uso della licenza rientrava nella discrezionalità dell’abbadessa. La monaca, autorizzata ad aver colloquio con la persona estranea, veniva sorvegliata, durante tutto il tempo del colloquio, da una ascoltatrice scelta dalla abbadessa tra le monache più anziane di evidente serietà e zelo. L’ascoltatrice, inoltre, che non espletava il mandato ricevuto con la massima fedeltà, veniva privata dell’impiego e della voce attiva e passiva, nelle conclusioni capitolari del monastero. Le monache, invece, che avevano osato colloquiare con persone estranee, senza le dovute autorizzazioni, venivano scomunicate dal Vescovo e nessun confessore, ordinario o straordinario, poteva rimettere la scomunica ad eccezione del Vescovo stesso. L’abbadessa pro tempore era l’unica monaca non soggetta alle disposizioni elencate. Il Vescovo Sanchez de Luna esortò, oltretutto, le Carmelitane di Somma ad accettare con serenità e spirito di obbedienza i divieti disposti col fine di non dare occasione di dare passi più forti.
Dalla lettura della documentazione relativa al fatto storico, lo studioso Giorgio Cocozza rilevava che l’irrequietezza e l’inosservanza delle regole erano dovute al fatto che le monache appartenevano al ceto sociale del potentato (nobiltà) locale. Oltretutto il convento godeva di una rendita annua di circa 1757 ducati già nel 1750: una ricchezza enorme Appare ovvio – conclude Cocozza – che con una fortuna di simili proporzioni, le sedici monacelle dedicassero la loro maggiore attenzione alle cose terrene ed esercitassero con scarso zelo le attività strettamente spirituali e contemplative. Probabilmente i governatori laici del monastero trovarono la loro pace definitiva e la loro serenità interiore soltanto quando i Francesi, con decreto del 28 novembre 1809, soppressero definitivamente il monastero stesso e le monache abbandonarono il chiostro e le ricchezze accumulate.
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