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Ricorre in questi giorni il 76esimo anniversario della rabbiosa e aggressiva ritirata tedesca che disseminò lutti e rovine a Somma Vesuviana. La strage avvenne nel contesto della ritirata tedesca Napoli – Ponticelli. E’ di questi giorni la riflessione degli alunni della Scuola Media San Giovanni Bosco su quei tremendi giorni.

 

Chi non ricorda la signora Anna D’Avino, la simpatica bidella della Scuola Media San Giovanni Bosco di Somma Vesuviana. Era una semplice collaboratrice scolastica come ce ne sono tante. Eppure, dietro lo sguardo dolce e amorevole, la signora Anna nascondeva un triste retroscena del suo passato che poteva costarle la vita. Anna nacque il 29 maggio del 1928 a Somma Vesuviana in via Valle da Raffaele, di condizione mediatore, e da Luisa Pappalardo. Donna profondamente ancorata alla tradizione della Chiesa, proveniva da una famiglia numerosa composta da quattro maschi e sei femmine. In paese, tale famiglia, appellata con il “contrannome” ‘e ntrocchie,  cura amorevolmente la  consuetudinaria processione del 1° gennaio in onore del Bambinello Gesù. Quest’anno la docente Maria D’Ambrosio ha voluto, con i suoi alunni, tracciare quel momento difficile capitato alla signora D’Avino.

 Il 28 settembre 1943 a Somma Vesuviana i Tedeschi, in ritirata, imbastirono le prime razzie, portando via oggetti di valore, animali e mezzi di trasporto. La città era scossa dal frastuono metallico dei carri armati e da una moltitudine di pattuglie armate. I Tedeschi  si abbandonarono ad atti  di inaudito terrorismo distruggendo con dinamite e fuoco numerosi edifici disseminati negli snodi cruciali della principali strade del paese – come riferisce lo storico Luigi Verolino. Gli immobili rappresentavano il frutto di tanti stenti di non pochi cittadini che rimasero senza tetto e nell’estrema desolazione. La distruzione di molti alloggi, contrassegnati con della vernice nera dai tedeschi, è documentata in un articolo sulla rivista Summana in una testimonianza dell’allora dodicenne Lorenzo Aliperta, che abitava nel luogo detto Triale corrispondente all’attuale incrocio di via Carmine, via Annunziata e via S. Croce. La popolazione, oltre a subire danni materiali, visse in permanente pericolo di vita. Dalla montagna si vedevano le fiamme lambire i tetti e il cielo. Il primo ottobre iniziò il giorno più lungo di Somma Vesuviana. In via Roma cadde vicino al suo portone, per un colpo di pistola al collo, il fornaio Michele Muoio; a via Casaraia, Luisa Granato, accompagnata dalla figlioletta Giuseppina, venne colpita da una raffica di mitra dal nemico di guardia al Ponte Purgatorio. Nella proprietà dei Di Lorenzo, sulla Toppa  vicino alla porta del quartiere murato, morì lo sfollato napoletano Ciro Giannoli (1913 – 1943), mentre il padre Salvatore, nato nel 1878,  fu ferito e si salvò.

Un forte boato fece saltare, tra gli altri, il ponte sito in strada Fosso dei Leoni. Nelle vicinanze, in via Valle (oggi via Gobetti), fu incendiato il palazzo Indolfi dove era nata Anna D’Avino. La ragazza, all’epoca quindicenne, impaurita dal denso fumo e dal forte boato si affacciò nelle prossimità del edificio per rendersi conto di ciò che stava avvenendo. Una semplice curiosità che poteva costarle caro. All’improvviso una raffica di colpi di mitragliatrice fu sparata, dai reparti tedeschi, sull’immobile in questione. La ragazza fu colpita da un proiettile vagante sulla tibia destra, provocandogli un’enorme e profonda ferita, ancora oggi ben visibile. Riuscì, però, a salvarsi e ad essere immediatamente curata.  Il trentenne Giovanni Di Guido, invece, fu bersaglio di una raffica di mitragliatrice, mentre si trovava nascosto nel cortile della propria abitazione in via San Pietro. Ferito, riuscì a salvarsi. Stessa sorte toccò a De Luca Ciro in piazza Tre Novembre (oggi San Giuseppe Moscati).

Nella proprietà Tuorto in via Spirito Santo vi era una postazione composta da sette tedeschi che ricevettero l’ordine di minare l’ultimo ponte sommese, quello dello Spirito Santo. La famiglia Tuorto si rifugiò nelle campagne dell’Ammendolara verso il Monte Somma. Aniello Tuorto e il nipote Donato, nascosti nell’Alveo tra le verdi fronde, riuscirono a scollegare le due mine poste ai pilastri del ponte. La disattivazione avvenne in parte, ma l’azione fu decisiva perché la proprietà si salvò. Il basso, però, fu incendiato dai tedeschi. L’apnea fascista e la morsa nazista, da lì a poco, finirono. Ovunque si respirava fumo e macerie, ma finalmente ritornava la libertà. La signora D’Avino continuò la sua vita, sposandosi nel 1965 con il signor Giacomo La Montagna. Attualmente vive a Somma Vesuviana in via Canonico Feola al civico 13, accudita amorevolmente dai suoi figli.