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 Dal Prof. Ciro Raia riceviamo e volentieri pubblichiamo un commosso ricordo di Sergio D’Avino.

 

Caro Sergio,

decidendo di andartene per sempre, hai reso tristemente indimenticabile questo agosto 2018 già – per i tanti episodi brutti accaduti – tristemente indimenticabile di per sé. Stamattina, davanti al tuo corpo muto e freddo, mi sono passati davanti agli occhi tutti i quasi cinquant’anni della nostra amicizia. Sì, perché siamo amici da oltre cinquant’anni! Un tempo lungo, per poter affermare, senza tema di smentita, che tra noi c’era un patto inossidabile di stima, di affetto e, per qualche male lingua, di civile sopportazione.

Non te l’ho mai detto ma, ogni volta che ti incontravo, pensavo a te come a uno dei tre moschettieri. Apparivi, nella mia immaginazione, come Porthos, per la tua onestà, per la tua ingenuità, per l’amore per la musica, per i tuoi capelli ricci ed anche per il tuo possente fisico (non a caso uno degli interpreti cinematografici del Barone du Vallon è stato Gerard Depardieu).

Il principio dell’etica è stato il senso ispiratore di tutta la tua vita. Sostenevi che piccoli gesti, attenzioni, doveri da osservare e diritti da chiedere, avrebbero potuto rendere più dignitosa ogni nostra azione. E questo principio l’hai affermato nelle piccole cose, nelle discussioni con gli amici, nel tuo lavoro a scuola. Forse, per questo tuo modo di essere, ti sei attirato anche delle inimicizie. Perché, come ben sai, il non volersi adeguare a una vita del come va va tanto che ti importa, spesso – o, meglio, quasi sempre – porta ad essere considerati degli anticonformisti, dei bastian contrari. E tu sei stato un anticonformista, un bastian contrario, magari, perché volevi bene al tuo borgo, rispettavi la tua montagna, esigevi che i servizi al cittadino funzionassero almeno in maniera decente, sognavi che la politica fosse interpretata come un progetto teso al bene comune, cioè, alla soddisfazione dei bisogni di tutti.

Conservo tue lunghe lettere, che raccontano le tue battaglie nelle terre della laguna. Battaglie per l’affermazione dei diritti degli allievi in difficoltà, specie di quelli diversamente abili. Se scavo tra le mie carte, troverò sicuramente un progetto, che mi proponesti, per un libro di testo per gli ultimi della classe. Non ricordo bene perché non ci mettemmo mano; forse per la lontananza, forse perché distratti da altri impegni o problemi del momento.

Dei tuoi anni di Mestre ho tanti ricordi. Qualche viaggio fatto insieme; quella volta che, io in gita scolastica, ci demmo appuntamento in piazza San Marco solo per un abbraccio; e quell’altra volta, quando, complice Antonio, facesti viaggiare un cucciolo in treno, solo perché avevo detto che a mia figlia avrebbe fatto piacere possedere un cane. E, poi, ogni volta che tornavi da Mestre per le festività natalizie o pasquali, casa mia era una tappa obbligata. Ricordi quella giornata di San Silvestro di una trentina di anni fa, che passammo per intera tra gli scavi di Pompei? O quelle lunghe serate invernali trascorse a giocare al mercante in fiera o  a scala quaranta…? Ricordi! Ora solo ricordi!.. Come quelli di una festa di San Gennaro – forse eravamo nel 1975 – in cui riuscii, grazie all’interessamento di un mio amico, a fare avere un po’ di spazio a quel gruppo di musica popolare che avevate messo su tu, Antonio, Nellino e qualche altro ancora.

In anni più recenti, con me hai abbracciato il sogno di poter combattere in prima linea per questa nostra Somma Vesuviana. Ci credevi in quell’avventura; speravi che i nostri sogni potessero diventare realtà. Non fu possibile, perché il sogno, purtroppo, morì all’alba. Fummo sconfitti dalle promesse non mantenute e da un certo modo di far politica. Ma non fummo, per questo, domi.

Negli ultimi anni ti ho scoperto più solitario. Certo, continuavi a mordere il freno, a stare male per gli altri. Però lo facevi quasi in silenzio. Dicevi di essre stanco, di volerti ritirare a leggere, a pensare. Me lo hai detto anche nel corso di quest’ultimo anno scolastico. Più di una volta, infatti, sono stato ospitato nelle classi del tuo liceo per incontri di storia del Novecento; alla fine, passavo per la vicepresidenza a salutarti, a prendere un caffè, a parlare delle cose del mondo (del nostro mondo).

Nei giorni della tua malattia ci siamo sentiti spesso. Mi fece un gran piacere – e devo dire, con sincerità, proprio mi sorprese – quella tua telefonata di luglio; avevo subito un piccolo intervento chirurgico, tu, invece, per cose ben più gravi, eri ricoverato al “Monaldi”:

ciao, come va?

– che piacere sentirti; grazie a dio, bene; e tu come stai?

– attendo il risultato delle analisi; che ti devo dire?, alcuni giorni va meglio, altri no!

Caro Sergio, ora il gioco della nostra squadra è diventato, dopo precedenti sottrazioni, ancora più povero, avendo tu deciso di andartene.

Provo a fare un piccolo inventario delle cose che ti porti via: un cinquantennio di amicizia, una buona dose di ironia, un’altrettanto buona dose di passione per questa nostra terra. E, poi, alcuni piccoli gesti quali il volere infilare le tue dita fredde nel collo della mia camicia, il modo unico di indossare il cappotto color cammello, col bavero alzato e con la cintura stretta in vita; il tuo saluto mentri eri alla guida dell’auto: una mano alzata, il corpo chinato sul manubrio, perché il tuo fisico esplodeva, si sentiva compresso in quella Panda blu. Così mi salutasti anche qualche settimana fa, mentri ti recavi a comprare il giornale all’edicola nei pressi della stazione della Circumvesuviana.

Ciao Sergio, ora so per certo che non cambierai mai. So che rimarrai sempre come sei stato con me. Rimarrai il moschettiere che ho sempre conosciuto. Ciao Porthos.

 Ciro Raia