Home Memoria e Presenza Somma perduta: la masseria Duca di Salza di Somma Vesuviana

Somma perduta: la masseria Duca di Salza di Somma Vesuviana

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Abitata anticamente da illustri famiglie, mostra ancora oggi i segni del suo antico splendore. Attualmente la proprietà si trova in uno stato rovinoso e abbandonato.

Masseria Duca di Salza 1974

 Alle estreme pendici settentrionali del Monte Somma, al confine tra Somma Vesuviana e Brusciano, troviamo il solitario palazzo rurale appartenuto alla nobile famiglia Strambone, Duchi di Salza.

La presenza di questa famiglia – come riferisce il compianto Raffale D’Avino –  è già attestata nel 1555 con tale Giacomo, regio governatore e proprietario di beni in Somma.Era la stessa famiglia che possedeva pure, già nel 1561, lo iuspatronatosull’antica cappella gentilizia di San Giacomo nel borgo medievale del Casamale, divenuta successivamente Chiesa di S. Maria della Sanità e poi Collegiata.Questa famiglia si imparentò con quella dei nobili Scozio di Napoli con il matrimonio tra Giulio Strambone e Giovanna Scozio. Probabilmente in questo ameno luogo, nel XVIII secolo, nella più sana tranquillità, visse e tenne le sue riunioni letterarie la nobildonna e poetessa Costanza Scozio. Il catasto onciario della Terra di Somma del 1744 attesta, invece, che il palazzo era circondato da ben 180 moggia di terreno vitato e fruttatoed era fornito di una piccola cappella rurale dove si poteva ammirare una pregevole tela seicentesca raffigurante la Madonna col Bambino. La proprietà passò, in seguito, ai signori Luigi Giusso e Giacomo Forquet e da questi ai Carrelli di Napoli e, ancora, alla famiglia Romano. Attualmente la proprietà appartiene alla famiglia Cocozza e si trova in uno stato rovinoso e abbandonato. Il complesso – continua Raffaele D’Avino – è a pianta quadrata e si svolge su tre piani, di cui uno è quasi del tutto interrato e due fuori terra e coperto in parte da un altro tetto a capriate con coppi.La facciata imponente si allunga per più di cinquanta metri tra i numerosi alberi di noci con una piatta linearità, interrotta solo dai vani delle aperture e sottolineata da un lungo cornicione che si raccorda alla copertura con una semplice curva aggettante verso l’esterno. La capienza delle cantine denota l’importanza del luogo adibito un  tempo a raccolta e a conservazione della frutta locale. Il piano terra è attraversato longitudinalmente da una stradicciola di campagna,  che attraversa il cortile e si protrae nell’ aperta campagna circostante. Il vasto cortile è adorno, al centro, di un pozzo in piperno lavorato. L’ imboccatura della cavità è a pianta quadrata ed è ben inserito nel sobrio contesto. Indicative sono alcune date scolpite: quella del 1633, incisa sull’ abbeveratoio, ricavato in un enorme blocco di piperno squadrato, non più sul luogo; e quella del 1682 visibile sulla parte nord dell’imboccatura del pozzo.

Masseria Duca di Salza 1975

Dal cortile si accede mediante un ampio scalone al primo piano. Entrando, sulla destra, vi erano i cosiddetti ambienti di rappresentanza con vaste sale ed un lungo salone, un tempo, riccamente decorato. La cappella gentilizia è ubicata in un ambiente nell’angolo del palazzo con l’accesso principale sulla facciata esterna. Particolare resta l’alta e caratteristica torre della colombaia, sita ad ovest, staccata dal palazzo che versa in un immeritato abbandono e del tutto pericolante. Sono poche le decorazioni vistose che si rinvengono nell’intero complesso e ciò denota una serena sobrietà dell’edificio. Dappertutto regna una linearità ed una compostezza – conclude D’Avino – tutta quattrocentesca, anche se si pensa che il tutto fosse stato eretto qualche secolo dopo. Il silenzio, oggi, è il solo padrone ed il solo abitante di questo immenso palazzo ancora in parte in buone condizioni. Basta chiudere gli occhi e miscelare per un attimo sogno e realtà: ecco ad un tratto una lenta mucca che attraversa il cortile polveroso, trainando un carretto dalle enormi ruote colmo di fieno e quasi all’improvviso, tra le racchiuse mura, rimbalza potente il nitrito di cavalli.

Foto di Raffaele D’Avino