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De Luca e De Magistris sono gli interpreti del rapporto difficile tra la Campania e Napoli

De Luca e De Magistris interpretano le difficoltà dei rapporti tra la Campania e Napoli, tra la Regione e la Città metropolitana, tra Napoli e le altre province. Certo lo fanno nel peggiore dei modi, con i loro caratteri marcati, uno sanguigno e beffardo, l’altro visionario e fanfarone. E però con il loro plateale ignorarsi rendono bene le distanze politiche e culturali che continuano ad esistere, anzi che si accentuano, sia tra i nostri territori che tra le istituzioni che li rappresentano e li governano.

Più che di differenze bisognerebbe parlare di specificità, che sono poi anche un valore. Le specificità sono fatte non per contrapporsi ma per completarsi in un progetto comune. Come siamo lontani da questo ovvio obiettivo! Quando ero impegnato nel sindacato scuola, tutte le volte che arrivavano risorse da ripartire in regione, fossero posti in organico, deroghe sul sostegno, finanziamenti, progetti, si litigava ferocemente. Al posto di lavorare a un piano unico, ognuno tentava di far prevalere alcuni criteri a discapito di altri. Se valesse di più il numero di abitanti o di Kmq, le zone piane e costiere o quelle interne e montuose, la dispersione scolastica o la povertà educativa e culturale.

Tutti scontenti e nessun problema affrontato e risolto. A proposito di sindacati, è noto a tutti che tra i motivi della crisi che vivono in Campania c’è la contrapposizione tra il livello metropolitano e quello regionale. Sembra inevitabile. In ogni iniziativa regionale, se Napoli si defila, la depotenzia; se si inserisce, la monopolizza. E questo succede non solo nel sindacato ma in tutti i settori. Possiamo dire che i problemi che in Campania affliggono non solo le istituzioni pubbliche, ma corpi intermedi e tante realtà di livello regionale con articolazioni provinciali, sono la difficoltà di una sintesi unitaria, di un progetto complessivo condiviso, e il peso “ingombrante” di Napoli.

In parecchi, appartenenti ad ambiti diversi, lavorano per affrontare e tentare di risolvere questi problemi. I loro obiettivi sono quello di realizzare un modello politico-organizzativo rispondente alle caratteristiche fisiche e socioeconomiche dei territori della regione, funzionale alla loro missione, alle loro possibilità e potenzialità e alle naturali alleanze, e insieme quello di gestire e governare tale modello. C’è una formula che si va diffondendo tra alcuni di questi soggetti.

Consiste nell’unificazione della struttura regionale con quella dell’area metropolitana di Napoli. Il che significa sia dar vita a una nuova struttura, sia affidare a un livello regionale “rivisitato” il governo anche dell’area metropolitana. Essa risponde a diverse esigenze: governare e valorizzare adeguatamente l’area metropolitana di Napoli; legarla all’intera regione, evitando fughe in avanti o il suo isolamento; realizzare una struttura complessiva più snella; avere confronto e sinergia più facili ed efficaci fra tutti i territori.

Lo so che l’ingegneria istituzionale non è per dilettanti e immagino i commenti, nel migliore dei casi, tra ironici e divertiti. Ma forse la proposta qualche spunto potrebbe offrirlo. Considerando che, ad oggi, non si lavora a un progetto unitario in nessun campo. Porti e aeroporti, trasporti locali e metropolitane, turismo e cultura, sanità e servizi sociali, piani urbanistici e ambiente, economia e politiche industriali. Gli effetti di questa mancata concertazione e condivisione, già negativi, possono diventare disastrosi.

Non cadiamo nel tranello di pensare che è solo un problema di scontro tra due caratteri forti, della presenza di due primedonne sulla stessa scena. Anzi, guardiamoci dall’avventurarci nei loro progetti politici. Certo, che vadano d’accordo e collaborino è auspicabile e doveroso, ma il problema del rapporto Campania Napoli è ben più grande di loro e delle loro intemperanze. E richiede soluzioni coraggiose e radicali.