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Gli insulti a Camilleri-Tiresia:  quando Tore ‘e Crescienzo fece bastonare i camorristi che avevano festeggiato “con i fuochi”  la morte di un giudice

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I camorristi bastonati avevano sparato “razzi e tronere” per festeggiare la morte del giudice Vincenzo Niutta.  La camorra “classica”, il sentimento “arcaico” della morte, il culto delle Madonne Nere. Gli insulti vomitati attraverso i “social” contro Camilleri sono l’immagine di una certa Italia che crede di valere qualcosa solo se abbaia  contro chi vale veramente. E’ capitato spesso nella storia, e Camilleri-Tiresia lo sapeva, e lo sa, e ne è contento.

 

Salvatore De Crescenzo, Tore ’eCrescienzo, che Marc Monnier battezzò come “il re della banda, il Lacenaire dei camorristi”, si può dire che sia stato il solo camorrista capace di esercitare un controllo assoluto e diretto su quasi tutta la camorra della città di Napoli. Nessun altro ha avuto questa capacità, e quindi la storia della camorra è la storia di gruppi e di bande impegnati in guerre più o meno dichiarate e in episodiche alleanze. Dei simpatici studiosi fecero e fanno di Tore ‘e Crescienzo e della camorra le creazioni dei Piemontesi e, in particolare, di Garibaldi, che nel 1860 entrò in Napoli su una carrozza che portava anche il “re della banda”: questi simpaticoni non sanno, o fingono di non sapere, che anche nel 1848 la camorra aveva dato una mano alla polizia nel garantire l’ordine pubblico, e che questo mestiere, garantire l’ordine pubblico in una città come Napoli, l’organizzazione criminale non lo poteva mettere a punto in pochi mesi: l’addestramento era iniziato almeno un secolo prima. Nel 1860 Liborio Romano e Francesco II fecero ciò che 12 anni prima aveva fatto Ferdinando II, e Salvatore De Crescenzo e i suoi sfruttarono splendidamente l’occasione, per accrescere potere e bottino: alla fine, vedendo che molti borbonici di prima fila – ufficiali dell’esercito, politici, sindaci, funzionari, uomini di Chiesa, poliziotti – erano diventati immediatamente “savoiardi” e garibaldini, si convinsero che tutto cambiava perché nulla cambiasse, e che quindi anche con il nuovo ordine la camorra avrebbe continuato a recitare, contemporaneamente, le due parti  di Stato e di anti-Stato. Ma il “re” della camorra sperimentò a sue spese che nel copione c’era qualche novità inaspettata e amara: e cominciò una vita di girovago attraverso le carceri italiane. Rimase sempre il capo della camorra: la polizia arrestò anche i suoi avversari, come Antonio Lubrano, e non evitò che nelle celle incontrassero la morte: capitò allora e capitò anche dopo. Nel 1867 ‘ Tore ‘e Crescienzo, tornato a Napoli, dopo un breve domicilio coatto a Piedimonte d’Alife, rese ancora più saldo il controllo che da tempo esercitava sulla raccolta e sul commercio delle ossa e delle pelli degli animali macellati: nella primavera del’68 furono almeno 6 le relazioni dell’ispettore di polizia del quartiere San Giuseppe sull’ “imperio assoluto” del capo della camorra a cui obbedivano tutte le macellerie di Napoli, e un “esercito di facchini” pronti   a ogni ardire”.

Agli inizi del settembre 1867 morì, a Napoli, Vincenzo Niutta, primo Presidente della sezione napoletana della Corte di Cassazione, carica che egli ricopriva dal giugno del 1861. Un paio di giorni dopo il funerale dell’alto magistrato, l’ispettore di polizia del quartiere Mercato comunicò al questore che cinque “ noti gamorristi”, legati al clan Zingone, erano stati selvaggiamente bastonati da altri camorristi, in pieno giorno. In una nota successiva l’ispettore raccontò di aver saputo dagli informatori che i cinque erano stati puniti per ordine del De Crescenzo, irritato dai fuochi di artificio con cui essi avevano manifestato la loro gioia per la morte del Niutta. Oggi sospetteremmo immediatamente che il giudice fosse un “amico” del capocamorra: e sbaglieremmo di grosso, perché nel ’57, come vicepresidente della Suprema Corte di Giustizia, il magistrato era stato assai duro con De Crescenzo e con il suo “stato maggiore”: ed era a tutti noto che egli pretendeva l’applicazione rigorosa della “legge Pica” e più volte ammonì i sindaci dei Comuni “napoletani” e ispettori di quartiere a fornire elenchi di camorristi “veri”, a non spacciare per camorristi  ladruncoli e “truffatori da taverna”. Talvolta capita di leggere e di sentir dire, anche da Montalbano, che la vecchia camorra e la vecchia mafia, quella dei Cuffaro e dei Sinagra, hanno avuto “una loro morale”: ma non è vero. Tuttavia, la camorra “classica”, i cui ultimi rappresentanti hanno partecipato alla guerra degli anni ’80, aveva della morte una concezione “arcaica”, drammatica: la presenza della “morte” – della morte propria, e di quella che poteva dare al nemico – ogni camorrista la “sentiva ‘ncoppa ‘a noce d’o cuollo”, come disse un  imputato del processo Cuocolo, spiegando perché lui e i suoi amici veneravano le Madonne Nere,  del Carmine, di Montevergine, dell’Arco, le Madonne della morte. Quei camorristi sapevano e  “sentivano” istintivamente che chi esulta in modo scomposto per la morte dell’avversario, si espone alla vendetta del destino, che lo condannerà allo stesso tipo di morte.

Nessuno sa meglio dei camorristi che il destino spesso si diverte. Gli insulti che gli strimpellatori di “fb” hanno vomitato e vomitano addosso a Camilleri impegnato, come Tiresia, nella battaglia più dura non mi sorprendono: mi sarei sorpreso del contrario. La dissoluzione dei codici, il vento folle delle tastiere, il fetore dell’ignoranza impastata con la vigliaccheria – un fetore che attraversa il corpo della società italiana, dalla testa ai piedi, –  confermano il momentaneo successo dell’armata  dei quaquaraquà. Camilleri- Tiresia è contento di quegli insulti, di quel tipo di insulti: “vede”, con il suo sguardo profetico, come il destino si divertirà a punire capi e squadristi,  “sente” – è la certezza assoluta del vate – che lui sta dalla parte giusta, e ricorda ai quaquaraquà che lui è Camilleri, e che essi sono solo cianfrusaglia. Paccottiglia.