Il recente fattaccio del Gran Sasso non solo ci imbarazza ma ci dà lo spunto per ritornare sull’argomento della tutela e della fruizione dell’area protetta vesuviana.
Fare il grillo parlante non è piacevole perché come ogni etichetta che t’affibbiano ti lascia sempre un po’ d’amaro in bocca e una nomea che spesso non ti rappresenta a pieno. Purtroppo però alle nostre latitudini denunciare taluni comportamenti, specie se questi sono tacitamente ammessi, reiterati o condivisi, serve a poco o a nulla se non addirittura ti si ritorce contro.
Di recente abbiamo scritto a riguardo l’uso smodato delle bombolette spray ed altra simile segnaletica lungo la sentieristica del Parco Nazionale del Vesuvio VEDI, inopportuna e forse, in certi casi anche illegale, orbene ci troviamo a ritornare sull’argomento, nel momento in cui, un qualcosa di molto simile accade anche altrove ma con un umiliante trait d’union col nostro Vulcano.
Lo scorso fine settimana, l’associazione escursionistica Somma Trekking organizza l’ascensione al Corno Grande del Gran Sasso, portando un folto gruppo di vesuviani sulla cima più alta degli Appennini, purtroppo però il ricordo lasciato agli abruzzesi è stato indelebile e non solo per il calore partenopeo ma soprattutto per la vernice utilizzata. Qualcuno infatti ha pensato bene di lasciare il segno, con uno stencil, imprimendo sulla roccia il logo dell’associazione sommese.
Altrove, come qui da noi, sul Somma o sul Vesuvio o magari su qualche bel monumento napoletano, un gesto del genere non avrebbe destato più di tanto scalpore, qualcuno avrebbe storto il naso ma nient’altro, solo qualche giornalista rompiscatole ne avrebbe sottolineato l’incongruenza oltre che il danno estetico, ma lì, al rifugio Franchetti, a qualcuno non è piaciuto e, scandalizzato, ha deciso di protestare; altri invece hanno deciso di avviare una campagna diffamatoria verso i nostri amici sommesi, tanto da vedersi costretti a chiudere il loro spazio facebook per le eccessive proteste e soprattutto per le ingiurie anche a carattere campanilistico. Pronte le scuse del presidente dell’associazione, Ciro Ambrosio, che fa ammenda proponendosi di ripulire l’atto doloso procurato da un “singolo sfuggito al controllo del gruppo”. Esiste anche il rischio di un procedimento giudiziario ma la gogna mediatica di FB ha già sommerso telematicamente di offese d’ogni tipo anche il nuovo spazio social di Somma Trekking e la notizia impazza sulla stampa locale.
Ciò che più colpisce è però il differente approccio che si attua nei due Parchi Nazionali, l’uno di condanna e l’altro di laissez faire; non conosciamo infatti il danno effettivo procurato alla bella montagna abruzzese, se sia stato solo quello ritratto nella foto o altro ma, viceversa, qui da noi, le foto pubblicate su questa testata ma anche quelle diffuse da altri indignati frequentatori del Vesuvio, non hanno sortito alcun effetto, né amministrativo né tanto meno mediatico, siamo dunque tanto abituati al degrado che neanche ce ne accorgiamo più? E lo siamo tanto anche da esportarlo?
Nel precedente articolo abbiamo già sottolineato quanto mancasse qui da noi una cultura della montagna, quanto fosse grande la carenza di un atteggiamento che tutelasse l’area protetta e che ne permettesse a tutti una libera e sana fruizione. In una recente intervista al Mediano VEDI, il neo presidente del Parco aveva minimizzato l’impatto delle moto e dei bracconieri nell’area protetta, non considerandoli atti delinquenziali, così come il suo predecessore, Ugo Leone, aveva ipotizzato la possibilità di una discarica nel Parco che presiedeva VEDI. Ma ovviamente le incongruenze così come le infrazioni nel Parco Nazionale del Vesuvio sono all’ordine del giorno. C’è ad esempio chi va a cavallo distruggendo quel che rimane dei sentieri e questo nonostante sia tassativamente vietato farlo; lo stesso corpo forestale scorrazza in fuoristrada nella pineta del Tirone, là dove devi richiedere un permesso per accedervi a piedi; la busvia che distrugge il basolato della Matrone e che inquina più che mai, così come l’asse viario provinciale/comunale che sembra Napoli all’incrocio del Museo nell’ora di punta.
Vien da chiederci a questo punto, cosa sia un’area protetta, per chi l’amministra ma anche per chi ne fruisce, perché esiste tanta disparità di attenzione tra due regioni neanche poi tanto lontane? Sarà forse che una cosa tira l’altra? Ma quale delle due parti deve dare il buon esempio, forse chi ha l’obbligo istituzionale?


