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Se le associazioni facessero una campagna comune sul volontariato

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Se si facesse una campagna comune sul volontariato! Proprio sul volontariato. Per prepararla le associazioni si incontrerebbero tutte assieme. E non succede facilmente. Al di là di qualche progetto comune, poi si procede autonomamente, a volte con qualche diffidenza reciproca, addirittura con qualche sgomitata per interloquire prima con le istituzioni. Incontrarsi per definire gli elementi condivisi dell’idea di volontariato, la base comune che dovrebbe connotare tutti i singoli messaggi.

Innanzitutto la sussidiarietà, come la vuole la nostra Costituzione, ben centrale tra scelte estreme che sono: sostituire totalmente lo Stato o rimanere inevitabilmente ai margini. Poi, il sistema pubblico in cui operare: dove devono interagire pubblico, privato e terzo settore. Ancora, il carattere integrativo delle attività di volontariato: avere il senso della misura delle proprie possibilità e insieme la consapevolezza del contributo originale e fondamentale che apportano. Infine, i costi delle attività di volontariato, che non sono pari a zero per gli enti che le promuovono. Perché se è gratuita la prestazione del volontario, che ci mette il tempo, le competenze, la disponibilità, ci sono sicuramente costi relativi alla realizzazione dell’attività ed eventualmente al rimborso spese. Anche su questo punto bisogna superare difficoltà nel confronto, che sono per la verità più ideologiche che concrete.

Questa base comune di elementi condivisi è il cuore del messaggio di una campagna sul volontariato. Destinata all’opinione pubblica, sì, ma preliminarmente ad alcune categorie. Nell’ordine, ai volontari o a quanti si affacciano a tale mondo, poi agli uomini delle istituzioni a volte da “educare”, a quanti nel sociale lavorano che a volte si sentono scippati delle loro opportunità, e ancora ai destinatari delle attività che sono i “coprotagonisti” dell’azione di volontariato. La base comune di elementi condivisi sgombrerebbe il campo da un mucchio di equivoci che si sono accumulati nel corso degli anni.

Per responsabilità innanzitutto dei governi che si sono succeduti, durante e dopo la crisi, i quali hanno la responsabilità di aver tagliato e ristrutturato lo stato sociale. Ma anche di aver favorito la visione culturale di un volontariato quasi unico strumento di interventi sociali. Un volontariato sostitutivo di ben altri servizi e a costo zero. I governi sono passati, ma questa visione può rimanere, soprattutto nei nostri territori: per tanti motivi storici, economici e culturali. Per la verità non minori spesso sono gli equivoci con gli enti locali, soprattutto nella nostra regione. Spaziamo da Amministrazioni che ignorano il mondo del volontariato o le regole che l’accompagnano, ad assessori che affidano tutte le attività di assistenza sociale ad associazioni, facendosi scrivere perfino i bandi.

Davanti ai compiti affidati alle associazioni di volontariato sono sempre più frequenti, in questo tempo di crisi, le accuse mosse loro di sottrarre posti al mondo del lavoro. Una definizione più precisa delle caratteristiche del volontariato contribuisce a fare chiarezza, anche se rimangono paurose zone grigie di confine tra lavoro e prestazione volontaria. Non aiuta l’avvicinarsi al mondo del volontariato di persone contemporaneamente alla ricerca di un lavoro. In parecchi vivono l’idea che le continue prestazioni di volontariato determinino uno status di lavoratore precario, rispetto al quale sembra logica una battaglia per la stabilizzazione. Per cui si sogna di passare, magari attraverso una cooperativa, a una società partecipata del comune. Ci sono numerosi esempi che mostrano come non sia poi tanto peregrina una tale idea del volontariato propedeutico al lavoro.

La campagna così organizzata è diretta alle associazioni stesse, ai volontari, alle istituzioni, a quanti lavorano nel sociale, ma anche ai destinatari delle attività. Che non sono dei beneficati, i poveri vecchi e nuovi, ma persone che esercitano i loro diritti di cittadinanza. Quanti stereotipi bisogna cancellare. Persone deboli, fragili, in difficoltà, usate per raccolte fondi, che colpiscono in modo emotivo e superficiale, ma che trasmettono messaggi profondamente sbagliati sul volontariato e sui diritti e la dignità della persona. Figure emblematiche devono diventare magari quelle donne fiere del sud in tante vicende tristi e calamità naturali, che mentre ricevono dignitosamente denunciano.

Parlare degli equivoci e dei limiti del volontariato non oscura le cose eccellenti che si fanno anche nella nostra regione, soprattutto rapportate alle scarse risorse e alle modeste politiche sociali dei nostri governi locali. Ma rispettare la propria identità e la propria vocazione. Prendere le distanze da una gestione della cosa pubblica spesso ancora clientelare, poco trasparente e poco competente. Lavorare per migliorare e cambiare il proprio modo di agire. Queste devono essere le risposte e il contributo delle associazioni di volontariato al cambiamento del Mezzogiorno.