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Sant’Anastasia, revocato il regime di 41 bis per il capoclan degli Anastasio

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Aniello Anastasio, «’o zio», era a capo della cosca che dominava sulla zona vesuviana tra Sant’Anastasia, Cercola e Pollena Trocchia, essendo il clan nella struttura camorristica degli Alfieri. Ad Anzio, dove era in soggiorno obbligato, aveva costituito una base per il riciclaggio di denaro sporco, quello proveniente dal traffico di sostanze stupefacenti, con l’appoggio di gruppi criminali calabresi, sudamericani e albanesi.

 Revocato il regime di carcere duro per Aniello Anastasio. Il boss di Sant’Anastasia finì in manette nel 2003 a seguito di un’inchiesta della Dda ma, prima di allora, il capoclan dell’omonima cosca estese la sua influenza dai paesi vesuviani fino al territorio romano: da Anzio a Nettuno, dai castelli alla capitale. Oggi il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto l’istanza del difensore di Anastasio, l’avvocato Rosario Arienzo, mettendo fine alle restrizioni riguardanti l’isolamento, i colloqui con i familiari e le comunicazioni all’esterno, nonostante sia definito dallo stesso tribunale «un soggetto delinquenziale dei più influenti nell’area vesuviana».IMG_0452

Il legale di Anastasio è riuscito a smontare punto per punto le motivazioni che ancora sussistevano per l’applicazione del regime 41 bis tant’è che i giudici, pur riconoscendo la «caratura criminale» del soggetto e l’attuale permanenza in vita dell’organizzazione che fa capo ad Anastasio, hanno deciso che lo spessore criminale non possa giustificare, a distanza di tredici anni dal primo provvedimento, la proroga sine die del regime detentivo. In pratica, al momento, Anastasio non è ritenuto pericoloso.  Nel 2003 l’inchiesta che vide in prima linea la Dda e un meticoloso lavoro di polizia e carabinieri smantellò con 58 ordinanze di custodia nove clan, tra i quali Anastasio, Veneruso, De Luca Bossa, e evidenziò lo scambio di uomini tra clan per commettere omicidi, estorsioni o gestire il traffico di droga. Ma raccontò anche l’ascesa imprenditoriale del capoclan di Sant’Anastasia, Aniello Anastasio che – destinato al soggiorno obbligato a Roma – aveva investito lì in supermercati, negozi e boutique il ricavato del traffico internazionale di cocaina. Anzio era divenuta base per il riciclaggio del denaro con l’appoggio di gruppi criminali calabresi, sudamericani e albanesi.  Il boss è in carcere per associazione a delinquere di tipo mafioso, tentativo di omicidio e violazione della legge sulle armi.

È alla fine degli anni ’90 che, dopo omicidi e arresti che avevano ridotto ai minimi termini il potente clan degli Anastasio, Aniello vive in provincia di Roma, terra di conquista dei clan vesuviani. Ed è dal Lazio che Anastasio avrebbe ricostruito all’epoca il suo clan favorito anche da una raffica di arresti che andarono a decimare il clan di Giuseppe Orefice. Ed è nella guerra tra le due cosche affiancate da altri cartelli alleati (nel caso degli Anastasio, i Veneruso di Volla) che si consumano molte vicende balzate agli «onori» della cronaca nera: le estorsioni ad aziende come il pastificio Russo, storia in cui pagano con la vita tre innocenti dipendenti scambiati per inviati della cosca Veneruso; il patto tra gli Orefice e i Sarno di Ponticelli, l’omicidio della piccola Valentina Terracciano e molti altri ancora.

Da rimarcare quanto scritto dai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma che pure hanno accolto l’istanza del difensore di Anastasio, l’avvocato Rosario Arienzo. Scrivono, infatti: «Il gruppo di appartenenza del detenuto è attivo sul territorio».

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