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Sant’Anastasia, l’ex sindaco sulla fine del mercato ortofrutticolo comunale: «Lo hanno affossato».

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Carmine Esposito

Carmine Esposito fu tirato in ballo durante una conferenza stampa (vedi qui) tenutasi il 10 febbraio scorso a Palazzo Siano, soprattutto per sedare polemiche (qui) nate dalla pubblicazione della delibera relativa alla chiusura del mercato ortofrutticolo. Fu detto, in quell’occasione, che la sua amministrazione (2010 – 2013) è tra i principali responsabili della fine del mercato inteso come struttura comunale, per aver realizzato un parcheggio che si disse «abusivo» e per non aver adottato tutti gli atti necessari ad una risoluzione positiva della vicenda. È passata qualche settimana da allora ma l’ex sindaco ha deciso di replicare, faldone di atti alla mano. Anche perché nel prossimo consiglio comunale, come si evince da un punto all’ordine del giorno della conferenza dei capigruppo che dovrebbe riunirsi oggi, si parlerà presumibilmente ancora di quell’area. In più Esposito ha voluto precisare la sua personale posizione in merito a un discount di prossima realizzazione, con marchio del secondo gruppo italiano, MD, che conta oggi 700 punti vendita sul territorio nazionale. «Si sta diffondendo una strana voce in giro –dice – ossia che quel supermercato possa essere realizzato in virtù di atti approvati sotto la mia amministrazione, mi trovo dunque nella necessità di precisare che non è così, anzi ritengo l’operazione quanto meno azzardata dal punto di vista urbanistico».

 

Lo scorso 10 febbraio fu convocata una conferenza stampa in municipio per fornire chiarimenti in merito alla delibera di giunta approvata la settimana precedente, un atto che sanciva la fine del mercato ortofrutticolo comunale di viale Europa, quanto meno nella forma. In quell’occasione il consigliere Mario Trimarco sostenne che, se si era giunti a questo punto, non erano esenti da responsabilità le amministrazioni precedenti e la sua in particolare. La sua versione qual è?

«In quella conferenza stampa la mia amministrazione è stata chiamata in causa più volte, dunque stando a quella versione non sarei solo io il responsabile ma anche chi gli era seduto accanto, dall’attuale sindaco al presidente del consiglio comunale. Ora, come diceva un grande politico, è bene usare il linguaggio della verità, cominciando col dire che la delibera del 2 febbraio 2017 (che ratifica la chiusura del mercato, ndr) arriva dopo due anni e mezzo di amministrazione Abete. In quel documento c’è in sintesi una sorta di relazione di quanto accaduto, argomentando e passando in rassegna le motivazioni per cui si arriva alla chiusura».

Si fa riferimento nella delibera, e a dire il vero lo si è fatto anche in conferenza stampa, al parcheggio che la sua amministrazione ha voluto in quell’area. Anzi, si è ipotizzato che fosse, diciamo così, «abusivo».

«A quel parcheggio si fa un riferimento nella delibera ma non, in ultimo, nel dispositivo: lì si parla della complessa situazione venutasi a creare: la sentenza che ha visto soccombere il Comune, la nuova proprietà dei locali, la mancanza di concessioni. Al parcheggio no, in primis perché non è abusivo, in seconda analisi perché non c’entra proprio nulla con la chiusura del mercato».

Allora, per come la vede lei, come si arriva alla fine del mercato?

«Credo che il lato oscuro della vicenda dovrebbe spiegarlo chi se n’è occupato negli ultimi tre anni. Ho letto una sorta di relazione a firma del consigliere Trimarco che si definisce delegato del sindaco, con domande che lui stesso si pone e alle quali risponde allo stesso tempo. Si chiede per esempio cosa abbia fatto un certo «sindaco navigato» quando nel 2012 gli è piovuta addosso la sentenza che vedeva il Comune soccombere rispetto ai proprietari del suolo, agli 850mila euro che l’Ente ha dovuto pagare, dovendo comunque restituirlo agli stessi. Immagino che l’aggettivo «navigato» si riferisca a me e non capisco in che senso. Se intende che mi piace il mare posso anche comprendere, se usa il termine metaforicamente gli rispondo che io non sono né un faccendiere né sono avvezzo a far da mediatore a chicchessia. La verità è che la delibera arriva nel 2017 dopo tre anni di silenzio e che nell’atto non si fa alcun riferimento ad altri atti, pur importantissimi, che fino al 2013 abbiamo prodotto, dei quali ho copia, e che possono essere esibiti in qualunque momento».

A quali atti si riferisce?

«Ad atti amministrativi, delibere di giunta e di consiglio comunale, ad accordi, a verbali di riunioni istituzionali. Meraviglia abbastanza, o forse no, che si faccia un salto temporale arrivando direttamente dalla sentenza alla vendita del suolo».

Perché, cosa era accaduto nel frattempo? Ossia nell’arco temporale, se ho compreso bene, in cui il sindaco era lei. Ma soprattutto, se un cittadino che non sa nulla di burocrazia le chiedesse oggi perché il mercato ortofrutticolo non esiste più, come glielo spiegherebbe in poche, possibilmente semplici, parole?

«Il mercato ortofrutticolo comunale non esiste più perché l’attuale governo cittadino, e il consigliere Trimarco che si definisce come “delegato del sindaco”, ha interrotto una procedura amministrativa portata avanti fino al 2013 da noi e prorogata dal commissario prefettizio fin al 2014. Decidendo invece di facilitare la vendita del suolo oggetto della sentenza dai vecchi ai nuovi proprietari, ex mercatali e a quanto so anche nuovi investitori».

Questo è quanto accaduto, ma non mi ha detto cosa invece aveva in programma di fare, di diverso, la sua amministrazione.

«Di certo non l’intermediario immobiliare tra privati, non è ruolo consono né ad un sindaco né ad un consigliere comunale. Noi ci ritrovammo di fronte ad una sentenza e pensammo innanzitutto ad evitare di appesantire ancor più quella cifra già cospicua (ndr, 850mila euro). Ritardare il pagamento voleva dire, come era già accaduto in precedenza, far lievitare ulteriormente la pendenza economica rispetto alla vertenza. E sapevamo bene che si era già commesso un errore nel 2003, quando sarebbe stato possibile chiudere la vicenda con una transazione e una cifra pari a 230mila euro attuali. Invece funzionari comunali che ci sono anche oggi e che ricoprono ruoli importanti, ritennero per iscritto quella soluzione come non congrua e improduttiva, pensando forse di poter vincere la causa con i proprietari. Ma un avvocato qualsiasi, uno che abbia un minimo di infarinatura di diritto amministrativo, avrebbe potuto supporre che andando a giudizio il Comune avrebbe perso: stavamo occupando quel suolo in maniera illegittima, su questo non ci piove, per cui quella transazione andava fatta, avremmo fatto risparmiare alla comunità parecchie centinaia di migliaia di euro. Se fosse andata così la giunta dell’epoca, quella del sindaco Iervolino, avrebbe potuto decidere cosa fare, se trasferire il mercato, se fare una proposta di acquisto ai proprietari, se ridimensionarlo. Insomma tutto, ma senza provocare un danno economico così importante alla comunità di Sant’Anastasia».

Invece la «patata bollente», ossia la sentenza emessa nel 2011, è arrivata a voi l’anno dopo.

«Sì, la sentenza come è noto era sfavorevole al Comune, dunque dovevamo restituire il suolo e in più pagare. Non solo ci si poneva un problema economico ma eravamo anche nella spiacevole condizione di dover decidere che fine avrebbe fatto il mercato, ancora in esercizio. Perciò cominciammo a lavorarci».

Se ne occupò lei di persona?

«Sì, ma insieme a Felice Manfellotto, più volte delegato ad approfondire la questione anche con gli ormai ex mercatali che in tutto ciò hanno la responsabilità di non aver mai voluto, o potuto, assolvere al dovere di pagare ciò che era dovuto per rimanere in quel suolo».

Rammento un rapporto difficile, complicato, le opposizioni che scesero in campo.

«Noi sostenevamo che, qualunque soluzione si fosse trovata, i mercatali dovevano comunque pagare il dovuto al Comune. Parliamo di circa centomila euro corrispondente a fitti, luce, acqua. Trovavo immorale quella posizione nei confronti di tutti gli altri commercianti cittadini, non potevano continuare a stare lì senza sborsare un euro. Dunque avviammo la procedura affinché si provvedesse a questo, ordini di servizio agli uffici, atti di indirizzo. E loro ad un certo punto iniziarono a pagare. Intanto lavoravamo per trovare una soluzione con i proprietari e ci rendemmo conto che l’idea di delocalizzare il mercato era sì fattibile ma sarebbero occorsi almeno un paio d’anni, forse tre per come vanno le cose qui e generalmente in Italia. Facemmo riunioni e pensammo anche di acquistare il suolo, alla cifra per cui poi è stato venduto, non certo al Comune ma a nuovi proprietari».

Cioè, lei era intenzionato a contrarre un mutuo per acquistare quel suolo per cui il Comune aveva già sborsato 850mila euro?

«Io ero intenzionato a fare tutto il possibile perché il mercato ortofrutticolo, vanto di questo paese, rimanesse pubblico e fosse rilanciato. Pensammo anche all’acquisto sì, ma infine decidemmo per dichiarare quel suolo di interesse pubblico e procedere agli espropri».

Dunque?

«Dunque abbiamo fatto la cosa più ragionevole del mondo, chiedendo e ottenendo dai proprietari che il mercato rimanesse su quel suolo, gratuitamente, fino al 31 dicembre 2013. Se per quella data non avessimo risolto il problema, i mercatali avrebbero dovuto pagare un fitto di cinquemila euro al mese. Nel contempo avevamo avviato la procedure per far pagare loro il pregresso e l’attuale. I vecchi proprietari, come già detto, accettarono e ci furono anche dei mercatali che regolarizzarono la loro situazione dal punto di vista economico. Intanto io scrivevo continuamente agli uffici, spesso inutilmente, perché accelerassero le procedure. Quando ci ritrovammo, certo non per responsabilità nostra, con poco tempo a disposizione, decidemmo per espropriare il suolo con atti deliberativi, non con le chiacchiere».

Ma su quali basi avreste proceduto con gli espropri?

«Ci furono discussioni, certo. Ma per me era ovvio che quell’area fosse da considerare di interesse pubblico. Nel piano regolatore era individuata come zona edificabile, e parlo sia del suolo privato che del nostro antistante. Dico “era”, perché con la legge 21 del 2003 quell’area perdeva interesse dal punto di vista economico e speculativo. C’è una stima del responsabile Lavori Pubblici che compara i due suoli e dice espressamente che il suolo privato vale molto meno di quello pubblico. Diciamo la verità, senza l’aiuto – chiamiamolo così – del Comune, quel suolo che i privati hanno comprato da altri privati non vale quasi nulla. Noi facemmo verbali, atti, variazioni di bilancio, deliberazioni per avviare la procedura e acquisire l’area. Perché avevamo un’idea di paese, al contrario di chi ora siede a Palazzo Siano. La differenza è questa. Avremmo acquisito il suolo dichiarandolo di interesse pubblico e avremmo fatto rimanere lì i mercatali fino al momento in cui avessimo avuto la possibilità di delocalizzare. Avremmo ripreso il progetto che risale agli anni ’80, presentato con il sindaco Mario De Simone, e quell’area sarebbe divenuta un parco urbano pubblico, anche con attività commerciali, collegato a piazza Cattaneo con un cavalcavia in legno».

Insomma il fine era far diventare tutta pubblica quell’area e nel frattempo mantenere il mercato in attesa di poterlo delocalizzare. Invece?

«Devo dire, pur affettuosamente, che abbiamo subito la “prepotenza” dei vecchi proprietari di quel suolo che negli anni ’60 lo pagarono cinque milioni di lire o poco più. Insomma, c’è una palese sproporzione rispetto a quello che hanno ricevuto 25 anni dopo mantenendo comunque la proprietà. Però intendevamo andare avanti, realizzare un’opera pubblica davvero importante per Sant’Anastasia. Capisco che il consigliere Trimarco, per giovane età, non possa ricordarlo. Il sindaco Abete non ha dal canto suo facoltà di parola in questo senso, cioè non credo nemmeno sappia cosa accadde allora perché da presidente del consiglio comunale non aveva facoltà di gestione. Certo, nel frattempo quello stesso ruolo si è evoluto…».

Si riferisce all’attuale presidente?

«Ovviamente sì, tutto si può dire ma non che esiti ad approcciarsi alla gestione, attività improprie per chi dovrebbe gestire solo i lavori dell’assise. Come è improprio, in un altro caso, ricoprire il ruolo di consigliere ed essere delegato dal sindaco non per risolvere un problema pubblico ma per far passare la proprietà di un suolo da privati ad altri privati».

Però i mercatali sembravano soddisfatti, all’epoca della vicenda. Hanno anche ringraziato pubblicamente con tanto di targhe ricordo. (vedi qui)

«Non credo che abbiano compreso fino in fondo in quale situazione si ritroveranno, e del resto quella mediazione ha interrotto di fatto quello che noi avevamo avviato e che il commissario prefettizio aveva avallato proseguendo la procedura fino alla primavera 2014, dunque fino alle elezioni. In tutto ciò manca pure la voce delle opposizioni che in questo paese è a fasi trasparente, a fasi critica, a fasi consociativa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ma io vorrei dire qualcosa agli ex mercatali e pure ai consiglieri comunali».

Cosa?

«Agli ex mercatali che dubito abbiano i margini per utilizzare, da un punto di vista urbanistico, ciò che hanno acquistato. Del resto anche gli stand non sono di loro proprietà, li abbiamo rifatti e messi a norma noi nel giugno 2013, a spese del Comune. Cosa che la dice molto lunga su quale fosse la nostra volontà rispetto a quel presidio che non volevamo perdere».

Posto che abbia ragione, il suolo però adesso è loro. Il parcheggio «incriminato» si può facilmente togliere, resta un nodo cruciale da sciogliere: cosa cioè l’amministrazione in carica voglia fare di quella parte che è di fatto pubblica. Cos’è che voleva dire ai consiglieri comunali?

«Credo che l’amministrazione comunale abbia in mente di concedere quell’area agli ex mercatali in maniera gratuita o ad un prezzo politico».

Ritengo che le cose non stiano così. In conferenza stampa ho chiesto appunto se l’intenzione fosse questa e il consigliere Trimarco ha replicato che non sarebbe stato possibile.

«Lo spero, perché se avessero cambiato idea sarebbe da considerare un abuso d’ufficio l’idea di concedere un suolo pubblico a privati che hanno acquistato da altri privati. Vorrebbe dire che si è promossa una vendita pur sapendo che il suolo che andavano ad acquistare quei compratori era intercluso e non poteva avere vita commerciale. Allora è forse il caso che oggi i nuovi proprietari facciano una proposta di acquisto, considerando che la parte pubblica vale il doppio di ciò che loro hanno già pagato. Paghino dunque circa seicentomila euro e lascino anche il parcheggio. Premetto che se il sindaco fossi io non lo venderei nemmeno per un milione, ma tant’è…».

Lei parlava del parcheggio anche prima. Ma le autorizzazioni esistono?

«Esistono atti amministrativi».

Che non si trovano, pare.

«Io ne ho copia, dunque devono essere anche al Comune, debitamente firmati dall’ingegnere capo e dal comandante dei vigili urbani. Poi non si evince da nessuna parte che quel parcheggio, senza peraltro strutture che non siano mobili, sottragga area al mercato».

Di fatto però è così.

«No, non è per nulla così. Per cominciare se fosse abusivo, cosa assurda anche a pensarci, non esisterebbe sulle carte e dunque non potrebbe limitare in alcun modo l’area mercatale. Inoltre è realizzato su suolo comunale, da quando in qua il Comune deve chiedere a se stesso un permesso? Era semplicemente al servizio del mercato, tutto qua. Basta con le menzogne, si leggessero le carte. Andassero a rivedere per esempio, per rinfrescarsi la memoria, la manifestazione di interesse da noi prodotta nel dicembre 2013 per capire chi fossero i mercatali disponibili a partecipare ad un bando. Hanno torto marcio, hanno la precisa responsabilità di aver fatto morire il mercato ortofrutticolo pubblico, lo hanno affossato. Ora sospetto si voglia svendere un’area comunale e non comprendo quale possa mai essere l’interesse pubblico in tutto ciò e in verità nemmeno quello dei mercatali. Io non so se quegli stand possano persistere, se siano compatibili da un punto di vista urbanistico, se siano in regola con le norme igienico sanitarie, se abbiano concessioni e licenze. Devono spiegare alla città cosa hanno fatto finora, a parte una delibera, l’unico atto di questa amministrazione in merito, che sancisce la fine del mercato».

Però hanno preso una decisione che si può dire legittima, che non combaci con quella precedente non è un reato.

«Hanno una responsabilità politica immane e nessun coraggio di assumersi le responsabilità del caso. Potevano fare quel che hanno fatto certo, ma dovevano agire quando si sono insediati. Dovevano avere il coraggio di dire ai mercatali che dovevano andarsene perché non pagavano. Doveva accadere nella primavera 2014, invece i cittadini guardino a che punto si è dopo quasi tre anni. Il buio».

Si vedrà in consiglio comunale, non crede?

«Vedremo. Ma io vorrei chiarire anche la mia posizione in merito ad un’altra vicenda per la quale si sta tirando in ballo il mio nome e la mia amministrazione, una vicenda che riguarda la realizzazione di un discount che sta per sorgere in via Circumvallazione (ndr, per la precisione è la zona C1 di via Generale Riccardo De Rosa, angolo via Pomigliano)».

In quale maniera si sta tirando in ballo l’amministrazione Esposito?

«Più persone mi hanno ripetutamente segnalato che qualcuno starebbe sostenendo, con vari imprenditori locali, che questo discount può essere realizzato grazie ad una nostra delibera».

In effetti una delibera c’è, ma di consiglio comunale: la 87 del 2012. «Modifica strumento integrato di intervento per l’apparato distributivo», ma di fatto è un adeguamento alla legge regionale che abolisce i parametri numerici. Una sorta di liberalizzazione, se così vogliamo chiamarla. Fu avversata dalla consigliera De Simone (Fi) e dall’allora consigliere Barone (Pd), come da Raffaele Coccia (Pd), tutti ne chiesero il rinvio. Si parlò anche di una richiesta, in una zona C1 di una media struttura, se ricordo bene era il marchio Lidl.

«Esattamente, c’era una richiesta del Lidl. Come maggioranza non ritenemmo di dover rinviare quella deliberazione fino al Puc, come chiedevano i consiglieri di opposizione. Quanto a me, non sono certo favorevole a prescindere alla grande distribuzione ma se la legge lo consente non stava certo a me, per convinzioni del tutto personali, impedirne l’insediamento. Certo, da sindaco avrei preferito che fossero imprenditori locali a realizzare strutture sul territorio, in ogni caso il capitolo Lidl si chiuse quasi subito. Facemmo quasi dieci riunioni ma gli uffici espressero parere negativo, sostenendo che in quella zona individuata, la stessa dove oggi è previsto il discount di cui parliamo, non fosse possibile realizzare quel tipo di superficie. Urbanisticamente incompatibile, si disse. Non c’erano i parametri, nessuna possibilità che fosse compatibile con i flussi di traffico e l’assetto della viabilità esistente».

Due domande in merito. La prima è ovviamente cosa è cambiato da allora. La seconda si riferisce a quello che ha detto poco fa, ossia che avrebbe preferito un investimento da parte di imprenditori locali. Ebbene, magari non saranno imprenditori del luogo, ma potrebbero dare lavoro a molti anastasiani.

«Ci crederò quando avrò sotto gli occhi una clausola che impegna chi investe ad assumere una cinquantina di persone sul territorio. Per la prima domanda, è semplice: non è cambiato nulla. Anzi, forse sì: la celerità degli uffici. Da marzo 2016, data della richiesta di permesso a costruire per il nuovo discount, l’autorizzazione arriva incredibilmente in soli pochi mesi. Gennaio 2017, un record mai visto prima al Comune di Sant’Anastasia, mentre ancora moltissimi cittadini restano in attesa per richieste riguardanti loro diritti».

Con questa chiara ironia cosa intende davvero?

«Mi limito a constatare. Ma sa quanti passaggi occorrono? Comune, Sovrintendenza, di nuovo il Comune, pareri, Suap, Anac. Tutto in soli sette mesi».

Sarà stato tutto in regola.

«Buon per loro. Non torna però la sua domanda precedente: cosa è cambiato? Gli stessi uffici negarono al Lidl finanche la possibilità di chiedere il permesso, non ci arrivarono nemmeno a questo punto. Ora qual è la differenza? Che si sono impegnati a costruire una rotonda che costerà si e no sei o settemila euro? Quel che stuzzica di più la curiosità è il fatto che questi signori pagheranno oneri di urbanizzazione ridicoli, 45mila euro in tutto. Come se un cittadino costruisse una grande veranda a casa sua».

Mi permetta, sarebbe un verandone.

«Come quelli che qualche amministratore ha realizzato sul proprio terrazzo senza nemmeno pagare gli oneri di urbanizzazione. Insomma, pagano meno perché gli fanno la rotonda. Quella realizzata a via Starza ci costò ottomila euro. Venendo al dunque, quel che a me interessa è che nessuno osi dire mai più che la delibera che ha concesso questo è nostra. Ciò che noi abbiamo votato all’epoca è chiaro: le strutture commerciali che hanno un impatto importante sul territorio devono essere realizzate solo su aree compatibili, con adeguate infrastrutture, dimensionate in proporzione e rispettose dei flussi di traffico e dell’assetto viario».

Renderlo compatibile con la viabilità penso si possa…

«Lei percorre mai via Pomigliano in auto?».

Purtroppo sì.                 

«È la strada più intasata di tutta la provincia di Napoli, in più indicata come via di fuga. Ed è quella sulla quale sbuca via Circumvallazione dove una struttura come quella che ci si appresta a realizzare avrà un impatto devastante sul traffico e la mobilità veicolare. Su una strada già insostenibile. Ritengo che si tratti di una decisione, di un’autorizzazione, non congrua e per nulla rispondente alle norme vigenti. Ma sa qual è il punto davvero fastidioso?».

No, qual è?

«Che quando si apprestano a realizzare cose che destano qualche sospetto dicono che la responsabilità è dell’amministrazione precedente. Per le cose davvero pensate e progettate da noi se ne fanno invece vanto con selfie vari, in posa anche accanto alla messa in opera di un palo. Ci sono consiglieri che nel 2019 si ritroveranno quanto meno un book fotografico di tutto rispetto».

Ma qualcuno viene bene in foto, su.

«Ci possiamo anche scherzare, ma stanno autorizzando un colosso, elemento di forte competizione con chi è già sul territorio. Senza parlare dei piccoli negozianti, qui abbiamo i supermercati Piccolo, gli Amodio, i Calce, i Muroli, Pignatiello, il Despar frutto di investimenti di giovani a soli cento metri, là sono anche andati a tagliare il nastro come ormai fanno pure quando hanno solo cambiato una caldaia, una cosa raccapricciante se non fosse ridicola».

Quanto a inaugurazioni non scherzava nemmeno lei…

«Ho inaugurato la riapertura di villa Tortora Brayda, l’isola ecologica per la quale ci volle l’esercito…caldaie non ne ricordo».

Lei ha ancora in corso il procedimento giudiziario che la portò alle dimissioni nel 2013. I suoi legali hanno optato per il rito abbreviato in corso d’opera, il che vuol dire che – prescindiamo un attimo dalla sentenza che spetterà al giudice – entro pochi mesi dovrebbe mettere un punto alla vicenda. Comunque vada, ha intenzione di candidarsi nel 2019?

«Probabilmente, per come è messa Sant’Anastasia, dovrò farlo. Ma a prescindere dalla mia decisione spero nasca un gruppo che sappia ancora parlare di politica e che abbia un’idea di paese, che dica alla gente per cosa si fa votare e che mantenga gli impegni. Vede, se uno dice che vuole lottare contro i vincoli stringenti della zona rossa, poi lo fa. Non se ne dimentica in corso d’opera. Se si dice che l’Amav va sciolta, poi lo si fa davvero».

Se ne è pentito di aver sciolto l’Amav?

«Alla luce dei fatti sì, ma lo avevo promesso in campagna elettorale, così come avevo promesso l’isola ecologica. L’ho fatta, insieme ad altre quaranta opere, tutte promesse mantenute».

Se si votasse domattina, qual è secondo lei il tema che potrebbe riaggregare gli anastasiani?

«Sempre la questione urbanistica, la zona rossa della quale stiamo solo subendo i risvolti negativi. A Sant’Anastasia non esiste più l’economia, non sono i pur benvenuti locali della movida l’indicatore di ricchezza. Quelli sono solo indicatori di consumo che va a favore di privati. Qui manca chi la ricchezza la produce per la maggioranza dei cittadini, mancano gli investimenti sul turismo, sulle nostre tipicità».

Ma anche lei, nel ruolo di sindaco, rimpiangeva i tempi in cui le strade erano popolate da giovani. Anche lei ha fatto sorgere, accompagnandone le procedure, locali e chioschi. Altri ancora se ne faranno, pare.

«Di sicuro è un bene, purché non ne arrivino di duplicati in guerra tra loro. Manca però una programmazione, manca una classe dirigente che doveva contrastare non la zona rossa ma i suoi vincoli pretendendo ristori in cambio, manca il peso di un Parco del Vesuvio che, nessuno sembra ancora averlo capito, non è e non potrà mai essere come gli altri parchi italiani».

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