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San Gennaro: la prima testimonianza letteraria fornita nel 431 da Uranio

Una breve nota che Uranio dedica a san Gennaro è, secondo Gennaro Luongo, la prova storica della particolare fortuna che il culto del Santo ebbe a Napoli fin dai primi anni del sec. V. Le reliquie “illustrano” la città che le conserva, perché le garantiscono la protezione del martire.

 

In un testo pubblicato nel 2006 Gennaro Luongo indicò in Uranio, allievo di San Paolino, l’autore della prima testimonianza letteraria su Gennaro vescovo e martire. Paolino muore il 22 giugno 431. Tre giorni prima egli, dal letto in cui giace, chiede ai presenti dove sono i suoi “fratelli”. Qualcuno gli risponde “I tuoi fratelli sono qui” e gli indica i vescovi che sono venuti a portargli l’ultimo saluto. Ma Paolino ribatte “Io mi riferisco ai miei fratelli Gennaro e Martino, che or ora hanno parlato con me e mi hanno detto che sarebbero tornati presto”. Questo è il racconto che Uranio fa nell’opuscolo “Sulla morte di Paolino” dedicato a Pacato, di cui non abbiamo notizie certe. Uranio, presbitero della cerchia di Paolino e, dice Luongo, “testimone diretto degli ultimi giorni di vita del Nolano”, spiega ai lettori chi sono i due “fratelli” invocati dal moribondo: “Martino, uomo del tutto simile agli apostoli, la cui vita viene letta da tutti, è stato vescovo delle Gallie; Gennaro, vescovo e martire, illustra la Chiesa della città di Napoli, Ianuarius episcopus simul et martyr Neapolitanae urbis illustrat ecclesiam”.

Dunque Napoli venera San Gennaro già molti anni prima dell’eruzione del 471 o del 474, che secondo alcuni studiosi segna l’inizio della mirabile storia d’amore di cui saranno protagonisti la città e il suo Patrono. E nel 431 Gennaro, pur essendo “un martire regionale”, è già famoso a tal punto che Paolino lo nomina, insieme a Martino, come suo “advocatus” davanti al tribunale del giudizio di Dio. Non a caso Paolino, che è nato e cresciuto in Gallia e poi si è trasferito a Nola dove ha svolto, nel nome di Felice, il suo apostolato, invoca come fratelli Martino, il più famoso santo delle Gallie, e Gennaro, santo campano: “la coppia episcopale – scrive Luongo – unifica nel segno della santità l’esperienza esistenziale del vescovo Paolino”. Di notevole importanza è anche il fatto che Paolino, secondo Uranio, nomina Martino dopo Gennaro, quasi a confermare che Gennaro morì per primo, nel 305, durante la persecuzione di Diocleziano, mentre il santo delle Gallie salì al cielo l’11 novembre del 397. L’anno dopo la sua morte, Paolino, già santo, “circonfuso di splendore angelico, raggiante e profumato d’ambrosia “appare al vescovo napoletano Giovanni I e gli annuncia la morte imminente: Giovanni muore il sabato santo del 432. Lo racconta Uranio nell’ultima parte dell’opuscolo: e la “prova” della santità di Paolino completa il percorso agiografico iniziato con l’invocazione rivolta in prossimità della morte ai “fratelli” Gennaro e Martino.

Di notevole importanza è la riflessione di Luongo sul significato del verbo latino “inlustrare” là dove Uranio scrive che Gennaro “ Neapolitanae urbis illustrat ecclesiam”. Gennaro non è nato a Napoli e non è stato vescovo della città: egli le dà lustro attraverso le reliquie e attraverso il suo sangue di martire. Confortato dall’uso che fanno del verbo Massimo di Torino e Gregorio di Tours, Luongo ritiene che nel latino agiografico il verbo “Inlustrare” indichi l’azione della luce che si irradia dalle reliquie e che garantisce alla città che le accoglie la protezione del martire. La breve nota che Uranio dedica a Gennaro è, dunque, di fondamentale importanza, perché è documento storico della “particolare fortuna cultuale che il nostro santo patrono ebbe fin dall’inizio del V secolo a Napoli, quando il suo corpo, decapitato un secolo prima a Pozzuoli, fu traslato dal vescovo napoletano Giovanni I dall’area flegrea nella zona cimiteriale extraurbana”.

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