Carolina Castellano, che insegna Storia Contemporanea e Storia Sociale alla “Federico II”, ha scritto “Una questione di provincia – Criminalità e camorra tra età giolittiana e fascismo”: un libro prezioso per l’ampio corredo di documenti inediti, per la precisa analisi e per l’ampiezza della visione d’insieme sui gruppi criminali – le “rocchie”- e sulla camorra nel Nolano e nel Vesuviano nella prima metà del ‘900. In questo articolo ci soffermiamo su una “grassazione” con omicidio dell’agosto 1911: in altri articoli parleremo delle pagine dedicate agli anni del fascismo. L’articolo è corredato da un quadro di V.Migliaro.
Giustamente la prof.ssa Carolina Castellano sottolinea il fatto che nel primo ventennio del sec.XX i rappresentanti delle istituzioni furono concordi nel negare l’esistenza, tra il Casertano, il Vesuviano e il Nolano, di un’organizzazione paragonabile alla camorra di città: “in provincia poteva proliferare solo la delinquenza comune e non quella a base di camorra” (op.cit. pag. 62). L’autrice fa riferimento alla “Relazione riservata sulle condizioni morali e amministrative della Provincia nell’occasione dell’assassinio del sindaco di Aversa Duca De Lieto, dicembre 1910”. Il confronto con la camorra di città spingeva i responsabili dell’ordine pubblico a parlare di criminalità rurale, a considerare questa criminalità uno “stereotipo etnografico, come prodotto del carattere congenito di una popolazione “poco colta” ed “eccitabile”, incline a risolvere questioni di “rancori personali” o conflitti di “mestiere” con la violenza: si spiegava in questi termini la densità criminale che, secondo l’ammissione del Prefetto, affliggeva in particolare alcune zone della provincia, quelle intorno Nola e Aversa” (op.cit. pag. 63). Secondo le relazioni della polizia di Ottajano (1909- 10) le strade che collegavano il Vesuviano, il Nolano e il Sarnese, percorse ogni giorno da carovane di carri carichi di merci, erano, da anni, infestate da “grassatori e rapinatori” e i mercanti erano costretti o ad armarsi per difendersi o a trattare con i delinquenti: era noto alle forze dell’ordine che i carri di “famiglie particolari” di Somma e di Ottajano non venivano toccati: e forse questa forma di rispetto fa parte già di un costume camorristico. Del resto, abbiamo scritto che già negli anni ’30 dell’Ottocento un sindaco di Ottajano aveva pubblicamente parlato della “camorra dei bottai”, con riferimento al fatto che i bottai fornivano le botti ai viticultori senza pretendere il pagamento immediato a patto che a loro fosse concesso di scegliersi, a prezzo contenuto, le migliori “partite” di uva da vinificazione: era il rito della “trafeca”, che aveva evidenti caratteri di un rito di camorra.Nell’agosto del 1911 il territorio venne scosso da un tragico episodio avvenuto lungo la strada che da Nola porta verso l’Avellinese, proprio all’incrocio con la via che sale a Visciano. I banditi balzarono fuori dalle siepi, bloccarono la carrozza di un gioielliere nolano, presero la valigia piena di oggetti preziosi, e prima di fuggire via uccisero il gioielliere: le indagini dimostrarono poi che i banditi sapevano che il gioielliere avrebbe portato con sé dei preziosi da mostrare ad alcuni clienti. Poche settimane prima dell’agguato il capo della polizia nolana aveva garantito al prefetto che il territorio era sostanzialmente tranquillo e convenientemente controllato dalle forze dell’ordine. Dopo l’agguato, il prefetto pretese una spiegazione, e il capo della polizia sostenne che i problemi li creavano gruppi di delinquenti provenienti dalla periferia del territorio nolano e dunque esposti alla nefasta influenza dei “violenti” ottajanesi e sommesi. Il capo degli assassini dell’orefice abitava a Piazzolla di Nola. E Piazzolla di Nola si trovava – e si trova –sulle “linee di mercato che collegano i paesi vesuviani con la frequentatissima area del mercato di Nola” (pag.63). Il prefetto di Caserta venne sostituito, ci furono decine di arresti e le indagini incominciarono a far luce sui rapporti tra i gruppi di rapinatori di Caserta, di Nola, delle frazioni e dei piccoli centri. “Da Palma Campania alle pendici del Vesuvio, fino a Saviano e a Carbonara di Nola, ogni città aveva la sua “rocchia”, piccolo gruppo di rapinatori dipendenti da un capo locale, autonomi ma occasionalmente associati per rapine su strade o azioni di intimidazione.”(pag.64). La Castellano sottolinea l’orgoglio con il quale il capo della “rocchia” di Nola, quando venne arrestato, rivendicò la propria identità di camorrista. “Nola, e soprattutto la frazione di Piazzolla, rappresentava il centro della rete di “rocchie”, per la quale vennero arrestate 43 persone “ (pag 64). C’erano perfino “bande” che controllavano, con la forza, il “mercato elettorale”: e il tema è così interessante che merita di essere trattato a parte.




