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Riflessioni sul rito della “tazzulella ‘e café” a Napoli: da F. Mastriani a Pino Daniele

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Mastriani, Spatuzzi, Di Giacomo, Eduardo, Rea, De Crescenzo e Pino Daniele parlano del caffè. Scrive Roberto Gervaso che è di fondamentale importanza trovare, di mattina, un “artista” del caffè che sappia “sentire” le voci e gli odori della nera bevanda. E la deve avere, questa virtù, anche chi sta al banco, se abbiamo l’abitudine di prendere il primo caffè al bar. Il nostro barista “è, al tempo stesso, un amico, un confidente e un sacerdote: un amico perché ha a cuore il nostro benessere; un confidente, perché è partecipe dei nostri segreti; un sacerdote perché il rito che celebra è fra i più sacri.”. Correda l’articolo l’immagine del quadro “Donna che legge” attribuito ad Antonio Bresciani.

 

Nel 1857 Francesco Mastriani dedica una splendida pagina al “caffettiere ambulante” (immagine in appendice) sottolineando il fatto che egli non vende “un prodotto spregevole”: questo “caffettiere” “non adopera né l’orzo, né le fave, né la liquirizia; tutt’al più allunga il caffè con l’acqua”, poiché egli rispetta “la suscettibilità nervosa del secolo”. Egli incomincia a girare per le strade alle sei del mattino, e a quell’ora incontra gli “uomini di buona volontà”, mentre rimangono ancora a letto “i neghittosi, i ricchi, i dissoluti e tutti quelli che non meriterebbero di mangiare, perché non sudano a lavorare”. Ma Achille Spatuzzi, medico, igienista e scrittore, non condivide la riflessione di Mastriani: nel 1861 egli scrive che i “caffettieri” che girano per le strade e vendono caffè “a mitissimo prezzo al popolo minuto” “vi mescolano per lo più delle piccole fave, dell’orzo, della liquirizia e si fanno insomma diverse falsificazioni” che, per fortuna, “non riescono nocive”.

Il caffè vero, quello che solo i ricchi possono procurarsi, “agisce principalmente sull’immaginazione: esso non solo facilita il paragone di due idee fra loro, il giudizio, ma aiuta anche a formare idee novelle”. Salvatore Di Giacomo si interessa non del caffè, ma dei Caffè frequentati ogni sera dai nobili e dai ricchi borghesi e perciò scrive, nel 1903, sorridenti note “sulle romorose entrate del duca Proto di Maddaloni nel “Caffè di Napoli” e sul cameriere che pareva Cyrano de Bergerac”. Le ombre della sera calano sulla città, ma “la strada di Chiaia e la Strada di Toledo si accendono” e i lampioni illuminano le rumorose carrozze della principessa di Moliterno “che ha voglia di un gelato e fa arrestare i suoi cavalli inglesi davanti al “Caffè Nuovo” di Chiaia”. Nella commedia “Questi fantasmi”, scritta nel 1945, c’è la celebre scena in cui Eduardo De Filippo, seduto sul balcone di casa sua, mentre la “macchinetta” gli sta preparando il caffè, spiega al dirimpettaio prof. Santanna la sua tecnica di “caffettiere”.

Poi, dopo il primo sorso, commenta: “Caspita, chesto è cafè…ciucculata. Vedete quanto poco ci vuole per rendere felice un uomo: una tazzina di caffè presa, tranquillamente, qua fuori…con un simpatico dirimpettaio”. Quello di Eduardo non è il caffè del mattino: è il caffè del primo pomeriggio, “dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato”. Ma non c’è molta differenza: è importante che il caffè venga sorbito al primo risveglio, perché come scriveva Domenico Rea, nel 1973, “un uomo che non ha bevuto la sua brava tazza di caffè al mattino è privo di linfa vitale: di qualcosa di essenziale. E’ un uomo inerme. Non potrebbe competere con una persona che ha bevuto il caffè. Sorbito il caffè, spunta subito un altro atteggiamento verso le difficoltà della vita. Finalmente essa sembra possibile, aggirabile, conquistabile. Un uomo diventa attivo e fattivo”. Gli dava ragione Luciano De Crescenzo, che, nell’introduzione di “Mondo caffè”, scriveva: “Anziché scendere seguendo il consueto percorso di qualsiasi bevanda, il caffè sale, piano piano, si sistema nel cervello e resta lì, solleticandolo di tanto in tanto come un piacevole ricordo”.

E’ l’effetto che il caffè fa sulla donna nel quadro di Bresciani: lei legge e ricorda. Amara è la riflessione che Pino Daniele sviluppa nella sua canzone “’na tazzulella ‘e café”.Scrisse Michele Sergio nel 2018: ““Na tazzulella ‘e cafè e maje niente ce fanno sapé”, esordisce Pino che, senza mezzi termini, censura il mal costume dei potenti di mantenere nell’ignoranza la popolazione, concedendo alla stessa solo quel poco (la metaforica tazzina di caffè) già , però, sufficiente a tenerla, per così dire, a bada, in una condizione sì di malessere diffuso ma, fatalisticamente, accettato: E nuje tirammo ‘nnanze, cu ‘e dulure ‘e panza e invece ‘e ce ajutà , ce abbòffano ‘e cafè”. Chi sa cosa scriverebbe oggi, il grandissimo Pino. Quanto siano importanti nel rito mattutino della “tazzulella” il “caffettiere” e il barista l’ho capito vedendo in azione, nel bar “Abbate” a Piazzolla di Nola, l’artista del caffè e Alina, la “direttrice” del banco. Ma torneremo sull’argomento.

 

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